Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 agosto 2014

ennesimo decreto omnibus, una schifezza e una cosa buona a prescindere da come voti, colpevolizzando chi vuole solo le cose buone

29/08/2014 06:03

L'INTERVISTA

Nel decreto Stadi finiscono anche 300 milioni per le forze dell’ordine

Fabio Rampelli (FdI), critica i testi omnibus dell'esecutivo

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Non solo Mare Nostrum. Nascosti nel Dl stadi, anche i fondi per le Forze dell'Ordine. Fabio Rampelli, capogruppo alla Camera di FdI - An non usa giri di parole per criticare i decreti «omnibus» del governo Renzi.
Nel dl stadi nascosti i fondi per Mare Nostrum. È l'ennesimo decreto «omnibus» con sorpresa?
«Sì, è gravissimo. Un unico dl suddiviso in tre parti con argomenti delicatissimi e non assimilabili. Mentre per la parte relativa agli stadi e alle Forze dell’Ordine Fdi-An è interessata a collaborare per migliorare il testo, i nuovi finanziamenti legati a Mare Nostrum sono inaccettabili. Una specie di Cavallo di Troia».
Cosa contiene il dl stadi nella terza parte?
«Un finanziamento di 300 milioni di euro per le Forze dell’Ordine e per i Vigili del Fuoco. Nella terza parte si parla esplicatamente di questi finanziamenti a favore del Ministero dell’Interno per l’acquisto di automezzi ed equipaggiamenti, per interventi di manutenzione straordinaria e di adattamento di strutture e impianti, per l’acquisto di mezzi per il soccorso urgente. Noi ovviamente su questo siamo favorevoli, anzi riteniamo che si potesse fare qualche sforzo in più».
Nel decreto però c’è anche la parte relativa a Mare Nostrum...
«Fare un pacchetto unico è inaccettabile, perché non c’è compatibilità e coerenza di materia. Semmai saremo costretti a esprimere due voti diversi: uno a favore, per l’ammodernamento delle Forze dell’Ordine, e uno contrario, sui finanziamenti che di fatto intervengono sulla stabilizzazione di Mare Nostrum, al di là di quanto afferma Alfano».
Lo stile è lo stesso del decreto Imu-Bankitalia?
«Esattamente. Stesso meccanismo, come con l’abrogazione dell’Imu che dentro conteneva la privatizzazione della Banca d’Italia. Il governo cerca di mettere dentro questi decreti temi condivisi dalla gran parte dei cittadini insieme ad argomenti impresentabili e invisi all'opionione pubblica, come Mare Nostrum».
Eppure anche il presidente Napolitano aveva stigmatizzato l'utilizzo di questi decreti. Una richiesta rimasta inascoltata?
«Sì lo ha fatto, ma evidentemente non viene molto ascoltato da Renzi o forse lui non ha voglia di farsi ascoltare, visto che in qualche modo è stato protagonista degli ultimi tre governi. Quando governava il centrodestra i richiami di Napolitano sono sempre stati molto chiari su questo argomento».
Sulla riforma della Giustizia da dove arrivano i pericoli per il ministro Orlando?
«Da parte di Fdi-An massima disponibilità a lavorare per avere tempi giusti per i processi, certezza della pena, garantismo e rigore. Si tratta dei nodi più critici ma a quanto pare Orlando dovrà vedersela con l'opposizione interna al Pd e con l'alleata concubina, Forza Italia».
Nozze show in Puglia del magnate indiano. Un evento che si poteva evitare?
«Fosse per me, come cittadino italiano indignato da questa inedia del governo, attuerei una serie di misure di vera e radicale reazione politico-diplomatica: boicottaggio dei prodotti indiani, chiusura delle frontiere, sospensione di tutti gi accordi commerciali, ritiro dei nostri soldati dalle missioni di pace. Non siamo buoni solo come carne da macello...».
Si può riaggregare il centrodestra?
«Il centrodestra deve decidersi a dare il via al post berlusconismo. Berlusconi è una risorsa, ma deve esserlo fino in fondo mettendosi a disposizione di una missione impersonale: organizzare un movimento che funzioni, che difenda fino in fondo i valori che ama, che lavori sui bisogni dei cittadini e archivi le epoche degli ideologismi e della demagogia. Un Movimento degli Italiani, più che una fazione, ma per battere la sinistra c'è bisogno di una coalizione che ci creda e non si venda per un piatto di lenticchie».
Andrea Barcariol 

non ci stanchiamo, Aria fritta Italia

“Sblocca Italia”, le autostrade bluff di Lupi. Che promette di sbloccare anche il Tav

Le indiscrezioni danno un Renzi furioso con il ministro delle Infrastrutture. Nel suo piano la Orte-Mestre, stoppata dalla Corte dei conti e snobbata dall'Ue e la vecchia Valdastico nord - nota come la "Piccoli-Rumor-Bisaglia" - fondamentale per rinnovare senza gara la concessione scaduta della A4. Il provvedimento promette anche di far ripartire i cantieri contestati della Valsusa

