Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 19 luglio 2014

SudAmerica, la direzione politica va verso dove ci sono più vantaggi e minori ostacoli

America Latina, Cina e il rischio di dipendenza
La Cina, seconda economia mondiale nell’ordine multipolare, è alla ricerca di nuove opportunità d’investimento. La strategia cinese ha l’obbligo di garantire l’approvvigionamento di quantità crescenti di commodities essenziali per perseguire il suo sviluppo economico. La ricetta è questa: investimenti e infrastrutture in cambio di materie prime. L’America Latina ne potrà trarre il giusto vantaggio?

IL CAMBIAMENTO – Lo scenario dell’America Latina è una realtà in continuo cambiamento. Un insieme variegato d’interessi che oscilla tra ladominazione degli Stati Uniti, il legame storico della Comunità Iberoamericana e la ricerca dinuovi partner. Una serie di eventi come l’erosione della Dottrina Monroe, il declino delle politiche del “Washington consensus” e la fine della logica bipolare hanno portato a una progressiva assenza degli Stati Uniti dall’area. Così, mentre la politica statunitense s’impantana con la crisi ucraina e l’interesse di Obama per il quadrante Asia-Pacifico, la Cina intensifica le sue relazioni diplomatiche con il subcontinente. Un vuoto colmato da un fiume di denaro cinese che ha fatto affluire nel Sudamerica investimenti da record: 68 miliardi di dollari dal 2005 al 2013 (dati CeSIF, Fondazione Italia-Cina; Ceic). Seppur l’ingombrante vicino nordamericano rimanga l’unica potenza in grado di intervenire militarmente, in tempi celeri, nell’area latinoamericana, e anche il maggior partner commerciale in termini assoluti, gli equilibri politici ed economici sembrano attestarsi su un piano mutato che vede sempre più protagonisti nuovi attori. Primo fra tutti la Cina, la seconda potenza economica dell’era multipolare, che, sostituendosi agli Stati Uniti, è diventata il primo partner commerciale del Brasile.

LA DIPENDENZA DA EXPORT – Se Joel Kotkin, docente alla Chapman University della California, definisce il nuovo assetto dell’area latinoamericana immaginando il continente diviso in tre blocchiconcettuali differenti, l’area “liberista” composta da Messico, Cile, Perù, Colombia e Costa Rica, l’area “bolivariana” con Argentina, Bolivia, Venezuela, Cuba, Ecuador e Nicaragua e un’area costituita da un solo paese, il Brasile, la Cina è riuscita a prescindere da questa distinzione. Pechino, cercando opportunità di commercio soprattutto nel settore delle materie prime, ha concentrato i suoi investimentiindifferentemente in Venezuela, Brasile, Argentina, Perù e Cile. Una politica aggressiva che lascia in secondo piano le battaglie ideologiche guardando al sodo: l’economia.
L’attenzione per il subcontinente è dovuta all’enorme disponibilità di materie prime e all’ampio mercato interno. Complessivamente, dagli anni 2000, le esportazioni latinoamericane verso la Cina sono aumentate ad un tasso medio di crescita annuo di circa il 26%, un quadro dalle sembianze rosee che oscura una netta differenza negli scambi commerciali. Infatti, se i Paesi del Sudamerica esportano verso Pechino ingenti quantità di materie prime, il flusso contrario è formato per la maggior parte da prodotti manifatturieri. Il volume d’affari degli scambi commerciali è però negli ultimi due anni cresciuto a tassi notevolmente inferiori, registrando un tasso annuo di appena il 3%. La causa può essere attribuita alla riduzione dei prezzi delle materie prime; la volatilità dei prezzi è, infatti, uno dei maggiori rischi per le economie dipendenti dalle esportazioni in tale settore. Oltre il 50% del commercio è costituito da tre soli prodotti, rame, ferro e soia. Inoltre queste tre materie prime sono concentrate in Argentina, Brasile e Cile. In mancanza di diversificazione e con la tendenza al ribasso dei rispettivi prezzi, l’America Latina sembra invischiarsi in una spirale negativa che limita la crescita e preoccupa per il crescente disavanzo commerciale con la Cina, rendendola vulnerabile agli imprevisti nelle tendenze future. Di contro la Cina immette, sul mercato latinoamericano, prodotti manifatturieri, soprattutto nel settore della tecnologia, preservando il suo commercio dalla volatilità dei prezzi.

Il porto di Santos in Brasile dove transitano numero merci destinate in Cina
Il porto di Santos in Brasile dove transitano numero merci destinate in Cina
INVESTIMENTI – La strategia cinese per la conquista del mercato latinoamericano e l’approvvigionamento di materie prime è di ampio raggio. Il Governo di Pechino non si limita all’acquisto diretto di soia, petrolio, rame e ferro ma cerca di penetrare direttamente il mercato sudamericano, fornendo prestiti di denaro ripagati con l’export di materie prime, come nel caso dell’accordo con il Venezuela per la fornitura di greggio, oppure investendo direttamente. Gli investimenti diretti all’estero (IDE) da parte cinese, eseguiti per lo più da aziende controllate dallo Stato, sono cresciuti in maniera vertiginosa e costante negli ultimi anni. Mirando alla costruzione d’infrastrutture e al settore energetico, la Cina vuole assicurarsi le materie prime necessarie al suo sviluppo attraverso l’acquisto d’imprese e l’acquisizione di quote maggioritarie di capitale, in modo da controllarle, delle società sudamericane. Ad esempio, in Brasile, i cinesi nel 2010 hanno acquisito il 40% della società spagnola Repsol per oltre 7 miliardi di dollari, e poco dopo il colosso Sinopec ha acquisito il 30% delle attività operative dell’azienda energetica portoghese Galp per 5 miliardi di dollari. Mentre in Argentina la Cnooc (China National Offshore Oil Corporation) detiene il 50% di Bridas, in società con YPF per l’esplorazione di una straordinaria riserva di gas, denominata, “Vaca muerta”. Nel settore minerario, invece, il Perù ha accolto investimenti pari a 19 miliardi. Anche gli enormi investimenti previsti nel settore delle infrastrutture, come il progetto di un canale alternativo a quello di Panama in Nicaragua con un costo previsto di 40 miliardi di dollari, su cui si nutrono forti dubbi sulla fattibilità, celano la necessità cinese di favorire le vie di comunicazione in un’ottica sud-sud.

LE OMBRE – L’interesse cinese per l’America Latina nasconde però alcune preoccupazioni sull’equità del rapporto, facendo pensare a vecchie dipendenze coloniali. Indubbio è che la Cina cerca opportunità per trasformarsi da acquirente a produttore di materie prime, oltre a nutrire interesse per tale mercato, dove punta a vendere le sue manifatture a prezzi competitivi, facilitati dal basso costo del lavoro e dalle sovvenzioni pubbliche alle imprese nazionali. Il malcontento del settore industriale latinoamericano si è fatto sentire e sta iniziando a diminuire l’entusiasmo per il volano cinese dell’economia. Ad esempio il Brasile di Dilma Rousseff ha assunto misure per limitare gli accordi stretti dall’ex presidente Lula,apparsi negli ultimi anni sempre più redditizi per i cinesi. Il flusso d’investimenti si è poi rilevato più esiguo rispetto alle promesse fatte dal Governo cinese, e si è resa necessaria l’attuazione di nuove leggi anti-dumping per cercare di porre un freno alla vendita di prodotti a costi inferiori a quello di mercato. Altri dubbi permangono sulla qualità dei prodotti cinesi e sugli standard di sicurezza adottati, come nel caso della costruzione di linee ferroviarie. In America Latina rimane poi il problema endemico della corruzione, una prassi comunemente diffusa tra i governi locali, che allo stesso modo è presente tra le élites del Paese asiatico. Si sono generate così controversie sulla regolarità di alcuni investimenti, considerati un modo per aggirare le rigide regole cinesi per il riciclaggio di denaro da parte dei funzionari pubblici.

