Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 agosto 2014

Svolgere attività teorica, politica ed organizzativa

"il nostro compito pratico più urgente: creare un'organizzazione di rivoluzionari capace di garantire alla lotta politica l'energia, la fermezza e la continuità"


coordinamenta

I sogni muoiono nel pomeriggio

Elisabetta Teghil

fine-del-mondoIl 4 agosto 1914 il gruppo parlamentare socialdemocratico al Reichstag, il parlamento tedesco, votò i crediti di guerra. Il fatto suscitò una grande impressione perché l’Internazionale socialista si presentava e veniva percepita e letta come la principale forza politica antimilitarista. Un tratto che la caratterizzava perché la dichiarazione di guerra del 28 luglio 1914 non fu un fulmine a ciel sereno, ma era messa in preventivo da diverso tempo.

Ma le premesse si erano viste quando Rosa Luxemburg pubblicò “L’accumulazione del capitale”. Fu proprio questo lavoro che rivelò lo spessore dei disaccordi che segnavano con una linea di frattura l’Internazionale socialista.

Per Luxemburg le condizioni create dall’imperialismo: lotta per le colonie, competizione fra le grandi potenze, caratteristiche proprie, cannibalistiche e onnivore, del capitalismo, non potevano che sfociare nella guerra accompagnata dallo sviluppo dell’apparato industriale bellico che diventava il volano dell’economia dei singoli paesi. L’opera, pubblicata nel gennaio del 1913, subì forti e scomposti attacchi da tutti quelli che, guarda caso, poi votarono la causa della guerra nei loro rispettivi paesi. In particolare si distinsero Eckstein e Bauer.

Fra gli altri che si schierarono, invece, dalla parte di Rosa Luxemburg si trovava Lukacs che disse che Bauer e gli amici avrebbero voluto un capitalismo senza imperialismo, uno sviluppo produttivo senza i disturbi della guerra, riecheggiando in questo modo quanto Marx aveva scritto sul Manifesto a proposito dei riformisti.

Ma la consapevolezza di quello che sarebbe accaduto il 4 agosto i rappresentanti dei partiti socialisti l’avevano con certezza già dal pomeriggio del 30 luglio. Infatti il giorno prima, nei locali della Casa del Popolo di Bruxelles, era cominciata quella che sarebbe poi risultata l’ultima riunione della Seconda Internazionale.

Assente il rappresentante dei Bolscevichi, Litvinov.

Il resoconto di quei due giorni verrà fatto,nelle sue memorie, da Angelica Balabanoff che ricorda che nel pomeriggio del 30 tutti i delegati si erano chiusi a riccio nella difesa degli interessi dei paesi che rappresentavano con la sola eccezione di Jaurès e Luxemburg.

Il BSI, Bureau Socialiste International,si aggiornò senza prendere una decisione.

Il primo agosto Huysmans, segretario del BSI, inviò ai partiti affiliati una breve circolare “..In seguito agli ultimi avvenimenti, il Congresso di Parigi è aggiornato a data da stabilirsi”.

Questa circolare sarà l’ultima.

Il 4 agosto sancisce formalmente quanto Kautsky aveva già dichiarato circa l’impotenza dell’Internazionale di fronte alla guerra per cui l’imperialismo è riconosciuto come una necessità e i lavoratori devono trovare la realizzazione dei propri interessi a cascata dalle guerre imperialistiche, dalle colonie, dalla grandezza e magari dalla vittoria della propria nazione.

Il contributo di Luxemburg nella teoria dell’epoca complessiva e, altresì, del moderno imperialismo in generale, si intreccia con l’analisi leninista che la pura teoria non contraddice l’analisi concreta della situazione del momento ma, anzi, essa si deve tradurre nella prassi. Per Luxemburg e per Lenin la concezione marxista del plusvalore aveva svelato la separazione di classe tra borghesia e proletariato e rispetto alla distinzione tradizionale tra capitale fisso e circolante entrambi avevano focalizzato la loro attenzione sulla distinzione tra capitale costante e capitale variabile.

Per tutti e due l’incremento del capitale costante, momento del processo di sviluppo dell’intera società, svela la lotta delle diverse frazioni del capitale per la spartizione del plusvalore.

Pertanto l’essenza dell’imperialismo si esprime nella guerra come inarrestabile tendenza ad una sempre maggiore concentrazione verso il monopolio assoluto.

E’ il capitalismo monopolistico che crea per la prima volta nella storia dell’economia mondiale la sua guerra, la prima guerra mondiale, la guerra imperialistica nel senso più attinente alla parola. Il capitalismo non si limita più a sfruttare i popoli coloniali, a sottometterli e a depredarli, ma mobilita tutte le riserve umane disponibili dei paesi imperialistici e le trascina direttamente nella guerra.

L’attualità di Luxemburg è in quello a cui assistiamo tutti i giorni, cioè nel bisogno che il capitalismo ha di distruggere le economie altre e far scomparire i tratti economici e mercantili non capitalistici in ogni paese. In definitiva il capitalismo che è auto espansivo consiste nella dissoluzione di tutto quello che è altro sia all’interno che all’esterno dei confini politici dei rispettivi Stati. Tutti quei casi che Luxemburg definì il mercato “esterno del capitalismo”.

Socialdemocratici e riformisti usano l’eclettismo, mentre Luxemburg, Lenin e i rivoluzionari adottano la dialettica. I primi con un metodo meccanicistico separano rivoluzione borghese e rivoluzione proletaria, lotta per l’indipendenza e nascita delle borghesie nazionali…. e già nella loro epoca Luxemburg e Lenin dovevano fare i conti con il radicalismo di sinistra che trascurava o respingeva tutti quei movimenti di disgregazione, di fermento, di lotta che pure si sviluppavano e ne negava la connessione con la rivoluzione proletaria. Lenin e Luxemburg ricordavano che quei movimenti erano oggettivamente rivoluzionari e insistevano sul fatto che, altrimenti, si sarebbe rinunciato ai principali e naturali alleati del proletariato e, posizionandosi in uno spazio rarefatto di una pura rivoluzione proletaria, nella dichiarazione di essere solo e soltanto dalla parte della classe operaia, non si sarebbe riconosciuto il contesto che poteva dare possibilità di successo alla rivoluzione stessa.

Oggi gli eredi di quel radicalismo di sinistra sono i teorici del né-né, né con-né con ma solo con la classe operaia, posizione che non si traduce soltanto in un effettivo immobilismo, ma, nella sostanza, diventa un appoggio alla componente più forte dell’imperialismo che in campo internazionale è rappresentata dagli Usa e, in Italia, dal blocco che appoggia gli interessi dell’iper-borghesia.

Il grande mutamento è rappresentato dal fatto che la socialdemocrazia è diventata destra moderna emarginando quella storica e tradizionale, rappresentando in toto gli interessi dell’imperialismo a cui ha portato in dote il lessico di sinistra.

Allo stesso tempo, la sinistra che si autodefinisce radicale ha fatto propri,fuori tempo massimo, i valori tradizionalmente socialdemocratici insistendo su categorie non più percorribili perché non coincidenti con gli interessi del grande capitale, cioè il gradualismo e il riformismo. E, nella sua miopia e insipienza politica, reclama una presenza dello Stato nell’economia dimenticando, volutamente o per ignoranza, che lo Stato nell’economia è presente come mai in passato, ma come artefice della crescita a dismisura dell’apparato industriale-militare.

Da qui l’attualità del pensiero di Luxemburg e di Lenin, quest’ultimo oggetto, da una parte, di un’opera di imbalsamazione teorica e politica, dall’altra, di un tentativo di svilimento perché presentato come superato e, magari, come cattivo maestro, nello stesso modo in cui viene trattata la lotta di classe.

Contemporaneamente si stravolge e si manipola il pensiero di Luxemburg per ottenere un duplice risultato : quello di presentarla come antagonista e/o alternativa a Lenin e quello di attaccare il pensiero leninista. Così facendo gli eredi di quelli che l’hanno uccisa, ne vogliono uccidere anche il pensiero.

E noi condividiamo quello che disse Lenin alla sua morte definendola “ un’aquila” e i suoi avversari di allora e i suoi manipolatori di oggi zampettano nell’aia del capitale.

In una stagione, quella odierna, dove le guerre coloniali vengono definite ipocritamente umanitarie, che il ruolo della socialdemocrazia sia venuto meno ce lo esplicita il fatto che non c’è nessuna ricaduta positiva sulla popolazione dei paesi occidentali in seguito a questi conflitti. Anzi. E questo vale anche per noi in Italia. Le più recenti conferme sono l’aggressione alla Libia e le vicende Ucraine.

