Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 agosto 2014

Il Capitalismo statunitense corre verso la quarta guerra mondiale

megachip

Chi parla di terza guerra mondiale?

di Giulietto Chiesa

I neocon, tramite Victoria Nuland, volevano fare dell'Ucraina una crisi di valenza internazionale, o addirittura mondiale. Ma perché la fretta?
news 212041Della crisi ucraina ho già scritto a più riprese. La prima cosa che mi colpì, nel momento in cui Viktor Yanukovic fu rovesciato da un colpo di stato plateale, appoggiato patentemente dagli Stati Uniti (meglio dire da loro promosso) con l'attiva partecipazione della Polonia, della Lituania e dell'Estonia, e dei fantocci al potere a Bruxelles, fu la sua apparente inutilità.Perché mettere in atto un golpe se Yanukovic poteva essere tranquillamente tolto di mezzo tra un anno con regolari elezioni?
E altre domande portavano tutte a conclusioni analoghe.
Perché rovesciare il tavolo quando l'Ucraina era già nelle mani degli americani, completamente - Yanukovic o non Yanukovic - da diversi anni? Sicuramente dai tempi della cosiddetta "rivoluzione arancione di Yushenko-Timoshenko? Che consegnarono nelle mani della CIA gli ultimi rimasugli di sovranità nazionale, dopo quelli svenduti dai precedenti presidenti dell'Ucraina "indipendente": Kravchuk e Kuchma?
Perché infine rovesciare Yanukovic quando lo stesso quarto e ultimo presidente dell'Ucraina aveva già venduto il Donbass alla Chevron e alla Shell: la bellezza di quasi 8000 chilometri quadrati di territorio per la durata di 50 anni, un accordo segreto in gran parte valutato 10 miliardi di dollari alla ricerca del gas da scisti bituminosi che avrebbe liberato "per sempre" l'Ucraina dalla dipendenza energetica dall'odiata Russia?