IL FUTURO – La strategia cinese, orientata alla difesa dei propri interessi e a coesistere nel ruolo di potenza con gli Stati Uniti, potrebbe deludere gli stati latinoamericani che vedevano una via di fuga dalla dipendenza con Washington; intaccare la Dottrina Monroe non è sufficiente a far uscire l’America Latina dall’orbita statunitense. La Cina, infatti, mira alla crescita del proprio mercato interno e a ridurre l’export, una via nazionalista, rafforzata dalle ambizioni estere, che avrebbe la capacità di far deviare gli investimenti esteri e in infrastrutture per destinarli alla protezione sociale, rilanciando il consumo interno. La complementarietà economica tra Cina e America Latina potrebbe comunque avere un impatto positivo; chiaramente, dovranno essere realizzate trasformazioni in aspetti chiave delle strutture economiche, puntando sulla diversificazione, anche tra i partner, e sullo sviluppo d’infrastrutture. Il rischio, altrimenti, è che per divincolarsi dagli Stati Uniti si finisca con il legarsi ad altre potenze. Intanto, il presidente Xi Jinping è atteso in America Latina nella seconda metà di luglio per partecipare al vertice dei BRICS, dove incontrerà tra gli altri il presidente russo Vladimir Putin, sostenitore dell’eventuale ammissione dell’Argentina come sesto Paese aderente. Si auspicano così relazioni sempre più serrate in chiave antistatunitense, con la Cina che punta all’espansione dei BRICS per contrastare il predominio finanziario dell’Occidente. La Cina conferma così il suo ruolo di scarsa esposizione in politica estera per perseguire il suo unico obiettivo: la crescita economica.



Annalisa Belforte


la confusione regna sovrana sotto il cielo del NeoCapitalismo, un dato è certo la prossima crisi, spazzerà la povera gente a milioni

Al Telegraph parla Jaime Caruana, presidente della Bank for International Settlements

L'economia mondiale è vulnerabile rispetto ad una crisi finanziaria esattamente come nel 2007, con l'aggiunta che i debiti nei paesi sviluppati sono aumentati del 20% e che i mercati emergenti sono anche loro entrati nella perturbazione. Lo ha dichiarato Jaime Caruana, presidente della Bank for International Settlements.
 
Caruana, lo riporta Ambrose-Evans Pritchard sul Telegraph, ha dichiarato come gli investitori stanno ignorando il rischio del rafforzamento monetario nella loro caccia alle azioni. "Sono convinti che le condizioni monetarie rimarranno semplici per un lungo periodo", ignorando come il sistema internazionale è in molti aspetti più fragile di quello precedente alla crisi Lehman, ha dichiarato al Telegraph.
 
In un contesto, inoltre, in cui Cina, Brasile e Turchia hanno iniziato a mostrare segnali di cedimento rispetto ai loro boom creditizi privati, in parte come spill over delle misure di QE delle banche centrali occidentali: i debiti sono cresciuti del 20% anche nei paesi emergenti, e la percentuale del tasso per l'indebitamento ha superato l'1%. I mercati emergenti, inoltre, hanno raccolto due trilioni di dollari di valute estere dal 2008: si tratta di un "animale" più potente di quello che ha generato la crisi delle tigri asiatiche alla fine degli anni '90. E ogni nuova crisi produrrebbe quindi danni superiori. "La connessione sarebbe molto seria se la Cina, la principale casa del boom finanziario, dovesse entrare in crisi", ha dichiarato Caruana.
 
Il rapporto annuale del BIS suggerisce come le riserve cinese da 4 trilioni di dollari sono un'imponente Linea Maginot di difesa. Si legge, tuttavia, come anche gli Usa erano un grande creditore estero negli anni '20 e il Giappone negli anni '80, prima che entrambi entrassero in una profonda crisi. "Sia nei mercati emergenti che avanzati i bilanci forti delle banche si sono storicamente rivelati una maschera delle vulnerabilità inaspettate che sono apparse solo dopo che il boom finanziario è esploso", ha dichiarato.
 
La BIS, un'istituzione creata nel 1930 per risolvere il caos finanziario generato dalle riparazioni della Germania imposte dal Trattato di Versailles, si è evoluta nella banca delle banche centrali e ultimo bastione dell'ortodossia monetaria. Da anni  lancia sempre più avvisi contro la Fed e le altre banche centrali per aver tenuto i tassi d'interesse troppo bassi per troppo a lungo, impedendo una forte ripresa in futuro. Secondo Caruana chi invoca gli spettri di una deflazione globale è troppo allarmista, anche se la Banca centrale svedese, la Riksbank, ha modificato di tutta fretta la sua politica ortodossa e ha portato i tassi prossimi allo zero per evitare una trappola stile Giappone. "La deflazione è molto improbabile nell'occidente. Non dobbiamo esagerare il ruolo della deflazione nella storia", ha proseguito. 
 
Sarà difficile, sottolinea Ambrose Evans-Prichard, accettare quest'assicurazione con Spagna, Portogallo, Irlanda e Lettonia in depressione negli ultimi sei anni, e con Italia, Francia e Olanda  prossime alla trappola deflazione-debito. La preoccupazione più grande nasce dal pensiero di quello che accadrebbe a queste parti dell'Europa in caso di nuova recessione o shock esterno. Le traiettorie del debito sono più alte di quelle che erano nel 1800: "l'effetto denominatore" di deflazione è quindi più distruttivo oggi. Il Fondo Monetario Internazionale ha accennato in alcuni rapporti recenti che potrebbe essere meglio per il mondo sgretolare, letteralmente, questa montagna di debito con alcuni anni di inflazione, come hanno fatto gli Stati Uniti tra la fine degli anni '40 e l'inizio degli anni '50. Alla domanda se accetterebbe questa forma di minore riconoscenza verso i creditori, Caruana ha quasi avuto uno shock. “Deve essere chiaramente fermata", ha dichiarato.

Governo, continua ad affermare che il massacro sociale non ci sarà (tasse, tagli, eliminazione diritti sociali, vendita delle aziende e del patrimonio pubblico)

Conti pubblici, Taddei (Pd): "I margini ci sono, li utilizzeremo tutti"