Gli Stati Uniti, lo Stato del capitale, con il loro alleato inglese e con il codazzo dei vassalli, hanno messo in preventivo l’ipotesi di una terza guerra mondiale perché non conoscono altre soluzioni alla propria difficoltà economica ed è il modo proprio del capitale di avanzare nel processo auto espansivo.

Nella prima guerra mondiale le perdite maggiori sono state quelle dei militari, sorvolando sul fatto che erano soprattutto e nient’altro che contadini chiamati alle armi.
Nella seconda guerra mondiale, le perdite maggiori sono state tra i civili e sono state soprattutto le città ad essere distrutte.

La terza guerra mondiale, per lo sviluppo impetuoso delle armi di distruzione di massa presenterà caratteristiche di catastrofe per l’umanità.

Alla situazione oggettiva derivante dalle dinamiche di espansione proprie del capitale, si deve aggiungere una situazione soggettiva a proposito del rapporto tra struttura e sovrastruttura di marxista memoria e di come quest’ultima in alcune situazioni prenda il sopravvento. Gli Stati Uniti, da quando sono in mano alle multinazionali che hanno esautorato la politica e le hanno tolto ogni indipendenza, sono fuori controllo, guidati da persone prive di scrupoli e capaci di ogni crimine. Coloro che pensano di salvare i loro interessi e, magari, la loro vita, con la tradizionale divisione fra chi nella guerra è coinvolto/a e chi non lo è, hanno il respiro corto e mostrano tutta la loro miopia.

Il riconoscimento del fatto che, su un piano storico, la funzione rivoluzionaria della borghesia nell’età imperialistica è ormai esaurita non significa che con le rivoluzioni borghesi non siano stati appagati quegli strati sociali che erano interessati alla loro soluzione rivoluzionaria.

Ma, oggi, assistiamo, limitando il discorso all’Italia, però questo sta avvenendo in tutti i paesi occidentali, ad una rottura del blocco sociale che ha governato questo paese nel dopoguerra. Nel proprio processo di auto valorizzazione, l’iper borghesia ha pauperizzato, ma, soprattutto, ha cacciato dai momenti decisionali le restanti frazioni della borghesia… piccola, media, liberi professionisti, lavoratori cognitivi…… mettendole in una condizione di disperazione che non è solo economica, ma anche sociale e di ruolo.

Volenti o nolenti, ci stiamo plasmando sul modello statunitense. A conferma del ruolo egemonico che questi ultimi hanno nel nostro mondo . Le decisioni vengono prese dalle multinazionali, i politici sono loro impiegati, lo Stato sociale viene smantellato, tutto è ridotto a mercato e la merce è l’unità di misura di ogni rapporto compreso quello umano. Povertà diffusa, crollo dell’attesa di vita, aumento della mortalità infantile, impossibilità di accedere alle cure mediche, incremento della popolazione carceraria, aumento a dismisura delle persone soggette a libertà vigilata, controllo diffuso e capillare delle esistenze in ogni momento. Le condizioni di vita dei paesi occidentali da qui a poco possono essere, quindi, facilmente previste guardando quelle dei cittadini/e americani/e.

Tutto questo non è il frutto di una crisi. E’ inutile ricercarne le cause nella sovrapproduzione o nella finanziarizzazione, ed è inutile ricercare rimedi perché alla base c’è la scelta neoliberista che non si limita al campo economico, ma si irradia come metabolismo in tutti i momenti della società.

Il fatto storico incontestabile che la classe borghese è stata guida e beneficiaria delle sue rivoluzioni dei secoli passati non deve far dimenticare che gli obiettivi oggi si sono ridefiniti trasformando l’iper borghesia nella nuova aristocrazia e riducendo la restante borghesia ad un ruolo di servizio, così come nelle monarchie assolute.

La corretta valutazione di questo stato di cose apre prospettive nuove alla rivoluzione proletaria che significa oggi, nello stesso tempo, realizzazione e superamento della rivoluzione borghese.

Per individuare questo passaggio dialettico è necessaria una ricomposizione di classe di tutti gli strati sociali che si oppongono al progetto neoliberista.

La scommessa è su chi saprà coagulare intorno a sé tutte le frazioni che vogliono costruire altro.

Per questo è importante ricordare la prima e la seconda guerra mondiale, perché in questi due eventi, milioni e milioni di proletari e borghesi sono stati spinti ad assassinarsi per poter appagare la voracità imperialista.

Una risposta altra dipende solo dalla percezione della situazione storica e, per la classe operaia , dalla sua coscienza di classe.

In Italia è la seconda volta che viene operata una rottura del blocco sociale che governava il paese. E’ già avvenuto con l ’avvento del fascismo che ruppe il blocco sociale che aveva guidato il paese dopo l’unità d’Italia. E come, già allora, Gramsci, inascoltato, teorizzò l’alleanza di tutte le componenti sociali avverse al fascismo, così noi dobbiamo unificare tutte le frazioni sociali avverse al neoliberismo.

La guerra, pertanto, non va letta con categorie fataliste o rimosse perché ci sembra improbabile o impossibile, ma va considerata dal punto di vista economico e sociale e quindi una tappa dello sviluppo imperialistico del capitalismo.

Sviluppo che non va letto come realtà che non può modificarsi, proprio come ci vuol far credere il neoliberismo che ha rimosso volutamente ogni teoria che superi l’orizzonte della società borghese.

La macchina omicida è ancora attiva e passando attraverso la seconda guerra mondiale costituisce e costruisce una specie di passato-presente e dà un senso al ritmo della distanza temporale.

La prima guerra mondiale, che, dopo i terrificanti progressi compiuti durante il ventesimo secolo nella sofisticazione e nella forza d’urto dei mezzi di distruzione, può sembrare preistoria, conserva attraverso le inattese e sempre più ravvicinate scansioni, la sua sorda potenza di sconvolgimento.

La sostanza neoliberista è palpabile anche, proprio parlando di guerra, nella dimensione del lutto. Alla fine della grande guerra il lutto non fu negato, anzi fu messo in scena con la costruzione di monumenti ai caduti, con stele e lapidi con i nomi incisi che accompagnano ancora ogni paese d’Italia. Questa operazione si è manifestata anche nella seconda guerra mondiale, seppure in maniera ridotta.

Ora, nella stagione neoliberista, il lutto viene rimosso.

Nei paesi europei il rientro dei caduti viene ancora enfatizzato con la presenza delle autorità e la bandiera che avvolge la bara. Ma, tutto questo, non esiste più negli Stati Uniti, le foto e le immagini del rientro dei caduti non trovano ospitalità e il lutto è solo e soltanto personale e familiare.

Nella società statunitense chi è sopraffatto da una perdita di guerra la può vivere individualmente, ma non può e non deve condividerla e non trova compensazioni nel discorso di glorificazione della morte in combattimento o di idealizzazione del combattente perché questi fondamenti sono stati scossi dalle fondamenta dalla logica della propaganda che permea la società neoliberista e dalle dimensioni della guerra industriale.

In definitiva gli USA e il loro verbo neoliberista hanno sradicato la retorica che ha accompagnato la prima e la seconda guerra mondiale per cui si moriva per la patria e perché non ci fossero più guerre.

La morte degli individui in guerra, non più e non solo di quelli in divisa, è accompagnata dalla devastazione del paesaggio e del territorio, impregnato di veleni,alterato nelle acque e nell’aria, esposto a mutazioni neppure quantificabili.

La guerra, oggi, nel suo continuo riproporsi, non è solo vorace e divoratrice nella stagione delle armi di distruzione di massa, ma è capace di sommergere anche i corpi vivi.

Non è affatto vero che la storia è finita, che non ci siano alternative a questa società, che le ideologie siano morte, che la lotta di classe sia superata, è proprio la riappropriazione di queste categorie che ci può consentire di mettere in discussione la terza guerra mondiale verso cui i circoli atlantici, che sono a guida statunitense, ci vogliono far arrivare a tappe forzate.

In ogni situazione c’è un problema centrale dalla cui soluzione dipende la soluzione delle altre questioni, come pure lo sviluppo di tutte le tendenze sociali per il futuro.

Oggi il nodo è il riconoscimento che il neoliberismo è la scelta ideologica del capitale nella sua fase imperialistica e che le forze socialdemocratiche nei paesi occidentali stanno naturalizzando questa scelta nei rispettivi paesi.

