Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 giugno 2014

Progetto Alternativo contro il Nuovo Ventennio che avanza

Domenico Moro: sinistra Elezioni europee, gattopardismo in salsa fiorentina e nuovo partito di massa del capitale

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sinistra

Elezioni europee, gattopardismo in salsa fiorentina e nuovo partito di massa del capitale

Domenico Moro

“Non eravamo esattamente d’accordo con l’incentivazione degli 80 euro, ma non mi sono azzardato ad avanzare alcun tipo di critica, ho compreso la necessità del governo di bloccare un voto anti europeo.” 
Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.”
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il gattopardo

index1. Il quadro europeo: crisi del bipolarismo e del bipartitismo e ascesa degli euroscettici
Negli ultimi mesi i mass media annunciavano e le forze politiche principali temevano la “tempesta perfetta” del voto euro-scettico. Il 22 maggio il Sole24ore titolava: <<Il voto europeo preoccupa i mercati>>, e il 25 maggio, giorno delle consultazioni, aggiungeva: <<Europa alle urne: mercati e riforme appese al voto>>. Invece, martedì 27 lo stesso quotidiano tirava un sospiro di sollievo: <<Piazza affari vola dopo il voto, Milano (+3,61%) miglior listino d’Europa>>. Anche le altre borse non se la sono cavata male: Madrid +1,22 per cento, Francoforte +1,28 per cento, persino Parigi cresce pur con un modesto +0,75 per cento.
La borsa è uno dei termometri che misurano l’opinione del capitale rispetto all’andamento della politica. Quindi, tutto bene per i circoli dominanti dell’establishment economico e politico? No, non proprio tutto bene. L’ondata euroscettica si è manifestata con forza, sebbene non così potente dappertutto come l’establishment europeista diceva di temere. A questo proposito, due sono gli aspetti più interessanti.
Il primo è l’arrestarsi del trend ultratrentennale della disaffezione al voto europeo, che ha portato i votanti continentali dal 62 per cento del 1979 al 43 per cento del 2009 e al 43,1 per cento nel 2014. L’arrestarsi della crescita dell’astensionismo, che pure rimane molto alto, è però da collegarsi all’affermazione dei partiti euroscettici.
Il secondo è la conferma che il sistema bipolare - e ancor di più la sua declinazione bipartitica - è in crisi in tutta Europa, anche se in alcuni Paesi lo è di più e in altri meno. I due principali gruppi al Parlamento europeo, il Partito popolare europeo (Ppe) e il Partito socialista europeo (Pse), calano complessivamente dal 63 per cento al 54 per cento dei seggi totali. La contrazione dei voti e dei seggi non è però uniforme. È molto forte per i Popolari che crollano da 274 a 213 deputati e minima per i Socialisti che calano da 196 a 190. Anche i due raggruppamenti che solitamente rappresentano gli alleati naturali a livello nazionale e europeo di Ppe e Pse appaiono in difficoltà. I liberali subiscono una forte flessione, scendendo da 83 a 64 seggi, e i verdi più modestamente calano da 56 a 53 seggi.
Contrariamente alla prassi costante in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e affermatasi anche in Italia negli ultimi venticinque anni, i voti e i seggi si spostano dal “centro” verso le “ali estreme” dell’arco parlamentare. La destra radicale (Libertà e democrazia) cresce da 31 a 38 seggi. La sinistra radicale del Gue-Ngl avanza dal 4,6 al 6 per cento dei voti ovvero da 35 a 42 seggi, grazie all’Irlanda e al Sud dell’Europa, soprattutto a Italia, Spagna e Grecia. Ci sono poi ben altri 105 seggi, composti prevalentemente di partiti che, in modo molto generico, possiamo definire euroscettici, come l’M5S di Grillo e il Fronte Nazionale di Le Pen.
La crisi del bipartitismo si è tradotta in tracollo dei partiti principali nel Regno Unito e soprattutto in Francia, nazioni dove, per la prima volta1 in una competizione elettorale è prevalsa una terza forza estranea al normale bipolarismo. Nell’Esagono il Fronte nazionale della signora Le Pen è passato dal 6,3 per cento del 2009 al 24,9 per cento del 2014. Il Psf, partito del presidente in carica Holland, ha raccolto appena il 14 per cento dei voti mentre l’Ump, il partito di centro-destra dell’ex presidente Sarkozy, si è fermato al 20,8 per cento. Risultati simili si riscontrano nel Regno Unito, dove il partito euroscettico Ukip è primo con il 27,4 per cento davanti ai laburisti con il 25,4 per cento e ai conservatori del primo ministro Cameron con il 23,9 per cento. Sebbene in modo meno eclatante, anche in Spagna il bipolarismo esce male dalle elezioni europee. I due principali partiti, pur conservando i primi due posti, perdono ben cinque milioni di voti. Il Partito popolare del premier Rajoy è primo con il 26,1 per cento ma aveva il 42,72 per cento nel 2009, Il Partito socialista è secondo al 23 per cento ma aveva il 39,33 per cento nel 2009. Viceversa, la sinistra radicale si posiziona al terzo posto, passando dal 3,77 per cento del 2009 al 10 per cento del 2014. Al quarto posto si posiziona con l’8 per cento un nuovo partito, Podemos, che raccoglie sul piano elettorale le istanze del movimento degli “indignados”. La Germania è l’unico grande paese europeo dove sembrerebbe che il bipolarismo e il bipartitismo abbiano tenuto. La CDU-CSU della Merkel perde il 2,5 per cento (-8 seggi) ma la Spd guadagna il 6,5 (+4 seggi) per cento. I verdi perdono l’1,4 per cento (-3 seggi) e la Linke rimane stabile come percentuale di voti al 7 per cento ma perde un seggio. Tuttavia, l’affermazione di un nuovo partito, l’euroscettico Afd, che raggiunge il 7 per cento e 7 seggi, è significativa del fatto che anche nell’unico (o quasi unico) Paese che ha beneficiato dell’unificazione europea soffia un vento nuovo.

2. La situazione italiana: differenze e somiglianze con l’Europa
L’Italia si presenta come un caso a parte tra i maggiori Paesi dell’Europa e dell’area euro. Qui, contrariamente al resto d’Europa, il principale partito di governo ottiene un successo schiacciante, ottenendo quasi il doppio dei voti del partito secondo classificato. Il Pd è in termini di voti assoluti (11,2 milioni) il principale partito europeo e in percentuale (40,8 per cento) tra i primi quattro. Un’altra differenza è l’aumento consistente dell’astensionismo. Tuttavia, anche in Italia il bipolarismo classico è saltato, con l’M5S che si conferma al secondo posto mentre Berlusconi e il centro-destra sono in piena crisi, che è politica ancor prima che elettorale. A dispetto del calo della partecipazione al voto (58,7 per cento) non solo rispetto alle politiche del 2013 (75,20 per cento) ma anche rispetto alle europee del 2009 (66,47 per cento), il Pd aumenta i suoi voti assoluti di oltre 2,5 milioni rispetto al 2013 e di 3,2 milioni rispetto al 2009 (Tab. 1 e 2). Tutte le altre forze politiche perdono voti in termini assoluti, con l’eccezione di due formazioni di destra. Fratelli d’Italia ottiene un buon risultato guadagnando 339mila voti, ma non riesce a superare lo sbarramento e non elegge nessuno. La Lega guadagna 297mila voti rispetto al 2013, ma perde 1,4 milioni e 4 punti percentuali rispetto al 2009.
La maggiore emorragia di voti è registrata dal Movimento cinque stelle che perde, rispetto al 2013, quasi 2,9 milioni di voti. Forza Italia, se considerata da sola, perde in confronto al Pdl del 2013 2,7 milioni e, se considerata insieme con Ncd-Udc, perde 1,5 milioni, ma l’Udc in realtà nel 2013 correva con Monti e quindi si può stimare una perdita reale, rispetto al Pdl del 2013, di circa 2 milioni. Se, invece, facciamo il confronto tra europee del 2013 e del 2009 appare con maggiore evidenza il rovesciamento dei rapporti di forza tra Pd e (ex) Pdl, e il tracollo di Berlusconi e del centro-destra (Pdl+Udc), che perde quasi la metà dei consensi assoluti, ovvero quasi 6 milioni di voti, e 16,9 punti percentuali.
tab.1
tab.2
Più difficile è stabilire dei confronti a proposito della sinistra radicale, perché in quest’area la scomposizione e ricomposizione delle sigle e delle alleanze politiche e elettorali è stata molto complessa. Comunque, se inseriamo in quest’area il Prc e le sue scissioni maggiori cioè Sel e PdCI, più verdi e Idv osserviamo che rispetto al 2013 si riscontra una perdita assoluta di 314mila voti pur in presenza di un lieve aumento percentuale (+0,2 per cento), che consente alla Lista Tsipras di superare lo sbarramento. Più impressionante il confronto con il 2009, con una perdita di quasi 2,9 milioni di voti. Però, la stragrande maggioranza di questa perdita è dovuta all’Idv, che perde da sola quasi 2,3 milioni di voti. Al netto dell’Idv rimane una perdita di circa mezzo milione di voti.
Possiamo fare qualche ipotesi sui flussi di voti, in primo luogo sui flussi verso il Pd. Il primo comandamento di una forza politica e di un leader è quello di conservare i propri consensi e poi di conquistare i consensi altrui. Secondo una indagine del Cise della Università Luiss e relativa al voto in cinque grandi città italiane (Venezia, Parma, Firenze, Torino, Palermo)2, il Pd avrebbe il più alto tasso di riconferma del voto e catturerebbe da tutti gli altri partiti i consensi espressi nel 2013. Il Pd prende dal Pdl, dalla Lega, da Sel e dal M5S ma soprattutto da Monti, la metà del cui elettorato passa nel Pd. Fi, M5S e Rivoluzione Civile sono quelli che cedono di più all’astensionismo. L’M5S perde a favore dell’astensionismo a Parma (dove esprime il sindaco Pizzarotti) e a Palermo rispettivamente il 45 e 46 per cento, a Torino il 28 per cento. Il Pdl raggiunge punte di astensionismo del 61 per cento a Palermo e del 58 a Venezia, cedendo, fra i partiti, soprattutto a Fratelli d’Italia e a Parma l’11 per cento alla Lega. Per quanto riguarda la sinistra, i voti raccolti nel 2013 da Rivoluzione civile vanno nel 2014 in primo luogo all’astensionismo (dal 58 per cento di Venezia al 18 per cento di Palermo) e solo come seconda scelta a Tsipras (dal 30 per cento di Venezia al 13 per cento di Palermo). Sel riesce a traghettare solo una parte (anche se maggioritaria) dei voti in Tsipras (dal 58 per cento di Firenze al 41 di Palermo), disperdendo il resto prima verso l’astensionismo e poi verso il Pd.
Da questi confronti si conferma, in primo luogo, che la caratteristica del sistema politico italiano è l’alta infedeltà degli elettori, che si traduce nell’estrema variabilità del voto e nel travaso continuo di consensi da una formazione all’altra. Rispetto al quadro del 2009 e soprattutto rispetto al periodo storico che sta tra le vittorie di Berlusconi del 1994 e del 2008, la situazione è molto mutata e soprattutto è diventata più incerta, nonostante la schiacciante vittoria di Renzi, a dimostrazione di come le leggi elettorali maggioritarie (sbarramenti compresi) non abbiano nulla a che fare con la stabilità, che è concetto diverso dalla governabilità. Infatti, mentre il primo concetto implica l’eliminazione della instabilità economica e degli squilibri socio-economici, la governabilità implica il mantenimento di una certa coerenza nella linea prevalente a livello economico e sociale. Nonostante tutto, negli ultimi anni le linee di politica economica generali, in Italia e in Europa occidentale, sono rimaste abbastanza uniformi, a prescindere dalla coalizione o dal partito di maggioranza. L’Italia con la affermazione di Renzi si dimostra, come avvenuto già con Monti e Letta, il Paese più allineato alle direttive della Bce e della Commissione europea. Non è un caso che l’elettorato di Monti sia migrato in massa verso il Pd renziano. Infatti, il Pd fu il maggiore sostenitore del premier Monti, il cui governo è stato il più allineato alle politiche europee degli ultimi anni. Tuttavia, il successo di Renzi presenta delle debolezze e dei limiti che, nel caso in cui si acuissero, potrebbero mettere a rischio tutto il progetto di Renzi e di chi gli sta dietro.