<p>(Foto dal suo profilo Twitter)</p>
(Foto dal suo profilo Twitter)
I margini di manovra per il governo "sono stretti, come dice Padoan, ma ci sono". E "siamo determinati a utilizzarli fino in fondo". Filippo Taddei, responsabile economico Pd, parlando con l'Adnkronos, esclude il rischio di una manovra correttiva ma guarda a una legge di stabilità che "sarà impegnativa dal punto di vista politico: bisognerà vedere chi sarà fedele alle promesse fatte, e il Pd lo sarà, e chi smentirà le promesse fatte".
Entrando nel merito, l'economista vicino al premier Renzi indica le priorità da mettere in campo. "Innanzitutto, tenere fede all'impegno di una riduzione permanente della tassazione sul lavoro, facendo del fisco italiano quello più favorevole al lavoro in Europa; operare sulla Pa per rendere più efficienti i servizi e farli costare meno; rivedere gli incentivi alle imprese".
Taddei insiste su quelle che, ne è convinto, "possono diventare leve importanti per utilizzare quei margini di cui ha parlato Padoan": "Basta guardare al modo in cui sussidiamo le imprese, criticato dalla stessa Confindustria, o all'acquisto di beni e servizi della Pubblica amministrazione". Se la contrazione delle stime della crescita riduce indubbiamente i margini di manovra, "non si può parlare di margini assenti".
Questo Paese, osserva l'economista, "è sempre oggetto della speculazione, prima finanziaria e ora contabile". A questa speculazione, conclude, si risponde "impegnandosi a intervenire sul cambiamento della Pa e a rivedere il modo in cui spendiamo i soldi pubblici: tutti si lamentano di come si spendono ma dire che non si può fare questa riforma non ha fondamento. Se gli attori politici non vogliono le riforme lo dicano, ma non dicano che è impossibile farle".
http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2014/07/17/conti-pubblici-taddei-margini-sono-utilizzeremo-tutti_Qn9RaFrRmihnk8YFl3brdP.html


Ilva, il governo persegue con pervicacia la deindustrializzazione dell'Italia

Ilva, gli indiani ultima chance. Il Governo: «Bisogna vendere»
Ilva sempre più vicina al gruppo franco indiano Arcelor Mittal. Con il prestito ponte, garantito dal recente decreto, che servirà a dare ossigeno al barcollante gigante dell’acciaio. Così ci sarà il tempo per pilotare l’acquisizione della grande fabbrica, con il piano ambientale a fare da garanzia per lavoratori e città. Sembra oramai chiara la strategia del Governo impegnato a lanciare la definitiva ciambella di salvataggio al colosso dell’acciaio, sulla graticola oramai da due anni. Una strategia che è emersa nuovamente ieri nel vertice che si è tenuto al ministero per lo sviluppo economico. Da un lato il ministro Federica Guidi, mentre dall’altra parte del tavolo si sono accomodati Rocco Palombella e Mario Ghini della Uilm, Marco Bentivogli e Giuseppe Farina della Fim, e Maurizio Landini e Rosario Rappa della Fiom. Andando con ordine il ministro ha inteso subito illustrare il cammino del Governo riguardo all’ultimo decreto sulla crisi dell’ Ilva .

Proprio ieri sul provvedimento è arrivata la firma del presidente Giorgio Napolitano. Oggi sarà pubblicato sulla gazzetta ufficiale e verrà convertito entro i primi di agosto. Quella norma spianerà la strada al prestito ponte, senza il quale la fabbrica sarebbe già con un piede e mezzo nel baratro. Il commissario dell’ Ilva Piero Gnudi ha incontrato gli emissari delle banche che autorizzeranno il finanziamento due giorni fa. Ha alzato il più possibile le sue richieste, con una proposta complessiva per il conto di gestione che si attesta intorno ai 650 milioni di euro. Praticamente impossibile che riesca ad ottenere quella cifra. Anche ieri al tavolo ministeriale si è compreso che la disponibilità degli istituti di credito sarà al massimo per 300 milioni. Una boccata di ossigeno limitata per il grande impianto, che continua a viaggiare in rosso profondo, con l’imponente spesa corrente gravata da perdite nell’ordine dei venti milioni di euro al mese. Con questi numeri è chiaro che il finanziamento ponte garantisce una limitata autonomia. Ed ecco quindi la necessità di accelerare sul fronte della cessione. Diversi gruppi hanno fatto pervenire al ministero il proprio interessamento, dopo la rottura definitiva con i Riva. Ma la partita in questo senso non sembra avere alternative. Si va verso un ingresso di Arcelor Mittal, con la prospettiva che si possa realizzare entro la fine dell’anno. «Registriamo una schiarita - dice Rocco Palombella della Uilm - soprattutto perché il ministro Guidi ha illustrato un percorso che individua i futuri assetti industriali. Rimangono tutte le perplessità per l’avvento di Mittal.

Per questo ci misureremo con il Governo e il commissario». Già perché i sindacalisti spingono affinché alla trattativa finale non si arrivi in stato comatoso. La fabbrica deve riprendere a marciare, a produrre e a vendere. In maniera da presentarsi all’acquirente franco indiano senza avere l’acqua alla gola. Ed è chiaro che la riorganizzazione aziendale chiama in causa direttamente il commissario spedito a Taranto a sostituire Enrico Bondi. Stasera il segretario della Fim Bentivogli incontrerà Gnudi. Domani invece è in programma un confronto con Palombella. «Prendiamo atto dell’impegno del Governo e della necessità di intensificare il confronto. A questa cessione è indispensabile non arrivare con il fiato corto» - ha commentato Marco Bentivogli. «Le condizioni - ha concluso - per noi sono sempre le stesse. La sostenibilità sociale e ambientale degli assetti industriali». E le perplessità del fronte sindacale vengono espresse in maniera più diretta da Mimmo Panareli, segretario provinciale della Fim. «Continuiamo a navigare a vista - ha detto ieri sera - e mi pare che la gravità della situazione non venga colta da tutti con la necessaria attenzione».