Insomma: Yanukovic - presentato come l'«uomo di Mosca» da tutti i media occidentali - non era poi quel grande amico di Putin.
Perché farlo fuori così brutalmente? Che bisogno c'era? Solo perché non aveva firmato a Vilnius il documento giugulatorio di "associazione" all'Unione Europea? Ma, fino al novembre dell'anno precedente Viktor Yanukovic aveva negoziato, lasciando sperare in un successo europeo totale. Il documento era già pronto, anche se in parte assai segreto. Bastava aspettare qualche mese e sarebbe stato imposto, con le buone o con le cattive.
No, tutti questi interrogativi non avevano risposte adeguate. Doveva esserci qualcos'altro. La fretta con cui Washington aveva premuto, e Varsavia aveva agito ai suoi ordini, indicava qualche altra impellente necessità.
A me fu subito chiaro che il golpe - non a caso un golpe con le stigmate naziste così visibili -  era diretto non contro Yanukovic, pedina di nessun peso, ma contro la Russia.
neocon, tramite la esecutrice Victoria Nuland, volevano una crisi di valenza internazionale, se non addirittura mondiale. Ma perché la fretta? Perché accelerare lo scontro e portare la NATO praticamente sul portone del Cremlino? Era, in fondo, uno scenario che io stesso avevo previsto sarebbe accaduto. Ma assistevo a un'improvvisa e drammaticaaccelerazione.  Doveva esserci qualcos'altro a spiegare la fretta. E le dimensioni della rottura che si stava creando. Non si trattava di una crisi regionale, non un episodio passeggero. Le potenziali ripercussioni erano evidenti: uno scontro di portata non minore di quello della crisi dei missili a Cuba del 1962.
Bisognava spiegare il senso e le ragioni dell'accelerazione. Io non sono un economista (lo ripeto sempre per non eccitare le rimostranze degli scopritori dell'aria calda). Non sono neanche un esperto dei sotterfugi della finanza mondiale. Credo poco o nulla ai numeri che arrivano da quella parte, convinto ormai da tempo che sono in gran parte falsi o comunque molto manipolati. Ma tutto il nervosismo che da tempo leggo nei commenti di coloro che dicono d'intendersene (anche perché su quei trucchi ci hanno vissuto e ci vivono), mi ha fatto pensare che qualcosa non funzionava nei ragionamenti sopra esposti. Così mi sono trovato, con qualche sorpresa, in buona compagnia a parlare di "inizio della Terza Guerra Mondiale".
Devo prima di tutto esprimere i miei ringraziamenti a Roberto Savio, ideatore di quel fondamentale bollettino che si chiama "Other News", con sottotitolo esplicativo: "L'informazione che i mercati eliminano". Il primo di agosto "Other News" ha pubblicato una rassegna, che riprende numerosi spunti dal Washington's Blog, così intitolata: «Un gruppo di esperti finanziari ai massimi livelli afferma che la Terza Guerra Mondiale è in arrivo, a meno che non la fermiamo». Saccheggerò questa rassegna, che mi pare estremamente istruttiva. In primo luogo i nomi sono effettivamente grossi calibri, a giudicare dalla frequenza con cui i mercati li citano.
Prendiamo per esempio Nouriel Roubini che a gennaio di quest'anno twittava da Davos: «Molti oratori qui paragonano il 2014 con il 1914, quando la Prima Guerra Mondiale esplose e nessuno se l'aspettava. Siamo di fronte a un cigno nero nella forma di una guerra tra Cina e Giappone?» Fuochino. Ma gli fa eco Kile Bass, multimiliardario manager di hedge funds, che prima cita un «influente analista cinese» e poi lo stesso premier giapponese Abe, che «non escludono un confronto militare tra Cina e Giappone». Aggiungendo previsioni molto ben descritte, che, in bocca a un gestore finanziario di quel calibro, non possono essere trascurate. «Miliardi di $ di depositi bancari saranno ristrutturati - ci informa Kile Bass - e milioni di prudenti risparmiatori finanziari perderanno grandi percentuali del loro reale potere d'acquisto esattamente nel momento sbagliato delle loro vite [sempre che ci sia un momento giusto per perdere i propri averi, ndr]. Neanche questa volta il mondo finirà, ma la struttura sociale delle nazioni affluenti sarà posta in acuta tensione e in qualche caso fatta a pezzi. (..) Noi crediamo che la guerra sia un'inevitabile conseguenza dell'attuale situazione economica globale».
Gli fa eco l'ex capo dell'Office for Management and Budget ai tempi di Reagan, David Stockman. Anche per lui lo scontro in atto tra America e Russia condurrà alla terza guerra mondiale. Un po' più generico sulle modalità, ma convinto anche lui che si sta andando verso una "grossa guerra" (a major war) è l'ex analista tecnico di Goldman Sachs, Charles Nenner, che, ora in proprio, vanta tra i suoi clienti numerosi importanti hedge funds, banche, e un certo numero di ricchissimi investitori internazionali. Altrettanto, con qualche variazione, pensano investitori americani di primo piano come James Dines e Marc Faber. Quest'ultimo afferma apertamente che il governo americano comincerà nuove guerre in risposta alla crisi economica in atto. «La prossima cosa che il governo farà per distrarre l'attenzione della gente dalle cattive condizioni economiche - scrive Marc Faber - sarà di cominciare una qualche guerra da qualche parte».
Tutto chiaro, ma allora come mai i giornali e le tv ci dicono che l'America va fortissimo?
Pochi giorni fa Martin Armstrong - un gestore di fondi d'investimenti sovrani multimiliardari - dice la stessa cosa: «Occorre distrarre la gente dall'imminente declino economico». Gli ultimi due pezzi che ha scritto li ha intitolati così: «Andremo in guerra contro la Russia» e «Prepariamoci alla terza guerra mondiale». Non è ben chiaro se tutti questi profeti stiano enunciando prognosi sincere o siano semplicemente festeggiando in anticipo i futuri successi economico-finanziari che si aspettano dalla guerra, essendo evidente, da sempre, che le guerre ingrassano prima di tutto i banchieri e poi i produttori di armi. Ma l'insistenza con cui il tema viene sollevato indica comunque che il puzzo di bruciato tutti costoro lo sentono in anticipo.
Altri, per esempio la presidentessa del Brasile, Dilma Roussef, osservano che il mondo è attraversato da una «guerra delle valute» che sta diventando globale, cioè di tutti contro tutti. Da non dimenticare che la seconda guerra mondiale arrivò dopo una serie violenta di svalutazioni competitive. Sta accadendo ora la stessa cosa, quando le nazioni svalutano per rendere più competitive le loro merci e per incentivare le esportazioni. E molti si stanno accorgendo che la nuova banca, creata dal BRICS, con capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, basata in Cina, costituisce una novità impressionante nel panorama globale, dove un numero crescente di transazioni avviene in yuan, in rubli, invece che in dollari USA. Come scrive Jim Rickards - che nel 2009 partecipò ai primi "giochi di guerra finanziari" organizzati dal Pentagono - c'è il rischio che gli Stati Uniti si trovino "trascinati" in «guerre asimmetriche» di valute, in grado di accrescere le incertezze globali. È evidente che Rickards sta dalla parte americana. Ma, se il Pentagono - e non la Federal Reserve - organizza questo tipo di "giochi" vuol dire che ci siamo già dentro fino al collo e che il loro carattere militare è fuori discussione.
Del resto (questa volta parla il multimiliardario Hugo Salinas Price) «sono molti a chiedersi quali siano state le ragioni vere che hanno portato all'eliminazione di Gheddafi. Egli stava pianificando una valuta pan-africana. La stessa cosa accadde a Saddam Hussein. Gli Stati Uniti non tollerano alcun'altra solida valuta in grado di competere con il dollaro».
Altri mettono il dito sulla crescente scarsità di risorse, soprattutto energetiche. Altri ancora guardano alla Cina come a un avversario bisbetico e sempre più incontrollabile. Forse il protagonista di quella guerra asimmetrica citata da Jim Rickards. Gerald Celente, autore di accurate previsioni finanziarie e geopolitiche da molti anni, va anche lui seccamente alla conclusione: «Una terza guerra mondiale comincerà presto».
Jim Rogers, un altro investitore internazionale miliardario, punta gli occhi sull'Europa: «Se si continua a salvare uno stato dietro l'altro si finirà in un'altra guerra mondiale». Dunque continuiamo a strozzare i popoli europei, con l'obiettivo di evitare la guerra. Un pacifismo molto sospetto, ma comunque allarmato. Ovviamente sarà utile guardarsi da certi "pacifisti".
Ma questa rassegna è utile per capire che l'allarme è in aumento. La Cina, senza fare troppo rumore, fa provvista di risorse, energetiche e territoriali, solo che invece di mandare le proprie cannoniere (non è il tempo), quelle risorse se le compra, con i denari del debito americano.
Putin deve fronteggiare la prima offensiva e non ha tempo da perdere. Tra l'altro untribunale olandese, senza alcuna autorità o potere, ha decretato che la Russia dovrà pagare50 miliardi di dollari, più gl'interessi, alla Yukos, cioè a quel bandito di Mikhail Khodorkovskij che la Russia ha scarcerato qualche mese fa con un gesto di distensione verso l'Europa (si noti che il tribunale sedeva nello stesso paese che aveva avuto il più alto numero di vittime nell'abbattimento del Boeing delle linee aeree malaysiane). Sarà stato un caso?
Comunque uno dei più vicini consiglieri di Putin, di fronte alla domanda: cosa farà la Russia di fronte a quella sentenza?, ha risposto stringendosi nelle spalle: «C'è una guerra alle porte in Europa. Lei pensa realmente che una tale decisione abbia qualche importanza?».
Giuridicamente non ce l'ha, ma sarà usata dai centri di comando dell'Occidente per colpire i beni russi all'estero, per sequestrare e congelare conti bancari, proprietà azionarie. Ecco una guerra asimmetrica appena iniziata senza essere stata nemmeno dichiarata.
Un influente settimanale americano ha dedicato la sua copertina a Vladimir Putin, con questo commento: "Il Paria". Un titolo che è, invece, una dichiarazione di guerra. Solo che non e stata pronunciata dal Dipartimento di Stato, bensì dal "ministero della propaganda", cioè dai media occidentali. È stato Paul Craig Roberts a usare questa definizione in un articolo di qualche giorno fa. Chi è Paul Craig Roberts? È stato Assistente Segretario al Tesoro durante la presidenza Reagan, ex editore del Wall Street Journal, considerato dal "Who's Who" americano come uno dei mille pensatori politici più influenti del mondo.  L'articolo era intitolato:"La guerra sta arrivando (War is Coming)". 

5200 euro netti mese non gli bastano, hanno perso il senso delle proporzioni

Politici e tagli, consigliere Regione Lazio: “Con 5.200 euro non vivo”