Utilizzando il materialismo storico dobbiamo individuare, in questa fase data, il momento centrale che lo sintetizzi nel rapporto al tutto, nella totalità del presente, con riferimento allo sviluppo nel futuro, quindi anche al futuro nella sua totalità praticamente afferrabile.

Il fatto di concentrarsi nella chiusura della catena non significa affatto separare questo momento dall’insieme e trascurare per esso gli altri momenti. Al contrario. Significa che tutti gli altri momenti devono essere messi in rapporto con questo problema centrale, devono essere intesi e risolti nell’ambito di questo rapporto.

La connessione reciproca di tutti i problemi non viene indebolita da questa centralità, ma al contrario si rafforza e si concretizza.

http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/3999-elisabetta-teghil-i-sogni-muoiono-nel-pomeriggio.html

ebrei/Israele, deve andare via dalla Palestina, altri cinque morti di cui tre bambini

Mentre Washington dichiara che «Israele ha il diritto di difendersi dagli attacchi lanciati da una organizzazione terroristica di Gaza», assicurando però di lavorare sia con i palestinesi che con gli israeliani per descalare il conflitto, Bruxelles esprime «ferma condanna» per il lancio di razzi da Gaza su Israele e «deplorazione» per le vittime civili palestinesi provocate dai raid aerei effettuati «per ritorsione» da Israele. Stessa posizione di Roma, che insiste sulla necessità di «riprendere il filo del processo di pace». Per farlo, occorre però spezzare il filo del processo di guerra, in cui gli Stati uniti e le maggiori potenze europee svolgono un ruolo di primo piano.
I cacciabombardieri che martellano Gaza sono F-16 e F-15 forniti dagli Usa a Israele (oltre 300, più altri aerei ed elicotteri da guerra), insieme a migliaia di missili e bombe a guida satellitare e laser. Come documenta il Servizio di ricerca del Congresso Usa (11 aprile 2014), Washington si è impegnato a fornire a Israele, nel 2009-2018, un aiuto militare di 30 miliardi di dollari, cui l’amministrazione Obama ha aggiunto nel 2014 oltre mezzo miliardo per lo sviluppo di sistemi anti-razzi e anti-missili. Israele dispone a Washington di una sorta di cassa continua per l’acquisto di armi statunitensi, tra cui sono previsti 19 F-35 del costo di 2,7 miliardi. Può inoltre usare, in caso di necessità, le potenti armi stoccate nel «Deposito Usa di emergenza in Israele». Al confronto, l’armamento palestinese equivale a quello di chi, inquadrato da un tiratore scelto nel mirino telescopico di un fucile di precisione, cerca di difendersi lanciandogli il razzo di un fuoco artificiale.
Un consistente aiuto militare a Israele viene anche dalle maggiori potenze europee. La Germania gli ha fornito 5 sottomarini Dolphin (di cui due regalati) e tra poco ne consegnerà un sesto. I sottomarini sono stati modificati per lanciare missili da crociera nucleari a lungo raggio, i Popeye Turbo derivati da quelli Usa, che possono colpire un obiettivo a 1500 km. L’Italia sta fornendo a Israele i primi dei 30 velivoli M-346 da addestramento avanzato, costruiti da Alenia Aermacchi (Finmeccanica), che possono essere usati anche come caccia per l’attacco al suolo in operazioni belliche reali.
La fornitura dei caccia M-346 costituisce solo una piccola parte della cooperazione militare italo-israeliana, istituzionalizzata dalla Legge n. 94 del 17 maggio 2005. Essa coinvolge le forze armate e l’industria militare del nostro paese in attività di cui nessuno (neppure in parlamento) viene messo a conoscenza. La legge stabilisce infatti che tali attività sono «soggette all’accordo sulla sicurezza» e quindi segrete. Poiché Israele possiede armi nucleari, alte tecnologie italiane possono essere segretamente utilizzate per potenziare le capacità di attacco dei vettori nucleari israeliani. Possono essere anche usate per rendere ancora più letali le armi «convenzionali» usate dalla forze armate israeliane contro i palestinesi.
La cooperazione militare italo-israeliana si è intensificata quando il 2 dicembre 2008, tre settimane prima dell’operazione israeliana «Piombo fuso» a Gaza, la Nato ha ratificato il «Programma di cooperazione individuale» con Israele. Esso comprende: scambio di informazioni tra i servizi di intelligence, connessione di Israele al sistema elettronico Nato, cooperazione nel settore degli armamenti, aumento delle esercitazioni militari congiunte.
In tale quadro rientra la «Blue Flag», la più grande esercitazione di guerra aerea mai svoltasi in Israele, cui hanno partecipato nel novembre 2013 Stati uniti, Italia e Grecia. La «Blue Flag» è servita a integrare nella Nato le forze aeree israeliane, che avevano prima effettuato esercitazioni congiunte solo con singoli paesi dell’Alleanza, come quelle a Decimomannu con l’aeronautica italiana. Le forze aeree israeliane, sottolinea il generale Amikam Norkin, stanno sperimentando nuove procedure per potenziare la propria capacità, «accrescendo di dieci volte il numero di obiettivi che vengono individuati e distrutti». Ciò che sta facendo in questo momento a Gaza, grazie anche al contributo italiano.
 

Pensioni d'oro, ne vogliamo parlare seriamente, miliardi sperperati

Trucchetti d'oro

Pensioni, dai politici a Bankitalia: i veri privilegi

Giorgio Napolitano
Altro che 3.500 euro al mese. Se proprio il governo vuole sfoderare la spada contro le iniquità del sistema pensionistico per tappare un po’ di buchi del bilancio pubblico, gli obiettivi sono ben diversi da quelli ad ampio spettro su cui i tecnici di Via XX Settembre continuano a ragionare. Al di là del retributivo, infatti, l’Italia è piena di categorie che negli anni passati hanno goduto di trattamenti di assoluto favore con una totale non corrispondenza tra quanto hanno dato e quanto ora prendono. Progressivamente molti privilegi, almeno sulla carta, sono stati eliminati. Ma serviranno ancora diversi decenni prima che l’onda lunga delle pensioni d’oro ingiustamente percepite smetta di pesare sui conti dello Stato.
L’elenco dei favoriti è lungo e articolato. A partire, in ordine di tempo, dalle circa 38mila persone (tra cui Giorgio Napolitano, Franco Marini, Ottaviano del Turco e Sergio D’Antoni) che dal 1974 al 1980 hanno usufruito del regalo previdenziale elargito dalla famosa legge Mosca. Un giochino che alla modica cifra di circa 15 miliardi di euro ha garantito il vitalizio a chi nel dopoguerra aveva lavorato per partiti e sindacati senza iscrizione all’Inps, e quindi senza contributi. Restando nel campo della politica, ogni anno continuiamo a pagare fior di pensioni a parlamentari che hanno lavorato solo pochi giorni. Con il governo Monti le Camere sono passate al contributivo, ma tutti gli eletti prima del gennaio 2012 che hanno fatto almeno una legislatura (famoso il caso di Luca Boneschi che prende 3.108 euro al mese per un giorno da parlamentare) continuano tranquillamente a percepire il loro assegno mensile.
Il metodo contributivo è arrivato anche al Quirinale, dove le pensioni d’oro si sono arrestate nel 2008.
Due anni più tardi è finita la cuccagna pure per i giudici costituzionali. Per loro il trattamento è quello generale che si applica anche alla magistratura (regole Inps ma possibilità di restare al lavoro fino a 75 anni). Quando era in vigore il retributivo, però, l’usanza di nominare il più anziano presidente faceva schizzare l’assegno pensionistico alle stelle praticamente per tutti. Mentre i dipendenti usufruivano anche da pensionati degli aumenti degli ex colleghi rimasti in servizio. La tagliola è arrivata nel 2000, invece, per l’Antitrust, dove prima si poteva andare in pensione (Giuliano Amato prende 11mila euro al mese, più altri 11mila da professore universitario) con l’equivalente dell’altissimo stipendio da commissari. Aiutini pure in Bankitalia, dove alla pensione ordinaria si aggiunge quella integrativa di un Fondo finanziato per lo 0,5% del Tfr dal dipendente e per il 4,7% del Tfr dall’Istituto.
Tra i privati rientrano tutte le categorie che facevano capo a Fondi speciali ora non più attivi. In vetta alla classifica il personale di volo, che godeva di particolari privilegi anche sui coefficienti di trasformazione e sul calcolo degli anni di contribuzione. Non è un caso che ancora nel 2013 la pensione dei piloti è la più alta, con una media di 3.500 euro
http://www.liberoquotidiano.it/news/11676104/Pensioni--dai-politici-a-Bankitalia.html

Renzino ritorni a Gela senza scorta e senza passare dalla porta di servizio

Iraq, Salvini attacca Renzi: “Ipocrita, venga in stazione a Milano, non a Baghdad”

Pubblicato il


“Più che andare in Iraq, inviterei Renzi a venire in Stazione Centrale a Milano, due passi per Roma senza scorta possibilmente, e non si scherza col terrorismo”. Il segretario confederale della Lega Nord , Matteo Salvini, lancia strali all’indirizzo di Matteo Renzi e solleva dubbi sulla sua visita lampo in Iraq. Una missione diplomatica quella di Renzi, si legge tra le parole di Salvini, ospite stamattina di Agorà Estate su Rai Tre, che ha tutta l’aria di essere uno spot al governo più che una reale proposta di sostegno nella lotta contro i terroristi dell’Isis.