“Sblocca Italia”, le autostrade bluff di Lupi. Che promette di sbloccare anche il Tav
Il famigerato Tav Torino-Lione, la grande opera italiana più contestata, difficile da sbloccare per decreto. L’autostrada Orte-Mestre, fermata dalla Corte dei conti e snobbata dall’Ue. La Valdastico nord, un’opera da due miliardi che per il presidente della Provincia di Trento Ugo Rossi ha il solo scopo di “ottenere una proroga quarantennale della concessione sull’Autostrada A4 senza passare attraverso la procedura di gara”. Sono alcuni dei punti del decreto “Sblocca Italia”, che dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri oggi pomeriggio. Ma, secondo i retroscena di alcuni quotidiani, il testo ha provocato l’ira di Matteo Renzi nei confronti del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi: il capitolo “Sblocca Cantieri” sarebbe talmente confuso da dover essere completamente rivisto. Gli oltre 30 miliardi di opere infrastrutturali “cantierabili” saranno presumibilmente ridotte, trasformando lo “Sblocca Italia” in un peso piuma. Cioè in un insieme di norme che serviranno a “semplificare” ulteriormente l’iter autorizzativo per quanto riguarda le opere strategiche della legge Obiettivo e quelle realizzate ricercando l’apporto del capitale privato, in regime di concessione e gestione (il cosiddetto project financing).
Sblocca Cantieri” e “Sblocca Italia” erano stati annunciati in pompa magna il primo agosto 2014: la conferenza stampa a Palazzo Chigi era stata “arricchita” dalla presentazione di una mappa vintage dell’Italia (una riproduzione di quella che campeggiava nelle scuole elementari di tanti anni fa, quando Prato e Verbania non facevano provincia) punteggiata di grandi opere “da sbloccare”, e Matteo Renzi e Maurizio Lupi hanno goduto senz’altro per un po’ dell’effetto annuncio, riaprendo aspri dibattiti sulla stampa locale nel caso delle opere più controverse. In totale, i “punti” indicati sono 27, e fanno riferimento a 14 opere “già finanziate per 30 miliardi e 402 milioni” e a 13 cantieri di grandi e piccole opere per ulteriori 13 miliardi e 236 milioni. La realtà è ben diversa, però.
L’elenco comprende interventi contestatissimi, di utilità discutibile e dall’elevato impatto ambientale, come l’alta velocità tra Torino e Lione o la seconda pista dell’aeroporto di Firenze, gestito dalla società Adf, presieduta dall’amico del premier Marco Carrai, ma il capitolo più “fantasioso” è senz’altro quello relativo alle autostrade. Tra gli interventi “bollati” come già finanziati, ad esempio, troviamo le autostrade Orte-Mestre e Valdastico Nord. Per quanto riguarda la Orte-Mestre, che con un costo stimato di oltre 10 miliardi di euro varrebbe da sola un terzo dello “Sblocca Cantieri”, almeno secondo la mappa di Maurizio Lupi, a fine luglio è arrivato uno stop deciso dalla Corte dei Conti, che analizzando la delibera Cipe che nel novembre 2013 aveva approvato il progetto preliminare dell’opera ha scritto l’ha considerata “non conforme a legge”.
Scema così l’idea dell’Autostrada del Sole del XXI° secolo, un’infrastruttura pesante che unirebbe il Lazio al Veneto, superando l’Appennino in Romagna, attraversando le sorgenti del Tevere e numerose aree protette, per poi planare nelle Valli di Comacchio e tagliare in due la Riviera del Brenta già martoriata dal cemento. Un’arteria di quattrocento chilometri, la cui realizzazione è stato promossa da una società controllata da Vito Bonsignore, già eurodeputato Pdl e oggi esponente del Nuovo centrodestra, lo stesso partito di Maurizio Lupi. Proprio il ministro delle Infrastrutture, a novembre, aveva salutato l’approvazione del progetto preliminare con un’ovazione, presentando l’opera come “strategica per l’Unione europea”, appartenenti a uno dei famosi corridoi TEN-T. In realtà, la Commissione Ue, interpellata da altreconomia.it, aveva spiegato che “l’itinerario più diretto tra Orte e Mestre non appartiene ad alcun corridoio”, smentendo clamorosamente il governo italiano.
L’altro intervento iscritto nel libro dei sogni è quello della Valdastico Nord, ovvero il prolungamento dell’autostrada A31 da Piovene Rocchette a Trento, attraversando le Alpi con una lunghissima galleria di 14 chilometri -più lunga di quella del Gran Sasso- sotto l’altipiano di Lavarone. Si tratta di un vecchio progetto degli anni Settanta, tanto che in Trentino l’opera si chiama ancora “Pi.Ru.Bi.”, dai nomi dei tre notabili democristiani che vollero l’opera, Piccoli, Rumor e Bisaglia, che è stato rimesso in campo con un unico obiettivo: servirebbe a garantire senza dover ricorrere a una gara la continuità della concessione (già scaduta) in essere e relativa all’autostrada A31 ma anche alla A4 nella “ricca” tratta tra Brescia-Padova. Quindi quest’intervento che dovrebbe costare oltre due miliardi di euro -e gravare sui pedaggi autostradali della Brescia-Padova e dell’A31 almeno fino al 2046- ha come unico scopo garantire ad A4 Holding, il cui principale azionista è la banca Intesa Sanpaolo.
Lo ha spiegato, recentemente, anche il presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, rispondendo a una interrogazione: “Si ritiene che lo scopo del collegamento della ‘Valdastico nord’ sia essenzialmente quello di ottenere una proroga quarantennale della concessione sull’Autostrada A4 senza passare attraverso la procedura di gara”. Ed ha aggiunto: “La realizzabilità finanziaria di un’opera di 2 miliardi di euro per un traffico giornaliero di 35 mila mezzi (oggi A22 ha un passaggio di 40 mila mezzi) è dal punto di vista finanziario difficilmente sostenibile e, a prescindere dalla posizione della Provincia autonoma di Trento, sarà la finanza a determinarne l’effettiva realizzabilità”. Dopo un mese d’annunci, il ministro Lupi dovrà muovere la sua bacchetta sulla cartina dell’Italia come se fosse un gomma per cancellare. E dopo il consiglio dei ministri scopriremo cosa è restato dello “Sblocca Cantieri”.
di Luca Martinelli

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/29/sblocca-italia-le-autostrade-bluff-di-lupi-che-promette-di-sbloccare-anche-il-tav/1102493/ 

Ucraina, le multinazionali statunitense dovrebbero capire "è l'economia stupido"

CRISI UCRAINA: LA CHIAVE STA IN GERMANIA
Postato il Sabato, 30 agosto @ 07:15:00 BST di ernesto





Di PEPE ESCOBAR

rt.com

Si è cominciato a capire l'indirizzo che aveva preso il summit di Minsk solo martedì scorso quando il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha parlato alla TV PUBBLICA "ARD TV" dopo la sua breve visita a Kiev del sabato precedente.

La Merkel ha sottolineato, "deve essere trovata una soluzione alla crisi Ucraina che non faccia male alla Russia." ed ha aggiunto che "Ci deve essere un dialogo. Ci può essere solo una soluzione politica. Non ci sarà una soluzione militare a questo conflitto."

La Merkel ha parlato di un "decentramento" dell' Ucraina, di un accordo definitivo sui prezzi del gas, del commercio Ucraina-Russia, e ha anche accennato che l'Ucraina è libera di entrare nella Unione Eurasiatica promossa dalla Russia (l'UE non entrerebbe mai in un " conflitto tanto enorme " solo per questo). Sembra che abbia trovato una uscita dalla via delle Sanzioni per entrare in quella delle proposte concrete.

Lei non avrebbe potuto essere più esplicita: "Noi [Germania] vogliono avere buone relazioni commerciali con la Russia. Vogliamo relazioni ragionevoli con la Russia. Confidiamo l'un l'altro e ci sono tanti altri conflitti nel mondo in cui dobbiamo lavorare insieme, quindi spero che potremo fare progressi ".

La traduzione abbreviata di tutto questo è che non ci sarà un Nulandistan (dopo il 'F ** k the UE della neo-con Victoria Nuland), telecomandato da Washington, e interamente finanziato dalla UE. Nel mondo reale, quello che dice la Germania, l'Unione europea lo esegue.

In Geopolitica, questo significa anche un enorme passo indietro che dovrà fare Washington nel suo contenimento ossessivo e nell'accerchiamento della Russia, che procede in parallelo con il "pivot in Asia" (contenimento e accerchiamento della Cina).

E’ l'economia, stupido

L'economia dell'Ucraina - ora sottoposta ad un attacco disastroso del capitalismo - è ... veramente una tragedia. E' arivata ben oltre la recessione, ormai è in una profonda depressione, qualsiasi fondo in arrivo dal FMI servirà solo per pagare i conti in sospeso e per alimentare (sprecandolo) la scricchiolante macchina militare; Kiev sta combattendo sul campo una guerra non meno dannosa di quella che combatte il cuore dell' industria Ucraina. Senza contare che le condizioni di 'aggiustamento strutturale' richieste dal FMI prevedono un dissanguamento per gli ucraini.

