Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 settembre 2014

Ttip, già l'Euro ci uccide, poi questa roba è veleno allo stato puro

L'accordo di libero scambio Usa-Ue? Un suicidio

Nessuno sa cosa sia, ma a dicembre Bruxelles e Washington dovrebbero firmare il TTIP, un patto per liberarizzare i commerci che riserva però brutte sorprese

Bruxelles, la sede della Commissione Europea

«L'accordo di libero scambio tra l'Unione Europea e gli Stati Uniti (il TTIP) è iniquo e rischia di danneggiare i lavoratori. L'Europa non dovrebbe firmarlo». A lanciare l'appello è Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'Economia, secondo il quale «si tratta di un accordo la cui intenzione sarebbe di eliminare gli ostacoli al libero commercio. Tuttavia gli ostacoli al libero scambio sono le regole per la tutela dell'ambiente, della salute, dei consumatori, dei lavoratori». Secondo Stiglitz il trattato «mina le tutele che europei e statunitensi hanno creato in decenni e accresce le disuguaglianze sociali, dando profitti a poche compagnie multinazionali a spese dei cittadini».
Le negoziazioni per il TTIP (acronimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership) sono iniziate nel giugno del 2013, ma gli atti di tutte le riunioni tra Usa e Commissione Ue sono secretati. Inoltre, all'interno dei singoli Paesi europei, Italia inclusa, dibattiti per valutare l'impatto dell'accordo sono pressoché inesistenti. Ciononostante il termine delle trattative è ipotizzato per dicembre di quest'anno. È invece previsto per lunedì prossimo, in Maryland, il settimo round dei negoziati.
Per avere informazioni sul TTIP ci si può collegare a questo link http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/resources, ma, oltre all'ostacolo della lingua (inglese), i resoconti economici richiedono perlomeno un occhio esperto. Tra le informazioni diffuse dai media emerge che il TTIP potrebbe aumentare gli scambi tra l'economia Usa e quella UE, questo però avverrebbe non abbassando le soglie tariffarie doganali, ma attraverso una regolamentazione unificata transatlantica in materia di ambiente e tutela dei lavoratori, che, come è noto, in Americahanno garanzie minori rispetto all'Europa. Le aziende Usa avranno inoltre accesso agli appalti pubblici per la gestione di servizi essenziali come acqua, sanità e rifiuti.

http://www.lapadania.net/Detail_News_Display?ID=4447&typeb=0&L-accordo-di-libero-scambio-Usa-Ue-Un-suicidio

NoTav, istituzioni autististiche, soldi buttati al vento, distruzione di un territorio e di una comunità, noi siamo loro e loro sono noi

I quattro No Tav a processo rivendicano l’assalto al cantiere di Chiomonte: «Fieri di averlo fatto»