regionelazioIn questo momento dove la crisi economica sta sferzando tutte le categorie e le famiglie italiane partono a singhiozzo per le vacanze, ha fatto inorridire l’uscita di un consigliere della Regione Lazio di sponda centro-destra.
La riforma costituzionale appena approvata al Senato prevede infatti una dieta pesante per le loro tasche. All’articolo 29 del ddl Boschi si legge infatti che «gli emolumenti spettanti ai consiglieri regionali non potranno superare quelli spettanti ai sindaci dei comuni capoluogo di regione». Per i consiglieri di molte regioni sarà un taglio considerevole, variabile a seconda dello stipendio di partenza (diverso da Regione a Regione) e del sindaco del capoluogo di riferimento, anche questi molto differenti tra loro. Il sindaco di Napoli prende 4.100 euro al mese, quello di Bologna 7.600, a Roma 4.300 euro, a Bari 5.800, quello di Milano è 5.600 (autoridotto a 3.600 euro).
Vuol dire che i consiglieri regionali lombardi, se la riforma diventerà legge, dovranno rinunciare a circa 3mila euro al mese (l’attuale stipendio è di 8.400 euro netti al mese). Per quelli della Regione Lazio di «Er Batman» Fiorito, capostipite degli scandali sui soldi regionali sottratti a piene mani, il taglio vale 2mila euro al mese. Troppi, secondo il partito trasversale dei consiglieri regionali avversi alla riforma. «Con 5.200 euro al mese la politica non si può fare, dovrò ridurre sedi e collaboratori» dice al Messaggero Giuseppe Cangemi, consigliere regionale del Ncd in Lazio. Anche in Lombardia sono pronti alla guerra. Tra i più agguerriti c’è Raffaele Cattaneo (Ncd), presidente del Consiglio regionale lombardo. «Se il problema sono i tagli, li abbiamo già fatti. Il Consiglio lombardo ha già tagliato i fondi ai gruppi dell’86%, l’indennità del presidente del 40% e dei consiglieri del 27%. Equiparare in Costituzione l’emolumento dei consiglieri regionali a quello dei sindaci è una follia legislativa. Si capisce che il governo ha un’intenzione punitiva verso le Regioni e vuole fare un’operazione di facile comunicazione di facciata, ma le riforme fatte così non hanno senso. Noi non ci opponiamo ai tagli, che anzi abbiamo già fatto, ma ci opponiamo alla distruzione del modello regionale».
L’altro fronte aperto è quello dei vitalizi dei consiglieri regionali, inclusi gli ex (solo quest’anno il Veneto elargirà 11,2 milioni di euro). Si mettono a punto tagli, innalzamenti dell’età pensionabile, meccanismi per limitare l’enorme spesa pubblica per i vitalizi degli eletti nelle Regioni. In Piemonte i consiglieri si sono tagliati il vitalizio, con la paradossale conseguenza – denunciata da M5S – che il loro stipendio è aumentato di 1.600 euro al mese, per effetto del taglio della contribuzione previdenziale. Problema vitalizi che pesa in particolare sulla Regione Lazio, che ha abolito il vitalizio per gli attuali (e futuri) consiglieri regionale, ma per gli ex la faccenda si complica. «Lì ci sono dei diritti acquisiti che nel corso degli anni, prima di noi, sono partiti, ed è evidente che andranno affrontate le storture, evitando il pericolo di aprire vertenze o ricorsi» dice Luca Zingaretti presidente dellaRegione Lazio. Dove, per effetto di una serie di norme (in primis l’età sufficiente a far scattare la pensione, solo 50 anni), si potrebbe abbattere un salasso da 20 milioni l’anno con una quarantina di neopensionati pronti a chiedere l’assegno, «diritto acquisito»

Fonte il Giornale

. El-Sisi e Putin indispettiscono gli Stati Uniti

Il presidente russo, Vladimir Putin, è atteso a novembre al Cairo dopo l'invito di Abdel Fattah al-Sisi nel corso della visita in Russia alcuni giorni fa. Lo riferisce una fonte qualificata all'ANSA, secondo la quale "rapporti forti e speciali uniscono i due leader che sono determinati a sradicare il terrorismo".
Il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, si recherà in Egitto qualche settimana prima di Putin, continua la fonte.
http://www.swissinfo.ch/ita/egitto--putin-ricambia-visita-sisi--a-novembre-al-cairo/40558224

Regaliamo asset agli stranieri, addio anche all'Ilva


Gli indiani trattano svolta nella crisi Ilva Piano a settembre | La Gazzetta del Mezzogiorno.it

lagazzettadelmezzogiorno.it – di Mimmo Mazza
TARANTO – Tranquillizzare le banche, spiazzare i concorrenti, entrare nella virtual data room. La lettera di intenti che il colosso mondiale dell’acciaio ArcelorMittal ha consegnato al commissario straordinario dell’Ilva Piero Gnudi coglie tre obiettivi e fissa un primo paletto temporale: entro il 30 settembre la multinazionale franco-indiana presenterà una proposta di piano industriale che, se accettata, nei successivi tre mesi, porterà al suo ingresso nella proprietà dell’Ilva tramite un aumento di capitale sociale, soluzione non obbligatoriamente traumatica per la famiglia Riva che così uscirebbe definitivamente dai giochi, dopo aver perso ormai da oltre un anno il controllo dell’azienda, sottoposta a commissariamento dopo la bufera giudiziaria, diluendo la sua quota.
Risorse correlate
Ilva: nessun rischio per gli abitanti di Taranto dall’emissione anomala
ArcelorMittal è un colosso industriale mondiale, leader nel settore dell’acciaio, nato dalla fusione di due tra le più grandi aziende del settore, la francese Arcelor e l’indiana Mittal Steel Company, avvenuta nel 2006. Il quartier generale si trova nella capitale del Lussemburgo. Oltre a essere il più grande produttore d’acciaio, è anche leader di mercato nella fornitura di acciaio per l’industria automobilistica e per i settori delle costruzioni, degli elettrodomestici e degli imballaggi. Uomo chiave dell’azienda è il multimiliardario indiano – ma residente ormai da anni a Londra – Lakshmi Mittal, amministratore delegato. L’azienda ha una produzione che arriva a 120 milioni di tonnellate complessive di acciaio ogni anno.
Interesse verso l’azienda siderurgica di Taranto sarebbe stato mostrato anche da gli indiani di Jindal Steel, da un gruppo degli Emirati Arabi ed un altro brasiliano ma chiaramente la lettera di intenti di ArcelorMittal costituisce un passo in avanti.
«Da oggi al 30 settembre ArcelorMittal – spiega Marco Bentivogli, segretario nazionale Fim Cisl – dovrà predisporre il piano industriale. Noi vogliamo vederci chiaro: il piano ambientale recentemente varato dal governo Renzi deve essere applicato e deve costituire un punto fermo; ci deve essere la tutela dell’occupazione e la piena sostenibilità sociale e industriale. L’impianto di Taranto sotto le 8 milioni di tonnellate annue di acciaio perde competività e sostenibilità, quindi servono nuove tecnologie, introducendo il preridotto o ricorrendo ad altre soluzioni tecniche. E’ impossibile raggiungere quegli obiettivi con mezza Ilva. Il prestito ponte di 250 milioni di euro che le banche sottoscriveranno a fine agosto garantiranno l’operatività dell’Ilva fino a ottobre, speriamo – aggiunge Bentivogli – di non ritrovarci nelle stesse condizioni della vendita di Alitalia, con il rischio cioè di restare a terra da un momento all’altro. Ci che anche il governo su questa partita riconosca il valore dell’ambientalizzazione e riqualificazione, il più importante d’Europa, facendo diventare l’Ilva e il territorio di Taranto da epicentro della mancata conciliazione tra salute e ambiente a modello di sviluppo».
«Le recenti nomine nella governance – spiega invece Antonio Talò, segretario provinciale della Uilm – secondo me già dimostravano l’interesse di ArcelorMittal, in quanto i prescelti orbitano in quegli ambienti. Temo che non si tratti della soluzione ideale per l’Ilva e per Taranto ma non abbiamo possibilità di scelta. Se sarà applicata l’Aia e salvaguardata l’occupazione, non potremo che essere favorevoli. Invitiamo il Governo a fare fino in fondo la sua parte».
via Gli indiani trattano svolta nella crisi Ilva Piano a settembre | La Gazzetta del Mezzogiorno.it.