Mose, Galan non poteva non sapere del Sistema delle Mafie

Gli attori della farsa chiamata Mose

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Protesta dei No Mose (foto Global project)
di Gianni Belloni e Antonio Vesco*
«Siamo immersi in un sistema di corruttela troppo strutturato, troppo consolidato, nella pubblica amministrazione e nella magistratura, nella Corte dei conti e nei Tar, fino anche al Consiglio di Stato. Ovunque funziona così. Se vuoi i lavori pubblici, devi fare queste cose. Tant’è che i ricorsi delle gare per gli appalti le vinceva chi pagava di più». Le parole di Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan – pronunciate nel corso di un’intervista a Repubblica di poche settimane fa – sottolineano la sistematicità del meccanismo corruttivo, che va analizzato al di là delle responsabilità e delle condotte dei singoli partecipanti.
Claudia Minutillo mette poi in luce un altro aspetto della vicenda: «Eravamo convinti che quello fosse l’unico sistema possibile, che non si potesse fare diversamente. Solo quando ci hanno arrestato abbiamo capito la gravità delle nostre azioni». Assistiamo così all’elaborazione di un sistema di credenze grazie alle quali poter neutralizzare il peso morale dei propri atti e che si nutre di uno spirito del tempo: l’attuale spirito del capitalismo che forgia individui pronti a qualunque misfatto per ubbidire agli imperativi dell’epoca. Individui che non agiscono in uno scenario caotico e disorganizzato, ma piuttosto all’interno di una cornice organizzativa in cui le condotte di ciascun attore sono incardinate entro copioni prefissati e seguono regole codificate (1).
Per non cedere alla tentazione di inquadrare questo sistema come un organismo a sé stante – un blocco monolitico di istanze criminali e tensioni accumulatrici – pensiamo sia utile rintracciare le dinamiche sociali e culturali che hanno facilitato il coinvolgimento dei diversi attori. Ponendoci quindi un’ambiziosa domanda: quali meccanismi generalizzati accompagnano e facilitano l’estendersi e il radicarsi di condotte generalizzate e sedimentate nell’azione quotidiana di amministratori, imprenditori, politici di un territorio? Questa interrogazione, a cui diamo seguito con un primo ed esitante abbozzo, potrebbe rivelarsi utile anche per ricostruire, da queste macerie, convivenze migliori.
Politici
Posto che «lo scambio tra legittimità e consenso, da una parte, ed esercizio dell’autorità, dal lato opposto, costituisce da sempre una costante, pur se occulta e inconfessabile, dell’esperienza politica occidentale» (2), a partire dagli anni settanta i partiti hanno funzionato essenzialmente come società di professionisti della politica che gestiscono agenzie parastatali (3). Dobbiamo tenere presente questo dato (differenziato, naturalmente, tra le diverse esperienze politiche occidentali) per analizzare i sistemi corruttivi che abbiamo di fronte. I partiti con cui abbiamo a che fare appaiono indefiniti e indefinibili, alleanze instabili di filiere di potere, strutturalmente – per la loro fame inesauribile di risorse e per la mancanza di cornici di controllo e di definizione normativa – orientati all’illegalità. Partiti dove si assiste a una «pervasività crescente del denaro» (4), un processo che fa sì che la politica si trasformi di fatto in una attività decisoria di élite. In questo senso non è inutile richiamare l’intreccio tra crescenti diseguaglianze e corruzione: le diseguaglianze dovute all’abnorme concentrazione della ricchezza in poche mani e le varie forme di corruzione sono indissolubilmente legate tra loro, costituendo la conseguenza principale e più grave dell’intreccio, ormai inevitabile, fra politica ed economia (5). Un processo che finisce per mutare nella sostanza il meccanismo stesso della rappresentanza, le sue logiche e i suoi codici, provocando una «privatizzazione» delle funzioni politiche6.
Venendo al Veneto, possiamo scorgere delle specificità utili a inquadrare la vicenda che ci si sta squadernando di fronte agli occhi. In questo territorio, la politica ha sempre mantenuto un atteggiamento non interventista nei confronti delle dinamiche economiche e comunitarie. Il vecchio ceto democristiano si è limitato a garantire il mantenimento di un ordine sociale sostenibile. Ora la «rottura del vecchio intreccio tra economia, società e politica» (7) ha destinato quest’ultima al ruolo di semplice strumento di facilitazione degli affari. Così essa diviene un ingrediente tra agli altri, una casacca come un’altra che si può indossare e dismettere – nelle carte dell’inchiesta incontriamo politici che pianificano la loro prossima carriera di affaristi –, dimenticando la missione progettuale del proprio ruolo e mettendosi a disposizione, in funzione subordinata, rispetto agli interessi diretti ed immediati dei suoi suoi interlocutori.
Tecnici
La cooptazione degli organi di sorveglianza (magistrato alle acque, commissione di Valutazione d’impatto ambientale, corte dei conti ecc.) e di repressione (guardia di finanza, servizi segreti, carabinieri) mostrano come oggi la pratica della corruzione (non riferita allo specifico reato, ma intesa in senso lato) permea in modo più strutturale e pericoloso la pubblica amministrazione e comunque richiede nuovi e più raffinati paradigmi di indagine e di lettura.
Se nella tangentopoli degli anni ottanta e novanta i cosiddetti tecnici avevano un ruolo di collegamento e intermediazione tra il sistema delle imprese e quello dei partiti (8), a giudicare dalle vicende emerse dall’inchiesta veneziana, la frantumazione dei partiti ha indotto i tecnici ad assumere il ruolo di protagonisti attivi nel rapporto con il mondo delle imprese. Un rapporto più diretto, garantito da un sistema di convenienze reciproche tra «tecnici» e imprenditori. Una vera e propria alleanza – pensiamo al rapporto tra il Magistrato alle acque e il Consorzio Venezia Nuova – fondata sulla totale assenza di controlli che ha garantito l’impunità nella gestione illegale dei lavori. Attorno all’apparato amministrativo-burocratico regionale è emersa una concentrazione abnorme e anomala di poteri che ha generato talvolta palesi situazioni di conflitto di interessi e di compatibilità di incarichi, portando parallelamente alla subordinazione di organi di alta consulenza tecnico-scientifica al potere politico, come ha documentato l‘Osservatorio ambiente e legalità di Venezia nel caso della commissione Via regionale, composta per lo più da politici e da professionisti interessati alle stesse opere che avrebbero dovuto analizzare (9).
Imprenditori
Che tipo di sistema produttivo abbiamo di fronte? Un sistema chiuso e protetto dalle incertezze dei mercati, dalla esasperazione della competitività. Il sistema costruito attorno al Consorzio Venezia Nuova garantiva agli imprenditori una rendita di posizione invidiabile e, in molti casi, vitale, visto che per una quota non trascurabile di imprenditori «gli scambi occulti e gli accordi collusivi finiscono per essere concepiti come un modo per stare sul mercato, se non addirittura l’unico modo per sopravvivere economicamente» (10) (e saltare da una tangentopoli a un’altra, come nel caso di Piergiorgio Baita).
Siamo di fronte a circuiti protetti, a reti di reciprocità all’interno delle quali vengono ammorbidite – dalla logica dei favori e degli scambi occulti – le severe leggi del mercato e della concorrenza. Una regolazione sistematica delle opere pubbliche dà vita a circuiti chiusi dell’economia locale, accessibili soltanto per le imprese in possesso dei requisiti economici e del capitale sociale necessario. In una recente intervista rilasciata a un giornale locale, un imprenditore veneziano dichiarava che sarebbe stato disposto a corrompere qualcuno pur di salvare l’impresa in difficoltà, ma che non sapeva a chi rivolgersi dal momento che i circuiti corruttivi rimanevano accessibili solo a una élite imprenditoriale11. L’economista Stefano Solari descrive questo meccanismo come «compattamento delle reti a fronte della crescente incertezza dei mercati». Un compattamento nel quale è difficile «discernere l’attività di malaffare» e in cui si riduce la qualità, ma non la consistenza, del capitale sociale in circolazione.
Di fronte a questa tendenza sistemica suonano particolarmente imbarazzanti (e imbarazzate) le reazioni dei rappresentanti degli imprenditori rispetto alle vicende emerse. Il tentativo è quello di una normalizzazione del dibattito che contribuisca a derubricare gli avvenimenti a pure deviazioni rispetto a un ordinario funzionamento dell’economia e delle procedure. Assieme alla vibrante condanna da parte dei vertici di Confindustria del Veneto, abbiamo assistito alla tendenza a individuare alcuni colpevoli decontestualizzando il loro operato. Abbiamo invece l’impressione che vent’anni di esaltazione del modello imprenditoriale nordestino abbiano in realtà sfibrato il ceto imprenditoriale, disabituandolo a un confronto con la realtà e con punti di vista diversi. I ripetuti ossequi ai meriti dell’impresa da parte di (quasi) tutti i protagonisti del dibattito pubblico a prescindere dai suoi meriti – che ovviamente ci sono stati – hanno reso la stessa rappresentanza delle imprese vulnerabile – anche perché disabituata alle critiche ed assuefatta ad un clima di ideologico conformismo – ed incapace di originali elaborazioni.
Intrecciate alle figure degli imprenditori, emergono infine le gesta di faccendieri e professionisti, che sembrano esercitare un ruolo cruciale nel contesto del capitalismo di relazione. Personaggi-cerniera – pensiamo ai commercialisti nominati nelle società pubbliche – che operano a cavallo tra la politica e l’imprenditoria, acquisendo progressivamente una sempre maggiore importanza, sia a causa della trasformazione del modello aziendale, dove alla capacità di fare impresa si affiancano – o si sostituiscono – quella di connettere e intrecciare informazioni e quella di scambiare obblighi e favori, sia per la perdita di autorevolezza e di assertività della sfera politica, che deve ricorrere a queste figure perché non è più in condizioni di controllare i troppi risvolti del complesso sistema decisionale e amministrativo.
Società civile e università
Gli intrecci criminali che emergono dalle carte dell’inchiesta sono stati intuiti da una combattiva minoranza di attivisti e intellettuali che in questi anni hanno denunciato e combattuto quello che genericamente veniva definito il «sistema Galan». Mentre (quasi) tutti i partiti proponevano uno scenario ineluttabile e indiscutibile in nome del quale le opere divenivano necessarie, comitati e associazioni si sono presi in carico il problema di politicizzare il dibattito risalendo al cuore delle questioni: «quali opere e per quale modello di sviluppo?». Il problema è che non si è mai aperto un luogo di discussione reale che potesse entrare radicalmente nel merito delle scelte e persuadere. Ma se le minoranze che si sono opposte al Mose – così come ad altre opere in odore di cricca − hanno visto riconosciuto il loro punto di vista solo in seguito a un’inchiesta della magistratura, dobbiamo trarre alcune conseguenze rispetto al ruolo possibile, e a quello reale, rivestito dalle minoranze nel nostro sistema politico. Tanto più alla luce dell’indirizzo maggioritario e ispirato alla governabilità che sembra ormai egemone in questo paese.
I No Mose sono stati, a Venezia come altrove nel Veneto, una minoranza. La città in realtà è stata narcotizzata da un effluvio di finanziamenti, giostrati dal Consorzio Venezia Nuova, che hanno riguardato quasi tutti gli ambiti della società. Anche se non tutti condividono le stesse responsabilità, ben pochi possono dirsi del tutto estranei al sistema che ha dominato fino a pochi mesi fa. Una marea di denaro che ha creato sicurezza, ha ammorbidito i toni, offuscato lo sguardo e reso meno stridente la convivenza della città con un «monstrum» politico-imprenditoriale e istituzionale come il Consorzio.
In particolare, quest’ultimo ha dedicato non poche risorse al finanziamento del mondo della cultura e dell’Università. Diversi intellettuali hanno segnalato come questa attenzione abbia sortito i suoi effetti in termini di legittimazione dell’opera (12). E se la massima istituzione pubblica deputata alla formazione e alla ricerca ha mostrato in questi anni una pur minima «apertura» rispetto ai suoi finanziatori, che cosa ci prepara il futuro a fronte di un crescente disimpegno dello Stato, a una legislazione e un’organizzazione didattica e della ricerca che agevola l’intervento dei privati?
Conclusioni
Facendo il verso al vecchio di Treviri, possiamo riprometterci di affrontare seriamente questa farsa, prestandole i toni più consoni della tragedia, dato che chi ha voluto fare politicamente i conti con la tragedia – la tangentopoli anni novanta – si è trovato, non accidentalmente, a buttarla in farsa. Dalle inchieste giudiziarie occorre passare alle inchieste sociali, non già per affollare il banco degli imputati, ma per provare a rintracciare le dimensioni sociali e politiche della corruzione – e quindi della radicale privatizzazione dei beni comuni – e identificare i terreni su cui è possibile (e necessario) agire.