“C’è profonda ipocrisia nelle parole di Renzi”, ribadisce Salvini. “Per carità, la vita è sacra e ognuno deve vivere tranquillo e sereno a casa sua, ma, delle due l’una: c’è un rischio terrorismo islamico che ci stiamo coltivando in casa nostra perché questi matti arrivano dall’Inghilterra, dalla Francia”, continua il segretario del Carroccio”. “Ci dicono che sono in Italia, ci dicono che c’è rischio che tra coloro che sbarcano si infiltrino queste persone”, dichiara Salvini. “Mentre Renzi va in Iraq a dire: ‘Attenzione, c’è pericolo’ – ha proseguito – qui sbarcheranno altre migliaia di persone, qualcuno avanza richieste per costruire moschee con soldi di dubbia provenienza. Temo ci sia troppa sufficienza e che ci stiamo coltivando a casa nostra, spero di no, un potenziale esplosivo che stiamo sottovalutando”, mette in guardia il leader della Lega Nord. IRAQ ITALIA SI ALLERTA DOPO I PRIMI AIUTI UMANITARI

“Dico a Renzi, sveglia! – ha incalzato Salvini – Siamo gli unici ad avere un’operazione come Mare nostrum che causa morti più che salvare vite e ha portato centomila persone in casa nostra di cui sappiamo poco e niente”. A margine dell’intervento, Matteo Salvini ha spiegato anche le ragioni che hanno portato la Lega a votare contro l’invio di armi ai peshmerga curdi durante la riunione delle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato di due giorni fa: “Abbiamo votato contro l’invio delle armi perché è un atteggiamento ipocrita. La Lega dei Curdi si occupa da 12 anni, non da 12 minuti”.

http://www.termometropolitico.it/1132889_iraq-salvini-attacca-renzi-ipocrita-venga-in-stazione-milano-non-baghdad.html

Ministro Franceschini, un'altra tassa occulta

La “tassa sugli smartphone” approda in Portogallo

22/08 15:04 CET

La famigerata tassa sugli smartphone arriva anche in Portogallo. Il governo di Lisbona ha approvato una bozza di legge da presentare al Parlamento sul cosiddetto “equo compenso”.
In pratica si tratta di un’imposizione sui dispositivi digitali (pc, tablet e cellulari) che ha lo scopo di risarcire i detentori di copyright, ad esempio i cantanti, a fronte della possibilità da parte degli utenti di creare una “copia privata” di un’opera.
La notizia ha scatenato un aspra controversia, simile a quella in corso in Italia: per la SIAE portoghese la mossa va nella direzione giusta e i costi dovranno essere coperti dagli operatori. Ma in tanti sospettano che, alla fine, il tutto si tradurrà in un sovrapprezzo per i consumatori.

http://it.euronews.com/2014/08/22/la-tassa-sugli-smartphone-approda-in-portogallo/ 

Ferrovie, si lascia all'incuria il trasporto pubblico, non si è esce dalla crisi in questo modo

...   "produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile ..." http://www.letteradeglieconomisti.it/

A Matera il collegamento ferroviario non esiste

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In questi giorni Federconsumatori sta ricevendo “tantissime denunce su malfunzionamento e le condizioni dei mezzi di trasporto“. In cima ai reclami la differenza abissale” tra il Nord e il Sud. Un divario, spiega l’associazione in un comunicato, di cui risentono non solo i passeggeri che si imbarcano per le “lunghe traversate” verso il Mezzogiorno, “troppo spesso considerati viaggiatori di serie B rispetto a quelli che viaggiano sui comodi treni ad alta velocità“, ma anche per i “pendolari” che affrontano ogni giorno “un viaggio di fortuna” per raggiungere il proprio luogo di lavoro.
Un’altra criticità è rappresentata, aggiunge Federconsumatori, “dall’assenza di collegamenti per il Sud: visitare i gioielli del Mezzogiorno con i mezzi pubblici è una missione impossibile. Un esempio eclatante è la città di Matera, una delle più belle città del mondo, patrimonio dell’Unesco, dove non esiste il collegamento ferroviario“.
Un ulteriore punto dolente per l’organizzazione è la scarsa pulizia dei mezzi di trasporto e dei luoghi di partenza. E nella ‘black list‘ stilata da Federconsumatori non mancano le stazioni, “diventate sempre di più dei ‘centri commerciali‘”, dove però mancano “i punti per l’assistenza del viaggiatore e sono sempre più difficili gli acquisti dei biglietti”.

http://www.restoalsud.it/2014/08/22/a-matera-il-collegamento-ferroviario-non-esiste/ 

come i bambini vengono manipolati sotto qualsiasi latitudine

2014-08-22

ASIA/INDIA - I gesuiti: il governo del Gujarat diffonde estremismo e violenza nelle scuole

Ahmedabad (Agenzia Fides) – Il governo del Gujarat diffonde i principi dell’estremismo e del nazionalismo indù tra i bambini delle scuole: ha infatti introdotto, in oltre 42.000 scuole primarie e secondarie statali, nove libri di testobasati sui principi identitari, razzisti e discriminatori, propri dei gruppi radicali indù, fautori di odio e violenza. E’ la denuncia inviata a Fides da p. Cedric Prakash SJ, Direttore di “Prashant”, Centro per i Diritti Umani, la Giustizia e la pace con sede ad Ahmedabad, nello stato del Gujarat.
Come riferito a Fides, in una circolare del 30 giugno 2014 lo stato del Gujarat ordina di inserire nel curriculum di studi nove testi scolastici elaborati da Dina Nath Batra, fondatore di una Accademia culturale, la “Shiksha Bachao Andolan Samiti”, che intende preservare la religione e la cultura indù. L'accademia è utilizzata come punto di riferimento ideologico dai gruppi violenti che promuovono in India l’ideologia dell’Hindutva (“induità”, che predica “L’India agli indù”). Tali forze, nota p. Prakash a Fides, “puntano ora a manipolare il sistema educativo pubblico”.
I libri sono stati pubblicati (in lingua Gujarati) a gennaio 2014 ed elogiati dall’allora primo ministro del Gujarat, Narendra Modi, oggi Primo ministro dell'India. “Congelati fino a dopo le elezioni, oggi vengono surrettiziamente introdotti nelle scuole”, spiega il gesuita.
“I libri sono pieni di miti e falsità, di superstizioni e pregiudizi, con grossolane distorsioni e manipolazioni. Propagano un'ideologia fascista che totalmente contro il patrimonio della cultura indiana, fatta di inclusione, pluralismo e dei diritti di tutti”, nota preoccupato p. Prakash
I testi, secondo il gesuita “violano gli articoli 28 e 29 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, promuovendo una ideologia razzista”. Parlando di “negri”, insegnano odio e pregiudizi verso gli occidentali, accusano la lingua inglese “di aver inquinato la cultura indiana”, denigrano sottilmente le minoranze religiose come musulmani e cristiani e definiscono islam e cristianesimo “religioni non indiane”.
I gesuiti di Prashant invitano la società civile a “protestare con forza” per non permettere che i bambini indiani siano educati secondo tali principi distorti e violenti e chiedono al governo l’immediata revoca dell’ordine di introduzione di tali testi nelle scuole pubbliche. (PA) (Agenzia Fides 22/8/2014)
http://www.fides.org/it/news/55797-ASIA_INDIA_I_gesuiti_il_governo_del_Gujarat_diffonde_estremismo_e_violenza_nelle_scuole#.U_gjjWNdR2U