http://www.nuovaresistenza.org/2014/08/16/gli-indiani-trattano-svolta-nella-crisi-ilva-piano-a-settembre-la-gazzetta-del-mezzogiorno-it/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=gli-indiani-trattano-svolta-nella-crisi-ilva-piano-a-settembre-la-gazzetta-del-mezzogiorno-it

. Renzi dovunque è andato al sud è stato contestato ma l'informazione è silente

Cronache Regionali
GELA - 15/08/2014
La visita del premier in Sicilia

VIDEO - Renzi contestato a Gela esce "da dietro"

Una visita, che al di là delle contestazioni, è comunque da apprezzare per l´attenzione che il capo del Governo ha voluto testimoniare
Foto Corrierediragusa.it
Una vigilia di Ferragosto insolito per un presidente del Consiglio. Matteo Renzi ha dedicato il pomeriggio della vigilia di Ferragosto a Gela e Termini Imerese, i due punti più caldi dell´industrializzazione in Sicilia. Una visita, che al di là delle contestazioni, è comunque da apprezzare per l´attenzione che il capo del Governo ha voluto testimoniare.


"Matteo Renzi a Gela esce dalla porta di servizio per sfuggire alla contestazione della piazza. Una bella figura istituzionale": è quanto comunicato dai comitati No Muos con tanto di video della contestazione al premier. Ad accogliere il presidente del consiglio con fischi, bandiere, cartelli e cori vi erano numerosi attivisti No Muos e una folta delegazione di operai dell’impianto Eni e dell’indotto. “No al Muos, no alla guerra, via le basi Usa dalla nostra terra” e “Lavoro No Guerra” gli slogan ricorrenti. Fra i cartelli spiccava il No Ttip degli oppositori al Trattato Transatlantico per il commercio fra l’Ue e gli Usa che aumenterà a dismisura il potere delle multinazionali a discapito delle produzioni territoriali italiane. La contestazione non ha risparmiato il presidente della regione Rosario Crocetta — che di Gela è stato sindaco — uscito poco prima di Renzi dalla sede del palazzo comunale ma attraverso il portone principale.  Al termine, il presidente del consiglio ha evitato il confronto con la folla dei manifestanti, uscendo dalla porta di servizio.

"Vi ho rovinato il Ferragosto- ha esordito Renzi nella piazza di Gela insieme al presidente Crocetta- Vi ho distrutto le vacanze" ed il ghiaccio si è subito rotto. Poi un discorso a braccio in tipico stile renziano: "Ho accolto l´invito del sindaco ad essere qua dopo la grande mobilitazione sull´ Eni, ma il problema va oltre. Serve capire che se riparte il Sud riparte l´Italia. Essere a Gela oggi per me è motivo di gioia, sono il primo Presidente a venire, spero di non essere l´ultimo perchè ognuno deve fare la propria parte. Noi saremo un paese serio solo quando capiremo come si spendono i progetti europei, non perdendo tutto per strada a causa degli iter burocratici. Dobbiamo lavorare coinvolgendo i cittadini, senza alibi. Dobbiamo fare le riforme, superando un problema: oggi c´è un problema, ritrovare la capacità di investire in Europa, tutti i discorsi perdono di autorevolezza se non superiamo i vincoli della burocrazia. Pensiamo anche allo sblocca Italia, attraverso cui pensiamo ad interventi fondamentali per la Sicilia, dalle infrastrutture ferroviarie a quelle stradali su Palermo, Agrigento, Caltanissetta.

Il 29 agosto alle 21 ci sarà il Consiglio dei Ministri sullo Sblocca Italia. A novembre è in calendario la presentazione di un piano chiaro sugli interventi europei e i fondi pubblici". Renzi ha anche parlato del futuro dell´industria in Sicilia alla luce della crisi nel settore petrolchimico ed automobilistico: "La priorità qui è difendere gli investimenti per l´energia, la chimica verde come interventi in aggiunta. Abbiamo preso un impegno: verificare al Ministero, insieme ad Eni come andranno avanti i progetti di sviluppo, tenendo conto delle esigenze economiche e strutturali. Abbiamo la certezza di poter fare di questa terra un luogo di innovazione non un museo, mantenendo qualità e quantità occupazionale. Alla fine un messaggio ideale a tutti i siciliani perchè si rimbocchino le maniche: "Bisogna smettere di pensare che chi viene da lontano ci può salvare, il Sud può trainare la ripresa del Paese, nonostante i limiti storici della politica e non solo. Io non sono il demiurgo che arriva da fuori, ma il Capo del governo pronto a ricordare che dobbiamo dire basta alla cultura della rassegnazione".

Israele/ebrei devono andare via, le terre sono dei palestinesi, occupano le terre con le armi e il terrore


Ultime Asca

Israele. 600 palestinesi arrestati a Gerusalemme Est da luglio

  • 14 agosto 2014
Tra di loro 175 minori (ASCA) – Gerusalemme, 14 ago 2014 – Cinquantadue palestinesi sono stati arrestati la scorsa notte a Gerusalemme Est; sale cosi’ a oltre 600 il numero degli arresti eseguiti nella citta’ occupata da Israele dall’inizio di luglio. Stando a quanto precisato alla France presse dal portavoce della polizia israeliana, Micky Rosenfeld, tra gli arrestati ci sono anche 175 minori. Gli arresti riguardano nella maggioranza dei casi lanci di pietre o di bombe molotov contro pattuglie di polizia a Gerusalemme Est, ha aggiunto. Alcuni degli arrestati sono stati messi agli arresti domiciliari, altri sono stati rilasciati in attesa di giudizio. Rosenfeld ha poi sottolineando che le operazioni di polizia continueranno.
Da parte sua, l’Associazione dei prigionieri palestinesi ha detto di aver registrato 1.650 palestinesi arrestati a Gerusalemme e in Cisgiordania, mentre il centro Moussawa, una ong che difende i diritti degli arabi israeliani, ha fatto sapere che piu’ di 600 di loro sono stati arrestati dalla meta’ di giugno. Il direttore del centro Moussawa, Jaafar Farah, ha quindi fatto sapere che per la prima volta in Israele la polizia conduce i giovani a gruppi davanti alla giustizia, e i giudici lo accettano, rifiutandosi di esaminare caso per caso. (fonte Afp) Sim

l'albero della storia è sempre verde (Lenin), la polizia uccide

America

I lacrimogeni? Vietati in guerra ma non nelle città americane (e del mondo)