3. Le cause della crisi del bipolarismo e dell’ascesa del Pd renziano, ovvero del progetto di partito di massa del capitale
La crisi economica strutturale sta colpendo da sei-sette anni l’economia dei Paesi più sviluppati, senza che se ne veda la fine. Questa crisi è più grave in Europa occidentale, a causa delle politiche restrittive praticate dai singoli governi in base alle direttive europee. Tali politiche pubbliche restrittive, unite agli effetti del crollo degli investimenti privati e della delocalizzazione delle attività industriali, hanno un impatto devastante sulla società europea. Infatti, mentre si creano una disoccupazione e una sottoccupazione di massa, il welfare viene ridotto e l’intervento statale nell’economia gravemente limitato dalle normative europee. Di fatto, il combinato disposto della crisi e della unificazione economica e valutaria europea sta facendo saltare il patto sociale tra capitale e lavoro salariato su cui si reggeva la società europea dalla fine della Seconda guerra mondiale. Alla fine del patto sociale post-bellico corrisponde anche la modificazione della legislazione e dei meccanismi di funzionamento della democrazia rappresentativa, che porta al prevalere degli esecutivi nazionali e delle articolazioni sovrannazionali non elettive controllate del capitale finanziario europeo (dalla Bce alla Commissione europea) sui parlamenti nazionali. La crisi del bipolarismo è un effetto di queste trasformazioni. I partiti maggiori sia di centro-destra sia di centro-sinistra, sui quali si fondava il bipolarismo, sono stati puniti dall’elettorato perché non sono più garanti del patto sociale e vengono identificati con la gestione bipartisan il processo di unificazione europeo.
Le scelte che i cittadini europei hanno fatto nell’urna dipendono in larga misura dalla loro interpretazione delle cause della crisi e del peggioramento delle loro condizioni di vita generali. Le interpretazioni sono essenzialmente di due tipi. La prima attribuisce il peggioramento al ceto politico e al sistema dei partiti, e quindi agli sprechi e ai costi della politica, alla corruzione e alla incapacità gestionale. La seconda attribuisce le difficoltà al processo di integrazione europea. Questa seconda tesi si presenta in molte gradazioni ai cui estremi ci sono due posizioni opposte. Una è quella secondo la quale la crisi dipende da una “insufficienza” di Europa e richiede il rafforzamento dell’integrazione, fino a prefigurare gli Stati uniti d’Europa. Un’altra è quella secondo cui la crisi dipende da un ”eccesso” di Europa e richiede una più o meno ampia marcia indietro, che arriva fino alla fuoriuscita dall’euro. Inoltre, ad influenzare il voto c’è anche una diffusa insofferenza nei confronti dell’aumento dell’immigrazione, cui da una parte dell’elettorato più povero viene attribuita una corresponsabilità nella crisi del welfare. La questione della corruzione e dell’inadeguatezza della classe politica è una tematica interclassista. In Italia la questione della “casta dei politici” è alimentata dai mass media controllati dai grandi gruppi economici (Corriere, la Repubblica, il Sole24ore, la stampa, ecc.) ma è sentita in tutti i settori sociali. La questione dell’Europa è invece percepita in modo diverso. Il grande capitale, ovvero le imprese multinazionali e la finanza, sono favorevoli all’Europa e, se la criticano, lo fanno per pretendere una maggiore integrazione. Le piccole e medie imprese, fortemente penalizzate dalla crisi e dai processi di unificazione europea, sono molto più critiche e spesso invocano un recupero della sovranità nazionale economica e monetaria.
Le varie interpretazioni della crisi si presentano insieme in un mix ideologico-politico in cui la prevalenza dell’una o dell’altra varia da Paese a Paese e da partito a partito. L’affermazione dei nuovi partiti cosiddetti euroscettici e populisti così come l’affermazione di personalità “nuove” o percepite in questo modo nei partiti tradizionali, come Renzi, dipende da questo mix. I partiti euroscettici e populisti sono, però, quasi sempre egemonizzati dalla piccola borghesia, anche se riescono a egemonizzare grosse fette di classe operaia e di salariati, che percepiscono il ruolo devastante del processo di unificazione economico e valutario sulle loro condizioni. Il Fronte nazionale, ad esempio, si è affermato al di fuori delle sue aree tradizionali di insediamento nel Sud della Francia proprio fra la classe operaia nelle aree di ex insediamento del Pcf devastate dalla ristrutturazione e dalla delocalizzazione, come il Nord-Pas-de-Calais. L’Ukip britannico di Farage, l’M5S, la Lega, e il Fronte nazionale della signora Le Pen hanno una base di classe ed esprimono sentimenti popolari simili anche se non possono essere messi tutti sullo stesso piano politico-ideologico.
In Italia, il quadro politico risulta scompaginato dai risultati delle elezioni europee. La vittoria di Renzi appare come il trionfo del “nuovo che avanza”, un refrain, per chi lo ricorda, degli anni ’90, di cui si sono visti i risultati. L’ex sindaco di Firenze, però, non è esattamente qualcosa di nuovo. Certo, Renzi rappresenta una importante novità, ma non nel senso che molti auspicano. Renzi è anch’egli, come Berlusconi, un arci-italiano, rappresentando un classico esempio di quel gattopardismo (o trasformismo) che è tipico della storia del nostro Paese: cambiare tutto affinché nulla cambi. Nello stesso tempo rappresenta (o potrebbe rappresentare) una novità: il Pd renziano è la risposta ad una carenza storica del nostro Paese, la mancanza di un partito di massa del capitale. La Dc assolse in parte a questo compito, ma era un partito troppo dipendente dal patto sociale e dalle mediazioni di un epoca caratterizzata da altri equilibri interni ed internazionali. I veri partiti del capitale durante la Prima repubblica erano quelli repubblicano e liberale, che infatti ricoprivano un ruolo di potere superiore alla loro limitatissima forza elettorale. Il nuovo partito democratico è, per usare una categoria politologica, un partito “pigliatutto”, cioè un partito che raccoglie consensi da tutti i settori sociali, ma riconducendoli sotto l’egemonia dei settori dominanti del capitale. In questo, forse più simile a un blocco sociale (in senso gramsciano) che a un partito. In questo il Pd è simile alla Dc, con la importante differenza che nel Pd l’egemonia del settore di vertice del capitale è indiscussa, mentre nella Dc il suo carattere consociativo e corporativo garantivano un maggiore margine di manovra alle altre classi sociali.
L’evoluzione del Pd e del quadro politico non sarebbe comprensibile se non considerassimo l’evoluzione della struttura economico-sociale del Paese. Negli ultimi vent’anni la struttura, ancora prevalentemente nazionale, del capitalismo italiano è stata attraversata da un processo di forte modificazione. Le imprese italiane sia quelle pubbliche, che sono state privatizzate, sia quelle già private sono sempre più partecipate dai capitali esteri, soprattutto nord americani e europei occidentali, e sempre di più imprese operanti con investimenti su scala globale. L’entrata del capitale estero e l’internazionalizzazione sono state accompagnate dalla disgregazione delle reti e degli equilibri di potere preesistenti, coincisa con la fine del ruolo dei patti di sindacato e della centralità di Mediobanca nel controllo delle imprese maggiori (Telecom e Rcs in primo luogo). Oggi, in Italia si afferma il modello anglosassone della public company e il capitale italiano è molto più integrato con il capitale estero occidentale e caratterizzato da nuovi equilibri di potere. L’integrazione europea e in particolare quella valutaria sono funzionali alle esigenze del capitale passato dalla fase nazionale alla fase transnazionale, così come lo è il rafforzamento del rapporto tra Europa occidentale e Usa sul piano sia militare (rafforzamento della Nato) sia commerciale (TTIP).