Imposte - e tagli di bilancio – non se ne possono fare più. La moneta, la grivna, è precipitata del 40% dall'inizio del 2014. Il sistema bancario è una barzelletta. L'idea che la UE pagherà le mostruose bollette (energetiche) dell'Ucraina è un mito. La Germania (che è il vero gestore della UE) vuole fare affari e subito.

La ragione è molto semplice. La Germania sta crescendo solo dell’1,5% nel 2014. Perché? E’ per effetto delle isteriche sanzioni imposte da Washington, che stanno danneggiando gli affari dei tedeschi. La Merkel ha finalmente capito il messaggio. O almeno sembra averlo capito.

La prima tappa verso un accordo duraturo riguarda l’energia. Questo venerdì, c'è (stato) un incontro chiave a Mosca tra funzionari russi ed europei (UE) proprio su temi energetici, poi, la prossima settimana, ci sarà un incontro tra funzionari UE, russi e ucraini. Il Commissario della UE per l’energia, Gunther Oettinger, che era a Minsk, vuole stipulare un accordo provvisorio per assicurarsi che i flussi di gas russo, il prossimo inverno, possano attraversare l'Ucraina e raggiungere l'Europa. Il Generale Inverno, ancora una volta, decide ogni guerra.

Qui, in sostanza, abbiamo la UE - non la Russia – che dice al presidente ucraino Petro Poroshenko di smetterla con questa sua “strategia” perdente di insistere su una lenta pulizia-etnica dell'Ucraina orientale.

Mosca ha sempre insistito sul fatto che la crisi dell'Ucraina è un problema politico e che ha bisogno di una soluzione politica. Mosca potrebbe accettare una soluzione di decentramento che tenga in considerazione gli interessi - e i diritti linguistici – della gente di Donetsk, Lugansk, Odessa, Kharkov e non incoraggia nessuna secessione.

Poroshenko, d'altra parte, è il tipico oligarca ucraino che balla in mezzo agli altri oligarchi. Ora che è in alto, non vuole rischiare di farsi ammazzare per strada. Ma potrebbe esserlo, se continuerà a fidarsi del sostegno dei neo-nazisti del Sektor destro e di Svoboda, perché con loro non si arriverà mai a nessuna soluzione politica.

L'Impero del Caos, manco a dirlo, non vuole una soluzione politica - Una Ucraina neutrale, economicamente legata sia alla UE che alla Russia e parte di una integrazione economico-commerciale con tutta l'Eurasia è un anatema.

E 'tutta una questione della NATO

In parallelo, ogni diplomatico UE con abbia una coscienza – non ci crederete ma ne esistono - sa che la isteria-senza-fine fondata sul ‘rischio russo’ per l'Europa orientale è un mito spacciato da Washington, che serve solo a rafforzare la NATO. Il Segretario Generale Anders 'Fogh of War' Rasmussen abbaia questo ritornello di continuo come un CD graffiato.

Non sembra essere un segreto per nessuno a Bruxelles che i grandi poteri europei semplicemente non vogliono che ci siano delle basi permanenti della NATO in Europa orientale. Francia, Italia e Spagna sono decisamente contrari. La Germania è ancora seduta sul muretto, in attesa di capire bene come non inimicarsi né la Russia né gli Stati Uniti. Inutile dire che il "rapporto speciale" anglo-americano è d'accordo per l’esistenza delle basi ed è appoggiato anche con una isteria scatenata da Polonia e Stati baltici - Estonia, Lettonia e Lituania.

Così Fogh of War – il cane da guerra – scivola sul prevedibile, quando parla di "rinforzi immediati", di "strutture di accoglienza",di "pre-posizionamento dei rifornimenti, delle attrezzature, di preparazione delle infrastrutture, di basi e del quartier generale" e di "una presenza più visibile della NATO." Questo dimostra graficamente, ancora una volta, che all'Impero del Caos non è mai importato un cavolo di questa maledetta Ucraina; è tutta una questione di espansione della NATO – questo sarà il punto chiave su cui si parlerà la prossima settimana al vertice del Galles.

L’impostazione neoliberale ormai data agli asset, una privatizzazione senza esclusione di colpi e un selvaggio saccheggio a titolo definitivo dell’ Ucraina, il tutto travestito da prestiti e 'aiuti', è ormai un processo inarrestabile. Eppure, aver preso il controllo dell'agricoltura e del potenziale energetico dell'Ucraina non sembra essere ancora sufficiente per l'Impero del Caos. Vuole indietro anche la Crimea (che in futuro dovrà essere la base NATO di Sebastopoli ...). Vuole schierare un sistema di difesa missilistica in Polonia e nei paesi baltici e poi non gli dispiacerebbe anche che cambiasse il regime in Russia.

E poi c'è il volo MH17. Se - meglio prima che dopo - si dimostrerà che l'Impero del Caos ha ingannato l'Europa imponendo sanzioni controproducenti, basate su prove più che inconsistenti, l'opinione pubblica tedesca costringerà la Merkel ad agire di conseguenza.

La Germania si è mossa in segreto dietro il vertice di Minsk, vediamo ora se si muoverà in segreto anche dietro il prossimo vertice del Galles. Alla fine toccherà alla Germania impedire che la Guerra Fredda 2.0 divampi ogni giorno di più in tutta Europa.


Pepe Escobar è il corrispondente per l’Asia del Times / Hong Kong, analista per RT e TomDispatch, frequenta abitualmente siti web e programmi radiofonici di Stati Uniti e Asia orientale.

Fonte: http://rt.com

Link: http://rt.com/op-edge/183328-minsk-wales-ghttp://rt.com/op-edge/183328-minsk-wales-germany-key/ermany-key/

28.08.2014
Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l'autore della traduzione Bosque Primario.

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=13844

Viktor Orban, avanti tutta mentre gli europoidi restano al palo


 

L'UNGHERIA FA CONFLUIRE LE UTILITIES (LUCE GAS TRASPORTI RISCALDAMENTO) IN HOLDING NO PROFIT (E NUOVO TAGLIO BOLLETTE!)