Comunione e Liberazione, dietro l'apparenza una Consorteria di Affari e Potere

Meeting: al via a Rimini, oltre 280 relatori e 2. 940 volontari

Meeting al via a Rimini  oltre 280 relatori e 2 940 volontari 15:42 22 AGO 2014

(AGI) - Roma, 22 ago. - Sono 100 gli incontri proposti dalla 35ˆ edizione del Meeting per l'amicizia fra i popoli. La Kermesse di Comunione e Liberazione (intitolata quest' anno "Verso le periferie del mondo e dell'esistenza. Il destino non ha lasciato solo l'uomo") si terra', come sempre alla Fiera di Rimini (dove il Meeting utilizzera' 150.000 metri quadri) dal 24 al 30 agosto. Sono previsti 21 spettacoli (considerando anche le quattro proiezioni cinematografiche), 14 esposizioni (sommando alle 7 mostre Meeting quelle proposte da "Esperienze e percorsi", da "Uomini all'opera" e la rassegna su don Bosco), le manifestazioni sportive. Secondo una nota, saranno presenti oltre 280 relatori e 2.940 volontari che, durante la settimana del Meeting, impegneranno gratuitamente energie, competenze e anche ferie per consentire lo svolgimento della manifestazione Fuori dal grande contenitore fieristico verranno proposti due spettacoli (al Teatro Novelli di Rimini) e sei manifestazioni sportive. I costi preventivati del Meeting 2014 sono di 7 milioni 157mila 400 euro. Le voci relative alle entrate indicano, in ordine decrescente: servizi di comunicazione per le aziende (4 milioni 480mila euro), introiti dalla ristorazione (1 milione 260mila), attivita' commerciali, biglietti delle manifestazioni a pagamento e contributi da privati. E' previsto attualmente un disavanzo, relativamente modesto rispetto alle dimensioni della manifestazione.
  "Sottolineo - sottolinea il direttore Sandro Ricci- due caratteristiche del Meeting di quest'anno -: "l'ulteriore crescita della dimensione internazionale della manifestazione e il consolidarsi della dimensione culturale del Meeting, del Meeting come luogo di dialogo. Ancora di piu' quest'anno, sono coinvolti, ad esempio, temi, realta' e personalita' da ogni parte del mondo: dall'Ucraina all'Egitto e alla Siria, dal Kenya e dalla Lituania all'Ecuador, al Brasile e all'Iraq, dal Giappone alla Nigeria, dalla Russia agli Stati Uniti, dal Kurdistan al Pakistan e all'Argentina?; e l'elenco e' decisamente incompleto. E' il dato che abbiamo evidenziato anche nel video di presentazione: "Un giro del mondo con il Meeting 14", presente sul nostro sito internet".
  Riguardo al deficit di questa edizione, Ricci spiega che si puntera' sui servizi di ristorazione e sul 'Fundraising'. "Per colmare questo disavanzo - sono parole di Ricci - contiamo su un maggiore utilizzo dei servizi di ristorazione e soprattutto sulla campagna di 'Fundraising', che non si esaurisce con la semplice raccolta di fondi, ma e' innanzitutto la capacita' di far nascere relazioni di fiducia con quante piu' persone possibili. All'interno della fiera, ci saranno due postazioni di raccolta (Hall Sud e Corridoio Pad. C3) nei quali sara' possibile fare la propria donazione ed entrare a far parte della Community Meeting per "Sostenere la costruzione di un luogo che, da oltre trent'anni, testimonia e racconta una cultura dell'incontro, una cultura dell'amicizia". Sono tre i Main Partners del Meeting 2014 (Enel, Intesa Sanpaolo, Wind), dieci gli Official Partners, mentre la Repubblica di San Marino figura come Institutional Partner. Nel complesso, sono oltre 150 le Aziende e gli Enti che, a vario titolo, partecipano alla manifestazione e utilizzano il Meeting per la loro comunicazione al grande pubblico. (AGI)
http://www.agi.it/economia/notizie/meeting_al_via_a_rimini_oltre_280_relatori_e_2_940_volontari-201408221542-eco-rt10105

Yemen, abbiamo sempre parlato di terroristi ma terroristi non sono

Qualsiasi opposizione è bollata di terrorismo, da quando nell'11 settembre 2001 due aerei hanno fatto crollare tre torri, è stata creata nell'incoscio collettivo una paura ancestrale - martelun

YEMEN. Gli Houthi assediano la capitale, ma si aprono le trattative

ago 22nd, 2014 | By | Category: Qui Medio Oriente, Ultimissime Notizie Geopolitiche
yemen raidaI miliziani della minoranza Houthi, che tengono sotto scacco le forze governative yemenite ormai da mesi, hanno accettato l’invito del presidente Abdu Rabu Mansour Hadi di parlamentare per arrivare a un cessate-il-fuoco e porre fine alle tensioni in corso.
Agli inizi di luglio gli Houthi avevano conquistato la città di Amran, a 70 km dalla capitale, oggi di fatto circondata dai miliziani. Il governo di Sanaa ritiene che gli Houthi, di fede sciita, siano sostenuti dall’Iran e da altri gruppi come gli Hezbollah libanesi, mentre è certo il legame del governo centrale con l’Arabia Saudita.
La proposta in questo mento sul tavolo è di carattere inclusivo e prevede la formazione di un governo di unità nazionale; fra le richieste degli Houthi vi sono quelle dell’inserimento di 20mila appartenenti alla minoranza nelle forze armate governative, l’assegnazione di 10 ministeri e l’inclusione nella regione di Azal di Hajja e dei governatorati di al-Jawf.

http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=43627

dal 2009 che c'è il blocco dei contratti, intollerabile

Bonanni: basta tartassare gli statali, governo cambi strada

Intervista al Messaggero
(ASCA) - Roma, 21 ago 2014 - "Il governo cambi strada sui dipendenti pubblici e accetti di discutere, altrimenti ci faremo sentire". A bocciare l'ipotesi di un prolungamento di altri due anni del blocco dei contratti e' il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che chiede alla politica - in un'intervista al Messaggero - di concentrarsi invece su sprechi e inefficienze. "Spero che il governo non voglia proseguire su una strada sbagliata. Il blocco e' un fatto gravissimo: i dipendenti pubblici sono gli unici che hanno il reddito fermo da otto anni", aggiunge."Ormai il grosso del pubblico impiego e' fatto da persone che sono appena al di sopra dei 1000 euro al mese. E' una vicenda pericolosa non solo per gli interessati ma per tutta la pubblica amministrazione, che viene danneggiata: non c'e' piu' nessun progetto, non si affrontano - conclude - i problemi, come dimostra anche la vicenda del ricambio generazionale affrontata solo a colpi di slogan e di luoghi comuni"

http://www.asca.it/news-Bonanni__basta_tartassare_gli_statali__governo_cambi_strada-1415368-ECO.html

Renzino non continuare a fare il ragazzino viziato, non te lo possiamo permettere

Crisi: Bonanni, Renzi non faccia ironia

A Radio Vaticana, autunno caldo ma niente scioperi

(ANSA) - ROMA, 22 AGO - "Io non sono per un autunno caldo fatto di scioperi. Sono per un autunno caldo fatto di informazione costante, cruda, spietata nei confronti dei cittadini e proteste di sabato e di sera. Però il presidente del Consiglio farebbe bene a non ironizzare, perché la situazione è molto grave", dice a Radio Vaticana il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, secondo quanto riporta un comunicato.

http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2014/08/22/crisi-bonanni-renzi-non-faccia-ironia_9279deed-0dbe-46cf-a528-009ff1a2e95b.html

Liguria, le regioni, sono dei centri si spesa ingovernabili, nello specifico cura delle clientele

Genova 22 agosto 2014

Regione, direttori premiati
per qualche click in più

Bruno Viani
Polemiche per i premi “a pioggia” ai direttori generali della Regione Liguria
Polemiche per i premi “a pioggia” ai direttori generali della Regione Liguria