Note
1 Donatella Della Porta, Alberto Vannucci, Mani Impunite. Vecchia e nuova corruzione in Italia, Laterza, Bari, 2007
2 A. Mastropaolo, Il ceto politico, La Nuova Italia Scientifica, Firenze, 1993
3 Katz, R. S., P. Mair, 1995, Changing Models of Party Organization and Party Democracy: The Emergence of the Cartel Party, in “Party Politics”, 1, I.
4 Marco Revelli, Finale di partito, Einaudi, Torino, 2013
5 Guido Rossi, Corruzione e ineguaglianze minacciano la democrazia, il Sole 24 ore, 15 giugno 2014
6 Rocco Sciarrone, Mafie del nord. Strategie criminali e contesti locali, Donzelli, Roma, 2014
7 Aldo Bonomi, Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi, Einaudi, Torino 2013
8 Ivan Cicconi, Project financing e grandi opere. Il nuovo volto della corruzione dopo Tangentopoli, Quaderno n°4, Osservatorio ambiente e legalità di Venezia, Marzo 2014 in www.osservatorioambientelegalitavenezia.it
9 Osservatorio ambiente e legalità di Venezia, Ombre e disfunzioni della Commissione Via, Dossier, Luglio 2013 in www.osservatorioambientelegalitavenezia.it
10 Rocco Sciarrone, Mafie vecchie mafie nuove. Radicamento ed espansione, Donzelli, Roma, 2009
11 Francesco Furlan, L’imprenditore confessa: «Pur di lavorare pagherei le tangenti», La Nuova di Venezia, 21 marzo 2012.
12 Filippomaria Pontani, I mobili argini di Venezia, 4 giugno 2014 in www.ilpost.it

* Questo articolo è stato scritto per Edduburg (su cui trovate diversi altri interessanti articoli dedicati al Mose) e per Comune-info.
http://comune-info.net/2014/07/mose-3/

Striscia di Gaza, hanno messo in un recinto i palestinesi come gli americani nelle riserve gli indiani e come loro hanno intenzione di sterminarli

Offensiva di terra a Gaza, Netanyahu: "Amplieremo le operazioni". I morti palestinesi salgono a 274