venerdì 29 agosto 2014
BUDAPEST - Il presidente dell'Ungheria - lui sì, eletto - Viktor Orbán ha creato una holding statale per gestione unificata di tutte le utilities: luce, gas, trasporti pubblici, riscaldamento abitativo, e altri servizi minori. Quindi, mentre è previsto anche un nuovo taglio alle bollette - notizia dentro la notizia della nascita della Holding pubblica per i servizi fondamentali ai cittadini -  il governo ungherese si prepara a far confluire tutte le utilities in un’unica holding non profit.
Avete letto bene: NO PROFIT! 
L’ufficio del primo ministro fa sapere che Viktor Orbán ha già incaricato un gruppo di lavoro - cui partecipano anche dai ministri di giustizia, sviluppo e degli interni - alla preparazione dell’unione delle compagnie statali di elettricità, gas e riscaldamento centralizzato.
I diritti di proprietà e i poteri regolatori sull’holding saranno esercitato dal responsabile dell’ufficio del primo ministro.
Entro il 15 settembre prossimo, sarà pronta la proposta completa dei necessari cambiamenti legali da effettuare per costituire la holding.  
Inoltre, un nuovo taglio alle bollette, dopo quelli del 20 e del 10% consecutivi effettuati negli ultimi otto mesi, è in agenda già a partire dal 1° settembre.
La riduzione per l’elettricità sarà del 5,7% secondo quanto anticipato da Szilard Nemeth, sindaco di uno dei comuni di Budapest (Csepel) con incarico governativo per il taglio dei costi delle utilities.
Tagli per le altre utenze sarebbero previsti, ha aggiunto Nemeth, anche a beneficio delle aziende.
Tutto ciò può accadere perchè Orbàn prima ha cacciato dall'Ungheria l'FMI, poi ha ripreso il controllo della Banca Centrale ugherese dopo aver cacciato anche la BCE, e quindi è in grado di poter governare con accortezza la valuta - sovrana - del suo Paese. Da non scordare che oltre a questi tagli sostanziali delle bollette dei servizi, il governo Orbàn ha anche aumentato le pensioni, migliorando di molto il tenore di vita degli anziani ungheresi.
In Italia invece, per colpa della folle quanto sciagurata adesione all'euro, la Banca d'Italia non emette valuta, è impossibile qualsivoglia politica valutaria e per conseguenza il Paese è caduto nella più granda catastrofe della sua storia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Redazione Milano. 


Aria fritta altro che sblocca Italia, Renzino ragazzino viziato al capo del governo


Matteo Renzi: parole, fatti e "carne al fuoco" Non c'è un dato che sia dalla sua parte

Deflazione, mancati effetti degli 80 euro, disoccupazione in rialzo e i richiami del Quirinale: per il premier si profila un autunno difficile. Anche il consiglio dei ministri "da fuochi d'artificio" risulta depotenziato: niente scuola e Sblocca Italia da riscrivere per mancanza di fondi e strategie. E la giustizia arranca tra i compromessi

di Susanna Turco
Matteo Renzi: parole, fatti e carne al fuoco Non c'è un dato che sia dalla sua parte
Entusiasmo il lunedì, apoteosi il mercoledì, penne basse il venerdì. La parabola della settimana di Matteo Renzi si può riassumere in tre antelucani tweet: “Buon lavoro a chi oggi ritorna in ufficio” (lunedì, ore 7.15), “Non male questo fine settimana: giustizia, sblocca Italia, nomine europee poi scuola e #millegiorni”. (mercoledì, ore 6 e 20); “Scendo in ufficio. Stamani ho già twittato troppo  A tutti buongiorno” (venerdì, ore 7 e 22).

Certo il rientro dalle vacanze può essere duro: per il premier, a quanto pare, particolarmente; soprattutto vista l’aspettativa roboante creata con la ripartenza dei mille giorni. L’andamento dell’economia e del mercato del lavoro, indipendente dalla volontà renziana, di certo non conforta. Non c’è un dato che sia dalla sua parte. A partire dalla deflazione, passando per gli effetti per ora in gran parte mancati dei famosi ottanta euro, fino ai numeri diffusi proprio oggi dall’Istat, che danno la disoccupazione in rialzo al 12,6 per cento a luglio (+0,3 per cento rispetto a giugno, +0,5 su base annua), mentre nello stesso mese si sono persi più di mille posti di lavoro al giorno (meno 35 mila in un mese).

Non è roseo però soprattutto il bilancio settimanale sul fronte dell’attività del governo. Partito lancia in resta, Renzi si è dovuto alla fine acciambellare, dopo l’incontro con il capo dello Stato, su quel “non mettere troppa carne al fuoco” che – per quante ricostruzioni vi si possano fare attorno – anche per lessico somiglia a una raccomandazione di Giorgio Napolitano decisamente più che a un’espressione fiorita spontaneamente sulle labbra dell’ex rottamatore.

Sblocca Italia da riscrivere
A scorrere le riforme, tra annunci e realtà, i conti sono presto fatti. Lo Sblocca Italia, provvedimento decisivo per dare l’idea di un paese che marcia coi conti in ordine già al vertice di Bruxelles di domani, s’è dovuto riscrivere e ricalibrare in fretta e furia in vista del consiglio dei ministri di oggi dopo che (fonti renziane) il premier e il ministro dell’economia si sono accorti che il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi l’aveva infarcito di troppe spese: “Soldi che non ci sono”, ha commentato il premier, “ci sono decine di miliardi che non possiamo coprire e manca una visione strategica”. Tutto o quasi da rifare, con tanto di tensioni nell’esecutivo che – ci mancava – si estendono anche all’alfaniano Lupi.

Per la scuola, nemmeno le slides (zampino della Giannini?)
Ancora peggio, per quel che riguarda la scuola. Fuoco d’artificio all’occhiello del premier che aveva promesso al settimanale Tempi “vi stupirò”, dopo giorni di esaltanti annunci la riforma slitta. Ufficialmente di poco: “Ci penseremo la prossima settimana”, twitta Renzi. La raccomandazione di sapore quirinalizio sulla troppa carne al fuoco ha colpito infatti soprattutto qua. Per una serie di ragioni, per ora illuminabili solo in parte: certamente, perché l’annuncio di assumere sia pure per scaglioni oltre centomila precari (ignoto, peraltro, il come) strideva con la necessaria morigeratezza nei conti pubblici da presentare all’Europa (pare che persino Berlusconi abbia detto: “Si rischia di creare illusioni”). Ma poi anche perché la settimana ha visto deflagrare la querelle sul “chi mette la faccia sulla riforma” tra Renzi e il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini . Ufficialmente lei non ha mosso un muscolo, dopo che il premier le ha fatto lo sgarbo di convocare un vertice sulla scuola in sua assenza, annunciando peraltro di fatto che la faccenda “la tratto io”. Nei fatti, tuttavia, la riforma è sparita dall’agenda del Consiglio dei ministri proprio dopo quel dissidio: uno zampino sapiente della ex montiana schiacciasassi non è da escludersi.

A tutto questo va aggiunto un dettaglio non da poco: in Consiglio dei ministri non sarebbe comunque andata la riforma della scuola vera e propria. Sarebbero andate soltanto le slide sulle linee guida. Ebbene, si è deciso fosse più prudente rimandare anche quelle. Il che la dice lunga sullo stato dell’arte. Tanto più perché, nel frattempo, non si hanno notizie sulla soluzione (annunciata per fine agosto) al pasticcio di “Quota 96”: quei quattromila tra insegnanti e personale scolastico rimasti nel limbo per via di una falla della riforma Fornero, inseriti ma poi stralciati dalla riforma Pa (che li avrebbe mandati in pensione a partire da settembre), e adesso costretti a tornare a lavoro a metà mese, pur avendo maturato i requisiti per la pensione.

