Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 luglio 2014

Russia risponde alla Nato che è entrata nel mar Nero

Ucraina: Russia avvia manovre militari nel mar Nero

Mosca, 4 lug. (Adnkronos/Dpa) - La Russia ha avviato oggi manovre militari nel Mar Nero. Lo ha reso noto il ministero della Difesa di Mosca, citato dall'agenzia stampa Interfax. Alle esercitazioni partecipano 20 navi da guerra, oltre a 20 fra cacciabombardieri ed elicotteri. Dirette dall'ammiraglio della Flotta del Mar Nero, Alexander Vitko, le manovre comprenderanno anche test con missili da crociera.
http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2014/07/04/ucraina-russia-avvia-manovre-militari-nel-mar-nero_QsW0EQtzTpFnfS0Ho5fGtM.html

South Stream, la Turchia capisce, gli europoidi servi degli Stati Uniti no

"South Stream" devierà per la Turchia?

Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha dichiarato che la Russia continuerà a promuovere il progetto "South Stream". Secondo quanto affermato dal presidente, sempre più politici europei e uomini d'affari si rendono conto che l'Europa "qualcuno vuole semplicemente "utilizzare" per i propri scopi e che essa diventa un ostaggio degli approcci miopi ed ideologizzati della burocrazia di Bruxelles".

Secondo il parere di Hasan Selim Özertem, responsabile di un gruppo di ricerca per la sicurezza energetica del Centri studi strategici internazionali (USAK), nella posizione della Commissione Europea al riguardo di "South Stream" ci sono sia motivi giuridici sia quelli politici:
La Commissione Europea dichiara che dal punto di vista giuridico il progetto delle costruzione del gasdotto contraddice la legislazione dell'Unione Europea. Il progetto ha delle determinate difficoltà con gli organismi sovranazionali dell'UE. Se invece si scende a livello dei singoli stati allora non ci confrontiamo con un altro punto di vista.
I paesi che hanno buoni rapporti con la Russia anziché creare le barriere viceversa sostengono il progetto russo. Secondo gli accordi tra Gazprom e la Serbia, e anche l'accordo con l'Austria recentemente firmato, il progetto sta avanzando secondo il programma dei lavori stabilito.
L'unico paese problematico oggi è la Bulgaria. In seguito alle pressioni da parte dell'UE Sofia ha annunciato la sospensione del progetto. E, senz'altro, nel periodo imminente noi saremo testimoni di una situazione nella quale la Bulgaria dovrà superare il test di resistenza della sua posizione. Tuttavia anche se non dovesse cambiare la sua posizione i lavori infrastrutturali in altri paesi-partecipanti al progetto continueranno. I segnali in tal senso arrivano periodicamente da Gazprom.
Certamente il principale elemento che può influenzare il programma della realizzazione del progetto sono i rapporti tra la Russia e l'Europa. Bruxelles evidentemente ha intravisto nella crisi politica riguardante l'Ucraina la possibilità di mercanteggiare con la Russia. Gli accordi tra Mosca e i paesi dell'UE riguardanti il progetto "South Stream" sono stati conclusi ancor prima dell'entrata in vigore del Terzo Pacchetto Energetico dell'UE e le discussioni reiterate per questo motivo – è un tentativo di rivedere le condizioni "a posteriori". Tuttavia nonostante le controversie tra Bruxelles e Mosca, secondo l'opinione di Tuğçe Varol Sevim, esperto per la sicurezza energetica dell'Istituto "Turchia nel XXI-esimo secolo", il futuro del progetto "South Stream" non è a rischio:
Attualmente esistono due importanti indici. E' l'esistente fabbisogno del gas nei paesi dell'UE e l'insufficienza dei fornitori che potrebbero coprire questo fabbisogno. L'UE intendeva coprirlo dalle altre fonti. Con le forniture, ad esempio, del gas israeliano, cipriota, iraniano, oppure perfino del gas proveniente dal Qatar che potrebbe arrivare attraverso la Siria. Se si prendono in esame i piani per i prossimi cinque anni, e per i progetti nel settore del gas cinque anni - è un periodo di tempo molto breve, attualmente la Russia rimane come prima la fonte più importante per la copertura del fabbisogno dell'UE nel gas. Gli ostacoli che l'UE sta creando a "South Stream" in realtà sono legati a una sola causa - la crisi in Ucraina poiché nei rapporti bilaterali con la Russia non esistono problemi.
Ora geograficamente la Bulgaria – è un paese chiave per il progetto "South Stream", ma l'alternativa a essa potrebbe essere la Turchia che negli ultimi sei mesi si era offerta per più di una volta come un percorso alternativo per il "South Stream". Per ora Gazprom non esamina le alternative, ma la Turchia è pronta che il "South Stream" passi sul suo territorio, ritiene l'esperto:
Mi sembra che qualora la Russia non dovesse affrontare molto serie complicazioni riguardo al progetto nel Mar Nero allora il percorso non sarebbe modificato. Una delle principali cause dell'origine del progetto "South Stream" è il desiderio della Russia e di Gazprom di evitare le complicazioni riguardanti il paesi di transito. Io ritengo che oggi già sia difficile cambiare il percorso di "South Stream", ma, certamente, nelle relazioni internazionali non esiste qualcosa di impossibile.

http://italian.ruvr.ru/2014_07_05/South-Stream-deviera-per-la-Turchia-3795/

i soldi possono prenderli solo da chi li ha, i risparmiatori, i soldi veri sono nei Paradisi Fiscali e si guardano bene di eliminarli

La misura dovrebbe riguardare 15 paesi dell'area euro, fra cui l'Italia - diMatteo Melani

Torna lo spettro del prelievo forzoso. Secondo un articolo del Wall Street Journal, il Fondo monetario internazionale vorrebbe imporre questa nuova tassa per equilibrare i conti degli stati.
Secondo il quotidiano americano,l’aliquota del prelievo dovrebbe essere del 10% e interessare conti correnti di 15 paesi dell’euro-zona.Una misura analoga è stata applicata lo scorso anno a Cipro. La Troika infatti aveva imposto un prelievo sui conti superiori a 100mila euro. Bank of Cyprus decise di applicare un tasso del 37,5% sui depositi dei loro clienti. Oltre a questo, la Banca centrale cipriota impose limitazioni per i movimenti dei capitali. Oltre a Cipro, il prelievo forzoso è stato fatto anche in Portogallo e in Spagna è stata modificata la Costituzione per consentire questa scelta. Da noi il prelievo forzoso si è visto nel 1992, quando l’allora governo guidato da Giuliano Amato approvò un decreto-legge del 6 per mille sui conti italiani. “Un prodotto difficile da digerire, ma assolutamente necessario per un Paese che si trova sull’orlo del precipizio”, disse Amato al riguardo.
Secondo le prime indiscrezioni il prelievo dell’Fmi interesserebbe anche depositi, pensioni e assicurazioni. I soldi incassati serviranno poi per risanare il bilancio statale e alleggerire il carico del debito. Facile immaginare che anche l’Italia sarà tra i paesi coinvolti in questa misura. Per il Fmi un prelievo di questa portata riporterebbe i conti pubblici a livelli pre-crisi del 2007.  Anche se non ancora non è stato deciso nulla, questo annuncio potrebbe destare allarme fra i risparmiatori. Così dopo tasse e tagli per l’Italia (e gran parte dell’euro-zona) potrebbe arrivare una nuova batosta.