Va avanti l'operazione di terra lanciata da Israele giovedì notte a Gaza. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha annunciato un prossimo ampliamento dell'offensiva nella Striscia. "Le istruzioni all'esercito da parte mia e del ministro della Difesa, dopo l'approvazione del gabinetto, sono di prepararsi per un significativo ampliamento dell'operazione di terra. Il capo di Stato maggiore e le Forze Israeliane di Difesa (Idf) si stanno preparando di conseguenza", si legge in una dichiarazione del primo ministro diffusa dal quartiere generale dell'Idf a Tel Aviv, secondo quanto riferiscono i siti israeliani.
"La scorsa notte le nostre forze hanno avviato un'operazione di terra per distruggere i tunnel dei terroristi - ha detto ancora Netanyahu, citato dalla televisione israeliana- dato che non è possibile occuparsi di questi tunnel solo con l'aviazione, i nostri soldati lo stanno facendo ora sul terreno". "Israele - ha ricordato ancora Netanyahu - ha accettato sia la proposta egiziana di tregua che la richiesta Onu di una pausa umanitaria... in entrambi i casi Hamas ha continuato a lanciare missili".
Abbas - Per il leader dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, le operazioni di terra nella Striscia di Gaza causeranno solo "morte" e complicheranno i tentativi di risolvere il conflitto attraverso la diplomazia. "Israele deve fermare le sue operazioni di terranella Striscia di Gaza", ha detto Abbas. "Questa operazione - ha aggiunto - porterà solo altro spargimento di sangue e complicherà la situazione".
Il leader dell'Autorità nazionale palestinese ha invitato il movimento islamico di Hamas ad accettare la proposta egiziana per una tregua nella Striscia di Gaza. "Israele ha accettato la proposta di cessate il fuoco. Anche noi (palestinesi, ndr) dobbiamo accettarla, così da mettere Israele alle strette", ha affermato Abbas nel corso di una conferenza stampa a Istanbul con il presidente turco, Abdullah Gul. Il leader dell'Anp ha ribadito la necessità di sostenere il piano che è stato elaborato dai "nostri fratelli egiziani su nostra richiesta".
Obama - Tutti noi dobbiamo lavorare insieme per tornare a quella situazione del cessate il fuoco che avevamo già conseguito in passato". Lo ha detto il presidente americano Barack Obama in merito alle tensioni in Medio Oriente. "Ho parlato con Netanyahu - ha aggiunto - e ho chiarito che Usa e nostri alleati sono tutti preccoccupati per l'escalation delle violenze e per la perdita di vite civili". Obama ha comunque ribadito che "abbiamo indicato che dobbiamo garantire che Israele non venga più colpita da lanci di razzi provenienti da Gaza, questa operazione di terra è stata avviata per porre fine a questo utilizzo delle gallerie sotterranee" e "ho detto a Netanyahu che siamo pronti ad ulteriori consultazioni". "Dobbiamo fare ogni sforzo perché si possa ripristinare pace", ha concluso il presidente Usa.
L'appello del Papa - Papa Francesco ha telefonato "personalmente" al presidente israeliano Shimon Peres e al presidente palestinese Abu Mazen. Il Pontefice ha condiviso con i suoi interlocutori "il bisogno di continuare a pregare e di impegnarsi per fare sì che tutte le parti interessate e quanti hanno responsabilità politiche a livello locale e internazionale si impegnino per fare cessare ogni ostilità, adoperandosi in favore di una tregua, della pace e della riconciliazione dei cuori".
Gli obiettivi colpiti - Sono 143 gli obiettivi colpiti dalle forze di difesa israeliane (Idf) nell'operazione di terra lanciata giovedì notte a Gaza. Lo hanno annunciato gli stessi militari dello stato ebraico, precisando che tra gli obiettivi centrati si contano 20 postazioni per il lancio di razzi e nove tunnel. L'incursione a Gaza è cominciata giovedì intorno alle 22.00 ora locale.
Le vittime dell'offensiva di terra - Secondo fonti palestinesi, c'è anche un neonato tra le vittime, un bimbo di cinque mesi ucciso nella notte a Rafah. Tre adolescenti palestinesi sono morti in un attacco dell'artiglieria israeliana nel nord della Striscia di Gaza e due bambini sono stati uccisi dai bombardamenti delle forze di difesa israeliane nel quartiere di Shuja'iyya a Gaza, portando il bilancio delle vittime a 38 dall'inizio dell'offensiva israeliana di terra nella Striscia di Gaza, riferisce Ynet News.
E il bilancio delle vittime dell'offensiva israeliana sale a 274 morti e 2.064 feriti, riferisce tramite Twitter il portavoce del ministero della Salute di Gaza, Ashraf al-Qedra.
Da quando è stata lanciata l'operazione di terra, 20 tra razzi e colpi di mortaio hanno raggiunto il territorio israeliano e altri 16 sono stati intercettati dal sistema di difesa Iron Dome. "La notte è trascorsa come pianificato, ma ci aspettiamo che gli scontri principali comincino con il giorno", ha detto la fonte di Haaretz, spiegando che l'operazione coinvolge varie regioni della Striscia, da nord a sud. E' comunque il nord a essere al momento sotto l'attacco principale di tank e fanteria israeliani.
Ucciso un soldato israeliano - Nelle prime ore dell'offensiva di terra nella Striscia di Gaza,un soldato israeliano è stato ucciso e altri cinque sono stati feriti . A quanto riferisce l'esercito, citato dai siti israeliani, il soldato è stato ucciso verso le tre del mattino ora locale nel nord della Striscia e si sta esaminando l'ipotesi che sia rimasto vittima di fuoco amico.
Massima allerta a Istanbul e Ankara - Le autorità turche hanno elevato fino ai massimi livelli le misure di sicurezza intorno al consolato israeliano a Istanbul e all'ambasciata dello stato ebraico nella capitale Ankara, dopo che nella notte si sono registate violente proteste a causa dell'operazione militare in corso a Gaza.
Il ministro turco degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha chiesto una riunione aperta d'emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione nella Striscia di Gaza.

http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2014/07/18/gaza-israele-lancia-offensiva-terra-tra-vittime-anche-neonato_iSIAvtfj7JuxQ6QLUTg0KN.html

Bildeberg, Maggioni e la Rai, soldi soldi soldi sperperati


Rai+News:l’informazione secondo Gubitosi-Maggioni (4°puntata)

Ormai è stato detto e stradetto: in viale Mazzini è tempo di “lacrime e sangue”. Ma con le dovute eccezioni, sia chiaro. Risorse sempre più ridotte all’osso e dolorose sforbiaciate qua e la, stanno creando non pochi problemi alla tv di Stato. Ed il noto slogan “Rai, di tutto, di più…”, torna decisamente attuale, ma in una nuova veste. Infatti, c’è chi si becca “di tutti” e chi il “di più”. Infatti, come già scritto da L’Ultima Ribattuta del  9 aprile  i budget destinati alla direttora diRainews non hanno subito nessun taglio. Anzi. A Monica Maggioni, scelta all’unanimità dal CdA su proposta del dg Luigi Gubitosi, è stato riservato un trattamento di tutto rispetto: raddoppio del budget (da 23 a 46 milioni di euro), rinforzo illimitato di risorse giornalistiche e non (con la scusa dell’indispensabilità della creazione di una sezione internet, i redattori sono ora la bellezza di 220) e trattamento preferenziale “ad personam” di 80mila euro per aver firmato e sceneggiato un fondamentale documentario propagandistico sull’Expo 2015 di Milano. Non male, vero? Peccato che coi i risultati che il canale all-news porta a casa, è come mettere una Ferrari in mano ad un ragazzino senza patente. Spese fuori controllo, dunque, assunzioni e promozioni a gogò, che non hanno portato un solo telespettatore in più alla testata. In termini di audience, i risultati sono addirittura più bassi rispetto alla precedente gestione di Corradino Mineo. La media di aprile-maggio 2014 è stata di infatti dello 0,5%, (nonostante tre eventi straordinari come la doppia santificazione dei papi, le elezioni europee e il viaggio del Pontefice in Palestina e Israele).
Tutto questo senza contare le spese per il nuovo sito Rainews.it (che “vanta” un numero ridicolo di click), costato incredibilmente 10 milioni di euro, più altri 2 milioni di campagna pubblicitaria (tv, affissioni e stampa). A proposito di pubblicità, da un po’ di tempo sul sito di Dagospia compaiono dei banner (per chi ne sa poco: si tratta delle pubblicità che appaiono nei siti web, in alto, ai lati, e solitamente animate) di sponsorizzazione del portale Rainews.it. Certamente, si tratta di pubblicità fornite da Google e, quindi, casuali. Ma, agli occhi di un lettore attento, questi banner nel portale di Roberto D’Agostino, cozzano parecchio con la missione di attacco alla Rai che da anni porta avanti. A pensar male si fa presto. Però, c’è da dire che, sempre agli occhi dello stesso lettore attento, potrebbe sembrare una “casualità” che la Maggioni, un tempo “bersaglio” preferito, ora non venga mai tirata in ballo. Come se non ci fosse (o non si potesse).  Ma, sicuramente, si tratta solo di pensieri maligni.
E tra il canale di notizie ed il portale, c’è un minimo comune denominatore: i risultati disastrosi. Secondo dati certificati Audiweb infatti, il sito è passato dai 130.134 utenti unici del febbraio 2013 agli 88.969 del febbraio 2014. E gli ultimi mesi non hanno, certamente, invertito la tendenza.
Altro tasto dolente: le trasferte. La bella direttora di Rainews, come malignamente si vocifera, sembra ormai ben rodata in tema di rimborsi spesa con molti zeri: un training iniziato quando era inviata per il Tg1 a New York. Ci sono leggende che narrano di carte di credito aziendale che, a fine giornata, erano esauste per le continue “strisciate”.  Oppure, le sue famose sfuriate per avere una limousine con autista, a sua completa (ed esclusiva) disposizione 24 ore su 24. Quando c’è l’umiltà, c’è tutto.
Nel 2012, le trasferte del canale all-news hanno pesato per 400mila euro ed erano già parecchio ridimensionate. Il modello produttivo prevalente era quello cosiddetto “ultraleggero”, ovvero un solo giornalista dotato di telecamerina, che girava, montava e riversava i pezzi in ftp o dai mezzi Rai, se disponibili in loco (al costo di un semplice “pro die” di 50 euro lordi al giorno per il redattore, oltre al costo dei “ponti” per l’eventuale riversamento). Ora, nonostante la necessità di tagliare, in casa Maggioni non si bada più alla durata delle trasferte . Per il caso Marò, ad esempio, un’inviata è rimasta in India tre settimane, appoggiata per le dirette alle postazioni EBU (circa 600 euro a collegamento) per la prima settimana, e successivamente raggiunta da un tecnico di Rainewsdotato di “zainetto” per le altre due (al costo medio mensile di 20nmila euro per i collegamenti satellitari dall’estero più la trasferta dell’operatore, circa il doppio di quanto sarebbe costato l’EBU). Ma si tratta di costi medi. A maggio, per alluvione in Bosnia e Serbia, la macchina dell’informazione targata Rai, è costata quasi 22 mila euro in tre giorni, tanto che sono dovuti intervenire i controller di Viale Mazzini a bloccare il tutto. Altro che mani bucate! Lo scorso febbraio, un’altra inviata di punta del canale è partita per l’Iran per raccontare (in diretta, come da copione) come il paese degli Ayatollah stesse vivendo la neve e la festa di San Valentino. Per fortuna la Rai c’era durante questo evento incredibilmente importante. “Rai, solo il di più”.