Genova - L’importante è porsi degli obiettivi: anche un aumento del 5% dei tweet e dei click sul portale regionale. E realizzarli. Se il risultato è ottenuto in pieno, i 9 direttori generali a libro paga della Regione (compreso il segretario generale Roberto Murgia che, oltre ad avere il premio, è nella commissione che ne decide l’entità) meritano il 100% del premio di produttività che viene assegnato loro alla voce “retribuzione di risultato”, altrimenti la quota viene ridimensionata. Non si parla di spiccioli: il bonus può raggiungere il 22% della retribuzione annuale.
Nei giorni scorsi il Secolo XIX ha dato atto che anche quest’anno, come avviene dal 2002 quando fu istituito, il riconoscimento ai massimi livelli si è risolto in una distribuzione in parti quasi uguali di un fondo comune, sollevando il legittimo sospetto che non si sia fatta distinzione tra a chi ha lavorato meglio o peggio.
L’eccellenza indistinta sembra essere una prerogativa dei soli 9 direttori generali. Tra il personale le variabilità sono invece notevoli anche tra un dipartimento e l’altro, «come avviene a scuola dove il prof di una sezione è più largo di manica e un altro meno - spiega qualcuno - in Regione il ruolo del prof è svolto in prima battuta dai dirigenti che presentano le loro pagelle a una commissione, l’organismo indipendente di valutazione»
Qui c’è la prima stortura: l’organismo di valutazione (Oiv) certifica il valore anche dei direttori generali, in questo caso dopo il primo giudizio dei membri di giunta. Ma a presiedere l’Oiv è il segretario generale Roberto Murgia, che in questa veste valuta anche se stesso, affiancato da due membri “laici”. Murgia è al centro dei rumors di corridoio anche perché, a 67 anni compiuti, resta in servizio grazie a una legge regionale considerata «ad personam».
La seconda stortura è certificata dai numeri: nella pagella finale, tutti i direttori generali hanno preso un bel 9 e mezzo; 96 punti su 100, corrispondenti a un più 21,12 % dello stipendio che, con piccole differenze viaggia attorno ai 140.000 euro all’anno. «Se un dirigente non differenzia le valutazioni del personale del suo dipartimento subisce una penalizzazione pari al 5% del suo premio - spiega qualcuno - perché è evidente che non ha fatto alcuna seria valutazione, ai massimi livelli invece, regna la pace sociale: tutti uguali». Una situazione che ha provocato un’interrogazione di Matteo Rosso (Forza Italia) e un intervento pubblico di Raffella Della Bianca (Gruppo misto).
Per la segreteria generale ( Roberto Murgia) dopo gli scandali delle spese pazze, il primo obiettivo strategico era «attivare un sistema di misure di prevenzione e contrasto della corruzione e dell’illegalità presso le strutture della giunta regionale».
Altri obiettivi: puntare sulla formazione («sperimentazioni formative») per migliorare le performance delle strutture e soprattutto «incrementare l’efficacia della comunicazione istituzionale anche attraverso il web e i social network». Nel 2013 si puntava a una crescita del 5% delle visite al sito e dei tweet sui vari portali. Risultati raggiunti: cari, preziosissimi, misurabili click.
Il direttore del Dipartimento Agricoltura, sport, turismo e cultura, Luca Fontana. è stato premiato per aver raggiunto l’obiettivo di predisporre una bozza del programma di sviluppo rurale che guarda al 2012, ma anche, seppur solo per un 5%, quello che sembra un obiettivo minimo per il suo ruolo: promuovere il rilancio dell’agricoltura.
Le quote di premio attribuite ai diversi dirigenti per aver svolto quello che sembra (a un occhio disincantato) il minimo indispensabile sono tantissime. È invece (o almeno molto soggettivo) il merito che può aver avuto Giovanni Battista Poggi, alla guida del dipartimento Porti, trasporti, lavori pubblici ed edilizia, nell’«agevolare la realizzazione del Terzo valico».
La genericità aiuta: «Realizzare interventi straordinari contro la crisi a favore delle imprese» è uno dei meriti che si traducono in euro per Roberto Murgia al Dipartimento Istruzione, formazione e lavoro.
Il direttore del Dipartimento Salute, Franco Bonanni, nel 2012 come direttore dell’agenzia regionale sanitaria aveva avuto come obiettivo la stesura del Piano socio-sanitario regionale 2013-2015 «da consegnare in bozza all’assessore alla Salute».
Lo scorso anno, ma questa volta come direttore del Dipartimento, doveva «elaborare il Piano socio-sanitario regionale da presentare alla giunta». Quest’anno dovrà «predisporre la delibera di Consiglio regionale relativa al Piano socio-sanitario regionale». Valore di ciascuno dei tre obiettivi: oltre 6.000 euro


un disoccupato
un disoccupato
un disoccupato
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/08/22/AR6OLujB-regione_direttori_premiati.shtml



venerdì 22 agosto 2014

UCRAINA, strumento verso la terza guerra mondiale, lo vuole fortemente il Capitalismo statunitense

coordinamenta

Operazione Northwood

Elisabetta Teghil

Le recenti vicende ucraine hanno un grande valore didattico perché ci dimostrano quanto il proclamato antifascismo dei media e dei nostri politici sia falso e inconsistente: pur essendo a conoscenza che il governo ucraino è zeppo di nazisti che ne dettano la linea politica interna ed internazionale, fanno finta di non saperlo e non lo denunciano.
Altresì, sono la conferma che il nazismo non è altro nella società capitalista che una variante che questa si riserva di utilizzare a seconda della necessità.
Altro aspetto su cui riflettere è che la crisi ucraina è stata provocata dagli Usa che si ripropongono da una parte di completare l’accerchiamento militare nei confronti della Russia, dall’altra di scaricare i loro problemi economici, come del resto hanno già fatto, sull’Europa
Alcune nazioni europee sono recalcitranti rispetto al progetto statunitense, mentre l’Italia ne esegue pedissequamente le direttive pur andando contro gli interessi del paese. A conferma che da una situazione di sovranità limitata siamo passati a quella di colonia perché le decisioni vengono prese altrove e le ricchezze portate all’estero, e il comportamento dei media, senza allargare il discorso perché non è questa la sede, ci dimostra che siamo sicuramente in pieno regime.
Tutto è cominciato con l’Operazione Northwood, quando, nell’aprile del 1961, i vertici militari e delle varie agenzie di intelligence, in un rapporto, naturalmente allora segreto, teorizzavano e pianificavano dirottamenti aerei e attentati dinamitardi a Miami e a Washington e affermavano che si doveva “ dare al mondo l’immagine di un governo cubano che rappresentava una minaccia grave e imprevedibile per la pace nell’emisfero occidentale” e continuavano ancora “la pubblicazione dell’elenco delle vittime nei giornali americani avrebbe provocato nel paese un’ondata di indignazione strumentalizzabile”. Si, avete letto bene, “indignazione strumentalizzabile”.
Per dirla tutta e per essere onesti fino alla fine bisogna dare atto a Kennedy che allora era il presidente degli Usa di non aver accettato il programma Northwood.
Ma, con l’uccisione di Kennedy, è scomparsa l’autonomia della politica negli Stati Uniti e il potere lo hanno assunto direttamente le multinazionali e in particolare, quelle legate all’apparato industriale-militare.
Soltanto tre anni dopo un “incidente” costruito e programmato a tavolino, nel Golfo del Tonchino, il 2 e il 4 agosto 1964, permise al presidente Johnson di fare, il 4 agosto stesso, un accorato appello alla nazione che “giustificava” i bombardamenti sul Nord Vietnam, bombardamenti che erano già stati programmati e pianificati.
Da allora è stato un crescendo di provocazioni, di attentati… progettati e realizzati direttamente dagli Stati Uniti per giustificare colpi di stato, interventi militari…e via andare..
L’elenco sarebbe così lungo da richiedere pagine e pagine.
Tutto ciò è accompagnato da una asimmetria per cui nei confronti dei governi per qualche motivo distanti dagli interessi degli Usa tutto è lecito, mentre nei confronti dei governi amici o alleati, tutto è tollerato, anche le più feroci dittature, anche quando vengono colpiti cittadini americani.
A questo proposito si possono ricordare le vicende della Liberty, una nave spia della NSA che l’8 giugno 1967 fu attaccata con incursioni aeree e navali dalla marina e dall’aviazione israeliana che arrivò a colpire ed affondare i canotti di salvataggio. Morirono 34 uomini dell’equipaggio, ne furono feriti 171 e la nave fu quasi completamente distrutta. La fondatezza di questa ricostruzione è certificata dalla dichiarazione di Israele che si assunse la responsabilità dell’attacco, ma disse che si era trattato di un errore.
Gli Stati Uniti, pur avendo in mano le prove che dimostravano il contrario, accettarono questa versione e non aprirono mai un’inchiesta. Non solo, ma decretarono l’oscuramento e la censura totale delle notizie che riguardavano l’episodio. I membri dell’equipaggio furono minacciati se avessero parlato dell’attacco e a chiarire tutto intervenne personalmente il presidente americano, Lyndon Johnson che dichiarò che “…non importava che la nave fosse colata a picco. L’importante era non mettere in difficoltà i propri alleati”.
Questo è anche il senso dell’abbattimento dell’aereo di linea sul cielo ucraino.
Gli Stati Uniti non cercano i “terroristi”, anzi li foraggiano, li equipaggiano, li addestrano e li finanziano in qualsiasi zona del mondo, quello che si ripromettono è di vagliare tutti gli aspetti della vita politica, economica e militare di una qualsivoglia regione, compresi consigli dei ministri…. partiti di governo e di opposizione….polizia… esercito … organizzazioni non governative…..e, questo, in ogni paese, in modo sistematico e costante comprese le conferenze commerciali e industriali e tutte le agenzie delle Nazioni Unite.
E tutto ciò avviene sia nei paesi alleati che non.
Gli affari del mondo, di qualunque natura, si trattano sempre di più attraverso la comunicazione elettronica e la sorveglianza di questi scambi è perciò diventata essenziale. Per questo NSA è diventata sempre più importante ed oggi ha più personale e più risorse della Cia e dell’Fbi messe insieme.
La presenza e l’intervento statunitense in Ucraina non hanno come scopo quello di proteggere gli Stati Uniti contro minacce esterne, quanto quello di promuovere la guerra come strumento politico e questo comporta la violazione del diritto internazionale e dei diritti fondamentali degli altri paesi, nonché la restrizione dei diritti civili nei paesi coinvolti ed anche negli Stati Uniti stessi per cui tutti quelli/e che in quello sfortunato paese si sono opposti in qualche modo alla politica dello Stato….militanti dei diritti civili…….. …contestatori…..pacifisti…dissidenti culturali…. intellettuali impegnati….sono finiti nel mirino dell’Fbi e delle sue operazioni calunniatrici, provocatorie e destabilizzanti.
L’Ucraina è l’ultimo tassello dell’accerchiamento militare e tecnologico nei confronti della Russia, tutto il resto è propaganda del dipartimento di Stato statunitense .
http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/3992.html