Un manifestante a Ferguson, Missouri, colpito dai gas lacrimogeni della polizia
14 Agosto 2014, 18:37
Nelle notti di scontri nella città di Ferguson, nella contea di St. Louis, i gas lacrimogeni sono stati usati dalla polizia per contenere le proteste dei manifestanti dopo la morte dell'adolescente Michael Brown, ucciso da diversi colpi di pistola da un agente. Prima senti lo scoppio, poi il rumore metallico dell'oggetto che rotola sul pavimento. Di colpo è impossibile vedere e gli occhi iniziano a bruciare e a lacrimare. Raccontano le persone che stanno protestando.
Anche se banditi dalle guerre grazie alla Chemical Weapons Convention firmata nel 1993 anche dagli Stati Uniti, i gas lacrimogeni continuano a essere usati dalla polizia americana e da quella di molti altri Paesi. Questo tipo di arma infatti non è vietata nelle città e nei sobborghi per contenere gli scontri e le proteste. I lacrimogeni sono stati usati l'anno scorso in Turchia. E ancora in Bahrain. Adesso a Ferguson. "Stavo solo cercando di andare a casa di mia sorella", dice al Washington Post un ragazzo di 23 anni: la polizia lo ha colpito prima con proiettili di gomma e poi con gas lacrimogeni.
Ma il capo della polizia del sobborgo del Missouri ha difeso l'uso dell'arma. "Ci sono lamentele da parte di alcune persone. Ma per me nessuno è stato ferito seriamente e sono felice di questo". Tuttavia molti studiosi e osservatori internazionali contestano l'impiego della tecnica nelle città, sostenendo che possa provocare seri danni ai manifestanti. "Per la Convenzione di Ginevra i gas lacrimogeni sono vietati dalle guerre ma continuano a essere impiegati contro i civili. È illogico", spiega a magazine National Geographic, Sven-Eric Jordt, un esperto di gas nervini della Yale University School of Medicine.
L'arma spesso viene usata impropriamente dai poliziotti e ancora è molto difficile da contenere: in molti casi finisce per coinvolgere anche persone che non hanno nulla a che fare con la manifestazione in corso. Sono stati documentati casi di persone ferite, intossicate e anche uccise dall'agente chimico. Ovviamente - continua Jordt - la concentrazione dei gas usati in America è molto minore rispetto a quello impiegato in altri stati del mondo.
Nel 1993 l'Fbi usò gas lacrimogeni contro la setta religiosa dei Davidiani che si rifugiava in un bunker a Waco in Texas. Morirono più di 75 persone, tra cui 28 bambini. L'indagine svelò che l'uso di queste armi contribuirono all'uccisione del membri del gruppo. La polizia di confine di Israele ha spesso usato questo agente chimico per contenere le proteste dei palestinesi: Afp ha riportato che almeno due persone nella regione sono morte soffocate a causa del gas negli ultimi mesi.
Anche in Egitto durante le proteste per il colpo di stato militare che ha ribaltato il governo di Mohammed Morsi, diversi civili hanno perso la vita anche causa dei gas lacrimogeni. Intanto alcuni attivisti di Gaza su Twitter sarebbero in contatto con gli attivisti di Ferguson per spiegargli come resistere e difendersi dai gas lacrimogeni.
Sempre a proposito della questione, una troupe di Al Jazeera America è stata coinvolta negli scontri e colpita con gas lacrimogeni. Ai giornalisti sono state ritirate le telecamere, cosa che ha fatto pubblicare all'emittente del Qatar una nota: "Gli Stati Uniti sembrano l'Egitto", si legge nel comunicato, in cui si paragona quanto sta avvenendo a Ferguson agli scontri dell'anno scorso di piazza Tahrir in Egitto. Il sito di news Quartz ha ricodato come attraverso Twitter i manifestanti della Primavera araba stanno sostenendo le proteste a Ferguson.
Foto: Un manifestante a Ferguson, Missouri, colpito dai gas lacrimogeni della polizia ©AP

http://america24.com/news/gas-lacrimogeni-vietati-in-guerra-ma-non-nelle-citta-usa 

Nato ed Ucraina bugie sempre più grandi, buffoni

non si parla più dell'aereo civile della Malesia, da quando il pilota ucraino ha dichiarato che è stato un suo missile ad abbatterlo - martelun


Ucraina:007 Russia negano sconfinamento

Nato, c'e' stata incursione non invasione


(ANSA) - ROMA, 15 AGO - L'Fsb (servizi di sicurezza russi) nega lo sconfinamento in Ucraina di colonne militari russe, ma conferma che reparti mobili di militari delle Guardie di Frontiera sono state dislocate nelle immediate vicinanze del confine con l'Ucraina per tutelare la popolazione. La Nato, da parte sua conferma che "la notte scorsa c'è stata un'incursione russa, un attraversamento del confine ucraino" ma il segretario generale, Anders Fogh Rasmussen non ha parlato di "invasione".

http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2014/08/15/ucraina007-russia-negano-sconfinamento_d99ce8ef-399e-414a-8f44-f25a2d6ec81a.html

Imbecille, Fronte unico per uscire dall'Euro


Expo, l’allarme di Sangalli
«Nostro impegno a rischio»

Il taglio progressivo del diritto annuale potrebbe annullare la sua azione sull’economia locale. L’appello: «Tagli alle Camere di commercio, il governo cambi»