Italia è l'approvvigionamento energetico strategico che misura la politica estera di un paese

Kazakhistan: si rafforza la partnership tra Eni e KazMunaiGaz


Kazakhstan: si rafforza la partnership tra ENI e KazMunaiGaz
La visita in Kazakhstan del 12 giugno è stata l’occasione per il Presidente del Consiglio Matteo Renzi per rafforzare i rapporti bilaterali con il Paese centrasiatico, resi più delicati dal caso Abljazov e, più recentemente, dal blocco della produzione dell’immenso giacimento petrolifero di Kashagan. Il colloquio tra i due leader, oltre a riaffermare la vicinanza tra i due Paesi, ha avuto ad oggetto alcune importanti questioni, come quella relativa al passaggio sul territorio kazako di materiale e personale militare italiano di rientro dall’Afghanistan. Tra le intese economiche più rilevanti raggiunte a Borovoe, a margine dei lavori del Foreign Investors Council, ci sono quelle raggiunte nel settore petrolifero da ENI con la compagnia petrolifera di Stato kazaka KazMunaiGaz (KMG).
Il nuovo Amministratore Delegato di ENI Claudio Descalzi e il Presidente del consiglio di amministrazione di KMG Sauat Mynbayev hanno infatti siglato, alla presenza di Renzi e del Presidente kazako Nazarbaev, un’intesa che concede alle due compagnie petrolifere il 50% dei diritti di esplorazione e produzione del giacimento di Isataj, situato nell’area settentrionale del Mar Caspio. Le stime relative al giacimento (per il quale ENI e KMG avevano già siglato nel 2009 un primo accordo di esplorazione) devono ancora essere accertate, tuttavia si ritiene che possa contenere ingenti riserve. Un’altra intesa raggiunta da ENI e KMG è stata quella relativa alla costituzione di una società per la realizzazione e la gestione di un cantiere navale nella località di Qūryq (Kuryk), sulle coste del Mar Caspio, sempre per attività legate alla produzione petrolifera1.
Con queste intese ENI rafforza la sua presenza nel Paese centrasiatico, iniziata nel 1992, con un accordo che rappresenta, secondo Descalzi, “una pietra miliare in linea con lo spirito della storica collaborazione con il Kazakhstan e con KazMunayGas”2. La compagnia del cane a sei zampe in Kazakhstan riveste infatti il ruolo di co-operatore assieme alla britannica BP del giacimento di Karachaganak, gestito da un consorzio internazionale del quale ENI fa parte con una quota del 29,25%, inoltre è un equity partner (con una quota del 16,81%) del consorzio internazionale North Caspian Operating Company che opera nell’area di Kashagan, con ENI che è il responsabile della prima fase di produzione3.
La conclusione degli accordi del 12 giugno ha rappresentato un successo da parte di ENI anche in relazione alle nuove difficoltà incontrate nell’avviamento delle operazioni di produzione del giacimento di Kashagan. Proprio il giorno antecedente l’arrivo di Renzi in Kazakhstan, Descalzi aveva avuto un colloquio con Nazarbaev nel corso del quale il Presidente kazako, pur rinnovando la fiducia alla compagnia (definita un “partner strategico del Kazakhstan”), ed esprimendo grande soddisfazione per la cooperazione con l’Italia, si era detto comunque preoccupato per le difficoltà incontrate nei giacimenti off-shore di Kashagan4. La produzione in questo giacimento (il più importante tra quelli scoperti negli ultimi decenni), dopo numerosi rinvii, era iniziata lo scorso settembre per poi essere interrotta, a causa delle perdite dovute all’elevata presenza nei pozzi di acido solfidrico che ha corroso i tubi dell’oleodotto, richiedendone la sostituzione. Oltre a causare un ulteriore slittamento dei tempi di produzione, queste problematiche comporteranno un aggravamento dei costi (nell’ordine dei miliardi di dollari) per le compagnie che fanno parte del consorzio e mancati introiti per lo Stato kazako.
La stipula degli accordi tra ENI e KMG ha rappresentato quindi un consolidamento della posizione dell’azienda italiana, nonché una ritrovata intesa tra Kazakhstan e Italia. I due Paesi condividono intensi rapporti commerciali che, nonostante un appannamento fatto registrare nel 2013, restano comunque di grande importanza. L’Italia è infatti al terzo posto al mondo, il primo in Europa, per volume degli scambi commerciali con il Paese centrasiatico, nonché la principale destinazione (per una quota del 24%) del petrolio kazako, ed è per questo motivo che Renzi ha tenuto a sottolineare come, quello sottoscritto, rappresenti un accordo “importantissimo per il petrolio”, affermando che l’investimento richiesto sarà molto oneroso per l’Italia, ma al tempo stesso “molto significativo, per puntare sul domani”5. Il Presidente del Consiglio e l’Amministratore Delegato di ENI hanno quindi posto nuove basi per il rafforzamento degli scambi tra i due Paesi, che potranno attingere nuova linfa anche dalle modifiche alla legge kazaka sugli investimenti, adottate da Nazarbaev proprio nei giorni dei colloqui italo-kazaki al fine di migliorare sensibilmente l’investment climate del Paese6.