Berlusconi storicamente ha rappresentato il tentativo di limitare le conseguenze di tale trasformazione, iniziata con “Mani Pulite”, il cui scopo era la distruzione di Dc e Psi, all’ombra dei quali erano cresciute determinate concentrazioni di potere economico e che erano riluttanti a disfarsi delle partecipazioni statali. Tramite Berlusconi le forze sociali che stavano dietro quei partiti (borghesia di stato, piccola e media impresa, grande impresa poco o nulla internazionalizzata, ecc.) hanno cerca to di salvare almeno in parte gli equilibri di potere preesistenti. Invece, il Pds-Ds-Pd e più in generale il centro-sinistra prodiano si sono rivelati i migliori interpreti delle istanze innovatrici dal punto di vista della frazione del capitale più internazionalizzata (ma regressive dal punto di vista dei lavoratori), allineandosi in modo più coerente alle politiche di integrazione valutaria, di deregulation del mercato del lavoro, di privatizzazione e di severità di bilancio dell’Europa e a quelle militari della Nato. Tuttavia, il Pd, nato con l’aspirazione veltroniana a essere partito maggioritario, non è riuscito a raggiungere quel livello di consensi che gli consentisse di svolgerne il ruolo. C’era bisogno che l’equilibrio politico della Seconda repubblica si deteriorasse maggiormente. Due sono stati gli aspetti determinanti a questo proposito: la minaccia di default e le pressioni europee, che hanno trovato sponda in Napolitano e che hanno condotto alla defenestrazione di Berlusconi e all’insediamento di Monti, e la continua campagna contro il sistema dei partiti gestita dai mass media controllati dai gruppi economici maggiori.
La critica al ceto politico è un aspetto specifico dell’Italia, che, almeno in questa intensità, non si riscontra altrove, e che richiama alla mente la situazione dell’epoca di “Mani pulite”. La rabbia popolare per il peggioramento delle proprie condizioni di vita viene canalizzata verso il ceto politico in quanto tale, nascondendo nello stesso tempo le responsabilità di fondo della crisi del modo di produzione e delle scelte neoliberiste giustificate con le direttive europee. Del resto, la critica alla politica rimane ad un livello di superfice, e non entra nel merito della maggiore delle responsabilità dei vertici politici, ovvero l’adesione ai trattati e alle scelte neoliberiste dell’Europa. Quel che è ancora più importante notare, però, è che la critica al ceto politico presuppone la necessità del suo “rinnovamento”. Un rinnovamento che ovviamente, per i circoli economici dominanti, si traduce nell’avvicendamento di un ceto politico ormai “bruciato” con un nuovo ceto politico più adatto e disponibile a mettere in atto quelle controriforme che sono necessarie alla riorganizzazione dell’accumulazione capitalistica nella fase transnazionale.
La fortuna dell’M5S nasce dalla capacità di Grillo di inserirsi in questa campagna “antipolitica”, sfruttando un terreno reso già fertile dai mass media controllati dai gruppi monopolistici e proponendosi come fustigatore dei mali della politica. Del resto, è di più immediata comprensibilità una spiegazione della crisi con le critiche al ceto politico che non con il ricorso a spiegazioni sul funzionamento dell’economia, magari più sostanziali ma meno facilmente comprensibili a livello di massa, specie dopo una campagna ideologica di trent’anni sulla bontà del libero mercato, termine “neutro” per definire il capitalismo. Grillo, dunque, svolge alle elezioni politiche del 2013 una funzione “positiva” per il capitale, nel senso che accelera la crisi del sistema partitico e apre la strada al “rinnovamento”, drenando voti anche dal centro-destra e contribuendo alla messa all’angolo di Berlusconi. Allo stesso tempo Grillo rappresenta, però, per il capitale anche un pericolo. L’M5S è, infatti, un movimento interclassista e la sua direzione politica è piccolo-borghese. Malgrado Grillo, nel suo tentavo di fare il pieno di consensi, usi in modo spregiudicato argomenti anche di destra (ad esempio l’immigrazione) e recentemente si sia avvicinato all’Ukip di Farage, una larga fetta dei parlamentari e degli attivisti dell’M5S si caratterizza spesso per posizioni democratiche in senso classico (come la difesa del ruolo del parlamento), riecheggiando non di rado temi tipici della sinistra. Inoltre, l’M5S ha assunto anche un atteggiamento di opposizione al processo di unificazione europeo, compreso quello valutario, che è invece essenziale per il capitale. Dunque, se va bene il ruolo “sfascista” di Grillo e dell’M5S nei confronti del sistema politico, va molto meno bene per i vertici del capitale che questa formazione acquisisca posizioni di potere politico.
L’uomo destinato a cogliere i frutti della spinta al “rinnovamento” non è Grillo bensì è Renzi. Renzi ha in comune con Grillo l’avversione contro il vecchio ceto politico, ma è molto diverso. Anzi, come si capisce bene dalle parole di Squinzi da noi citate in apertura, è la risposta del capitale a Grillo. Nasce, infatti, come “rottamatore” della vecchia classe dirigente del Pd, ma proviene dalle file di una delle sue componenti e soprattutto è in linea di continuità con vent’anni di evoluzione della sinistra moderata dal Pds (e dal Partito popolare) fino al Pd di Veltroni del 2008. Il successo di Renzi, non è spontaneo, è stato costruito con molta attenzione dai media controllati dai gruppi principali, facendolo apparire nello stesso tempo un innovatore radicale e un politico moderato. Con un’abile regia, dopo che Bersani e il vecchio gruppo dirigente avevano dimostrato di non essere capaci di prevalere neanche su di un ormai logoro Berlusconi, Renzi viene prima condotto al vertice del partito, scalzando il vecchio gruppo dirigente, non solo ex Pci ma anche ex popolare, e poi, al momento opportuno, viene posto al governo, eliminando senza tanti riguardi il premier Letta (un altro popolare), incapace di imprimere alle controriforme quella velocità richiesta dal capitale. Nel corso di questo tempo, Renzi ha costruito legami e rapporti con chi conta in Italia e fuori, mantenendo contatti in Vaticano e recandosi anche negli Usa e, dove si è accreditato. Renzi è l’uomo giusto al posto giusto. Ciò vuol dire che è l’uomo in grado di rappresentare il “rinnovamento” all’interno del partito che più coerentemente ha espresso una linea europeista, che meglio ha assecondato le trasformazioni delle strutture del capitalismo italiano, e che soprattutto ha la forza elettorale e politica potenziale per gestire il proseguimento di queste trasformazioni. È in questo modo che si è realizzato un “rinnovamento” nella continuità, come si sarebbe detto in altri tempi e in altri partiti.
I risultati delle elezioni europee del maggio 2014 hanno dimostrato che “l’operazione Renzi” ha avuto successo, almeno per il momento. Renzi è riuscito lì dove altri del Pd non potevano riuscire, cioè è riuscito a sfondare in bacini elettorali non tradizionalmente del Pd come quello dell’artigianato e della piccola e media impresa del Nord-Est, che avevano votato Lega per vent’anni e che alle politiche del 2013 avevano subito una estemporanea fascinazione per Grillo. Basti pensare che il Pd registra, rispetto alle politiche del 2013, l’incremento maggiore in Veneto con il +43 per cento, pari a 350mila voti, preannunciato del resto dalla vittoria del sindaco Pd contro la Lega a Treviso qualche mese fa3. Il Pd, quindi, riesce a mettere insieme in un unico blocco sociale il settore di vertice capitale finanziario e transnazionale che è la sua vera classe di riferimento, con settori intermedi (la piccola e media impresa, l’artigianato, la piccola borghesia intellettuale) e ampi settori di lavoro dipendente soprattutto pubblico, attraverso la cinghia di trasmissione sindacale (soprattutto la Cgil), i quali costituiscono la sua base di massa.