La giustizia, braccio di ferro con Ncd
Infine, c’è la giustizia, la riforma che ha passato a luglio la fase delle slide e ora dovrebbe entrare nel vivo. Sul punto, Renzi ha dovuto scontare le resistenze soprattutto del Nuovo centrodestra di Alfano, costretto a fare la voce grossa non solo per antiche convinzioni, ma soprattutto per tattica politica: non farsi cioè “mangiare” da Forza Italia, offrendole argomenti sufficienti per accusarli di essere un manipolo di traditori al servizio del partito dei giudici. Il risultato definitivo del braccio di ferro lo si vedrà solo dopo il consiglio dei ministri. Di certo per ora si può dire che sono fuori discussione soltanto (ma non è poco) le misure che tra decreti e ddl servono a smaltire l’arretrato civile e rendere più svelti i processi. Sul resto, è mezzo buio: pare che ci saranno le nuove regole sulla responsabilità civile dei magistrati e le norme che di fatto allungano i tempi per la prescrizione. Sul nuovo falso in bilancio e le limitazioni al sistema delle impugnazioni, Ndc chiede correzioni. Il punto interrogativo più grosso riguarda le norme sulle intercettazioni: il partito di Alfano ne fa un chiodo fisso, le vuole assolutamente come se quello fosse il metro per giudicare quanto l’Ncd si è rammollito alla corte renziana; ma, per quanto per ora si sia parlato di misure blande, si tratta di un punto troppo delicato da affrontare subito anche per il Pd. L’accusa di cedere ai desiderata berlusconiani, all’ “inciucio col nemico” è infatti alle porte, per quanto Renzi abbia avuto la prontezza oggi di precisare che non c’è nessun accordo: “La riforma della giustizia non sta nel pacchetto riforme istituzionali, Forza Italia voterà contro” ha twittato. 
 

venerdì 29 agosto 2014

Ebrei/Israele andatevene, la Palestina non è la vostra terra


NON TUTTI I BAMBINI SONO UGUALI. LA DIFFERENZA TRA QUELLI ISRAELIANI E QUELLI PALESTINESI
Postato il Giovedì, 28 agosto @ 20:54:08 BST di davide





DI GIDEON LEVY

haaretz.com
Dopo il primo bambino, nessuno ha battuto ciglio. Dopo il cinquantesimo, sull'ala di un aereo non si è avvertito neppure un lieve tremore. Dopo il centesimo, hanno smesso di contare.

Dopo il duecentesimo, hanno accusato Hamas. Dopo il trecentesimo, hanno accusato i genitori. Dopo il quattrocentesimo bambino, hanno inventato scuse. Dopo (i primi) 478, sembra che non importi a nessuno.

Poi è arrivato il nostro primo bambino e per Israele è stato uno shock. Piange il cuore a pensare a Daniel Tragerman, quattro anni, ucciso venerdì sera nella sua casa a Sha'ar Hanegev. Un bel bambino, che una volta si era fatto fare una foto mentre indossava la maglia della squadra di calcio argentina, blu e bianca, quella con il numero 10.

Il cuore di chiunque si spezzerebbe alla vista di questa foto, chiunque piangerebbe per com'è stato brutalmente ucciso. “Ehi Leo Messi, guarda questo bambino. Tu eri il suo eroe”, recita un post su Facebook.



All'improvviso la morte ha un volto, sognanti occhi azzurri e capelli chiari. Un corpo esile che non crescerà mai. Improvvisamente la morte di un bambino ha un senso, improvvisamente è scioccante. È umano, comprensibile e commovente. È umano anche che l'omicidio di un bambino israeliano, un figlio di tutti noi, susciti una maggiore immedesimazione rispetto alla morte di qualche altro bambino. Quello che risulta incomprensibile è la risposta degli israeliani all'uccisione dei loro figli.

In un mondo dove esistesse qualcosa di buono, i bambini sarebbero stati lasciati fuori da quel crudele gioco chiamato guerra. In un mondo dove esistesse un po' di bene, sarebbe impossibile comprendere la totale, quasi mostruosa, insensibilità di fronte all'uccisione di centinaia di bambini (non nostri, ma morti per mano nostra).

Immaginateli in fila: 478 bambini, in una graduale serie di morte. Immaginateli indossare magliette di Messi (anche alcuni di quei bambini lo avranno fatto, prima di morire); anche loro lo ammiravano, proprio come faceva il nostro Daniel che viveva in un kibbutz. Ma nessuno li guarda. I loro volti non si vedono, nessuno è sconvolto per le loro morti. Nessuno scrive su di loro “Ehi Messi, guarda questo bambino”.

Ehi Israele, guarda i loro bambini.

Un muro di ferro di negazione e disumanità protegge gli israeliani dal vergognoso lavoro delle loro mani a Gaza. Infatti, certi numeri sono duri da digerire. Delle centinaia di uomini uccisi si potrebbe dire che erano “coinvolti”. Delle centinaia di donne, che erano “scudi umani”.

Allo stesso modo, per un piccolo numero di bambini si potrebbe affermare che l'esercito più etico del mondo non aveva intenzione di colpirli. Ma cosa potremmo dire di quasi cinquecento bambini uccisi? Che l'esercito israeliano “non aveva intenzione di colpirli”, 478 volte? Che Hamas si nasconde dietro tutti loro? Che questo ha legittimato la loro uccisione?

Hamas può essersi nascosto dietro alcuni di quei bambini ma ora Israele si nasconde dietro Daniel Tragerman. Il suo destino è già stato usato per coprire tutti i peccati dell’IDF a Gaza.

Ieri la radio ha già parlato di “omicidio”. Il primo ministro ha già definito l’omicidio “terrorismo”, mentre centinaia di bambini di Gaza nelle loro nuove tombe non sono vittime di omicidio o terrorismo. Israele li doveva uccidere. Dopo tutto, chi sono Fadi e Ali e Islaam e Razek, Mahmoud, Ahmed e Hamoudi davanti al nostro unico e solo Daniel?

Dobbiamo ammetterlo: in Israele, i bambini palestinesi sono considerati alla stregua di insetti. È una dichiarazione orribile ma non c’è un altro modo per descrivere l’umore in Israele nell’estate del 2014. Quando per sei settimane centinaia di bambini sono uccisi, i loro corpi sepolti nei detriti, accumulati negli obitori, qualche volta addirittura nelle celle frigorifere della verdura per mancanza di altro spazio. Quando i loro genitori inorriditi trasportano i corpi dei loro bambini come se fosse normale; i loro funerali vanno e vengono, 478 volte. Persino il più freddo degli israeliani non permetterebbe a se stesso di essere così insensibile.

Qui qualcuno deve alzarsi e urlare “Basta”. Tutte le scuse e tutte le spiegazioni non aiuteranno, non c’è niente di peggio che distinguere tra un bambino che può essere ucciso e un bambino che non può. Ci sono solamente bambini uccisi per nulla, centinaia di bambini la cui sorte non tocca nessuno in Israele, mentre la morte di un bambino, solo uno, riesce a unire tutti quanti in lutto.

Versione orginale:

Gideon Levy è un opinionista israeliano.