di Elisabetta Soglio

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È grato al premier per la visita al cantiere, «che dimostra la sua attenzione molto concreta a Expo». Sa bene che «siamo all’ultimo tratto di strada e l’impegno da parte di tutti deve essere al massimo livello». Ma Carlo Sangalli, presidente di Camera di commercio e Unioncamere, non nasconde la difficoltà: «Per noi, che abbiamo sempre mantenuto gli impegni sin dall’inizio della candidatura dell’Italia, sia da un punto di vista economico che contribuendo a realizzare diversi progetti per coinvolgere e incentivare le imprese nella grande manifestazione, la strada è oggi molto in salita». La decisione del Governo di tagliare le risorse delle Camere di commercio, insomma, potrebbe avere conseguenze anche su Expo. «Purtroppo - ammette Sangalli - se le cose andranno in questa direzione, potremmo essere costretti a rivedere il nostro impegno nell’Esposizione Universale già dal prossimo anno, ma abbiamo sempre creduto e investito in Expo e faremo il possibile per mantenere gli impegni».
Presidente, qual è la preoccupazione?
«La parte del decreto legge 90 che prevede un taglio progressivo del diritto annuale, cioè del contributo che le Camere ricevono dalle imprese, limita o potrebbe addirittura annullare la loro azione a favore dell’economia del territorio. Un contributo che alla singola impresa costa circa 150 euro all’anno in media, ma che ha ricadute sulle economie locali».
In che modo?
«Beh, tenga conto che come Camera siamo impegnati in numerosi progetti per lo sviluppo del territorio restituendo il 70 per cento di quello che introitiamo dalle imprese: lavoriamo con il Comune, ad esempio sostenendo interventi sulle start up, e con la Regione. Siamo presenti in Fiera, alla Scala, al Piccolo, alla Triennale, nelle Università. E poi c’è questo impegno per Expo, che è il più oneroso».
Ha un peso anche il fatto che nel disegno di legge sulla Pubblica Amministrazione si propone l’eliminazione del Registro delle Imprese?
«Certamente, e oltretutto è prevista anche l’abolizione del diritto annuale. Ma qui il discorso va fatto a monte: il disegno di legge propone di togliere alle Camere questa funzione principale: perché? Questa riforma è inspiegabile, ed è destinata a distruggere più che a cambiare il sistema camerale. Certo, le Camere hanno margini di miglioramento e proprio per questo stiamo lavorando, anche a livello regionale, per trovare in tempi brevi nuove soluzioni ma non devono essere indebolite o addirittura cancellate».
Siete soli in questa battaglia?
«No e siamo stati molto contenti delle forti prese di posizione del sindaco Giuliano Pisapia e del Governatore Roberto Maroni, che ha anche consegnato un documento al premier Renzi. Oltre alle istituzioni, anche molte associazioni di categoria e di sindacati hanno capito il problema».
La crisi continua a farsi sentire?
«Una recente indagine della Camera di commercio con Ipsos indica ancora un notevole livello di fiducia degli imprenditori milanesi nei confronti della propria impresa, anche se la maggioranza segnala fatturato e conti in peggioramento. Resta negativa la valutazione sulla situazione generale del Paese e sull’uscita dalla crisi in tempi rapidi: sono sette anni che le difficoltà economiche perdurano e forse c’è la consapevolezza che questa rischia di trasformarsi in situazione permanente».
Il problema principale?
«L’Italia ha il record della pressione fiscale: con il 53,2 per cento è la più alta nel mondo occidentale. E questo record incide anche sui consumi al rallentatore, sugli esercizi commerciali in sofferenza, ma più in generale su tutta la nostra economia».
Il bonus da 80 euro è stata una manovra inutile?
«Il bonus 80 euro è stata una decisione giusta anche se si dovrebbe estendere ai lavoratori indipendenti. Fino ad ora la risposta dei consumatori è stata tiepida perché il nodo centrale resta appunto l’insopportabile peso fiscale».
Torniamo all’Expo. Voi state lavorando anche al progetto di Expo in città: come si procede?
«Siamo molto soddisfatti della partnership con il Comune. Nel giro di tre mesi sono state raccolte quasi mille proposte di eventi ma soprattutto è stato realizzato un portale che offre finalmente una visione complessiva delle iniziative che si sviluppano nella grande Milano».
Ed Explora?
«Questa iniziativa di Camera di commercio, Unioncamere, Regione Lombardia ed Expo 2015 promuove in modo innovativo l’offerta turistica. Ha già realizzato 40 club di prodotto ai quali hanno aderito circa 300 imprese turistiche della città e della Lombardia, che sono diventate partner della società. A oggi, Explora ha stabilito contatti con oltre 1.100 tour operator internazionali, presentando l’offerta turistica e le proposte del territorio, ma soprattutto promuovendo Expo 2015». 

la Bulgaria, dopo la sospensione ordinata dall'Europa riprende in considerazione il South Stream

Il gas bulgaro rivivificherà il South Stream

Il gas bulgaro rivivificherà il South Stream

Stando ai media bulgari, il vicepremier e il ministro tecnico per lo sviluppo regionale del governo provvisorio della Bulgaria, Ekaterina Zakharieva, ha dichiarato che il progetto South Stream, sospeso l’8 giugno dalla parte bulgara, sarà realizzato se sarà garantita la possibilità di trasporto anche del gas bulgaro scoperto sulla piattaforma continentale del Mar Nero.

Attualmente il giacimento Khan Asparukh della zona bulgara del Mar Nero è curato dal gruppo francese Total, dall’ austriaca ОМV e dalla spagnola Repsol.
Secondo le parole di Zakharieva, in caso di collegamento al gasdotto della risorsa bulgara sarà rispettata anche la principale condizione, posta dall’Ue nell’ambito del Terzo pacchetto energia, secondo la quale anche altre compagnie devono avere accesso al gasdotto. Infatti, una delle trasgressioni rilevate dalla Eurocommissione è la mancata trasparenza e la indeterminatezza della procedura delle gare, in seguito alla quale è stata la Russia ad ottenere quest’anno il diritto di realizzare il tratto bulgaro del gasdotto.
Il ministro Zakharieva ha detto che il risultato delle nuove gare per la determinazione del costruttore del gasdotto nel territorio della Bulgaria sarà accettato solo con il consenso di Bruxelles.
La dichiarazione della vicepremier non è, in sostanza, di carattere categorico. Esprime piuttosto la speranza che tale progetto sia possibile. Non solo, ma sarebbe possibile in caso di avvio riuscito dell’estrazione di gas in questo giacimento che, come è noto, succederà non prima del 2019, fa notare l’economista bulgaro Anghel Nedjalkov:
La dichiarazione di Ekaterina Zakharieva va considerata nel contesto di quanto avviene sulle piattaforme continentali del Mar Nero. L’interesse verso la regione esiste da decine di anni, ma le quantità industriali di estrazione degli idrocarburi rimangono soltanto nei calcoli teorici. Infondono speranza le nuove tecnologie che, indubbiamente, accelereranno il processo ed aumenteranno le possibilità. Così, due anni fa specialisti austriaci hanno dimostrato la presenza di risorse di petrolio entro i confini della piattaforma continentale romena. In questo momento le zone marittime dell’Ucraina, Bulgaria ed altri paesi del bacino del Mar Nero vengono scrupolosamente esaminate e i risultati sono promettenti. La zona bulgara sarà esaminata solo nel 2016. Se ne occuperà il gruppo francese Total.
Malgardo il South Stream sia molto vantaggioso per la Bulgaria, questo paese non oserà entrare in conflitto con l’Unione Europea. Secondo gli esperti, i rapporti di buonvicinato con la Russia difficilmente potranno influire sulle nuove idee del nuovo governo tecnico del paese.
Stando all’ex ministro dell’energia bulgaro Rumen Ovčarov non tutti in Europa sono interessati al South Stream e gli specialisti regionali se ne rendono perfettamente conto. Tuttavia è un progetto politico e la questione sarà risolta, indubbiamente, nel relativo alveo, è convinto l’economista bulgaro.
Non tutti in Europa sono a favore del South Stream. Per alcuni è un palese intralcio. Ad esempio, la Romania perderebbe rilevanti tasse turche. E non solo la Romania. Altra cosa è perché nel processo di lavoro la Russia, la Bulgaria e l’Ue non hanno chiarito subito le loro posizioni. Ciò avrebbe permesso di evitare molti inconvenienti. La questione non sarebbe diventata una moneta spicciola nei rapporti tra Russia ed Ucraina. Ma, comunque sia, bisogna guardare avanti e cercare una soluzione corretta.
Per saperne di più: http://italian.ruvr.ru/2014_08_15/Il-gas-bulgaro-rivivifichera-il-South-Stream-0674/