Tuttavia, come abbiamo detto, la situazione politica dell’Italia è stata caratterizzata, almeno fino ad ora, da una forte variabilità e rimane aperta a scenari diversi. I concorrenti del Pd oggi sembrano essere in difficoltà, ma non bisogna dimenticare che la competizione europea è ben diversa da quella per le politiche. Il forte astensionismo ha penalizzato Forza Italia, il centro destra e il Movimento cinque stelle, e i milioni di italiani che si sono astenuti possono ritornare in gioco alle prossime elezioni. Berlusconi appare personalmente in declino, ma il centro destra, sommando i risultati alle europee di Fi, Ncd-Udc e Fratelli d’Italia, rimane ancora forte. A patto che riesca a trovare una leadership alternativa a Berlusconi. Il Movimento cinque stelle presenta i limiti che storicamente affliggono i partiti a direzione piccolo borghese: il posizionamento politico contraddittorio, l’ideologia ambigua, e l’incapacità, per la loro stessa natura sociale a metà strada tra classe lavoratrice e classe borghese, di costruire una opposizione e una alternativa al capitale. Inoltre, l’M5S non dispone di una struttura organizzata e di un vero e sperimentato gruppo dirigente, e, essendo un partito “carismatico”, è portato a confidare troppo su un leader troppo innamorato sulla sua abilità istrionica e poco capace di costruire alleanze e delineare prospettive politiche strategiche e tattiche. A causa delle sue contraddizioni interne, l’M5S corre il rischio di andare incontro ad un processo disgregativo. Per il momento, però, nonostante tutti i suoi limiti, l’M5S si è confermato la seconda forza politica, è molto forte tra i giovani e può ancora rendersi punto di riferimento principale se non unico di un’area di malcontento molto ampia, specie in assenza di una proposta adeguata a sinistra.
Renzi è riuscito a presentarsi come un credibile candidato al rinnovamento, ma la sua capacità di confermare la presa del Pd sul composito blocco politico-sociale che ne costituisce l’elettorato è per il futuro tutt’altro che scontata. Molto dipenderà dalla evoluzione della crisi economica e dalle risposte che in sede europea si daranno alle difficoltà italiane. La capacità di Renzi di mantenere il suo consenso potrebbe essere messa in discussione se non riuscirà a mantenere le sue promesse e se la situazione sociale continuerà a peggiorare o non migliorerà in modo sensibile. E, ancora più importante, l’appoggio del grande capitale potrebbe venire rapidamente meno nel caso in cui Renzi non riuscisse a realizzare quelle controriforme che gli vengono richieste. A questo proposito, la partita sulle riforme istituzionali (eliminazione del Senato) e sulla legge elettorale in chiave ultra-maggioritaria (con forti premi di maggioranza e sbarramenti esorbitanti) sarà decisiva, perché potrebbe permettere al Pd di legittimarsi definitivamente come forza “innovatrice” e soprattutto di stabilire i meccanismi per governare anche in condizioni difficili socialmente e con il consenso di una minoranza dell’elettorato. Inoltre, il carattere del progetto renziano di controriforma dello Stato autorizza ad ipotizzare che possa spingersi fino al premierato forte o addirittura al presidenzialismo. In questo modo, Renzi, da una parte, metterebbe all’angolo l’M5S e, dall’altra, svincolandosi definitivamente dalla necessità di alleanze politico-elettorali, ingloberebbe o eliminerebbe definitivamente quanto rimane alla sua sinistra. Se Renzi riuscisse a raggiungere questi obiettivi, il Pd si candiderebbe a essere il nuovo partito “pigliatutto” e l’organizzazione egemone del quadro politico italiano. In esso il capitale troverebbe, per la prima volta nella storia repubblicana, il suo partito di massa, realizzando attraverso di esso, per dirla con Gramsci, la moderna “rivoluzione conservatrice”. Capiremo, quindi, se il successo di Renzi alle europee rappresenta l’ennesima meteora della politica italiana oppure l’inizio di una nuova fase della storia politica italiana, dopo quelle sotto l’egemonia della Dc, del pentapartito e, da ultimo, di Berlusconi.
La politica italiana è da tempo caratterizzata dal forte personalismo che mette in secondo piano i partiti e in primo piano i leader. Del resto, i periodi di crisi strutturale si prestano all’emergere di fenomeni come il “cesarismo” moderno e l’avvento di capi carismatici. Infatti, una delle cui doti principali del leader moderno deve necessariamente essere la maestria comunicativa. In questo Grillo, come uomo di spettacolo, e Berlusconi, come uomo di televisione, si sono dimostrati abilissimi. Al Pd mancava una personalità che fosse all’altezza di questi due e dei tempi e dei modi attuali della politica, e che ora è stata trovata. Una personalità che in più ha a sua disposizione l’apparato e la struttura di quello che forse è l’unico vero partito di massa rimasto in Italia. Una combinazione che può risultare fortissima. Tanto più che la nomina di Orfini a presidente del partito sancisce il compattamento tra le varie correnti di minoranza con la maggioranza di Renzi insieme alla fine delle illusioni di chi ancora pensava che dentro il Pd potesse esserci una minoranza socialdemocratica in grado di portare avanti una opposizione di sinistra. Di fatto, oggi, il Pd rappresenta, per il ruolo che assume e per le forze sociali ed economiche di cui esprime gli interessi, l’avversario principale degli interessi generali del lavoro salariato in Italia.
La fase attuale presenta caratteristiche che è importante cogliere, perché per la prima volta dal ’68 e forse, in questa misura, dalla fine della Seconda guerra mondiale si sta producendo una frattura all’interno dei tipici meccanismi di riproduzione del consenso politico della società capitalistica europea. È vero che questa frattura è stata sfruttata da partiti che esprimono contenuti se non reazionari quantomeno non adeguati ad una trasformazione progressiva della società. Ma è importante riconoscere che tale frattura esiste, che non può essere abbandonata ai partiti populisti e che va sfruttata dalle forze più schiettamente di sinistra ed espressione del lavoro salariato. La fortuna di molti dei partiti euroscettici si è basata sulla loro capacità di individuare il punto critico della situazione attuale delle masse popolari nel processo di unificazione europeo, riuscendo a presentarsi come alternativi ai partiti del bipolarismo europei. La stessa chiarezza è mancata alle forze della sinistra radicale e spesso anche tra i partiti comunisti. L’errore di fondo è stata la incapacità di leggere l’evoluzione del Pds-Ds-Pd come partito espressione delle istanze del nuovo capitalismo, subordinandosi durante questi venti anni, sia pure in forme diverse, al centro-sinistra forse più europeista del continente.
Quindi, la sinistra e i comunisti nel nostro Paese hanno la necessità di definire un posizionamento autonomo e di ricostruire un profilo politico-ideologico adeguato alla fase storica e ai compiti che ne derivano. La definizione di tale profilo non si giocherà tanto su questioni di geopolitica internazionale o mediante un riferimento rituale all’eredità del passato, quanto su punti dirimenti per chi intende fare politica e soprattutto vive qui ed ora, in questa Italia e in questa Europa, cioè non può che basarsi su di una presa di posizione chiara sulle trasformazioni del capitalismo, sulla natura dell’Europa e sul ruolo e la funzione del Pd. Ciò presuppone la pratica dell’autonomia culturale, politica e organizzativa della classe lavoratrice salariata dalle forze del capitale, basata sul principio che le scelte tattiche contingenti devono essere coerenti con la consapevolezza strategica che la crisi del capitale si può risolvere soltanto partendo dalla critica radicale alla Ue e alla Uem e arrivando, in prospettiva, alla trasformazione radicale dei rapporti di produzione vigenti a livello continentale.