..... Nichilismo, individuo, universalismo reale

Un percorso originale ed inedito di ricostruzione della filosofia marxista


di Costanzo Preve
15. Ho polemizzato nel precedente paragrafo contro la teoria del “tradimento di classe” perché mi pare che se la si adotta si parte con il piede sbagliato, e si cade sotto la critica di Nietzsche al rancore, al risentimento, eccetera. Chi tradisce, infatti, può tradire ancora. Nessuno dovrebbe fidarsi di un traditore. La scelta della critica al capitalismo, che comporta anche la prospettiva del comunismo (anche se solo una definizione universalistica di questo termine è veramente soddisfacente, mentre ogni altra versione sta al di sotto, e non al di sopra, del mondo borghese-capitalistico), è sempre prima di tutto non una scelta di eguaglianza, ma una scelta di libertà. L’uguaglianza è qualcosa che viene dopo e ne consegue. Chi la mette davanti alla libertà, finirà con l’avere sempre e soltanto o l’eguagliamento o il livellamento, queste due caricature dell’eguaglianza. Tutti coloro che (a partire da Norberto Bobbio) hanno pensato che il liberalismo mette al primo posto la libertà, ed il comunismo l’eguaglianza (ma si tratta purtroppo di una risposta che il 95% dei militanti comunisti darebbe), non hanno capito letteralmente nulla dell’antropologia filosofica originale di Marx. Ma su questo la stessa filologia marxiana può risolvere il dilem
16. Nei Grundrisse, in un passo molto noto (che qui non trascrivo solo per ragioni di spazio), Marx connota il comunismo come il luogo sociale della libera individualità, contrapponendolo ai modi di produzione precapitalistici come il luogo della diseguaglianza personale ed al modo di produzione borghese-capitalistico come luogo dell’eguaglianza personale. Si tratta di tre parolette di cui occorre comprendere molto bene il significato. La base economica dell’eguaglianza giuridica borghese sta nell’astrattezza della forma di merce, che deve essere omogeneizzata ed “eguagliata” a tutte le altre merci, trasformando il denaro nell’unico criterio legalmente consentito di diseguaglianza materiale. Le “persone” sono dunque eguali, ma le persone (etimologicamente “maschere”, prosopa) sono anche maschere di rapporti sociali diseguali. L’eguaglianza personale, che per Marx è indubbiamente un “progresso” rispetto alla precedente diseguaglianza personale asiatica, schiavistica e feudale, non può dunque essere la base di una libera comunità umana e sociale, e per questo (e solo per questo) Marx può essere definito comunista.
17. Vi è dunque nell’antropologia filosofica di Marx una feconda contraddizione. Da un lato, egli compie una scelta filosoficamente nichilistica rifiutando la via di Platone, di Spinoza e di Hegel, cioè la via della struttura veritativa logico-ontologica della realtà, ed in questo modo inevitabilmente finisce nelle secche dell’umanesimo, dello storicismo e dell’economicismo, surrettiziamente unificati nell’etichetta di materialismo. Dall’altro, la sua scelta antropologica in favore della libera individualità contro la semplice eguaglianza personale borghese è chiaramente anti-nichilistica, realistica, veritativa e di fatto anche logico-ontologica. Si tratta della più feconda contraddizione dentro Marx, la chiave assoluta del significato del suo pensiero. Basta questo per giustificare l’attributo a Marx di grande pensatore, purché si ammetta che egli ha lasciato ai suoi successori l’eredità non solo della sua dottrina, ma anche delle sue contraddizioni.

venerdì 4 luglio 2014

..South Stream, l'Ungheria chiede se l'Europa ha una alternativa all'approvvigionamento di energia


4 luglio 2014, 15:02

Reverse della disperazione

Reverse della disperazione

L’Ungheria non intende rinunciare alla costruzione del gasdotto South Stream. Lo ha dichiarato a conclusione della sua visita in Serbia il capo del governo ungherese Viktor Orbán.

“Coloro che dicono che non dobbiamo costruire il South Stream dovrebbero farci una proposta alternativa, cioè su come possiamo vivere senza la energia”, ha sottolineato Orbán. Tuttavia per i dirigenti dell’Unione Europea una preoccupazione di gran lunga maggiore è come risolvere il problema del gas per l’Ucraina senza la partecipazione della Russia. Per il momento tali sforzi sembrano piuttosto un gesto di disperazione.
“Costruiremo il South Stream in quanto questo progetto contribuisce alla sicurezza del nostro paese nella sfera dell’approvvigionamento di energia e non ammetteremo una situazione in cui l’Ungheria venga a dipendere dall’Ucraina”, ha risposto Viktor Orbán ai critici del progetto. Ma l’ottuso desiderio dell’Ue di “isolare” la Russia può far sì che già nel prossimo inverno il rifornimento di calore delle case in tutta l’Europa dipenda dall’Ucraina. Continuando a rifiutarsi di firmare l’accordo con la Russia sui parametri delle forniture e sul pagamento del gas la parte ucraina solo accumula i debiti e nello stesso tempo mette a punto scenari di utilizzazione di quel gas che Gazprom consegna all’Europa.
Tale processo viene definito diplomaticamente “forniture reversive”. Giorni fa la compagnia Naftogas dell’Ucraina ha dichiarato che “circa 20 compagnie europee”, tra cui i “maggiori trader dell’Unione Europea”, hanno già manifestato interesse verso le consegne del gas dall’Ue all’Ucraina mediante la Slovacchia. “Le forniture del gas all’Ucraina è un business commerciamente attraente e giuridicamenmte impeccabile. Il potente mercato ucraino è molto interessante per gli europei”, dice con convinzione Andrej Kobolov, presidente del consiglio dei direttori della Naftogas dell’Ucraina.
Ci sono tuttavia due aspetti della questione che suscitano dubbi. In primo luogo, i già esistenti accordi sulle forniture del gas russo ai paesi dell’Unione Europea permettono di usare per il reverse verso l’Ucraina solo la tubazione d’importanza secondaria Vojany-Užhorod e forse uno dei condotti che passano attraverso la stazione di distribuzione del gas situata nella cittadina slovacca di Veľké Kapušany. La loro capacità complessiva non permette affatto di coprire i fabbisogni dell’Ucraina, ha rilevato a “La Voce della Russia” Kirill Tanaev, direttore generale del Fondo russo per una politica efficace:
In questo momento l’Ucraina non dispone né di possibilità tecniche, né di quelle commerciali per ottenere il gas in quantità per essa necessarie aggirando la Russia. Di conseguenza, tutte le supposizioni sulla possibilità di risolvere il problema mediante l’“intercettazione” del gas in Europa sono fantasticherie. Tali dichiarazioni vengono fatte da persone incompetenti o interessate.
Oltre alle difficoltà tecniche il reverse del gas verso l’Ucraina può creare per l’Ue anche problemi economici e persino politici molto più seri. Il punto è che l’aumento delle forniture reversive significa, in sostanza, il pompaggio reversivo verso l’Ucraina del gas russo fornito in base ai contratti con l’Ue. Tali progetti prevedono quindi il sovvenzionamento delle autorità di Kiev a scapito degli interessi degli stessi europei e, per giunta, in base a motivi politici, anziché economici e finanziari, ha spiegato a “La Voce della Russia” Konstantin Simonov, direttore del Fondo russo per la sicurezza energetica, il quale ha fatto ricordare la transazione analoga stipulata nel maggio 2012 dalla Naftogas con la compagnia tedesca RWE Supply&Trading GmbH (RWEST) per la compravendita del gas che arriva prevalentemente dalla Russia:
Mediante tali transazioni l’Ucraina non risolve nessuno dei suoi problemi. Non riceve in quantità ad essa necessarie né gas alternativo, né gas poco costoso. Si tratta quindi esclusivamente di un affare politico.
“Sappiamo cosa sia questo reverse: è un reverse artificiale, non esiste nessun reverse – ha commentato giorni fa la situazione il presidente russo Vladimir Putin. – Come è possibile forinure per uno stesso tubo il gas sia in una direzione che in quella opposta? Non è necessario essere uno specialista del settore del gas per capire che ciò è impossibile. Il nostro gas, in sostanza, viene ricevuto e si paga a qualcuno dei partner occidentali in Europa che non riceve quindi questo volume. Vediamo tutto”. Tale “reverse della disperazione” non riscalderà né l’Ucraina, né l’Unione Europea.