Fonte: www.haaretz.com

Link: http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.612085

24.08.2014
Versione italiana:

Fonte: www.thepostinternazionale.it

Link: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/israele/non-tutti-i-bambini-sono-uguali

26.08.2014
Traduzione a cura di Eleonora Cortopassi

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=13838

El Sisi, un gigante in mezzo ai nani

Dopo Gaza Egitto volta pagina, piano a Onu su Libia

Sostegno a Parlamento eletto,aiuti per disarmo milizie e dialogo

28 agosto, 09:59

(di Claudio Accogli) (ANSAmed) - IL CAIRO, 28 AGO - L'Egitto volta pagina e, mentre assapora ancora il gusto della prima vittoria diplomatica internazionale con la tregua a Gaza, riscalda i motori per affrontare la questione numero uno nell'agenda internazionale del Cairo, la Libia.

Il presidente Abdel Fattah al Sisi si appresta a mettere sul tavolo del consiglio di sicurezza dell'Onu un piano egiziano per la stabilizzazione del Paese, forte del consenso di altri 'alleati' confinanti con la Libia - Tunisia, Algeria, Ciad e Sudan.

Il progetto ruota intorno al consolidamento dell'autorità del Parlamento eletto a giugno, con un ruolo da protagonista del Cairo che ha già promesso ai 'leader di Tobruk' aiuto militare in campo tecnico e di consulenza. Il primo passo sarebbe un cessate il fuoco immediato e la creazione di un comitato politico, coordinato dall'Egitto, per far partire il dialogo nazionale tra le varie anime libiche.

Secondo fonti diplomatiche libiche, il piano include anche un altro 'tavolo', questa volta sulla sicurezza, coordinato invece dall'Algeria, che tra l'altro può contare su un esercito che è tra i più avanzati tecnologicamente nel Nord Africa.

Quindi, il Parlamento libico, e le sue Forze armate, procederebbero al disarmo senza condizioni delle milizie, mentre Nazioni Unite e governo avrebbero il compito di veicolare la fornitura di armi straniere.

Il piano di Sisi, che gode del sostegno dell'Arabia Saudita e della simpatia di Vladimir Putin, potrebbe incontrare un consenso inaspettato in Occidente.

Nonostante dagli Usa partano infatti nuove bordate di accuse a Emirati Arabi ed Egitto per i raid su Tripoli della scorsa settimana - questa volta le fonti sono ufficiali, il Dipartimento di Stato e il Pentagono - sulla carta il piano egiziano è proprio quello che Washington punterebbe a realizzare in Libia.

Fonti diplomatiche citate dal Los Angeles Times hanno rivelato che gli Usa stavano lavorando a un progetto assai simile, ma con l'unica, imprescindibile, condizione che nessuna azione sotto l'egida dell'Onu in Libia avrebbe potuto prevedere l'impiego di truppe americane.

"Sarebbe percepita come un'invasione", hanno sottolineato alcuni funzionari Usa. E' anche vero che l'amministrazione Obama in queste ore è costretta a un impegno militare crescente in Iraq e Siria: l'apertura di un ulteriore fronte nel Mediterraneo, mentre è in fiamme anche l'Est dell'Ucraina e il rapporto con Mosca, piazzerebbe gli Usa al centro di una guerra globale dagli esiti incerti. (ANSAmed).

La guerra, riequilibrio del Capitalismo



La complessità della Quarta guerra mondiale 

di Eugenio Orso


1. Il significato dei conflitti novecenteschi riassunto in poche righe.

Il primo conflitto mondiale fu un grande bagno di sangue elitistico alimentato dalla nazionalizzazione delle masse in Europa (ideologia nazionalista per il ceto medio di massa), dalle dinamiche dell’imperialismo europeo con accenti coloniali (quello avversato da Lenin), dalla competizione distruttiva fra le potenze europee – i gruppi dominanti capital-imperialisti – che gli usa avrebbero messo in ombra nel corso del novecento, acquisendo la preminenza. Questa guerra fu piuttosto “statica”, tipicamente di trincea, con grandi, sanguinose battaglie, ma limitati progressi in termini di conquiste territoriali (la Somme, oltre un milione di morti fra prussiani, francesi, inglesi e altri), coinvolgendo civili inermi, ma non ancora in modo così drammatico e totale come nei conflitti successivi. L’Europa, sconvolta dalla grande guerra, uscì definitivamente dal “clima” culturale del diciannovesimo secolo. L’episodio storico dell’Ottobre Rosso di Lenin, con la morte dell’impero zarista e la nascita dell’Urss, ebbe una grande, decisiva influenza anche sulla dinamica e sull’esito dei due conflitti successivi, pur non riuscendo a fermare sugli altri fronti la prima guerra mondiale. Altro elemento da considerare, d’importanza decisiva, fu l’intervento americano in Europa con milioni di uomini (dal 6 aprile 1917), che volse le sorti della guerra a favore di Gran Bretagna e Francia. Dopo la loro vittoriosa “irruzione” sulla scena internazionale nella guerra con la Spagna del 1898, per Cuba, le Filippine, Portorico e Guam, con questo conflitto gli usa, benché ancora inferiori militarmente agli europei, fecero un notevole passo avanti per diventare la prima potenza mondiale, strappando progressivamente il testimone alla Gran Bretagna.

Il secondo conflitto mondiale iniziò all’ombra dell’imperialismo europeo, si nutrì di elementi ideologici per mobilitare le masse e farle combattere (nazionalismo, nazismo, fascismo, comunismo, persino liberalismo “vecchia maniera”), in un’Europa che aveva ancora il primato nel mondo, ma finì con l’assoggettamento del vecchio continente, che perse definitivamente la preminenza a tutto vantaggio degli usa. La seconda guerra mondiale può essere letta come una reazione europea al capitalismo di matrice anglosassone, e un tentativo di riportare l’economia sotto il controllo della politica, ma soprattutto consentì il superamento definitivo della grande crisi capitalistica del ’29, confermando il drammatico intreccio fra guerra ed economia capitalista (oltre cinquanta milioni di morti e l’Europa semidistrutta, fino agli Urali). Non fu una guerra “statica”, ma dinamica, di movimento (blitzkrieg germanica,  uso di truppe aviotrasportate, penetrazioni in territorio nemico per centinaia di chilometri), e coinvolse in pieno i civili, diventati un obiettivo da colpire senza risparmio con i campi di sterminio, i bombardamenti aerei a tappeto, l’uso dei primi ordigni nucleari sulle città. Particolare non secondario, dal conflitto emerse il prossimo competitore della neonata potenza americana, cioè l’Unione Sovietica, che con il suo sacrificio in termini di perdite di vite umane (circa venti milioni) aveva permesso di sconfiggere la germania nazista.