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settembre 26, 2014 Marco Margrita
I quattro antagonisti in carcere per aver danneggiato il cantiere dell’alta velocità hanno rivendicato la loro azione. Per il movimento trenocrociato «non è terrorismo, ma sabotaggio»
no-tav-sgombero-2-jpg-crop_displayA processo per l’assalto al cantiere di Chiomonte, avvenuta nella notte fra il 13 e il 14 maggio 2013, Claudio Alberto, Niccolò Blasi, Mattia Zanotti e Chiara Zenobi, in carcere dallo scorso 9 dicembre, hanno ammesso di avere partecipato all’azione. «Abbiamo deciso di intervenire oggi – ha precisato Zanotti, che però non si è fatto, come i compagni, interrogare  – prima che questo processo si trasformi in una sede di perizie e controperizie. Non posso dire come possa essere trascritto quel gesto nella grammatica del codice penale. Posso solo dire che quella notte c’ero anch’io. Che fossi lì per dimostrare la mia inimicizia verso il cantiere e sabotarlo ve lo dico io stesso». «La procura – ha proclamato in chiusura –  ha costruito un castello di accuse contro di noi, ma la verità è più semplice e meno roboante». «L’incriminazione nei nostri confronti è ardita», ha in supporto denunciato Alberto. «Io c’ero e ne sono fiera», ha aggiunto Zenobi. «Dietro a quelle reti – ha parlato per ultima Blasi – c’eravamo tutti. Quali che siano le conseguenze delle nostre azioni ad affrontarle non saremo soli».
SEMPLICE DANNEGGIAMENTO? Un’ammissione netta, che ha anche determinato un taglio dei tempi del procedimento: non si dovranno più ascoltare gli esperti e le loro perizie sulle intercettazioni. Secondo i legali, che contestano l’aggravante di terrorismo, «si è trattato di un semplice danneggiamento». Anche se, rileggendosi le dinamiche, è difficile non evidenziale come si sia trattato di una vera e propria azione di guerriglia. «In una trentina, a volto coperto – ricordano le Forze dell’Ordine – hanno iniziato un fitto lancio di bombe carta, molotov, bengala e razzi. I No Tav, entrando in azione simultaneamente in più punti della recinzione, hanno poi cercato di bloccare con alcuni cavi d’acciaio tre cancelli – il 4, il 5 e l’8 – per non far uscire il personale. Tagliando infine il lucchetto del varco 8 bis sono riusciti a entrare nel cantiere e, lanciando bottiglie incendiarie, hanno dato alle fiamme un motocompressore. Due molotov sono state gettate anche verso i poliziotti di guardia al cantiere col rischio di colpire qualcuno». Non precisamente la descrizione di una nuova “marcia del sale” di gandhiana memoria.
TERRORISTA E’ LO STATO. Una lettura – «non è terrorismo, ma sabotaggio» – che tutto il movimento trenocrociato fa propria, sulla scorta dello scrittore Erri De Luca, tra l’altro anche egli a processo ma per contestazioni più lievi. Buon ultimo, a sostenere la legittimità degli assalti, è il senatore grillino (ed esponente No Tav), Matteo Scibona, che giunge quasi a ribaltare l’accusa di “terrorismo” verso lo Stato. «Vale la pena di segnalare – sostiene il parlamentare grillino – che, dopo mesi passati ad incontrare le più autorevoli personalità dell’antimafia per segnalare il grave vulnus contenuto negli ultimi accordi franco-italiani, finalmente il ministro degli Interni ci dà ragione. Da parte degli oppositori chiare le finalità e la responsabilità dei gesti, mentre non ci sembra altrettanto da parte di chi indegnamente rappresenta lo Stato. I politici invece di distorcere la realtà, dovrebbero per primi rendersi conto che le popolazioni valsusine aspettano risposte politiche e tecniche basate sui fatti e sui dati e non solo olio di ricino e manganello».

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Socializzare le perdite, privatizzare i profitti questo è il Pd

Ilva tra Bad e New Company

Socializzare le perdite (quelle relative ai danni ambientali e ai reati sanitari) e privatizzare i profitti: il Governo lavora per consegnare un futuro infausto ai tarantini. Come se non bastassero i già tanti danni arrecati ad una città simbolo di uno sviluppo demenziale e anacronistico