1 Nel Regno Unito da sempre prevalgono due partiti, in Francia dal successo del Pcf subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.
2 Roberto d’Alimonte, “Renzi, alta fedeltà Pd e nuovi voti a 360°”, Il Sole24ore, 28 maggio 2014.
3 Mariano Maugeri, “L’artigiano bianco rompe il tabù Pd”, Il Sole24ore, 28 maggio 2014.

Alternativa al Capitalismo tutti gli individui, nessuno escluso, delle Comunità



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Contro il muro

L'origine comune della crisi ecologica e della crisi economica

di Claus Peter Ortlieb

sedie25255b525255dSe nei centri capitalisti, la discussione pubblica interpreta la crisi economica, nonostante la sua persistenza, come un fenomeno puramente passeggero, invece si accorge perfettamente del fatto che la crisi ecologica proviene dalle stesse fondamenta del modo di vita moderna. E' troppo evidente, infatti, la contraddizione tra l'imperativo economico della crescita, da una parte, e la finitezza delle risorse materiali e della capacità dell'ambiente di assorbire i rifiuti prodotti dalla civilizzazione, dall'altra. Da alcuni anni, la catastrofe climatica annunciata occupa il primo piano della discussione, anche se oggi se ne parla un po' meno, date le nuove priorità derivanti dagli sforzi di far fronte alla crisi economica. L'obiettivo dei 2° C, grazie al quale si dovrebbe essere in grado di evitare i peggiori effetti del riscaldamento globale, viene ormai considerato del tutto irraggiungibile. Eccetto il calo che si è registrato durante l'anno di recessione 2009, l'emissione mondiale di CO2 continua ad aumentare inesorabilmente, e a sua volta il cambiamento climatico comincia a rafforzarsi, segnatamente liberando un surplus di gas serra provenienti dallo scongelamento del permafrost, o diminuendo la riflessione delle radiazioni solari nello spazio a causa dello scioglimento dei ghiacciai. Tuttavia, il cambiamento climatico non rappresenta che uno dei campi di battaglia su cui si combatte la "guerra del capitale contro il pianeta", come la chiamano i sociologhi statunitensi John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York nel loro straordinario libro (anche se in molti paesi non è mai stato tradotto) intitolato "The Ecological Rift. Capitalism’s War on the Earth", New York, Monthly Review Press, 2010.
All'acidificazione degli oceani, alla crescente scarsità d'acqua, all'erosione del suolo, al rapido declino della biodiversità e all'inquinamento da prodotti chimici, si vengono ad aggiungere dei processi di sviluppo economico strettamente legati fra di loro e distruttivi dell'ambiente, ognuno dei quali è sufficiente da sé solo a rendere inabitabile, a medio termine, vaste porzioni della Terra. Più in particolare, i dati raccolti nel quadro del cambiamento climatico hanno messo in evidenza dove si trovano i responsabili di questa catastrofe ormai difficilmente evitabile, e che riguarderà innanzitutto i poveri: nel 2010, l'emissione di CO2, pari a 4,4 tonnellate per abitante nell'insieme del pianeta, era di 17,3 tonnellate per gli USA, 9,3 per la Germania, 7,0 per i paesi europei membri dell'OCSE, 5,4 per la Cina, 1,4 per l'India e 0,9 per l'Africa. La Cina, come si vede, nel corso degli ultimi dieci anni, ha felicemente recuperato il suo ritardo, visto che nel 2004 la sua emissione di CO2 per abitante era ancora inferiore alla media mondiale. Questo attiene chiaramente al suo tasso di crescita che rimane sempre elevato, mentre i paesi dell'OCSE fanno fronte ad una recessione e vedono così diminuire leggermente le loro emissioni di CO2.
Molti altri dati mettono ancora in evidenza la forte correlazione esistente fra superamento dei limiti naturali e sviluppo della ricchezza capitalista. Con poche eccezioni, si può grosso modo dire che più uno Stato è ricco e sviluppato, più contribuisce alla distruzione generale dell'ambiente. E' raro che quelli che provocano tale distruzione vengano toccati in prima persona dalle ripercussioni. Ancora, grosso modo: i paesi sviluppati guidano la "guerra contro il pianeta" ma, quanto alle conseguenze, i primi a sentirle sono i paesi poveri. Non c'è dubbio che questa sia una delle ragioni che spiega perché si combattono sempre i sintomi, senza mai attaccare le cause. Ma se si scava un po' più in profondità, si scopre che la vera ragione risiede nell'importanza che sembra avere ancora oggi la crescita economica ai fini del benessere della società moderna. Le crisi sono sempre delle crisi di crescita. Affinché dei paesi come, per esempio, il Portogallo possano uscire dalla loro situazione critica, ci dovrebbe - è il parere generale - una crescita del PIL del 3% l'anno per dei decenni, crescita che nessuno sa da dove dovrebbe provenire; la Cina, dai calcoli dei suoi dirigenti, ha bisogno di una crescita annuale di almeno il 7% e per questo moltiplica i programmi di rilancio; del resto, anche i vertici del G8 o del G20, nonostante le loro divergenze, riconoscono a loro volta, all'unanimità, che deve essere fatto tutto per stimolare la crescita mondiale. Evidentemente, abbiamo a che fare con un dilemma: in concorrenza con gli altri o meno, ogni società moderna deve assolutamente crescere, altrimenti rischia di andare in frantumi e di ritrovarsi nella situazione degli Stati del "socialismo realmente esistente" alla fine degli anni 1980, o nella situazione di quelli delle recenti "primavere arabe" - le ideologie democratiche o islamiste accusate di aver portato a questi capovolgimenti non sono altro, in entrambi i casi, che puro folklore. Ma d'altra parte, il tipo di crescita di cui stiamo parlando fa aumentare, in proporzione, la distruzione dell'ambiente. Alla fine, ci ritroviamo col dover scegliere fra decomposizione sociale e saccheggio delle risorse naturali.
La questione è perciò quella di sapere se questo dilemma abbia una soluzione. Il problema, in questo caso, è che la coscienza borghese considera come sacrosanti il modo di produzione capitalista e le sue categorie: lavoro, merce e denaro, salario e profitto, Mercato e Stato. La fine del mondo sembra meno inconcepibile del rovesciamento di questa formazione sociale assai specifica storicamente. Ora, fintanto che il capitalismo passa per qualcosa di così naturale come quest'aria che respiriamo e di cui presto rischiamo di rimanere senza, sarà impossibile trovare una risposta adeguata alla questione di un esito possibile al nostro dilemma. Ogni dibattito sulla crisi ambientale gira forzatamente a vuoto e assume degli aspetti stranamente irreali, dal momento che tutte le parti ragionano solo su delle basi fittizie, per produrre, nel migliore dei casi, delle soluzioni apparenti - cosa di cui tutti sono perfettamente coscienti. Quello che salta all'occhio con maggior evidenza per quanto riguarda i falchi dell'economia - a parte la loro pura e semplice negazione del problema - è che una risorsa economicamente improduttiva come una foresta pluviale sfugge alla loro visione percettiva quanto sfugge il futuro che si trova al di là dell'attuale ciclo di valorizzazione. Per quel che riguarda i periodi un po' lontani, essi fanno volentieri ricorso a quel che si chiama "tasso di attualizzazione", per mezzo del quale fanno sparire i costi futuri. L'ex-economista in capo della Banca mondiale, Nicholas Stern, nel rapporto datato 2006 che porta il suo nome, ha valutato in anticipo il costo in dollari del cambiamento climatico - grazie a cui il dibattito sul clima ha potuto veramente cambiare di marcia, nel senso che, alla fine, era questione di soldi. Dopo il rapporto Stern, il costo di un cambiamento climatico incontrollato fino alla fine del secolo raggiungerebbe tra il 5 ed il 20% del PIL mondiale, mentre le contromisure necessarie non richiederebbero che un investimento dell'1% del PIL mondiale nei vent'anni a venire, finanziato, per esempio, attraverso una carbon tax. La questione, con un tale genere di calcoli, è sempre quella di sapere come vengono comparati tra loro i costi futuri con i costi da sostenere oggi. Il rapporto Stern prevede un'attualizzazione dell'1,4% l'anno, che vuol dire che un costo di mille dollari da sostenere in 90 anni, oggi figura nei libri contabili sotto forma di 285 dollari. Quello che gli economisti classici sostengono - William Nordhaus, professore di economia a Yale, in testa - è che si tratta di un'attualizzazione fissa troppo bassa, poiché in virtù della crescita economica, il mondo sarà senza dubbio nell'avvenire ben più ricco di quanto lo sia attualmente. Nordhaus allora rifà i calcoli con un'attualizzazione del 6% l'anno: il mille dollari pagabili in 90 anni ora corrispondono a soli 5 dollari di oggi, ne consegue che i costi futuri possono essere largamente ignorati. La crisi ambientale viene così rimossa dal calcolo, non esiste più.
Aziende e governi procedono in un modo un po' meno brutale, essendo obbligati a prendere in considerazione le inquietudini dei loro clienti ed elettori. E' qui che interviene una strategia che ha già fatto le sue prove, quella del "greenwashing", che consiste nell'accontentarsi di far finta di proteggere l'ambiente e il clima. Nel caso delle imprese, è chiaro che ad esse interessa solo la loro immagine verde (e sociale), che devono definire con la massima cura se vogliono che i loro prodotti vengano consumati senza cattiva coscienza. Quello che succede dietro la bella facciata, però, non ha praticamente alcuna importanza, dal momento che non si vede. Da parte loro, i governi devono innanzitutto compiere la loro missione: garantire che la valorizzazione del capitale incontri meno ostacoli possibili. E' per questo che li abbiamo eletti, e da questo dipende la loro capacità di agire al di là delle sole entrate fiscali. La protezione dell'ambiente - anche quando, naturalmente, si insiste sulla sua importanza - non ha altra scelta che adattarsi a questo letto di Procuste, che al bisogno può anche essere dipinto di verde. In Germania, questa logica è particolarmente evidente quando si tratta degli interessi dell'industria automobilistica, che è il cuore del modello economico tedesco: beninteso, nelle conferenze internazionali, si concorda sul fatto che bisogna assolutamente ridurre le emissioni di CO2 che proviene dal traffico stradale; man non appena qualcuno perviene a delle misure concrete - come la Commissione europea nel 2007, quando reclamava che si tassassero, a partire dal 2012, le auto che rilasciavano più di 130 grammi di CO2 per chilometro - un buon ministro dell'ambiente tedesco (Sigmar Gabriel) vede in questo solo un semplice "attacco della concorrenza contro i costruttori di automobili tedesche". Quanto alla famosa rottamazione del 2009, un programma di rilancio a favore dell'industria automobilistica e di rovina ambientale di prim'ordine, veniva presentata sotto l'etichetta verde di "qualità ambientale".