6.714 euro lordi l'anno, come i governanti prendono in giro gli italiani

Canone Rai over 75: modello per l'esonero entro fine mese
Ancora pochi giorni per consegnare alle Entrate la dichiarazione sostitutiva, unita a un documento di identità, per richiedere l’esonero dal pagamento del canone Rai. Interessati sono i contribuenti che hanno compiuto 75 anni entro il termine di pagamento del canone, possiedono nell’anno precedente, insieme con il coniuge convivente, un reddito complessivo non superiore a 6.714 euro, non convivono con altre persone (diverse dal coniuge) titolari di reddito. La scadenza del 31 luglio riguarda tutti coloro che sono interessati a beneficiare dell’agevolazione a partire dal secondo semestre e che, prima di tale data, hanno maturato i requisiti. Quando si fruisce dell’esenzione per la prima volta, la richiesta va presentata entro il 30 aprile.

Imbecilli

Tagli alle forze dell'ordine, la libertà ha un prezzo

Blocco del turn over, diminuzione degli stipendi, chiusura di 300 uffici sul territorio. In arrivo i tagli sulle forze dell'ordine. E la democrazia italiana rischia di essere più debole...




La democrazia italiana potrebbe essere più debole. In nome della spending review partiranno i tagli delle forze dell’ordine. Obiettivo: risparmiare un miliardo e 500mila euro. Il risultato sarà raggiunto soprattutto col blocco del turn over. Nelle strade e nelle città italiane diminuiranno carabinieri, finanzieri, poliziotti. Scenderà certamente il grado di sicurezza e di libertà dei cittadini. Della democrazia appunto.

La riduzione dei costi dello Stato è necessaria. La colpa è dei vecchi politici che hanno governato questo Paese. Hanno lasciato un debito pubblico altissimo. E anche di una mentalità sbagliata della pubblica amministrazione. Se tagli ci saranno. Se saranno chiusi 300 uffici sul territorio è anche perché probabilmente il traguardo di molti era lavorare dietro la scrivania. In altri Paesi il rapporto tra numero di forze dell’ordine in strada e quello in ufficio è a vantaggio del primo. Se in Italia non è così, la colpa è di chi non ha cambiato tale mentalità. Lo Stato doveva introdurre criteri manageriali nella gestione e organizzazione di queste strutture. Felice Romano, leader del sindacato Siulp, afferma che - oltre alle macchine e alla benzina - adesso mancano anche le divise. Che i più vecchi le passano ai giovani.

Nel 2020 l’età media delle forze dell’ordine in strada sarà di 53 anni. Nelle grandi città la criminalità utilizza come manovalanza giovani. Scattanti, veloci. Talvolta eccitati dall’uso di droga. Chi vincerà il confronto? Come uomini e donne saranno liberi di esprimere le loro idee, di passeggiare liberamente? La democrazia si difende con l’esercito e la presenza diffusa delle forze dell’ordine. Tanti in Italia sono rimasti perplessi quando Barack Obama, in visita a Roma, interrogato circa l’acquisto degli F35, ha detto la cosa più ovvia per un americano: “La libertà ha un prezzo”. Del resto l’Italia è il Paese dove, anche tra i giornalisti e politici, molti guardano con più simpatia agli incappucciati della Val di Susa che ai carabinieri e ai poliziotti che fanno rispettare leggi votate in democrazia. Che prevede la libertà di critica, espressione e protesta. Ma a volto scoperto. Assumendo la propria responsabilità.

TTIP un trattato segreto ma non per tutti, ma inevitabile i frammenti escono

A BRUXELLES, EUROPA ED USA DISCUTONO SUL TTIP - TRANSATLANTIC TRADE AND INVESTMENT PARTNERSHIP, E ASSODISTIL CHIEDE CHE LE INDICAZIONI GEOGRAFICHE VENGANO RISPETTATE ANCHE OLTREOCEANO E CHE L’EXPORT DIVENTI PIÙ SNELLO

“Il Partenariato è un’opportunità commerciale importante per entrambi i Paesi, ma gli Usa devono riconoscere e rispettare le nostre Indicazioni Geografiche”: è il messaggio che Daniele Nicolini, direttore di Assodistil, l’associazione italiana degli industriali distillatori, ha lanciato a Bruxelles, nella giornata di consultazione con gli stakeholders organizzata dalla Commissione Europea, nel sesto round del negoziato sul Ttip - Transatlantic Trade and Investment Partnership, l’accordo commerciale, attualmente in corso di definizione tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, che ha l’obiettivo di rimuovere le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici, facilitando così gli scambi di beni e servizi tra Europa e Stati Uniti.
“Assodistil - spiega Nicolini - è stata convocata per dare voce alle istanze del settore. Sul tavolo c’è la questione, delicatissima, delle Indicazioni Geografiche, di cui la Grappa è il simbolo italiano per eccellenza”. Gli Usa, infatti, non riconoscono le Ig ed è sempre più frequente trovare produttori statunitensi che utilizzano il nome “Grappa” per indicare acquavite di vinaccia prodotta sui loro territori, giocando però sulla presunta italianità del prodotto, peraltro ben lontano dall’originale. Per il diritto europeo, si tratterebbe di veri e propri prodotti contraffatti. Altra questione affrontata dall’Associazione dei distillatori riguarda la necessità di snellimento delle procedure di export.
“Per poter immettere sul mercato Usa i nostri distillati - continua Nicolini - è necessaria una comunicazione preventiva sulla composizione del prodotto ed un’approvazione delle etichette. Ciò comporta un aggravio di costi per i produttori ed allunga spaventosamente i tempi per l’esportazione, che possono arrivare fino a 12-18 mesi. Ci sono, poi, moltissime norme tecniche che andrebbero semplificate e razionalizzate”.
L’accordo di partenariato, conclude il direttore di Assodistil, “è una grande opportunità per le nostre produzioni, che con la semplificazione delle procedure e l’eliminazione delle barriere commerciali, potranno penetrare un mercato importante come quello statunitense. A patto, però, che le nostre Ig vengano riconosciute e rispettate, poiché solo in questo modo si tutela davvero il valore unico delle nostre produzioni. Non è solo una questione di natura economica: si tratta soprattutto di una battaglia culturale che l’Associazione non smetterà mai di combattere”.
 