La terza guerra mondiale non fu un conflitto generalizzato, come fortunatamente sappiamo, ma un confronto di durata quasi cinquantennale (1945-1991) fra i due veri vincitori del secondo conflitto, cioè gli usa e l’Urss. Qualcuno l’ha definita addirittura “guerra civile mondiale”, dopo la lunga e sfibrante “guerra civile europea” iniziata con la Rivoluzione d’Ottobre (o meglio con lo scoppio della grande guerra, nel 1914) e conclusasi nel 1945. Si trattò di una contrapposizione fra mondi – il primo mondo occidentale contrapposto al secondo mondo sovietico-collettivista – e di un confronto serrato fra sistemi economici alternativi, ma con qualche tratto comune. Il capitalismo liberista di matrice anglosassone, per emergere e affermarsi completamente, superando le ricette keynesiane, il costoso stato sociale e i compromessi Stato-Mercato, dovette vedersela con il collettivismo di matrice sovietica, che presentava, a sua volta, alcuni tratti capitalistici (persistenza della piccola proprietà privata, suddivisione classista della società, ma con minori differenze di ricchezza rispetto all’occidente, eccetera). La terza guerra mondiale fu “fredda” solo in apparenza, perché i blocchi contrapposti si affrontarono in molte aree del mondo e in tutti i continenti – per “interposta persona”, ma non di rado con l’intervento diretto dell’uno o dell’altro, come in Corea, Vietnam, Afghanistan – per cui nei conflitti locali (talora ipocritamente definiti “a bassa intensità”) vi furono milioni di morti e feriti, nonché immani distruzioni. La “guerra fredda” scoppiò subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, quasi senza soluzione di continuità,  non risparmiando l’Europa, se pensiamo alla guerra civile greca, combattuta dai comunisti contro i governativi filo-occidentali dal 1946 al 1949. Com’è arcinoto, il conflitto “freddo”, ma nella realtà storica di allora caldissimo, finì in seguito all’implosione del blocco sovietico nel triennio 1989-1991. Non per questo le guerre finirono, e anzi, un nuovo, insidioso conflitto, tale da mettere in pericolo gli stessi presupposti della civiltà umana, iniziò subito dopo il collasso sovietico.

2. Quarta guerra mondiale: due conflitti in uno.

La quarta guerra mondiale è in pieno corso, se gli eventi bellici in questi ultimi mesi si sono moltiplicati e aggravati, lambendo il Medio Oriente, L’Africa e anche l’Europa. I conflitti in Iraq, in Siria, in Libia, nella striscia di Gaza e in Ucraina orientale non sono “indipendenti” l’uno dall’altro, ma episodi di rilievo della quarta guerra mondiale. Ma le cose non sono così semplici e chiare come si crede. Fino ad ora abbiamo conosciuto almeno due conflitti paralleli, in cui l’ultima, grande guerra pare sdoppiarsi.

Il primo conflitto è scoppiato nel nord e nell’occidente del mondo, per distruggere i modelli di capitalismo novecenteschi d’importanti nazioni europee, come l’economia mista italiana, il capitalismo “renano” tedesco e l’economia mista francese con elementi di capitalismo “renano”, e imporre al vecchio continente il capitalismo ultraliberista anglosassone con respiro globale. O meglio, per imporre all’Europa un nuovo modo storico di produzione, all’apice del trionfo del capitale sul lavoro (e su gran parte dell’umanità), che possiamo chiamare in sintesi neocapitalismo finanziarizzato.

 L’attacco, in atto da un buon ventennio, è diretto contro lo stato sociale, la spesa pubblica (che dovrebbe avere funzione propulsiva nei periodi di crisi), l’intervento statale nell’economia, la protezione delle produzioni nazionali, i diritti dei lavoratori, i livelli di occupazione, i redditi popolari, e in ultimo ma non ultima, la sovranità politica e monetaria degli stati. Qui le armi economiche sostituiscono quelle tradizionali (raramente “si spara” sulla folla depauperata, non si bombardano i quartieri popolari, non si usano armi chimiche o proiettili all’uranio per contrastare gli scioperi) e un ruolo importante è assegnato alla disinformazione di sistema (tutti i media occidentali) che contribuisce, a braccetto con la precarizzazione e la flessibilizzazione dei lavoratori trasformati in semplice fattore-lavoro, alla costruzione di un uomo precario, scarsamente combattivo e ampiamente incosciente davanti alla realtà politica e sociale. L’attacco è diretto, quindi, contro i vecchi modelli capitalistici dal volto “socialmente quasi-umano”, la proprietà pubblica (dei mezzi di produzione, della moneta), la sovranità statale, la socialità nel suo complesso e tutte le classi dominate retaggio del novecento (ceti medi, proletariato industriale e rurale, eccetera). La guerra sociale è condotta con larga disponibilità di mezzi dalla glasse globale neodominante, che ha iniziato a formarsi negli usa durante gli ultimi due decenni della precedente “guerra fredda”, ed è diretta contro il resto della società, dai ceti medi figli del welfare novecentesco alle classi operaie, salariate e proletarie, nonché contro la persistenza di elementi culturali borghesi (caratteristici della vecchia classe dominante, l’alta borghesia proprietaria) e piccolo-borghesi. Se pensiamo alle condizioni in cui versano molti paesi europei, fra i quali anche l’Italia, l’attacco ha avuto successo  e la “guerra sociale neocapitalistica interna” è entrata nella sua fase finale, di annientamento culturale, sociale e politico del “nemico”, cioè di tutti noi. Inoltre, si è proceduto alla militarizzazione delle forze di polizia in previsione di estesi riots con l’ampliarsi delle disuguaglianze sociale e il moltiplicarsi dei comportamenti sistemici repressivi. Non è un caso se la polizia americana, come testimoniano i recenti disordini a sfondo razziale (e sociale) di Ferguson, Missouri, dispone di armamento militare, di squadra e pesante (veicoli corazzati). Questi conflitti, definibili “interni”, potranno rincrudire con il precipitare della situazione sociale, trasformandosi, in futuro, in autentici episodi bellici.

Il secondo conflitto è un puzzle sempre più inquietante di episodi bellici localizzati, invasioni, bombardamenti con aerei e droni, guerre civili più o meno artificialmente suscitate, destabilizzazioni violente, con afflussi in loco di armi, soldi e mercenari, di singoli stati da mettere fuori combattimento (Libia e Siria, ad esempio). Per ora, senza l’uso di armi nucleari, ma con violenze inaudite contro le popolazioni civili (primo, vero bersaglio degli attacchi armati), saccheggi, attenzione estrema dei mercenari, dei miliziani e dei paramilitari per gli obiettivi economici, energetici e per il sequestro violento di beni patrimoniali (come ben testimoniano le azioni stragiste del sanguinario stato islamosunnita e degli armati dello stato-canaglia filoatlantista ucraino). A costo di perdere il controllo dei mercenari che finanziano, armano, addestrano  e spediscono a combattere in vari paesi per il soldo, i globalisti occidentali (americani, europoidi, islamosauditi e giudeo-israeliani), stanno spingendo sull’acceleratore, in particolare nell’area siriano-irakena e nel Donbass ucraino, per raggiungere obiettivi strategici, frantumare le resistenze contrarie ai loro interessi (Assad con l’esercito regolare in Siria, patrioti russi e russofoni in ucraina) e per isolare e mettere in difficoltà la Federazione Russa e l’Iran. Sicuramente il rischio di perdita di controllo del “braccio armato”, dopo aver scatenato  il sanguinoso conflitto e supportato le entità criminali armate, è significativo in Iraq-Siria e riguarda il neonato stato islamocriminale, ma ciò non impedisce ai suddetti (dominanti globalisti occidentali, “sauditi” e giudeo-israeliti compresi) di permettere la continuazione di questi conflitti, e anzi, di estendere progressivamente le aree coinvolte nella guerra. Non vi è, ormai, alcuno scrupolo nel mutare con la violenza più cieca, principalmente rivolta contro i civili, i confini degli stati, sulla base delle convenienze globaliste. Notiamo come, davanti a questi episodi bellici sempre più gravi ed estesi, vi sia una certa, voluta, passività dei paesi succubi dell’occidente neocapitalistico. Se vi è intervento militare, contro qualcuna delle citate entità criminali – nella  fattispecie, conto lo stato-canaglia islamosunnita – questo è molto limitato, esclusivamente aereo, tale da non “depotenziare” del tutto l’organizzazione armata stragista, come nel caso dei bombardamenti usa nel nord dell’Iraq, ben localizzati quanto all’aerea interessata e non decisivi per decidere le sorti del conflitto.