Via dall'Euro, Fronte Unico per uscire dall'Euro

AUTUNNO ITALIANO ALLE PORTE CON DUE SOLE POSSIBILITA': VIA DALL'EURO O PRELIEVO FORZOSO (RAPINA) DAI CONTI CORRENTI

venerdì 15 agosto 2014
Come previsto su queste colonne ancora a novembre dello scorso anno, la deflazione è giunta funesta in Italia e quasi tutta Europa. I dati sul Pil tedesco sceso in territorio negativo e la stagnazione della Francia, sono solo due delle conseguenze in atto. 
E il mostro liberato dalle politiche di austerità volute dalla Germania della cancelleria Merkel, imposte dagli oligarchi della ue e attuate in modo prono dai tre governi voluti dal presidente Napolitano, ovvero Monti, Letta e Renzi, ha iniziato a sferrare il colpo di grazia all’economia italiana: in tutte le principali città oggetto di rilevamento Istat, i prezzi al dettaglio sono in discesa.
In apparenza questo potrebbe essere visto in modo positivo: se i prezzi sono più bassi, la gente ha maggiori possibilità di acquistare, ma in realtà esso dimostra lo stato di incancrenimento dell’economia. Infatti, il calo dei prezzi è l’ultima arma che rimane alle aziende per tentare di vendere i propri prodotti, ma è anche quella maggiormente inefficace, perché i meccanismi psicologici che si celano dietro di essa  rappresentano la dissoluzione della società.  Infatti, a fronte di un calo dei prezzi, spesso non segue l’aumento dei consumi, ma, al contrario, un ulteriore calo poiché i consumatori preferiscono ridurre ulteriormente le proprie spese per il timore che la situazione possa ulteriormente peggiorare.
La spirale che si innesca è la seguente: calo dei consumi, riduzione del personale, taglio dei prezzi, ulteriore calo dei consumi, minori entrate fiscali, aumento del debito pubblico, innalzamento dei tassi sul debito, bancarotta dello stato.
Questo fenomeno è ben conosciuto, e passa sotto il nome di “trappola della liquidità” dove, anche in presenza di un costo del denaro prossimo allo zero nessuno è disponibile ad acquistare od investire.
La cosa assurda è che siamo giunti in questa situazione nonostante l’esperienza del passato ci avesse fornito gli strumenti e le conoscenze per non arrivarci. Soprattutto a partire da Monti, infatti, in Italia sono state attuate le stesse politiche che portarono alla grande depressione degli USA ed al successivo contagio europeo che portò all’ascesa delle grandi dittature. Se Keynes potesse tornare per qualche istante sulla terra, prenderebbe a calci non solo i suoi colleghi universitari, ma l’intera classe politica italiana ed europea che ha dimostrato di non aver minimamente compreso il suo insegnamento, frutto non di astratte teorie, ma di attenta osservazione della realtà. Esattamente quanto accaduto con Laffer, i cui insegnamenti sulla pressione fiscale sono stati regolarmente snobbati nonostante l’evidenza dei fatti gli abbia più volte dato ragione.
A questo punto, cosa può accadere?
Due sono le possibilità: la prima è che si continui sulla strada intrapresa dai governi di “nonno Giorgio”, ovvero austerità, tasse, prelievo forzoso ed infine collasso dello stato con milioni di poveri. La seconda è prendere atto che tutto quello che è stato fatto fino ad ora è stato un fallimento e che deve essere radicalmente invertita la direzione.
Questo deve essere fatto con un’azione shock, in grado di far percepire chiaramente alla popolazione che si è deciso di rompere drasticamente con il passato. Questo shock potrebbe essere costituito dal l’uscita dell’Italia dall’euro, con la ripresa della sovranità monetaria e l’avvio di una seria azione di investimenti a favore delle piccole e medie imprese, della ricerca scientifica e delle infrastrutture.
Non stiamo parlando dei vecchi finanziamenti a pioggia di stampo democristiano che hanno portato al dissesto dell’economia italiana, ma di investimenti mirati, sulla falsa riga di quanto sta facendo il governo Orban in Ungheria.
Certo, si tratterebbe di una “rivoluzione” rispetto al pensiero economico dominante dei cattedratici italiani capeggiati dai vari Monti, Zingales, e compagnia cantando, ma è l’unica strada percorribile, soprattutto perché la cura da loro consigliata ha dimostrato che più che far guarire il paziente lo ha portato sull’orlo della morte.
Serve coraggio, ma la situazione è tale che non può più essere gestita da politici allevati in batteria come i polli, buoni solo a ripetere frasi fatte sull’importanza dell’euro, della ue e del risanamento dei conti pubblici. Proprio come quelli che pretendono di governarci oggi.
Luca Campolongo

Renzi dovunque è andato al sud è stato contestato ma l'informazione è silente

Renzi in Calabria entra dal retro per evitare le proteste dei lavoratori

Dopo Napoli, anche a Reggio Calabria il presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato accolto dalle proteste dei lavoratori precari. Una cinquantina di persone che, però, hanno costretto il premier a utilizzare l’ingresso secondario della prefettura dove è stato, invece, accolto calorosamente da tutto il Pd calabrese. Dopo aver affrontato i temi strettamente locali, Renzi si è soffermato sull’incontro avuto ieri con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “L’ho trovato in gran forma. È stato un incontro a 360 gradi in cui abbiamo discusso di politica internazionale e della situazione economica europea”. “Ci sono dei segnali che vedono l’Italia – ha aggiunto Renzi – non andare peggio del resto dell’Europa”. E infine: “Sono molto contento del fatto che il Presidente della Repubblica ha potuto verificare il percorso di riforme costituzionali che qualcuno ha sbrigativamente bollato come autoritario. Questa definizione è una delle più straordinarie boutade del 2014″  di Lucio Musolino

India, con Modi fa un salto in avanti culturalmente

India: Modi, siamo Paese tecnologico

Non della magia nera, presidente sogna "India digitale"

(ANSA) - NEW DELHI, 15 AGO - Infastidito dalla rappresentazione dell'India come il Paese "degli incantatori di serpenti e della magia nera", il premier Narendra Modi ha detto oggi di sognare una "India digitale", capace di competere con le grandi economie mondiali. In occasione della celebrazione del 68/mo anniversario dell'indipendenza nazionale, Modi ha ricordato nel suo discorso lo straordinario successo delle società di outsourcing indiane nelle tecnologie dell'informazione.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/asia/2014/08/15/india-modi-siamo-paese-tecnologico_6e25fdcf-8226-4e81-82f7-578719381e80.html

Noi italiani siamo d'accordo con Orban: sanzioni controproducenti senza motivo alla Russia