di Angelo Bonelli
Sono giorni che insistentemente non solo sulla stampa, ma tra i funzionari del ministero dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente si parla del futuro dell’Ilva come di un futuro che porterà ad un intervento di chirurgica separazione dal punto di vista societario. E’ lo schema che è stato seguito con Alitalia, per favorire l’acquisto da parte della cordata d’imprenditori guidata da Colaninno di cui fece parte anche la famiglia Riva. Sappiamo - ormai lo sanno tutti - che il  commissario di governo per Ilva, Piero Guidi, insieme al ministro Federica Guidi, hanno come proposta da fare agli acquirenti dell’Ilva quella di dividere la società in due: una bad company e una  new company. Ma si farà peggio di quanto fu fatto con Alitalia, perché i costi che si scaricheranno sulle casse dello Stato italiano saranno maggiori di quanto accaduto con la compagnia aerea. 
Arcelor –Mittal, società molto discussa a livello europeo, specialmente in Francia, ha già manifestato il suo interesse all’acquisto dell’impianto siderurgico. Ma Arcelor-Mittal perché dovrebbe acquistare l’Ilva su cui pende un processo, dove con ogni probabilità saranno presentate circa 1.500 richieste di costituzioni di parti civili, di risarcimento danni, con un danno ambientale provocato alle falde, ai suoli, al mare? Sappiamo che per fare le bonifiche serviranno tra i 4 ai 5 miliardi di euro, nell’Aia non è stato considerato l’inquinamento alle acque. Il Governo ha deliberato un prestito ponte di 250 milioni di euro. A ciò aggiungo che, secondo quanto messo nero su bianco dall’ex commissario Ronchi, per dare attuazione alle prescrizioni Aia serviranno 4,1 miliardi con una tempistica che arriva fino al 2020. Nessuna società al mondo con un quadro economico di questo tipo comprerebbe l’Ilva.  Ma se l’Ilva viene divisa in due le cose cambiano. Nella bad company il governo, d’accordo con i Riva, inserirà i contenziosi , le bonifiche ( Arcelor-Mittal sosterrà che quello che  è accaduto nel passato non c’entra nulla), i debiti, il prestito ponte dello Stato, gli inevitabili esuberi legati al piano di ristrutturazione, la richiesta di risarcimenti connessi  all’esito del processo e l’onere delle bonifiche. Nella new company ci saranno gli impianti, gli immobili,i suoli: in sintesi tutto ciò che determinerà valore aggiunto e non perdita.
La conseguenza di una simile strategia sarà quella di dire addio alla possibilità di fare le bonifiche a Taranto, il principio chi inquina paga sarebbe seppellito con tanto di funerale, gli investimenti per dare applicazione all’Aia non saranno certamente quelli previsti dall’ex sub commissario Ronchi fissati in 4,1 miliardi di euro. Non è un caso, infatti, che il Piano industriale che doveva essere approvato il 9 giugno del 2014, come stabilito dalle modalità previste dal decreto n.207/2013, non sia ancora stato nemmeno presentato. Chi subentrerà nell’acquisto, oltre ad ottenere i notevoli benefici dello scorporo societario, metterà le sue condizioni sul nuovo Piano. Non sarà approvato il Piano industriale da 4,1 miliardi di euro che avrebbe dovuto applicare le prescrizioni AIA del 2012. Dobbiamo avere ben presente che la relazione di Valutazione sul danno sanitario elaborato dalla regione Puglia evidenzia due scenari. Uno scenario senza attuazione dell’AIA, nel quale si parla di 22.500 persone a Taranto che saranno a rischio di malattie tumorali a causa dell’inquinamento; e, l’altro scenario, quello legato alla piena applicazione delle prescrizioni ambientali previste dall’AIA in cui la relazione individua in 12.500 le persone a rischio tumore. Questi dati danno il segno della drammaticità della situazione tarantina, ma  fanno comprendere anche  come con questo ritardo, ovvero la trattativa sul Piano industriale, si sta giocando con la vita delle persone.
Con bad company e new company, lo slogan “ socializzare le perdite e privatizzare i profitti“ è molto attuale. Le perdite saranno quelle ambientali, sanitarie, perché all’orizzonte non s’intravedono le bonifiche urgenti per eliminare i veleni dai terreni, dalle falde e dal Mar Piccolo e il Mar Grande. Saranno perdite anche economiche perché la domanda da porsi è la seguente: chi restituirà il prestito ponte di 250 milioni di euro, al di là delle rassicurazioni del governo?  Certamente non sarà chi comprerà!  Sarà lo Stato, se lo farà, a doversi fare carico dei lavori urgenti di bonifiche sui suoli e per la messa in sicurezza delle falde. Lo schema della bad company significherà non fare le bonifiche e lasciare il disastro ambientale a danneggiare economia e salute. La bad company darà il via libero alla ristrutturazione interna dello stabilimento con esuberi e licenziamenti. Ora, di fronte ad uno scenario di questo genere, sarebbe il caso, per me doveroso, che il governo scommettesse sul futuro di Taranto pensando ad un progetto di conversione e di grande trasformazione come abbiamo provato ad indicare molte volte. Non è assolutamente vero che senza Ilva assisteremo  al disastro sociale. Se si costruisce la conversione accadrà il contrario. A Bilbao, Pittsburgh e nella Ruhr ci sono riusciti. Perché non a Taranto?  Taranto in questi decenni ha pagato un prezzo alto in termini d’inquinamento ambientale e di vite umane per lo “sviluppo economico” dell’Italia. Oggi tutta l’Italia dovrebbe occuparsi di questa città, come Taranto si è occupata dell’Italia negli ultimi 54 anni.
*Coportavoce nazionale dei Verdi e consigliere comunale "Verdi per Taranto Respira"

Servizi segreti hanno sempre tradito gli interessi del popolo italiano

Cade il primo segreto: "Soldi dello Stato dati ai padrini delle cosche"

Svelato il contenuto del documento chiamato "Protocollo Farfalla". Esisteva un patto tra servizi segreti - allora guidati dal generale Mori - e la mafia: soldi in cambio di informazioni. Ma quali?
 