South Stream gli europoidi non vogliono che il sud Europa si approvvigioni di gas

ANCHE ORBAN SE NE FREGA DEL DIVIETO UE: SI' AL SOUTH STREAM RUSSO IN UNGHERIA!s

3 luglio - Il primo ministro ungherese Viktor Orban, in visita ufficiale in Serbia, ha confermato che il suo paese onorerà l'impegno per la costruzione sul suo territorio del gasdotto South Stream, che bypassa l'Ucraina per rifornire l'Europa dell'approviggionamento energetico russo. La Bulgaria lo scorso mese era stata costretta a sospendere i lavori su ordine della Commissione europea.

Servi padroni servi un giro vizioso

Ballarò coi lupi

renzi_floris-kEdG-U10301021357637cIH-428x240@LaStampa.itAnna Lombroso per il Simplicissimus
Allora Floris se ne va dalla Rai. Non rimpiangerò lui e non avrò modo di rimpiangere i suoi ospiti che come un carro di Tespi passano la loro giornata, domenica compresa, ad avvicendarsi in talkshow e rubriche, inanellando comparsate, ripetendo instancabili i loro mantra propiziatori, europa, riforme, giustizia, modernità, innovazione, crescita. E Floris indubbiamente va a crescere, malgrado il bisticcio in diretta con il premier: a fronte di 1 milione e 8 della Rai, l’ingaggio de la Sette vale almeno il doppio. Ci consola che alpeggi e transumanze di solito non portano bene ai figli ingrati che lasciano la generosa mammella della Rai, Baudo, Carrà, Santoro, almeno in termini di audience che invece i loro gruzzoletti aumentano, altrettanto inspiegabili ed oltraggiosi quanto quelli dei giocatori di calcio, ugualmente indolenti, ugualmente smaniosi di garanzie e rispetto, ugualmente attenti a non farsi male, gli uni sempre più stesi come tappetini gli altri sempre meno propensi a correre e tirar calci.
Il conduttore motiva la decisione con uno dei soliti slogan che piacciono a questo ceto di quarantenni impuniti, fortunati oltre ogni merito, autoreferenziali oltre ogni consapevolezza di sé, tronfi oltre ogni pudore, in tutti i contesti, dal Pd al Premio Strega, alla cucina di ristoranti, alla regia di film che non durano sugli schermi oltre la settimana: “Alla Rai devo tutto, ma rimettersi in gioco è salutare e giusto”. Non se ne può più di questi intrepidi che ripetono come una cantilena che ci mettono la faccia, che sono pronti al lasciare, che hanno il proposito di andare in Africa, che si rimettono in gioco a 4 milioni, che rischiano sempre con cintura, bretelle, scialuppa e salvagente, perché saremo tutti sulla stessa barca come ha ricordato lo spudorato Renzi proprio a Floris, ma la differenza è che loro considerano la barca una loro proprietà, si comportano da scafisti e trattano noi da sgraditi clandestini da traghettare verso la miseria definitiva.
Ma la Rai invece soffre, l’Usigrai chiede tonante “un’azione di verità su costi, ingaggi e perdite di credibilità”, prodotta dalla sottrazione di uno degli stuoini prediletti dalla parata bipartisan di cattivi figuranti, di quello che legittimò a suo tempo la sguaiata Polverini promossa a prestigiosa controparte della triplice, la trucida Perina, caldeggiata come voce libera e anticonformista di una destra “moderna”, di quello che ha favorito il ripescaggio di impresentabili, proposti come deliziose rarities, voci fuori dal coro, allegre salme riesumate per animare una politica sempre più ridotta a avanspettacolo.
E soffre anche il Gasparri, che sospetta una congiura dopo l’acceso contraddittorio con il premier, cui dovremmo riconoscere il merito di aver facilitato una scelta forse già maturata e dal quale aspireremmo a un incoraggiamento per altre partenze gradite, Fazio, Greco, altri cagnolini a pelo lungo fuori e dentro allo stomaco. Dovremmo, ma invece c’è come al solito da sospettare che la reprimenda apparentemente ragionevole e sensata del guappo all’altro guappo – li accomuna l’indole a far la voce grossa solo con chi sta più sotto – sia dettata da quell’istinto a impoverire. A impoverire pensieri, in nome della ostentata superficialità, valori sacrificati al realismo, lingua italiana in favore di ogni gergo che denunci giovinezza e modernità. A impoverire noi in modo da ridurci sempre più col ricatto e la minaccia, a una ottenebrata ubbidienza. A impoverire tradizione, risorse, bellezza, beni comuni, storia, che così li si può svendere meglio, che così si promuove una competitività e una concorrenza già viziata dalla presenza di favoriti, più ricchi, meno osservanti di regole, più spregiudicati, più amici e affini.
Il trailer ce l’hanno già mostrato e continuiamo a far finta che il film non arriverà nelle sale. Come in Grecia stanno svendendo la radiotelevisione pubblica, l’informazione, a scopo dimostrativo, anche se è già scaduta a servizio privato, le orchestre, i teatri, Cinecittà, le fontane di Roma, il Colosseo, la Laguna di Venezia, San Marco che ricorderemo dentro una boule di vetro che se la scuoti scende la neve, le coste sarde, come l’isola di Budelli, i nostri porti per smantellare armi altrui e navi di armatori e capitani incapaci e criminali, paesaggio, montagne, perfino i vulcani, che forse si arrabbieranno e magari salveranno Pompei coprendola nuovamente di cenere