http://www.winenews.it/i-capolavori-dell-agroalimentare-d-italia/35852/a-bruxelles-europa-ed-usa-discutono-sul-ttip-transatlantic-trade-and-investment-partnership-e-assodistil-chiede-che-le-indicazioni-geografiche-vengano-rispettate-anche-oltreoceano-e-che-lexport-diventi-pi-snello

Libia, l'occidente ha inventato una rivoluzione inesistente, reale solo sulle Tv, ha bombardato umanamente i bambini libici, ha eseguito l'omicidio di Gheddafi e ora vuole ancora intervenire umanamente perchè non riesce ad avere il petrolio gratis, le multinazionali lamentano profitti non realizzati

Cosa può fare l’Occidente per salvare la Libia


di Karim Mezran
Il fallimento delle elezioni e la persistenza della crisi a Tripoli suggeriscono un nuovo tipo di intervento esterno. Salwa Bugaighis, l'avvocato che difendeva i diritti umani, ultima vittima degli omicidi mirati.
Un gruppo armato e mascherato ha attaccato a Bengasi l’abitazione dell’avvocato e attivista politico Salwa Bugaighis, assassinandola e rapendo il marito: era la sera di mercoledì 25 giugno.

La brutalità, l’efferatezza, l’impunità con la quale è stato condotto il gesto rappresentano purtroppo l’ulteriore evidenza del tracollo nella capacità di assicurare l’ordine pubblico e la convivenza civile in Libia. Quello di Salwa Bugaighis è infatti solo l’ultimo di una lunga catena di omicidi mirati, effettuati contro membri delle forze di sicurezza, giornalisti e attivisti politici.

La situazione è andata peggiorando negli ultimi 9 mesi. All’aumento e alla recrudescenza degli attacchi terroristici ha fatto sponda il tracollo delle legittime e seppur fragili istituzioni libiche. L’unica reazione da parte delle forze politiche e della comunità internazionale è stata quella di indire nuove elezioni [legislative, tenutesi proprio il 25 giugno, ndr], ponendo ogni speranza di risolvere la crisi in un ipotetico successo della tornata elettorale.

Oggi è ancora più chiaro quanto futile sia questa speranza. Queste elezioni organizzate in grande fretta, condotte non su liste di partito ma puntando su candidati individuali, dopo una campagna elettorale pressoché inesistente, priva di contenuti e senza alcun progetto politico o programma, non può che dar luogo a un parlamento ancor meno incisivo del precedente. Lo confermano i dati sull’affluenza alle urne da parte della popolazione, bassissimi, con poco meno del 20% degli aventi diritto recatosi a votare, dimostrando senza margine d’errore la grande apatia e il disinteresse di una popolazione stremata dall’azione della criminalità, dalla violenza delle milizie e dai continui disservizi. Infatti non si contano più le interruzioni nella fornitura di elettricità, acqua, benzina e gasolio.

Queste elezioni non saranno in alcun modo risolutive, non risultando da un accordo su larga scala da parte di tutte le forze legittime libiche.

Sono semplicemente un tentativo di procrastinare scelte drastiche e forse impopolari. L’elezione di un nuovo parlamento non potrà cambiare la gravità della situazione sul terreno: il predominio delle logiche locali, degli interessi dei clan e dei singoli individui rimangono immutati.

Lo scontro in atto oggi in Libia non è - come spesso erroneamente riportato - quello tra islamisti e non-islamisti, federalisti contro nazionalisti, tribù contro tribù. La radice delle violenze e dell’instabilità deriva dalla divergente visione di chi lecitamente ambisce alla proclamazione di uno Stato di diritto (ivi inclusa una costituzione che porti a una pacifica coesistenza pluralista e democratica) e chi al contrario persegue ambizioni e interessi personali, che solo la violenza, il disordine e il crimine possono assicurare.

Non v’è oggi altra soluzione possibile se non quella di organizzare un tavolo negoziale in seno alle principali forze legittime del paese - quelle orientate al perseguimento di un obiettivo unitario e democratico per la Libia. Tramite questo potrà trovarsi l'accordo per la costituzione di un governo di unità nazionale. Una prima lista, seppur non esaustiva, degli esponenti sicuramente da includere vedrebbe, oltre ai moderati secolari uniti attorno all’Alleanza delle forze nazionali di Mahmoud Jibril, le forze islamiste moderate facenti capo alla Fratellanza musulmana e a tutti quei gruppi della galassia islamista che hanno dimostrato volontà politica e rigetto dell’uso della forza. Dovrebbero essere ugualmente inclusi i leader delle principali milizie affiliate allo Stato o dipendenti da forze regolari locali - in particolarequelli di Misrata e di Zintan.

Proprio su questo obiettivo lavorava l’avvocato Salwa Bugaighis, con la sua instancabile opera nella direzione della Commissione preparatoria per il dialogo nazionale, e con ogni probabilità proprio per questo è stata assassinata. La domanda che in molti adesso si pongono è quindi questa: possono i libici farcela da soli a uscire da questa crisi?

Non c’è dubbio che la soluzione va cercata e individuata dai libici.Ma anche oggi, come nel 2011, potrebbe essere risolutivo un aiuto dall'esterno. Allora, l’intervento della Nato per fermare le colonne corazzate del colonello Gheddafi che marciavano alla volta di Bengasi per schiacciare nel sangue la rivoluzione, fu decisivo e permise il successivo rovesciamento del regime.

L'Alleanza atlantica giustificò il suo intervento con l’adozione del principio in base al quale la comunità internazionale ha il diritto di intervenire per difendere la popolazione civile minacciata [right to protect, ndr]. Lo stesso principio potrebbe essere invocato anche oggi , sebbene in modi e termini differenti. 

Per intervenire bisogna però comprendere l’urgenza imposta dalla crisi e agire agitando i ben noti carota e bastone, per indurre tutte le forze libiche ad accettare concretamente l’opzione negoziale. La "carota" consiste nel sostegno economico, diplomatico e politico alla ricostruzione del paese, al suo sviluppo, alla qualità della vita e al benessere collettivo.

Più difficile è invece definire il "bastone", non essendoci alcun interesse degli attori occidentali a sostenere un intervento armato, da condurre contro le inafferrabili forze antagoniste e antitetiche alla democrazia. Una possibile misura - già adottata con relativo successo in altri casi - potrebbe consistere nell'individuare i singoli leader politici, comandanti di milizia e capibanda, colpendone gli interessi con un sistema mirato di sanzioni economiche, restrizioni al movimento e altre misure coercitive, cercando di favorirne in tal modo l’adesione al processo negoziale. O, in alternativa, provocarne la marginalizzazione e la riduzione nel ruolo e nella capacità d’azione.


Resta in ogni caso prioritaria l’esigenza di far comprendere agli attori internazionali come e quanto urgente sia la situazione sotto il profilo della sicurezza, così che intervengano prontamente a sostegno delle forze interessate alla stabilità, per impedire il tracollo della transizione e il precipitare del paese in uno stato di anarchia o, peggio, in una nuova dittatura.