I partiti politici esclusi dal governo e i gruppo extraparlamentari, al contrario, possono permettersi di ridefinire le priorità nel senso di un migliore equilibrio e di spingere alla riconciliazione fra economia ed ecologia - riconciliazione alla quale non credono neppure loro, fintanto che non sono obbligati a concretizzarla. Appaiono allora dei concetti quali "New Deal verde", "Ciclo ecologico di Kondratiev", ecc., con cui si intende una nuova e lunga onda di accumulazione capitalista basata sulle "tecnologie verdi" e che prenda le consegne dall'attuale "capitalismo finanziario". A tal riguardo si sottolineano i benefici che questo comporterebbe in termini di nuovi impieghi e di sviluppo economico; come se, improvvisamente, l'ecologia non costituisse più un ostacolo per l'economia ma, al contrario, la via più breve verso dei nuovi profitti. Nel dibattito pubblico tedesco, si intendono evidentemente degli impieghi e dei profitti per la Germania, leader del mercato. Una trasposizione al mondo intero, del resto, sarebbe impossibile: finché l'energia verde rimarrà più cara dell'energia fossile, non potrà imporsi in senso alla concorrenza capitalista. E viceversa: essa costerà meno - eventualmente - solo passando attraverso un processo di razionalizzazione che espellerà enormi quantità di lavoro vivente (ma anche, insieme, di profitti) fuori dalla sua produzione. Sarebbe allora la fine di questi nuovi impieghi che si ipotizzavano, nel migliore dei casi, in Germania, ma assai più verosimilmente in Cina.
L'obiettivo di una "crescita economica sostenibile" che traduca questi concetti - obiettivo in favore del quale si è pronunciato, per esempio, il vertice dell'ONU sullo sviluppo sostenibile, che si è tenuto a Rio de Janeiro nel 2012 - si rivela essere, quale che sia l'estensione che si dà al concetto di sostenibilità, una contraddizione nei termini, rispetto a quello che si intende, in ogni caso, per crescita economica nel senso corrente. (Ma quale altro senso potremmo darle?) A tenere questo genere di discorsi, non si fa altro che nascondere la problematica ambientale-climatica e si tenta di persuadere che è possibile conciliare l'inconciliabile. Stimando che non si arriverà mai a disaccoppiare crescita economica e distruzione accelerata dell'ambiente, gli avvocati di una "società della decrescita" ne hanno tratto la conclusione logica che convenga sbarazzarsi del tutto del concetto di crescita. Data la stretta correlazione fra modo di produzione capitalista e feticismo della merce, bisogna ipotizzare, secondo la letteratura consacrata alla decrescita, un vero e proprio programma di abolizione. In pratica, tuttavia, Horst Köhler, ex Presidente della Repubblica Federale Tedesca, non esita ad invocare, senza che nessuno lo contraddica, una "economia di mercato sociale ed ecologica" - come se potesse esistere un'economia di mercato non capitalista. Si spera, insomma, che gli imprenditori non corrano più dietro al profitto ma si sforzino di rendere "sostenibile" la loro produzione. Ci si guarda bene dal rimettere in discussione il denaro in quanto mezzo della socializzazione; bisogna solo che il nostro rapporto con il denaro diventi un tantino più serio - capiamoci: più parsimonioso - di quanto sia stato negli ultimi anni. E naturalmente, in mezzo a questo ambito della decrescita, abbondano anche i discepoli di un Silvio Gesell, i quali ritengono la rendita essere la fonte di tutti i mali e stigmatizzano il "capitale accaparratore". A discapito di qualsiasi analisi pertinente circa la profonda correlazione esistente tra concetto di crescita e modernità, sembra che alla fine non si arrivi altro che ad una critica tronca del capitalismo - e questa a volte può perfino essere peggio di nessuna critica.
Chiunque voglia sfuggire all'imperativo della crescita deve innanzitutto comprendere in che cosa consista. Dare la colpa al consumo eccessivo, significa mancare il problema oggettivo, perché, contrariamente a quello che vogliono farci credere i manuali di macroeconomia, il consumo non è affatto il fine della produzione capitalista. Se così fosse, non ci sarebbe bisogno di pubblicità. Si sa, l'etica protestante dell'ascesa e della rinuncia che oggigiorno numerosi ideologhi della decrescita predicano di nuovo, in effetti è sempre stata presente, fin dall'inizio del capitalismo: guadagnare denaro, non per gettarlo dalla finestra ma per ottenere sempre ancora più denaro, costituisce il fine in sé delirante di ogni attività economica. Il capitalismo è al contempo condannato a crescere: finché può, non smette di produrre merci; appena non può più farlo, entra in crisi. In un tale processo, il consumo è semplicemente un mezzo. Dal momento che produrre merci non è sufficiente, bisogna venderle, se si vuole che il denaro si moltiplichi.
Per capire bene, dobbiamo distinguere qui fra produzione di plusvalore, prodotto concreto e utilizzo delle risorse. Ottenere sempre più plusvalore è il vero fine della produzione e quello che la stimola. Il plusvalore risulta dallo sfruttamento del lavoro, ma bisogna notare che per quanto riguarda la ricchezza astratta creata dal lavoro, quello che conta non è l'attività fisica: conta solo il tempo di lavoro corrispondente al "dispendio di una determinata quantità di muscoli, di nervi, di cervello umano, ec.". Questa richiesta astratta ha non di meno bisogno di un substrato materiale, e la realizzazione del plusvalore necessita che le merci siano prima fabbricate, ma in seguito siano consumate, cosa che presuppone una domanda sufficiente e solvibile.
Con l'aumento della produttività nel corso della storia del modo di produzione capitalista, il rapporto quantitativo è considerevolmente cambiato tra, da una parte la ricchezza astratta misurata in tempo di lavoro, dall'altra il dispendio di materiale richiesto alla sua produzione. L'aumento della produttività trova la sua motivazione nel perseguimento di profitti supplementari per ogni azienda che possa produrre in modo più conveniente rispetto alla concorrenza. Quest'evoluzione porta a far sì che il lavoro vivo sia sempre più espulso dal processo di produzione e venga rimpiazzato con delle macchine. Costi di manodopera sempre più inferiori permettono di produrre sempre più ricchezza materiale. Tuttavia, poiché quest'abbondanza di beni non è il vero fine della produzione, il tempo di valoro non viene per niente ridorro - come sarebbe materialmente possibile e ragionevole - ma si procede ad un calcolo inverso: la produzione della stessa ricchezza astratta, misurata in tempo di lavoro, necessita di un prodotto concreto sempre più importante e - a causa della sostituzione della forza lavora con delle macchine - di un utilizzo delle risorse che cresca ancora più rapidamente. Si tratta di tendenze inverse, come quando la spesa di energia per il prodotto finito si riduce nella misura in cui si accresce l'efficacia energetica. Il rapporto quantitativo tra spesa in materiale e tempo di lavoro è comunque chiaro: cresce continuamente nei settori produttori di plusvalore, cosa di cui ci si può convincere osservando, per esempio, l'evoluzione dell'investimento materiale e monetario che richiede ciascuna impresa industriale.
In questa "contraddizione in processo" (Marx) - che consiste nel fatto che il capitale espelle sempre più dal processo di produzione il lavoro vivo, sullo sfruttamento del quale si basa ancora la forma della ricchezza, motivo per cui è costretto ad utilizzarlo - si trova l'origine comune alle crisi economiche ed ecologiche. Il substrato materiale di questa ricchezza astratta che non può fare altro che crescere oltre misura è bello che finito, cosicché l'espansione deve necessariamente sbattere contro un muro impenetrabile che è rappresentato, da una parte dalla domanda solvibile limitata (crisi economica), e dall'altra parte dai limiti naturali (crisi ecologica).
A tal riguardo, anche il trattamento dei sintomi della crisi - che, a rigore, è ancora possibile all'interno del sistema capitalista - sfocia su una contraddizione: il minimo tentativo per cercare di attenuare la crisi economica per mezzo di programmi di stimolo innesca una maggior distruzione dell'ambiente. All'inverso, per frenare quest'ultima, bisognerebbe prescrivere all'economia mondiale un lungo periodo di profonda depressione, con tutte le conseguenze che comporterebbe, in termini di livello di vita e di aiuti sociali, per le donne e per gli uomini prigionieri del modo di produzione capitalista. Effettivamente, l'unica piccola caduta nella curva di crescita dell'emissione mondiale di CO2 si situa a livello dell'anno 2009, anno di recessione.
Sarebbe necessario mettere in piedi una società pianificata secondo dei criteri dettati unicamente dalla ricchezza materiale, dalla sua produzione e dalla sua distribuzione. Ma, nel capitalismo, la preminenza della ricchezza astratta e l'obbligo di moltiplicarla in permanenza, vietano questa soluzione, come ha costatato Robert Kurz, in un contesto più generale, alla fine del suo "Libro nero del capitalismo":
«I problemi che dobbiamo risolvere sono di una semplicità davvero sorprendente. Si tratta, in primo luogo, di impiegare le risorse esistenti (e sovrabbondanti) di materiali naturali, mezzi di produzione e, innanzi tutto, capacità umane, di modo da garantire a tutti gli uomini una vita buona e piacevole, liberata dalla miseria e dalla fame. Va da sé che sarebbe stato facilmente realizzabile da molto tempo se la forma organizzativa della società non si fosse posta sistematicamente come ostacolo a questa rivendicazione elementare. In secondo luogo, bisogna mettere fine alla dissipazione catastrofica delle risorse, essendo queste, secondo la logica capitalista, consacrate a dei progetti faraonici insensati e distruttivi. E' inutile precisare che la responsabilità di questa "cattiva allocazione" così flagrante e pericolosa per la collettività, non è altro che dell'ordine sociale dominante. E in terzo luogo, infine, c'è a maggior ragione un interesse primario di convertire il tempo sociale disponibile - che, a causa delle forze produttive della microelettronica, si è accumulato in quantità colossali - in tempo libero della stessa durata per tutti, in luogo di una "disoccupazione di massa" per gli uni e di un'accelerazione dei tempi per gli altri.
Si potrebbe giurare che ci troviamo in una favola folle, dove l'assurdo sembra normale al punto che quello che accade diviene del tutto incomprensibile: la coscienza sociale, come colpita da un malefico incantesimo, ha completamente rimoso quello che si trova direttamente a portata di mano, e non si dà più nemmeno la pena di menzionarlo. Nonostante il fatto, di un'evidenza assolutamente lampante, che un utilizzo relativamente ragionevole delle risorse comuni è oramai del tutto inconciliabile con la forma capitalista, si continua a dibattere quei "concetti" e quegli approcci che presuppongono proprio questa forma.»
Non si contestano dunque i meriti di quelle azioni puntuali volte a preservare l'ambiente. Ma la "pace con la natura" che tutti reclamano, potrà avvenire solo quando sarà abolito il capitalismo.
(apparso su Konkret, novembre 2013 )
fonte: Critique Radicale de la Valeur