imbecilli, la crisi dell'Euro nasce e continua dai deficit delle bilancie commerciali

Spagna: raddoppia il deficit commerciale

Il deficit commerciale della Spagna è raddoppiato a causa della contrazione delle esportazioni. Nel primo semestre dell'anno - secondo dati del ministero dell'Economia - il deficit commerciale ha raggiunto gli 11,882 miliardi di euro, oltre il doppio di quello registrato nello stesso periodo dello scorso anno.
Il risultato deriva dall'aumento del 5,3% delle importazioni a fronte di un +0,5% di quello delle esportazioni. A giugno le esportazioni sono scese dell'1,2% nel confronto annuo.
La contrazione, si afferma in una nota, è dovuta principalmente alla debole performance del settore delle materie prime, altamente vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi e in calo del 20,3% su base annua. Inoltre, il veto russo si ripercuote anche sulle esportazioni agricole: il ministero competente lo ha stimato in 337 milioni, l'1,8% delle esportazioni totali nel 2013.

http://www.swissinfo.ch/ita/spagna--raddoppia-il-deficit-commerciale/40566100

La Germania dimentica gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita

La Germania accusa il Qatar "Finanzia i terroristi dell'Isis"

Il ministro dello Sviluppo tedesco Mueller non ha dubbi sull'origine del tesoro jihadista Il ricco Emirato è molto vicino all'Occidente ma le sue reali posizioni sono un enigma


Da che parte sta il Qatar? E, soprattutto, con chi sta?
Punti il dito sulla carta geografica e la domanda sorge spontanea guardando la strategica collocazione del piccolo Emirato.
Undicimila metri quadrati di superficie per 400 mila abitanti. Una penisola lillipuziana che si perde nella più vasta penisola arabica, quella che da secoli è in subbuglio. Scrutata dall'Occidente con un certo sospetto non sempre e non tanto infondato.Il Qatar no, invece.

Il Qatar dei petrodollari e della vocazione al progresso, il Qatar del Pil pro-capite di 120 mila dollari, che lo piazza secondo al mondo dietro solo al Lussemburgo, il Qatar illuminato e illuminante che sembra abbia fatto dell'occidentalizzazione il suo target prioritario, no. Non suscita perplessità. Non preoccupa. Eppure. Eppure, se togli il dito dalla carta geografica e lo punti sulla mappa della più inquietante isola del terrore e del terrorismo, l'isola che c'è, c'è per davvero, da qualche parte e che nasconde il tesoro di due miliardi di dollari che rappresenta la dote dello Stato Islamico, l'Isis, di Abu Bakr al-Baghdadi, allora qualcosa non torna. Perchè quei soldi e quel tesoro è come se tratteggiassero i confini di un altro Qatar. Che non convince. Che non sembrerebbe proprio così amico dell'Occidente e degli americani. E'in quest'ottica, in questa visione più ravvicinata del problema jihadista, che va tenuta nella considerazione che merita la dichiarazione del ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller che, in un'intervista alla rete televisiva Zdf, non ha usato mezzi termini: «I soldati del califfo Abu Bakr al-Baghdadi vengono pagati dal Qatar».
Una dichiarazione che per Mueller ha le fondamenta della certezza visto che viene suffragata anche dallo statement del vice segretario Usa al Tesoro, David Cohen che con l'aiuto dell'Intelligence, già nel Marzo scorso era giunto alla seguente conclusione: «Donatori del Qatar raccolgono fondi per i gruppi estremisti in Siria, in particolare per Isis e al-Nusra. I loro versamenti sono calcolabili in centinaia di milioni di dollari». Eppure.
Eppure quel Qatar, è, o almeno dovrebbe essere lo stesso Qatar che, tramite il suo fondo sovrano, Qatar Holding, ha investito ovunque in Occidente. Giusto per rinfrescarci la memoria ha comprato i grandi magazzini londinesi Harrod's e, in Italia tanto, tantissimo. Per esempio la Costa Smeralda. Che è entrato negli stadi comprandosi il Paris Saint Germaine e ha fatto propri brand di moda come, tra gli altri, Valentino e Pal Zileri. Eppure questo Qatar è lo stesso, o almeno dovrebbe essere lo stesso che, leggendo quanto fonti di Al Fatah hanno dichiarato al giornale arabo Al-Hayat «Sta sabotando il negoziato egiziano per una tregua permanente nella Striscia e avrebbe minacciato di espulsione il leader di Hamas Khaled Mashaal per impedirgli di accettare le più recente proposte formulate al Cairo». Come dire che se qualcuno deve pensare ad un bocciolo che racchiuda e schiuda amore al momento opportuno, è meglio che guardi verso altri paesaggi, decisamente più dolci. Detto questo è pur vero che l'Emirato di Doha, che accoglie con straordinaria cordialità soldati americani e uomini d'affari israeliani è anche lo stesso Qatar che rifiutò, a suo tempo, di diventare parte dell'Arabia Saudita e che, se è vero che durante gli anni Ottanta sostenne l'Iraq nella guerra contro l'Iran è altrettanto vero che poi si oppose all'invasione irachena del Kuwait e si schierò al fianco degli americani tanto da ospitare il quartier generale delle operazioni militari statunitensi contro l'Irak, proprio nel deserto di Doha. E le cose non sono, all'apparenza, cambiate di molto, se oggi come oggi, il Comando delle truppe americane in Medio Oriente trova la sua sfarzosa collocazione nella base di Al Udeid, in Qatar , appunto. Una liaison che al Qatar ha anche fruttato una commessa militare da parte degli americani da ben undici miliardi di dollari. Non è un mistero che Arabia Saudita ed Egitto non amino il vicino Emirato, per il sostegno che ha dato, in tempi recenti, ai Fratelli Musulmani di Morsi e per la scelta di schierarsi, unico Paese arabo, a favore di Hamas nel conflitto con Israele. Ma forse a Doha tutto ciò non importa. Enigmatico questo Qatar. Enigmatico.
http://www.ilgiornale.it/news/politica/germania-accusa-qatar-finanzia-i-terroristi-dellisis-1045991.html

Argentina, la democrazia statunitense, un suo giudice vorrebbe mandare in default una Nazione


Argentina: i “fondi avvoltoio” e il rischio di un nuovo default

Andrés Lazzarini* e Margarita Olivera** - 22 agosto 2014


Mondo assurdo questo in cui abitiamo. Un Paese onora il suo debito estero, ma non gli è consentito di effettuare i relativi pagamenti. Questa è la situazione che affronta l’Argentina dal 1 agosto. Per decisione del giudice Thomas Griesa di New York, i 539 milioni di dollari che l’Argentina aveva depositato dal 30 giugno alla Bank of New York (BNY Mellon) per pagare alcune scadenze del debito ristrutturato nel 2005 e nel 2010 giacciono lì, bloccati. L’Argentina ha pagato, ma vi è comunque un rischio default.