. Israele non ha il diritto di vivere

LA TRAGEDIA DELLA PALESTINA

di

Paolo Barnard

Ho dedicato anni del mio lavoro alla questione israelo-palestinese. Ho viaggiato in quelle terre, ho studiato molto, e sono arrivato a una conclusione, o meglio, a un giudizio storico. Premetto che un giudizio storico non dialoga con i singoli accadimenti, coi numeri e con le statistiche, ma solo con la più basilare onestà morale nell’osservazione di un segmento di Storia. Ebbene, la mia conclusione è che in Palestina la componente ebraico-sionista abbia torto marcio. Un torto orrendo, persino paradossale. Infatti Israele nacque sull’uso del terrore su larga scala, dei massacri di palestinesi, della loro spoliazione, umiliazione e vessazione oltre ogni umana decenza, sul sotterfugio e sulla menzogna. E non sto parlando degli avvenimenti contemporanei, ma di fatti accaduti 60, 80 anni fa. Il destino della parte araba era segnato, e fu segnato quarant’anni prima dell’Olocausto nazista: già ai primi del novecento infatti i palestinesi erano considerati dai padri del sionismo, e futuri fondatori di Israele, una stirpe inferiore semplicemente da accantonare ed espellere, senza diritti, senza una Storia, un non-popolo. Il piano di pulizia etnica dei palestinesi prese vita alla fine del XIX secolo e non ha mai trovato soluzione di continuità fino ad oggi, e oggi come allora viene condotto dalla parte ebraica con una crudeltà senza limiti. L’immane tragedia dello sterminio ebraico nell’Europa di Hitler diede solo un impuso a quel piano, lo rafforzò, ma non lo partorì.
Va compreso da chiunque desideri capire l’intrattabilità odierna del conflitto israelo-palestinese, che i torti più macroscopici furono inflitti dalla parte sionista ai danni della popolazione araba di Palestina negli anni che vanno dagli albori del ‘900 ai primi anni ’50. I ‘giochi’ si fecero allora. Tutto quello che è accaduto in seguito, sono solo violente contrazioni e reazioni da entrambe le parti (col primato della violenza senza dubbio in mano ebraica) in seguito a quel cinquantennio di orrori e di grottesche ingiustizie patite dai palestinesi nella loro terra, perpetrati con la piena e criminosa collusione degli Stati Uniti e dell’Europa, ciechi sostenitori di Israele allora come oggi. Solo guardando il terrorismo palestinese con questa ottica si comprende come esso sia la reazione convulsa e disperata di un popolo seviziato oltre ogni possibile immaginazione da quasi un secolo, e non una peculiare barbarie islamica. E con la medesima ottica si comprende la follia ingiustificabile del piano sionista odierno, e la sua implacabile ingiustizia.

Ci sono le prove, nero su bianco, di quanto ho appena affermato, e tutte da fonte ebraica autorevole, fra cui le ammissioni e gli scritti degli stessi padri fondatori di Israele.
Solo chi ha l’onestà intellettuale di voler leggere quelle prove può oggi comprendere perché Israele non ha e non può avere un diritto giuridico e morale di esistere, ma solo un diritto di fatto. Nessuno Stato può pretendere di essere legittimato dalla comunità internazionale dopo essersi edificato sulle più abominevoli violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, su fiumi di sangue di innocenti, su una pianificazione perfida e razzista. Oggi Israele c’è, e non lo si può certo sopprimere come Stato. Il suo unico diritto di esistere si fonda su questo pragmatismo, e naturalmente sul diritto di esistere degli israeliani che lo abitano. In ciò, esso condivide la medesima problematica con gli Stati Uniti, nati sul genocidio dei nativi ma pragmaticamente ormai legittimati ad esistere.

Che i sopraccitati concetti lascino sconvolto e scandalizzato pressoché chiunque li legga, è solo dovuto al fatto che sulla vicenda israelo-palestinese la storiografia occidentale e i media ad essa asservita ci hanno raccontato sempre e solo menzogne, una colossale e incredibile mole di menzogne, talmente reiterate da divenire realtà per chiunque. Questa mia non è l’ennesima speculazione delirante su chissà quale complotto internazionale plutocratico-giudaico-massone, né una fantasticheria negazionista. Quanto vado affermando è frutto, lo ripeto, di una autorevolissima ricerca storiografica con al suo attivo nomi di enorme prestigio accademico, e quasi tutti di origine ebraica.
Pochi sono i casi nella narrazione delle vicende umane in cui, in seguito a un approfondimento moralmente onesto dei fatti, si viene a scoprire una realtà indicibilmente diversa da quella comunemente acquisita. Il conflitto israelo-palestinese è forse il caso più scioccante.
Vi propongo di seguito alcune tracce per cominciare a orientarsi. Potete leggere le parti che riguardano Israele nel mio “Perché ci Odiano” (Rizzoli BUR 2006), e la cronologia degli eventi di quel conflitto al termine del libro. Vi troverete un’ampia panoramica, sia storica che dei fatti meno noti e più sconcertanti, con una rigorosa documentazione al seguito. Poi, sempre nell’ambito della revisione storica degli eventi fondamentali del passato, ritengo imprescindibile il lavoro dello storico ebreo israeliano Ilan Pappe, e la lettura del suo “La Pulizia Etnica della Palestina” (Fazi Editore 2008). E ancora due libri fondamentali, fra le migliaia: “Pity The Nation” di Robert Fisk (Oxford University Press, 1990), che partendo dalla tragedia del Libano ci svela cose agghiaccianti del passato di Israele, e “Palestine and Israel” di David Mc Dowell (I.B. Tauris & Co. Ltd Publishers, London 1989), altra mole di dettagli e fatti taciuti e sepolti dalla storiografia ufficiale.
La letteratura disponibile in questa materia è sterminata, per cui mi limito qui a segnalarvi alcuni fra i più veritieri e coraggiosi autori che potrete cercare facilmente in Rete. Fra gli autori stranieri: Prof. Noam Chomsky, Prof. Norman Finkelstein, Tariq Ali, Uri Avnery, Akiva Orr, Prof. Adel Safty, Prof. Edward Said, Prof. Ur Shlonsky, Prof. Edward Herman, John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, Shraga Elam, Tanya Reinhart, Amira Hass, Prof. Avi Shlaim, Oren Ben-Dor, Gideon Spiro, Prof. Francis A. Boyle, Meron Benvenisti, John Pilger, Gideon Levy…
Per quanto riguarda gli autori italiani e i siti meglio informati, vi lascio al contatto con l’eccezionale ed enciclopedico Andrea Del Grosso e al suo www.hawiyya.org. Lì c’è tutto (e più di tutto) quello che deve essere saputo sul conflitto israelo-palestinese, con l’impareggiabile pregio di essere narrato e curato dallo studioso più vicino all’imparzialità che io abbia mai conosciuto in Italia.