Ucraina: Orban contro sanzioni Russia

Premier Ungheria, dovrebbero essere riviste

(ANSA) - BUDAPEST, 15 AGO - L'Ue si è data una "zappata sui piedi" infliggendo sanzioni economiche alla Russia per il ruolo avuto nella crisi ucraina. Ne è convinto il premier dell'Ungheria Viktor Orban che, in un'intervista alla radio pubblica, sostiene che Bruxelles dovrebbe tornare sui suoi passi e rivedere le sanzioni contro Mosca. A questo fine, Orban ha annunciato l'intenzione di cercare sostenitori, in seno all'Europa, al fine di convincere Bruxelles a rivedere la sua politica sanzonatoria.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2014/08/15/ucraina-orban-contro-sanzioni-russia_16194707-ca9b-4dd4-924e-1597bfd082fa.html 

Dementi, l'Euro ha fatto arricchire il Capitalismo tedesco

l'Euro ha fatto arricchire il Capitalismo tedesco  e questo è incapace di fermarsi e ravvedersi e il Progetto dell'Euro imploderà e saranno guai seri, perchè l'Italia non si sarà preparata. Solo degli imbecilli possono pensare che la Germania dia la possibilità all'Italia di fargli concorrenza ricreando il tessuto industriale che gli stessi imbecilli hanno concorso a distruggere - martelun

Governo Renzi, Telegraph: “L’Italia torni alla lira per uscire dalla depressione”

Il quotidiano britannico, in un articolo firmato dall'editorialista anti-europeista Ambrose Evans-Pritchard, suggerisce al premier di "liberarsi dalla trappola dell'unione monetaria" che tiene il Paese in recessione "da quasi sei anni" e "rinominare il debito del Paese in lire". Poi lo invita a trarre la conclusione opposta rispetto all'evocazione della troika di Eugenio Scalfari: "L'euro deve essere scaricato per salvare l'Italia"

Governo Renzi, Telegraph: “L’Italia torni alla lira per uscire dalla depressione”
“Il solo modo possibile per tener fede alla sua promessa di un Risorgimento per l’Italia, e forgiare il proprio mito, è scommettere tutto sulla lira”. L’invito al premier italiano Matteo Renzi arriva dalle colonne del britannico Telegraph. A firmarlo l’editorialista anti-europeista Ambrose Evans-Pritchard, convinto che l’unica chance dell’Italia per uscire dalla depressione in cui versa “da quasi sei anni” (salvo qualche “falso risveglio”) sia abbandonare l’euro. Secondo Evans-Pritchard, infatti, è “un fatto incontrovertibile che i 14 anni di disastro italiano coincidano con l’adesione alla moneta unica”. E anche se “questo non prova il rapporto di causa-effetto”, “suggerisce che l’unione monetaria abbia innescato una dinamica molto distruttiva” ed “è un forte indizio del fatto che ora l’unione impedisce al Paese di uscire dalla trappola”. 
A sostegno della sua tesi il giornalista specializzato in economia internazionale cita il recente rapporto di Moody’s che prevede per quest’anno un calo del Pil italiano dello 0,1%, i dati della Banca d’Italia sulla stagnazione del mercato immobiliare e il livello del debito, salito al 135,6% del Pil. “Il rapporto – sostiene Evans-Pritchard – potrebbe spingersi verso il 140% entro la fine dell’anno, acque inesplorate per un Paese che di fatto prende a prestito in marchi tedeschi. ‘Nessuno sa quando il mercato reagirà’, dice un banchiere”. La conseguenza, stando all’articolo, è che “il premier Matteo Renzi dovrà fare tagli tra i 20 e i 25 miliardi di euro per rispettare gli obiettivi europei di deficit, perpetuando il circolo vizioso”. Ma “il compito è disperato. Uno studio del think-tank Bruegel ha trovato che l’Italia dovrebbe ottenere un surplus primario di 5 punti percentuali di Pil per stabilizzare il debito se l’inflazione fosse al 2%. Con l’inflazione a zero, i punti di Pil diventano 7,8. Ogni tentativo di centrare quell’obiettivo porterebbe a una controproducente implosione dell’economia italiana”. L’articolo del Telegraph, che da tempo pronostica la prossima “fine dell’euro”, cita poi l’economista indiano ed ex funzionario del Fondo monetario Ashoka Mody, che ora lavora al Bruegel, secondo il quale le autorità italiane dovrebbero iniziare a consultare “brillanti avvocati esperti in debito sovrano per assicurare una ristrutturazione ordinata del debito“. 
Evans-Pritchard ricorda anche l’invito lanciato di recente da Eugenio Scalfari su Repubblica: “L’Italia si sottoponga al controllo della troika”. “Mr Scalfari sembra pensare che la democrazia italiana debba essere sospesa per salvare l’euro”, deduce il giornalista. “Il giovane Mr Renzi potrebbe trarre la conclusione opposta, cioè che l’euro deve essere scaricato per salvare l’Italia”. La quale prima dell’unione monetaria, grazie alla “lira debole”, “aveva un surplus commerciale nei confronti della Germania”, mentre ora la sua “metà arretrata, soprattutto il Mezzogiorno, compete palmo a palmo con la Cina e le economie emergenti dell’Asia in settori che dipendono dai prezzi”.  
A poco vale, secondo Evans-Pritchard, invocare le “riforme“: “Pochi negano che lo Stato italiano abbia bisogno di un cambiamento radicale, ma l’Italia ha anche bisogno di un ‘New Deal’ fiscale, massicci investimenti in infrastrutture e capitale umano, sostenuti da uno stimolo monetario per tirare il Paese fuori dalla sua soffocante tristezza cosmica. E Mr Renzi deve ormai sapere che questo non può essere fatto nell’ambito dell’unione monetaria”. Ma, nota il giornalista, ora “si trova nello stesso orrendo imbarazzo di Francois Hollande in Francia. Da outsider se l’è presa con l’austerità europea, salvo poi sottomettersi senza far rumore una volta entrato in carica, perché i suoi consiglieri gli assicuravano che la ripresa era alle porte”. L’articolo giudica però Hollande “impossibile da salvare”, mentre “Renzi non ha ancora bruciato il suo capitale politico ed è uno scommettitore nato”.
Ora però “è da solo”, perché “non c’è più alcuna chance che Italia e Francia possano guidare insieme una rivolta dei Paesi latini” contro il Consiglio europeo e la Banca centrale. Il consiglio del Telegraph, dunque, è di non negoziare ma “liberarsi dalla trappola dell’unione monetaria, riprendere il controllo dei suoi strumenti di sovranità e rinominare il suo debito in lire, introducendo il controllo sui movimenti di capitali finché la situazione non si normalizza”. Secondo il giornale “non ci sarebbe un’immediata difficoltà a rifinanziarsi, perché il Paese ha un surplus primario” e “non soffre di un eccesso di debito in senso stretto”, poiché le famiglie sono poco indebitate. “Il problema di base è un disallineamento del tasso di cambio che crea una non necessaria crisi del debito pubblico attraverso il perverso meccanismo dell’unione monetaria”. La scelta, conclude Evans-Pritchard, dovrà essere presa a breve, quando “la traiettoria del debito italiano entrerà nella zona di pericolo. Stavolta potrebbe non essere così chiaro che il Paese voglia essere ‘salvato’ nei termini stabiliti dall’Europa”.