Le consorterie di Renzi sono determinate e sicure

BLOG DI BEPPE GRILLO
21 giugno 2014
Beppe Grillo


"C’è fibrillazione. Attesa. Telefonate. Incontri, strette di mano, dichiarazioni. No, la partita non è affatto chiusa. E dopo la grande tornata di poltrone nelle società partecipate è ormai chiaro: la Tav sotto Firenze s’adda fare. Fa niente se c’è un’inchiesta della magistratura fiorentina che a settembre ha scatenato il terremoto in Italferr e nelle aziende partecipate che hanno in capo l’appalto per il Grande Buco Sotto Firenze. Il tunnel attraverserà ad ogni costo la bomboniera d’Italia: passerà sotto gli Uffizi, le cattedrali, le piazzette degli innamorati, le vie un tempo calcate da Dante e Michelangelo, per permettere ai treni dell’Alta velocità di bypassare Santa Maria Novella e recuperare una manciata di preziosissimi minuti nella tratta degli affari – l’unica redditizia per la Tav – tra Roma e Milano. Fa niente se persino il Davide è a rischio microfratture. Il tunnel s’adda fare. Niente ferma la Grande Opera di cemento e terre di scavo, nemmeno l’inchiesta dei coraggiosi pm fiorentini Gianni Tei e Giulio Monferini con 31 indagati tra imprenditori coop e dirigenti di ministeri. 
Un inciucio di politica e affari, che si concludono durante cene di compleanno da chef stellati alla presenza dei pezzi da novanta del Pd e società di Stato. Al centro di tutti c’è una montagna rappresentata dai 3 milioni di metri cubi di terre di scavo ricavate dal grande buco sotto Firenze. Dove infilarle visto che la discarica di Santa Barbara (provincia di Arezzo) non può ricevere rifiuti speciali? Presto detto: si cambia la legge et voilà, non sono più rifiuti speciali ma sottoprodotti di lavorazione. Cioè: la terra è sempre terra. I minerali sono sempre minerali. Gli inquinanti restano tali, ma per le carte bollate cambiano natura: grazie al decreto firmato dall’indagato Ministro Clini.) E chi si mette in mezzo all'inciucio viene anche definito “stronzo” e “bastardo”. Alla fine il presidente della Commissione Ambiente del consiglio regionale della Toscana Gianfranco Venturi(sempre Pd) annuncia trionfale: «Non esistono rischi per l’ambiente né per la salute pubblica dal sotto-attraversamento di Firenze». Problem solved. 
E Renzi? Quanta sensibilità ambientale quando era candidato sindaco: mai avrebbe sventrato Firenze! Però, poi, arrivano soldi per il Comune e cambia idea. Giunto al Governo è ormai sdraiato sul diktat TAV. I poveri fiorentini non sanno più come chiedere che lo scempio si fermi. Idra, l’associazione che è memoria storica, lotta in prima linea, e che più di una volte è riuscita a mettere i bastoni tra le ruote del gigante Golia rappresentato dai massimi poteri del Paese, ha presentato esposti, scritto lettere e sta lì, puntuale, a bacchettare Renzi. Ma il progetto è davvero insostenibile: città sventrata con un doppio tunnel di 7 km, stazione lunga mezzo chilometro sotto il centro di Firenze, costi di quasi 2 miliardi, tonnellate di rifiuti speciali, falda acquifera inquinata. Il tutto per risparmiare... appena 4 minuti! Si capisce chiaramente, allora, che il TAV di Firenze è solo una grande cenone di Capodanno per pochi commensali, senza la minima contropartita per la collettività. Che dovrà viceversa subire le conseguenze degli immensi danni". 
M5S Camera

Stati Uniti pasticcioni inconcludenti

Il dollaro si avvia verso la fine 

Le guerre di svalutazione sono in pieno svolgimento e la morte del dollaro come valuta internazionale sembra quasi ineluttabile. La Russia e la Cina programmano di liberarsi dal dollaro nelle proprie transazioni sul gas. Possono essere realizzati questi piani? Il grande esperto economico francese Jacques Sapir fornisce a “La Voce della Russia” le proprie previsioni sul futuro del capitale finanziario mondiale.
Quello che stanno per fare il governo russo e quello cinese è, indubbiamente, una cosa potenzialmente molto importante! Nell’economia mondiale il dollaro svolge, in sostanza, tre funzioni. È un’unità di pagamento in quanto molti prezzi vengono calcolati in dollari. Ciò vale, in particolare, per le materie prime e non solo per il gas e il petrolio… Ciò riguarda il frumento e diverse altre varietà del grano … È anche una valuta per transazioni, usata cioè per pagare le transazioni internazionali. Ed anche una valuta di riserva. Firmando il relativo accordo i governi della Russia e della Cina vorrebbero appunto cambiare la pratica dell’uso del dollaro come valuta di alcune transazioni, in particolare sul gas e sul petrolio. Si può pensare che avverrà proprio così, ma ciò presuppone, ovviamente, che il rublo deve essere riconosciuto in Cina (questo è già fatto) e lo yuan riconosciuto in Russia, il che è stato fatto soltanto alla fine del 2013, quanto lo yuan è stato per la prima volta quotato alla Borsa di Mosca.
In un senso più largo questo passo dimostra che esiste un problema incontrato continuamente da molti paesi, non solo dalla Russia e dalla Cina… Ciò vale anche per i paesi del Golfo Persico e per i paesi dell’America latina che producono materie prime. Questi paesi vogliono uscire dalla zona del dollaro come valuta delle transazioni. Aggiungiamo a questo la lamentela del governo statunitense nei confronti della banca francese BNP Paribas… riguardo il fatto che questa banca realizza operazioni che sono in contrasto con le leggi americane, sebbene le filiali di questa banca si trovino non sul territorio degli Stati Uniti. Visto che veniva usato il dollaro e che la corte dei conti ha sede negli USA il governo statunitense ha ritenuto che siano state violate leggi americane. Si tratta di una questione giuridica estremamente complessa, ma comprendiamo benissimo che questo precedente nell’accezione giuridica del termine può suscitare preoccupazione di una serie di paesi che realizzano transazioni in dollari e spingerli a passare ad altre valute per le loro transazioni.
- Esiste una possibilità reale di creare ancora una valuta di riserva, oltre il dollaro?
- È un problema di vecchia data! Bisogna ricordare che il dollaro come valuta di riserva fu attaccato dal generale De Gaulle già negli anni 1965-66. Si ricomincia regolarmente a parlare di questo problema non appena arriva una nuova crisi valutaria internazionale. Da una parte, è chiaro che l’attuale sistema, basato sull’uso non esclusivo ma prevalente del dollaro come valuta di riserva, sia insoddisfacente. Si può convincersene guardando la struttura delle riserve valutarie delle varie banche centrali. Così, si può vedere che oltre al dollaro c’è anche l’euro, e adesso ancora una moltitudine di nuove monete, ossia il dollaro canadese, dollaro australiano, dollaro di Singapore, ecc. Esiste quindi l’esigenza almeno di una diversificazione e forse anche di un cambiamento del sistema.
Si può capire quali vie si aprono. Per riformare completamente il sistema valutario internazionale è necessario che diventi possibile politicamente svolgere una conferenza internazionale come quella di Bretton Wodds che ebbe luogo nel 1944. A quanto risulta, il momento per questo non è ancora arrivato. Gli USA che in una certa maniera traggono vantaggio dall’attuale situazione faranno il possibile per lasciare tutto così com’è o cercherano perlomeno di porre un freno ai cambiamenti.
Un’altra via è lo sviluppo delle valute che a livello regionale cominciano a svolgere un ruolo sempre maggiore come valuta regionale di riserva. Penso che l’obiettivo della Cina sia quello di far sì che fra alcuni anni la sua moneta nazionale, yuan, diventi una valuta di riserva nella Pacific Rim, forse accanto al dollaro australiano o persino al dollaro di Singapore. È noto anche il progetto di trasformare il rublo in valuta di riserva dei paesi della CSI… È quindi molto probabile che esisteranno numerose valute che gradualmente mineranno le posizioni del dollaro come valuta internazionale di riserva.