Eppure non è un default come quello del 2001-2002, bensì una situazione particolare, che alcune agenzie di rating, come Standard & Poor’s, chiamano “default tecnico”. Non è che l’economia argentina stia attraversando una forte crisi, o sia sull’orlo del collasso finanziario al punto da dover dichiarare la sospensione dei pagamenti. Tuttavia, si è creata una situazione finanziaria anomala per l’Argentina, i cui effetti sull’economia reale potrebbero mettere a rischio il processo di crescita e sviluppo iniziato nel 2003. In effetti, questa situazione si è creata dopo l’assurda sentenza del giudice Griesa, il quale, agendo su richiesta di un gruppo minoritario di holdouts (coloro che non hanno accettato la ristrutturazione, ndr), rischia di mettere a repentaglio l’intera ristrutturazione del debito. La sentenza impone all’Argentina di pagare il 100 per cento dei valori nominali dei titoli più gli interessi ad un gruppo ridotto di speculatori, rappresentati dalla NML Co., che non sono entrati nelle ristrutturazioni del 2005 e 2010 (è importante sottolineare che questi fondi, chiamati informalmente “avvoltoio”, non sono i proprietari originali dei titoli, ma coloro che li comprarono a prezzi stracciati dopo la dichiarazione di default nel 2002). Nel rendere esecutiva la sentenza, il giudice Griesa ha determinato che, finché non sarà pagato agli holdouts il totale di 1,6 miliardi di dollari, resteranno bloccati i fondi che l’Argentina ha depositato alla BNY Mellon per pagare, in base alla legislazione americana, gli holdins (coloro che hanno accettato le ristrutturazioni, ndr). Finora, la posizione degli holdouts è stata intransigente: non sono disposti ad accettare la proposta di ristrutturazione, con condizioni simili a quelle del 2005-2010, fatta dal governo argentino, cosa che comunque darebbe loro un tasso di profitto netto del 150%.

Ma l’Argentina non può fare una proposta migliore. Pagare agli holdouts l’ammontare preteso costituirebbe un grosso passo indietro nel processo di disindebitamento estero. Infatti, tutti i fondi ristrutturati (holdins) potrebbero appellarsi alla clausola RUFO (Right upon future offers), secondo cui, se il governo argentino accetta di rinegoziare il debito a condizioni migliori di quelle offerte in precedenza, anch’essi avrebbero automaticamente diritto di esigere lo stesso trattamento, ossia il 100 % del debito originale. In questo caso si stima che la somma da pagare salirebbe a più di 200 miliardi di dollari (che rappresenta un terzo del PIL 2013, secondo i dati della World Bank). Bisogna sottolineare che la clausola RUFO scade l’1 gennaio del 2015 perciò, se i fondi avvoltoio accettassero di posporre le negoziazioni fino al 31 dicembre di 2014, l’Argentina avrebbe maggiori possibilità di offrire soluzioni alternative. Dunque, sembrerebbe che tanto la decisione di Griesa quanto la posizione dura degli holdouts siano guidate più da obiettivi politici che dalla pura ricerca di profitto.

Tuttavia, questa situazione eccezionale non fa altro che generare una grande incertezza sull’avvenire dell’economia argentina. Il “default tecnico” condiziona la possibilità di accedere nuovamente ai mercati finanziari internazionali, mettendo a rischio la crescita e il processo di sviluppo del Paese. L’Argentina è esclusa dal 2002 dai mercati finanziari internazionali, ma nei primi anni dopo il default questo non ha generato grosse difficoltà nei conti con l’estero grazie al forte aumento delle esportazioni (principalmente di materie prime, ma anche di prodotti agroindustriali e automobili). Con la ripresa dell’economia, dal 2003, è iniziato un processo di industrializzazione orientato al mercato interno che, insieme alle politiche economiche espansive, ha consolidato la crescita economica e la creazione d’impiego. Con lo sviluppo del settore industriale (automobili e industria leggera, come vestiti, calzature, ecc.) le pressioni sulle importazioni sono fortemente cresciute data la dipendenza da beni capitali, materie prime e prodotti energetici provenienti dall’estero. Infatti, se analizziamo il comportamento dei singoli componenti delle importazioni negli ultimi dieci anni, possiamo osservare che, negli anni recenti, le importazioni dei prodotti energetici sono cresciute sopra la media (tabella 2). Inoltre, l’industria produce essenzialmente per il mercato domestico, non generando dollari ma consumandone in quantità. In più, con il miglioramento generale del potere d’acquisto, le importazioni dei beni di consumo (smart phones, tablets, ecc.) e, soprattutto, di automobili, sono aumentate vertiginosamente, generando anch’esse forte necessità di valuta estera. Negli ultimi dieci anni, sebbene le esportazioni siano aumentate continuamente (tranne che negli anni 2009 e 2012, di forte crisi economica regionale, vedere tabella 1), il loro tasso di crescita è stato sempre inferiore a quello delle importazioni. Infatti, il saldo positivo della bilancia commerciale negli ultimi anni si è ridotto notevolmente, e le esportazioni nette non bastano più per coprire il pagamento degli interessi sul debito estero, tanto che il saldo di conto corrente, dal 2011, è tornato ad essere negativo (in media del 2 % del PIL).

Senza l’accesso al credito internazionale, si rischia quindi una forte crisi della bilancia dei pagamenti, con i corollari di: svalutazione, caduta dell’attività, perdita del potere di acquisto dei lavoratori, disoccupazione, ecc. Ossia: con la svalutazione si tenterebbe di aggiustare la bilancia commerciale attraverso gli effetti negativi sulle importazioni provocati dal minore tasso d’attività industriale e dalla recessione. Tutto ciò sta già cominciando ad accadere, perciò le prospettive future, a meno di un ritorno sui mercati finanziari internazionali, non appaiono rosee. La politica d’indebitamento estero seguita in Argentina durante gli anni del neoliberismo trionfante (dal 1976 al 2002), che ha portato al collasso dell’economia nel 2002, ha segnato fortemente il governo attuale e dunque ha condizionato le sue decisioni di utilizzare il debito come strumento per rilanciare il processo d’industrializzazione sostitutiva e rilassare il vincolo estero. Purtroppo, il governo argentino non ha avuto la prontezza di andare a contrattare coi mercati finanziari internazionali la questione del rientro dell’Argentina in momenti, per esempio nel corso del 2011, quando l’attuale governo vinse le elezioni con il 54 % dei voti. In quel frangente la situazione economica era ancora di forte crescita, ma si poteva prevedere che il saldo del conto corrente avrebbe resistito poco alle pressioni dovute alle importazioni senza un salto di qualità dell’industrializzazione sostitutiva. E la possibilità d’indebitamento sui mercati finanziari internazionali sarebbe stato uno strumento utile a tale fine. Benché il governo si sia infine accordato, nel 2014, con il “club di Parigi” per rientrare sui mercati finanziari internazionali, purtroppo i fantasmi dei debiti esteri del passato hanno prevalso sulla sua analisi economica.

Ora si sta provando a correre ai ripari, ma con la situazione anomala creata dai fondi avvoltoio e dal giudice Griesa sommata ad un presente di recessione le prospettive economiche argentine sono grigie. Ciò che conta è risolvere il problema con i fondi avvoltoio, senza cadere nel loro ricatto, riaffermando il modello di crescita e sviluppo con inclusione sociale. Bisogna dunque utilizzare tutti gli strumenti disponibili per evitare ulteriori svalutazioni, che approfondirebbero la recessione economica in atto. - See more at: http://www.economiaepolitica.it/europa-e-mondo/argentina-i-fondi-avvoltoio-e-il-rischio-di-un-nuovo-default/#.U_ebSGNdR2U

Sandro Gozi su twitter

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  1. Serve un progetto politico, un'idea di società! Non una riproduzione malfatta del berlusconismo. Studiate!
  2. parole parole parole. E i fatti quando arriveranno (se arriveranno)?