3. Complessità e scopi della Quarta guerra mondiale.

La complessità della quarta guerra mondiale, non deriva soltanto dallo sviluppo parallelo dei conflitti, quello socioeconomico-culturale contro le classi subalterne in occidente e quello armato, suddiviso in molti episodi bellici e di distruzione, contro i paesi riottosi per “normalizzarli” eliminando effettivi e potenziali avversari. Soprattutto non si deve pensare, “ottimisticamente”, che la guerra in corso finirà con il raggiungimento di alcuni obiettivi strategici, come l’isolamento della Russia e/o collasso del regime di Putin, la fine di Assad in Siria, il ridimensionamento dell’Iran, il mantenimento del dollaro come valuta di riserva. Si tratta di un conflitto con caratteristiche asimmetriche, combattuto su più livelli: azioni terroristiche, flussi di mercenari e armi, penetrazione preventiva di organizzazioni non governative compiacenti, sostegno politico e finanziario a opposizioni interne per destabilizzare, “rivoluzioni colorate” come antefatto. Un conflitto unico, benché scomponibile in parti nelle analisi, di grande valenza strategica e di natura culturale, combattuto senza quartiere, e senza delle vere tregue, con tutte le armi a disposizione, nell’evidente squilibro di forze che esiste a vantaggio dei globalisti occidentali. Lo scopo ultimo è la sottomissione, alle dinamiche neocapitalistico-finanziarie e agli interessi privati della classe dominante deterritorializzata, di tutto il pianeta. Un conflitto che s’intreccia con quello verticale fra gruppi dominanti, disposti a usare i popoli l’uno contro l’altro, non essendo i loro destini, a differenza della vecchia borghesia proprietaria, indissolubilmente legati alle sorti e alla potenza di uno specifico stato nazionale o federazione di stati (neppure per quanto riguarda gli usa). Se un elemento strutturale neocapitalistico irrinunciabile, fra i pilastri dell’intera costruzione, è la crisi economica perpetua, a questo si accompagna l’attuale “guerra senza fine” interna ed esterna. Cioè, la quarta guerra mondiale contro le classi dominate in occidente e contro i popoli dell’ex terzo mondo, riottosi ad accettare l’ordine nuovo-capitalistico. Prima della battaglia decisiva per la supremazia mondiale, economico-finanziaria, monetaria, militare, con i globalisti orientali “emergenti” della Cina neocapitalista – che continua a fingersi socialista contro ogni evidenza – gli occidentali intendono “fare terra bruciata” di ogni paese, popolo o potenza resistente, dalle coste atlantiche africane fino ai confini con la Cina stessa. Indubbiamente la nato sta cercando ad ogni costo, e a costo di ogni sorta di provocazione (facendo abbattere arerei di linea, cercando di bloccare convogli umanitari e facendogli sparare addosso), la guerra con la Russia in Europa orientale, e non è escluso che si punti a un conflitto nucleare. Se vi saranno episodi di scontro nucleare localizzato, e anche se questi non porteranno alla distruzione completa del pianeta (ma con quali danni?), possiamo star certi che non porranno la parola “fine” al quarto conflitto mondiale in corso. Dopo aver piegato la resistenza russa, preluderanno alla battaglia finale con la Cina neocapitalista e ultramercatista, la cui classe dominante di globalisti “orientali” vorrebbe  esprimere, nel corso di questo secolo, la leadership mondiale, togliendo definitivamente lo scettro dalle mani dei “colleghi” occidentali.

Draghi detta la linea, Padoan esegue e a Renzino il compito di despistare gli italiani con i soliti annunci


Tagli a sanità e istruzione: l’annuncio di Padoan
 28 agosto 2014

I parametri economici dell’Italia sono in caduta libera. Qualche settimana fa è giunta la notizia di una nuova ondata di recessione, oggi invece l’Istat ha certificato il calo delle vendite al dettaglio. E’ evidente come in un quadro così peggiorato il rischio di sforare il 3% del rapporto deficit-pil sia aumentato. Dunque, anche la Spending Review va ripensata. Il Governo lo sta già facendo, smentendo in parte l’approccio con cui Renzi ha condotto i lavori già a partire da marzo.

Il metodo Padoan è simile al metodo Tremonti e al metodo Monti. Tagli su tutto, anche su punti nevralgici dello stato sociale. A dirlo non è l’opposizione, ma il ministro stesso, come a voler preparare il terreno a future brutte notizie. La prospettiva, stando alle sue parole, è quella dei tagli alla sanità e all’istruzione, con la parziale erosione dei diritti acquisiti.

Ecco cos’ha dichiarato Padoan al Corriere della Sera: “Pronti a risparmiare su tutto, i tagli sono necessari, ma gli obiettivi dei tagli di spesa terranno conto del quadro economico peggiorato. Nella ricerca dell’efficienza si possono mettere in discussione anche diritti acquisiti o presunti tali. Riteniamo che ci siano margini finora largamente non considerati di miglioramento di efficienza in tutta la pubblica amministrazione. In tutti i settori, anche istruzione e sanità”.

Il ministro ha poi parlato delle riforme e delle dichiarazione di Draghi, affermando di essere totalmente in sintonia con il presidente della Bce, anche per quanto riguarda la necessità di rispettare il fastidioso limite del 3%. Insomma, niente di nuovo sotto al sole: recessione, tasse, tagli alla spesa, austerity.



http://www.casaemutui.net/2014/08/tagli-a-sanita-e-istruzione-lannuncio-di-padoan/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=tagli-a-sanita-e-istruzione-lannuncio-di-padoan



14 novembre 2014, sciopero fiscale, via le mani armate di questo stato dalle tasche degli italiani

  1. Voglio proprio vedere se non paghi, tanto tu sei deputato e il fisco a te te fa un caxxo, tanto tu sei previ legato
  2. Se non pago ti accolli tu i problemi che avrò con il fisco?
  3. Ci saro'in ottobre a milano e no scontrino in novembre.avanti cosi'
  4. Scusi Salvini, ma che caspita l'abbiamo mandata a fare in Europa se continua a criticarla come organismo alieno?
  5. Se nn ci prendiamo delle responsabilita' e nn ci mettiamo la faccia siamo proprio un popolo di merda..infatti.
  6. batti continuamente sull'uscita dall'euro. La madre di tutte le battaglie. L'origine di tutti i mali.