http://italian.ruvr.ru/

Abbiamo un debito indelebile con Alberto (non siamo amici, mi ha maltrattato tranquillamente, e non ha la capacità di ascoltare) ma noi continuiamo la strada, abbiamo il coraggio di sognare e di essere generosi, anche con i nemici



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sinistranoeuro

Cosa ci insegna il convegno fantasma

Mimmo Porcaro

euro-no-grazieIl 14 giugno avrebbe dovuto svolgersi a Bologna un convegno su euro e dintorni, relatori Alberto Bagnai e chi scrive. Prima di parlare dei motivi per cui il convegno non si è svolto, vorrei dare un’idea di quello che avrebbe potuto essere.
Si trattava, io credo, di prendere atto delle tesi di Bagnai, molte delle quali sono incontrovertibili, e di chiedersi che cosa ne possa conseguire dal punto di vista politico. E quel che ne consegue non è un argomento in più da aggiungere alla lista delle cose da “approfondire” (che poi, nel gergo della sinistra, vuol dire “censurare”). E nemmeno un tema in più da affiancare a quelli soliti: c’è l’ambiente, ci sono i diritti civili e, toh!, c’è l’euro. E’ piuttosto qualcosa che implica addirittura la ridefinizione generale della strategia della sinistra (e dello stesso significato di questo abusatissimo termine), e quindi la costruzione, né più né meno, di una nuova forza politica.
Sì, perché la critica senza appello dell’euro e dell’Unione europea, la comprensione dei motivi che hanno spinto le nostre classi dirigenti verso l’europeismo dogmatico (ossia l’uso del vincolo esterno per regolare i conti interni con i lavoratori), la polemica contro le false spiegazioni della crisi italiana (casta, corruzione, debito pubblico) e l’ascrivere invece questa crisi, nella sua essenza ultima, al debito privato ed alla volontaria sottomissione al capitalismo nordeuropeo,possono condurre a conclusioni assai impegnative. E possono farci dire che l’alleanza dei lavoratori italiani con la frazione europeista del nostro capitalismo è un patto a perdere.
Che questo patto deve essere rotto a vantaggio di un’alleanza del lavoro capace di ribaltare quei rapporti di proprietà che, consegnando la ricchezza del paese a capitalisti senza capitali, ci hanno condotto agli esiti attuali. Che ribaltare i rapporti di proprietà significa ripristinare (e razionalizzare) la proprietà pubblica nei settori strategici, attuare la repressione finanziaria, reinventare un controllo civico sull’economia e quindi riattivare, in qualche modo, una prospettiva socialista: non come scelta meramente ideologica ma come necessità per chi voglia uscire dall’euro non solo per svalutare, ma anche per rafforzare i salari ed il patrimonio industriale del paese. E che tutto ciò implica, infine, la ridefinizione della collocazione internazionale dell’Italia. Perché l’Unione europea, a dispetto di quel che pensa la sedicente sinistra radicale, non è uno spazio “più grande” e quindi –chissà perché – migliore, ma unamacchina per aumentare le differenze fra territori e fra classi, e quindi rendere impossibile un’azione unitaria dei lavoratori. E perché la subordinazione al capitalismo atlantico ultraliberista, implicita nell’adesione all’Unione europea, ci impedisce di por mano a quegli strumenti pubblici che soli, come è già avvenuto in altri momenti di crisi, possono farci uscire dal pantano.
Insomma: a Bologna avremmo probabilmente parlato, per una volta, di problemi seri. Ne avremmo parlato magari litigando (non è affatto detto, né è obbligatorio, che Bagnai e chi la pensa come lui tragga le mie stesse conclusioni…), ma senz’altro facendo incontrare per la prima volta, e su punti significativi di riflessione, persone che – da sole – possono fare assai poco. Ma unite possono moltissimo: perché individuano le questioni essenziali. Molti hanno intuito la posta in gioco: è’ per questo che andava crescendo, di giorno in giorno, il numero dei compagni, dei cittadini che dall’Emilia e dalle regioni vicine annunciavano il loro interesse e la loro presenza.
E allora, perché il convegno non si è svolto? I precari e poco frequentati archivi dei blog sono lì a dimostrare personalismi, rancori, ripicche, disarmanti tendenze al dileggio, ecc. . Io preferisco però considerare le posizioni politiche che stanno alla base di queste baruffe (che in altri momenti sarebbero ridicole, ma oggi rischiano di divenire fin troppo importanti) e discutere deglierrori politici di Bagnai ma anche di coloro che, pur non organizzando il convegno, erano uniti agli organizzatori da un patto (il Coordinamento della sinistra contro l’euro) che avrebbe dovuto impegnarli, quantomeno, a non ostacolare l’incontro.
Se Bagnai ha criticato ingiustamente e pubblicamente gli organizzatori, se ha sparato a palle incatenate contro una parte del Coordinamento, rendendo così di fatto impossibile il convegno, è anche perché al convegno stesso non credeva davvero. E non vi credeva perché non crede ad una sinistra-no euro: pensa che l’euro cadrà da solo e che quindi sia inutile tentare di costruire una forza politica attorno a questo tema. Errore grave: perché anche un’eventuale implosione “spontanea” della moneta unica innescherebbe dinamiche talmente complesse da richiedere, per essere governate a vantaggio dei cittadini, la presenza di una seria forza politica capace di leggerle con lucidità e di intervenirvi con prontezza. Una forza politica che, per essere efficacemente contro l’euro, dovrebbe in realtà definirsi non solo in rapporto all’euro, ma in rapporto all’intera storia del paese e dei suoi conflitti. In mancanza una tale forza – che non si costruisce in un giorno – il frutto non cadrebbe tanto lontano dall’albero: la fase post-euro sarebbe gestita, dopo qualche giravolta, o dagli attuali protezionisti o dagli attuali liberisti (in fondo i nostri asset si svaluterebbero, e la loro vendita potrebbe proseguire allegramente…), si risolverebbe di nuovo in una politica di bassi salari e comporterebbe un maggiore servaggio del paese nei confronti delle potenze occidentali, ed in particolare degli Stati Uniti. Quindi, se si è “di sinistra”, bisogna porsi fin da oggi la questione di una nuova forza politica (che magari sia prima di tutto socialista e ridefinisca su questa base l’altrimenti vacuo termine di “sinistra”). E per farlo bisogna anche avere uno stile di lavoro capace di nettezza e di flessibilità, capace di valorizzare, almeno in un primo momento, i punti di convergenza rispetto a quelli di divergenza, capace di separare l’eventuale durezza della critica dell’insulto e dallo svilimento dell’interlocutore. Questo vale per Bagnai, ma anche per il Mpl e SollevAzione che, in questo teatrino, sono di Bagnai i più tenaci avversari. Intendiamoci: le critiche rivolte al professore (condivisibili o meno) sono tutte legittime e legittimo è pretendere che non vengano accolte con risentimento. Ma quando queste critiche sono accompagnate da inutili eccessi polemici, quando vengono estese agli stessi “seguaci” di Bagnai e quando vengono reiterate poco prima di un convegno organizzato da gente con cui peraltro si dovrebbe collaborare, diviene chiaro l’errore che motiva questi comportamenti. Ossia l’idea che in questa fase le differenze teoriche e culturali debbano tradursi immediatamente in antagonismo politico. Come se oggi non fosse invece importante, più di ogni altra cosa, raccogliere tutte le forze che, da qualunque impostazione teorica lo facciano, convergono esplicitamente o meno sul nesso tra critica dell’euro e critica del capitalismo italiano, sul nesso tra lotta dei lavoratori, sovranità (o autodeterminazione) nazionale e socialismo. Come se oggi non fosse importante depotenziaremomentaneamente i dissensi e far crescere la consapevolezza delle conseguenze e delle implicazioni di quella convergenza. Oggi non bisogna ancora “stringere”: bisogna “allargare” con tenacia, chiarezza e pazienza. Verrà il tempo di delimitare: oggi bisogna ampliare i confini, anche per ben comprendere la varietà, le esigenze, le prospettive di interlocutori che potrebbero essere assai variegati e molto numerosi.
Cosa ci insegna, allora, il convegno fantasma? Ci insegna che bisogna unire le persone non in base al loro titolo accademico o al loro pedigree politico, ma in base alla loro comprensione della posta in gioco ed alla loro capacità di cooperazione. Ci insegna che la costruzione di una forza votata a riconquistare la dignità del lavoro e la dignità del paese non passa né per i grandi nomi né per le piccole organizzazioni, ma per la tenacia delle piccole persone che si mettono al servizio di una grande idea. Un’idea troppo importante per essere abbandonata al gioco degli opposti narcisismi. Continueremo, in altri modi. La convergenza tra coloro che, partendo dalla critica all’euro, tentano di porre nella giusta dimensione i problemi del paese (ed anche i problemi dell’Europa, che non intendiamo abbandonare alla disputa tra destra liberista e destra parafascista) avverrà comunque. E ci sarà spazio per tutti coloro che non hanno bisogno di rivendicare primazie intellettuali o progetti politici preesistenti, che non intendono difendere vecchie posizioni, ma sanno di dover dare inizio ad una storia nuova.