Infine vi lascio a una breve selezione di articoli e documenti dal mio archiviohttp://www.paolobarnard.info
Articoli in ordine: 1) Ottimo CounterPunch sulle lobby ebraiche negli USA 2) Considerazioni da un ex insider americano sulla vicenda di Mordechai Vanunu e sul pericolo nucleare israeliano 3) Due righe di Gianluca Bifolchi su Furio Colombo e sulla sua love story con Israele 4) & 4 bis) Due interessantissime ricostruzioni di come Israele abbia creato Hamas e ne abbia poi perso il controllo 5) Impareggiabile testimonianza dell’ex partigiano d’Israele e storico Akiva Orr su come Tel Aviv si sia armata con l’atomica sotto il naso di tutto il mondo 6) Un mio editoriale apparso sul Manifestodurante la sanguinaria invasione del Libano da parte di Israele nel luglio del 2006.
Documenti in ordine: 1) Ottima sintesi storica delle origini del conflitto in Palestina/Israele, e altri contributi alla comprensione del conflitto, pubblicata da Jews for Justice in the Middle East (aggiornata al 2002, ma utile per il retroterra) 2) Interessantissimo punto di vista dall’interno dell’esercito USA sul problema nucleare Iran-Israele, redatto dal Strategic Studies Institute, U.S. Army War College 3) Una diversa sintesi storica del conflitto israelo-palestinese raccontata dal celeberrimo Uri Avnery, uno dei maggiori e più coraggiosi testimoni ebrei israeliani ancora viventi di tutta l’epopea di quelle terre dal 1948 a oggi 4) Un eccezionale documento originale del 1949: la notoria Legge sulle Proprietà degli Assenti che preparerà il terreno all’immane furto delle terre arabe sottratte dalla neonata Israele ai palestinesi fuggiti dalle loro case di fronte all’infuriare della guerra del 1948, ma soprattutto a causa della campagna di pulizia etnica condotta dai gruppi terroristici ebraici di allora 5) Infine, una mia lettara polemica a un gruppo italiano pro-Palestina che mi invitava a presenziare l’ennesimo convegno sul conflitto. Leggetela per comprendere come, tristemente, anche in questo caso in Italia chi si fregia del titolo di ‘attivista’ mira a soddisfare innanzi tutto il proprio ego, e poi solo in secondo luogo e con estremo lassismo considera l’efficacia di ciò che fa, per non parlare del destino di coloro che vorrebbe ‘salvare’. La lettera contiene la mia proposta concreta per un attivismo efficace a favore della fine del conflitto in Palestina.

Ciò che sta accadendo da ormai 100 anni in quelle terre, è non solo una spaventosa tragedia di ingiustizia e di complicità internazionale nel perpetrarla, ma è anche la causa diretta della peggior minaccia alla pace dopo la fine della Guerra Fredda. La verità sulla genesi di quel conflitto va raccontata alle opinioni pubbliche fino in fondo, costi quel che costi, e giustizia va fatta, costi quel che costi. Tradotto: Israele ha torto marcio, e dovrà lavorare decenni per riparare all’orrendo misfatto della sua condotta in Palestina. Questo, per il bene dei palestinesi e degli israeliani in pari misura, perché senza giustizia, laggiù, nessuno avrà mai la pace. Che significa vita.


Stati Uniti è la tecnologia petrolifera che aumenta le scosse telluriche

Stati Uniti. Studio Usa: estrazione del petrolio aumenta rischio di terremoti

  • 4 luglio 2014
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  • 07.37
New York, 4 lug. (TMNews) – Il numero di terremoti nella parte centrale e orientale degli Stati Uniti è aumentato sensibilmente negli ultimi anni, e secondo alcuni scienziati sarebbe da collegare all’attività estrattiva di petrolio e gas. Lo riporta il Wall Street Journal.
Lo Stato preso ad esempio in una ricerca della Cornell University è l’Oklahoma: prima del 2008 si registrava nell’area appena un terremoto di magnitudo tre o superiore ogni anno. Ma quest’anno si sono registrati già 230 scosse di quella grandezza: più che in California. Secondo gli studi, questo è dovuto all’iniezione di acque di scarico nel sottosuolo, risultato delle trivellazioni, che hanno l’effetto di creare casse di risonanza artificiali per le scosse telluriche, moltiplicandone la potenza.
La ricerca ha confermato altri dati interessanti: che i quattro pozzi petroliferi più grandi dell’Oklahoma sono capaci di scatenare, da soli, un quinto di tutti i terremoti nella zona centrale degli Stati Uniti; e che questi terremoti possono verificarsi anche a 30 chilometri di distanza dai pozzi. Il rischio indotto dall’attività umana varia con la geologia: in California, dove la stessa procedura di re-iniezione dell’acqua è in corso da decenni, non sembrano essersi verificate le medesime conseguenze.

Venezuela cerca di ottimizzare l'organizzazione statale

Venezuela. Ex-compagno di Che Guevara scelto per riformare governo

VENEZUELA, CARACAS – Orlando Borrego, un economista cubano di 78 anni noto per aver collaborato con il guerrigliero argentino Ernesto ‘Che’ Guevara, è stato scelto dal presidente venezuelano Nicolas Maduro per assisterlo nella “revisione in profondità” del funzionamento del suo governo, che ha promesso per questa prima metà del mese di luglio.
“Orlando Borrego, più noto come ‘Vinagreta’, è stato incluso in una squadra speciale, insieme al ministro della Pianificazione, Ricardo Menendez, il ministro del Lavoro, Jesus Martinez, e altri compagni per preparare un insieme di piani che comportano una rivoluzione totale e profonda della pubblica amministrazione”, ha annunciato Maduro.
Borrego ha combattuto durante la Revolucion nella cosiddetta Colonna Otto, agli ordini del Chè, guadagnandosi il grado di primo tenente, e dopo il trionfo di Fidel Castro ha occupato diversi incarichi di governo all’Avana, fra i quali quello di ministro per l’Industria dello zucchero (1964-68).
Ha ottenuto un dottorato in Scienze Economiche dell’Accademia delle Scienze dell’Urss nel 1980 e attualmente lavora come docente e consigliere del ministero cubano dei Trasporti.

Cuba cambia

La nuova legge sugli investimenti stranieri a Cuba, recentemente approvata dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, introduce diverse novità. Tra i principali vantaggi del nuovo meccanismo giuridico, ci sono vari tagli fiscali e una vasta gamma di opportunità in quasi tutti i settori economici.
La nuova legge stabilisce che tutti i settori dell’economia sono potenziali destinatari di investimenti esteri, esclusi i servizi per salute, istruzione e istituzioni armate. Non saranno consentiti investimenti stranieri nei media e nelle attività legali. Gli investimenti potranno essere effettuati mediante tre modalità: società mista, contratto di associazione economica internazionale e società a capitale completamente straniero.
Naturalmente le imprese miste o a capitale completamente straniero non potranno assumere direttamente i loro dipendenti. Il personale cubano o straniero residente permanente, che fornisce servizi nelle imprese miste, dovrà essere assunto da un datore di lavoro “facilitatore”, proposto dal Ministero del Commercio e Investimenti Esteri, autorizzato dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale. Queste agenzie si incaricheranno di negoziare lo stipendio dei dipendenti e le condizioni di lavoro.
La legge ha un regime fiscale speciale per gli investitori stranieri. Uno dei cambiamenti più importanti è che la nuova legge riduce l’imposta sugli utili al 15% ed elimina la tassa sull’impiego di manodopera. A tutto ciò si aggiunge che gli investitori sono esenti da imposta sul reddito e dal pagamento d’imposta sui profitti per otto anni, dalla firma dell’accordo, anche se il Consiglio dei Ministri potrebbe estendere questo periodo.
Ascoltando il Vice ministro cubano al Commercio, Ileana Numez Mordoche, sciorinare queste e molte altre proposte, mi scorrevano nella mente le immagini di tutta quell’area interessata , spiagge incontaminate, alberi bassi sferzati dal vento, mare ricco di pesci e dai colori magnifici. E salutavo tutto questo, perché il progresso distruggerà quella meravigliosa isola. Ne ucciderà il sorriso miserevole ma dignitoso dei suoi abitanti; la composta povertà che è la loro arma contro l’opulenza e la perdita d’identità. Guardavo le persone intorno a me, per lo più uomini d’affari in giacca e cravatta, attenti alle parole e alle cifre e pensavo a quanti di loro sta davvero a cuore l’isola, la sua essenza, la sua storia..
Mi veniva in mente la musica che si sente in tutta la Havana, le richieste di saponi e caramelle da parte dei bambini, la semplicità dei gesti, la bontà del popolo. E a mente salutavo tutto questo. Perché l’isola cambierà e,non in meglio. E non tutti ne gioveranno, solo i più furbi. Povero Che, povero Fidel. Hasta la victoria siempre.

Cina partner commerciale del Sud America

Pechino concentra prestiti e investimenti soprattutto su Brasile, Argentina e Bolivia

Sudamerica, piovono soldi cinesi

In cambio chiede l'accesso al petrolio e alle miniere 
 di Ettore Bianchi  

La Cina entra con decisione, ma anche con astuzia, nel business dei paesi sudamericani. Una pioggia di soldi in cambio dell'accesso al petrolio e alle miniere. Fra il 2005 e il 2013 Pechino ha concesso prestiti per 102 miliardi di dollari (74,8 mld euro) all'America Latina.
Ormai l'ex Celeste impero è diventato il secondo partner commerciale di diverse nazioni della regione, e il primo del Brasile.
In Perù ha rilevato per 5,8 miliardi di dollari (4,2 mld euro) le miniere di Las Bambas. In Venezuela intende partecipare allo sviluppo di progetti petroliferi nell'area del fiume Orinoco, con un investimento di 28 miliardi di dollari (20,5 mld euro).
Quanto all'Argentina, il gruppo China National Offshore Oil è già la seconda azienda petrolifera del paese, alle spalle del gruppo nazionale Ypf.
L'appetito cinese non riguarda soltanto le grandi nazioni sudamericane, ma anche altri paesi più piccoli come la Bolivia, che conta 10 milioni di abitanti. Qui, nei mesi scorsi, è stato inaugurato il centro di controllo del primo satellite di telecomunicazioni boliviano, lanciato proprio dalla Cina. Quest'ultima, inoltre, ha venduto l'anno scorso in Bolivia 4 mila prodotti per un controvalore totale di 1,25 miliardi di dollari (920 mln euro), mentre le esportazioni locali verso Pechino, basate in gran parte sui minerali, si sono limitate a 312 milioni di dollari (230 mln euro).
Nel frattempo molte realtà produttive del colosso asiatico si sono insediate in Bolivia: negli ultimi due anni si sono occupate, tra l'altro, della costruzione di una fabbrica di zucchero, di un impianto-pilota di batterie al litio, di una linea ferroviaria che collega l'Atlantico al Pacifico, di una cartiera. Come spiega Gabriel Dabdoub, presidente della Federazione del patronato di Santa Cruz, città più popolosa e motore economico della nazione, la Cina si sta muovendo in modo diverso con il Sudamerica rispetto ad altre aree del pianeta: non cerca soltanto di acquistare materie prime, ma punta a entrare negli investimenti per l'industrializzazione.
A Pechino sostengono che il governo e le imprese vogliono perseguire una strategia di sviluppo dei popoli e delle società. Molti osservatori, tuttavia, vedono in queste parole un mascheramento dell'intenzione egemone della Cina, che grazie all'abbondante liquidità a disposizione si sta assicurando terreni, materie prime e competenze un po' ovunque nel mondo.
La dimostrazione è arrivata dalla riunione del G77, l'organismo dell'Onu che raggruppa 130 nazioni (erano 77 quando il gruppo vide la luce nel 1964), in gran parte in via di sviluppo, svoltasi a metà giugno proprio a Santa Cruz e alla quale hanno preso parte i rappresentanti di Pechino.
Nell'edizione 2013 erano state inviate dalla Cina 20 limousine per facilitare gli spostamenti dei delegati, mentre quest'anno è arrivato in Bolivia il vicepresidente dell'Assemblea popolare cinese, Chen Zhu, inviato speciale del presidente Xi Jinping. Indubbiamente, un segnale di attenzione particolare. Zhu ha annunciato lo stanziamento di un prestito di 80 milioni di dollari (58,7 mln euro) per la modernizzazione della compagnia aerea boliviana Boa.

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1903307&codiciTestate=1

gli F35 fanno acqua da tutte le parti ma i servi insistono

Il Pentagono tiene a terra gli F-35 per problemi al motore



Un F-35A in una base dell’aviazione militare statunitense in Nevada. (Daniel Hughes, US Air force/Reuters/Contrasto)
I 97 aerei da guerra F-35 dell’aviazione militare statunitense rimarranno a terra fino al completamento delle indagini su un incidente avvenuto il 23 giugno scorso nella base di Eglin in Florida.
Lo ha annunciato il Pentagono spiegando che i tecnici non hanno ancora individuato la causa dell’incendio scoppiato a bordo in fase di decollo. “La ripresa dei voli dipenderà dai risultati dell’inchiesta”, ha detto un portavoce. Probabilmente si è trattata di una perdita di olio nel motore.
L’Italia ha in programma di acquistare fino a sessanta esemplari del modello A (a decollo orizzontale convenzionale) e trenta del modello B (a decollo rapido verticale).
Recentemente la ministra della difesa Roberta Pinotti ha ribadito che il programma di acquisto degli F-35 è sospeso finché non sarà messo a punto il programma del governo che mette a punto le necessità della difesa. Per ora resta confermato l’ordine di sei aerei da guerra per i quali è già stato completato l’acquisto.

Costruiamo un Progetto Politico Alternativo

«COMBATTIAMO INVECE DI DARCI PER VINTI» di Beppe De Santis

4 luglio. Pubblicando ieri l'intervista ad Emiliano Brancaccio, segnalavamo la sua previsione politica a tinte fosche, che cioè ci troveremmo "... solo "all’inizio di un lungo ciclo poli­tico, in cui ci tro­ve­remo nella tena­glia di due tipo­lo­gie di destre: una euro­pei­sta e tec­no­cra­tica nella quale si inse­ri­sce anche l’attuale com­pa­gine che sostiene il governo ita­liano; l’altra ultra­na­zio­na­li­sta e poten­zial­mente neo-fascista, come ilFronte nazio­nale in Fran­cia". Allo scopo di aprire un dibattito serio, invitavamo quindi i nostri lettori ad intervenire. Già abbiamo il primo contributo critico, quello di Beppe De Santis* (nella foto).

Brancaccio sostiene tre tesi:
1-Il governo Renzi non ha reali margini di agibilità positiva all'interno del sistema del capitalismo finanziario casinò e del sistema europeo/euro, con il conseguente aumento del divario tra narrazione retorica e realtà, e gli resta soltanto di continuare ad erodere la democrazia e precarizzare il lavoro;
2-La destra xenofoba e reazionaria è destinata a crescere, anche per lo spazio eurocritico agito, senza competitori alternativi;
3-Le iniziative alternative di segno progressivo e di sinistra saranno valide se inserite in PROGETTI POLITICI PIU' GENERALI, nei quali centrale deve essere il ripristino del primato e comando della democrazia sui mercati, in particolare quelli finanziari, con politiche moderne di piano.

Condivido il primo punto: il sistema non offre vie di fuga.

Problematizzo il secondo punto: l'opzione di uscita a destra dalla crisi è destinata a rafforzarsi SOLTANTO nel caso non sia vigorosamente posta un opzione di uscita di sinistra e costituzionale. Altrimenti siamo ad una semplice registrazione sociologistica delle possibili tendenze. La variabile è la POLITICA, il conflitto, l'esercizio conflittuale della DEMOCRAZIA.

Condivido  radicalmente la terza tesi.
Allora, il problema è cominciare a costruire, qui e ora, IL GRANDE SOGGETTO SOCIALE, CULTURALE E POLITICO DELL'ALTERNATIVA DI SINISTRA ALLA CRISI.
Nuovi grandi partiti popolari di sinistra.In Italia e in tutta l'Europa.
Non possiamo continuare a discutere all'infinito, senza fare, senza organizzare, senza metterci la faccia.

Qui e ora. Non domani. Oggi.
LA VARIABILE VERA E' L'AZIONE POLITICA , IL CONFLITTO , IL NUOVO GRANDE SOGGETTO POLITICO.
Sono passati già 7 anni dall'esplosione della grande crisi del 2007/2008.
Cosa aspettiamo ancora?
Aspettiamo Godot? Un oscuro demiurgo che no verrà?
Noi stiamo dando un piccolo contributo con il COORDINAMENTO NAZIONALE DELLA SINISTRA CONTRO L'EURO.
Con il VADEMECUM sull'uscita dall'euro, CHE CONTIENE UNA PARTE RILEVANTE DELLE PROPOSTE DI NUOVE POLITICHE DI PIANO, quelle auspicate dal valoroso Brancaccio.
Con il FORUM EUROPEO di ASSISI  del prossimo agosto.
Con la preparazione della CAMPAGNA CONTRO IL FISCAL COMPACT.
Con la costruzione nei territori di movimenti per la PROMOZIONE DEL NUOVO GRANDE SOGGETTO POPOLARE.

Dalla Sicilia, soltanto qualche giorno fa, abbiamo lanciato una nuova grande iniziativa chiamata "NOI MEDITERRANEI", a proposito della " mezzogiornificazione" della questione europea.

Non è più tempo dell  passive registrazioni sociologistiche delle tendenze,
E' TEMPO DELL POLITICA, DEL CONFLITTO, DEL SOGGETTO ALTERNATIVO.
Non è più il tempo dei soliti e narcistici balletti televisivi.
Non è più il tempo dei perfezionismi analitici, dal pelo dell'uovo ai riti del dio Onan.
Ad esempio, il giovane Antonio Gramsci, certo che studiava e scriveva, ma frattanto organizzava ed agiva.
Il giovane Luigi Sturzo studiava ed agiva, organizzava: fondò il popolarismo cristiano, perdio.
Il giovane Gaetano Salvemini studiava , agiva, organizzava.
O pensate di fare una rivoluzione dai talk-show televisivi?
Da tanti seminarietti carbonari?
Da remote cattedrine universitarie?
Da risibili e infiniti tornei di parole e deliri?
Occorre incontrare e organizzate le PERSONE REALI, I CORPI REALI, I TERRITORI REALI, GLI INTERESSI REALI IMMEDIATI.
DENTRO UNA STRATEGIA GENERALE, PER UN GRANDE SOGGETTO POPOLARE.
Conflitti reali e intelligenza strategica.
E umiltà organizzativa.
L'ORGANIZZAZIONE, L'ORGANIZZAZIONE, L'ORGANIZZAZIONE.