Redazione 27 settembre 2014

ROMA - Un circolo vizioso senza una via d'uscita. Un paradosso lampante: soldi ai padrini per sconfiggere i padrini. I servizi di sicurezza italiani hanno offerto, per anni, laute ricompense a otto autorevoli boss di Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra - in cella al 41 bis - per cercare di ottenere informazioni. 
Eccolo, dopo dieci anni, il segreto che è stato custodito dentro un documento di sei pagine chiamato "Protocollo Farfalla", sul quale nel luglio scorso il governo Renzi ha deciso di togliere il segreto di Stato. Ma il segreto è durato un decennio e c'è adesso la certezza che dal 2004 i vertici dell'allora Sisde e del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, avessero siglato un accordo per dare ai boss soldi di Stato.
Il protocollo Farfalla - racconta Repubblica, che ne ha svelato per prima il contenuto - ha previsto la stipula di un patto riservatissimo con gli irriducibili delle mafie. Tanti soldi in cambio di informazioni sui segreti del crimine organizzato in Italia. Soldi provenienti dai fondi riservati dei Servizi.
I nomi finiti nelle sei pagine finora riservate sono di quelli "forti", d'eccezione. Anche troppo. Gli uomini di Stato hanno contatta e "trattato" con Cristoforo Cannella, uno dei sicari della strage Borsellino, con i palermitani Vincenzo Buccafusca e Salvatore Rinella, con il catanese Giuseppe Maria Di Giacomo. Gli 007 si sono presentati anche nelle celle del camorrista Modestino Genovese e dello 'ndranghetista Antonino Pelle.
Ora, sul protocollo Farfalla indagano i pm dell'inchiesta trattativa Stato-mafia, e anche la commissione antimafia. Che vogliono vederci chairo: i servizi segreti hanno mai pagato uno degli assassini di Borsellino o qualche altro capomafia al 41 bis? Per quali rivelazioni? La sensazione è che le sei pagine dicano di sì, ma non si ancora in cambio di quali importantissime informazioni.
Per gli uomini dei Servizi è tutto legittimo, mentre per i pm palermitani è un ulteriore prova dell’attività "opaca e occulta". Attività che si inserisce nel processo sulla "trattativa Stato-mafia" e soprattutto nel processo d'appello al generale Mario Mori, l'ex direttore del Sisde assolto in primo grado dall'accusa di aver favorito la latitanza del boss Bernardo Provenzano grazie a un blitz progettato ma mai realmente messo in atto.
In aula, il pg Roberto Scarpinato e il sostituto Luigi Patronaggio hanno chiesto di riaprire il caso: "Il punto critico del protocollo è la mancanza di un controllo di legalità da parte della magistratura". Il giudizio della procura generale sull'ex direttore del Sisde è pesantissimo: "Ha disatteso i suoi doveri istituzionali". Nel mirino anche la fuga del boss Nitto Santapaola, negli anni '90, con il pg che accusa di aver "trovato una relazione di servizio falsa". "Il modus operandi di Mori è stato sempre da appartenente a strutture segrete", ha accusato Scarpinato

http://www.today.it/cronaca/protocollo-farfalla-soldi-mafia.html

Basilea 3, con questi chiari di luna il Capitalismo non uscirà dalla crisi del 2007/08

Deutsche Bank, l’esposizione in derivati vale 20 volte il Pil tedesco

27 - 09 - 2014Laura Magna
Deutsche Bank, l'esposizione in derivati vale 20 volte il Pil tedesco
Una montagna di 54,7 trilioni di euro in derivati. È l’elefante nella cristalleria di Deutsche Bank: una somma che equivale a 20 volte il Pil tedesco, che è di 2,74 trilioni e almeno a cinque volte il Pil dell’intera Eurozona, che è di 9,6 trilioni. Lo scrive il giornale Usa online zerohedge.com.

CAPOFILA NEI DERIVATI

Secondo l’autore del pezzo che usa come fonte lo European megabank’s annual report, la banca con la maggiore esposizione in derivati al mondo è Deutsche Bank a quota 54,7 trilioni di euro, che “ha fatto mangiare di nuovo la polvere alla più grande banca d’America, sia per asset che certamente per ego del suo ceo: JpMorgan”, a 50,9 trilioni di euro.
La bella notizia per correntisti e azionisti della tedesca è che questa esorbitante cifra, per effetto di una magia contabile “precipita a 504,6 miliardi di euro in asset e 483,4 in passività, le cifre comunque più grosse in un bilancio da 1,6 trilioni (sceso dai 2 trilioni di un anno fa: un 20% che, secondo Db, è stato generato dai tassi di interesse dei derivati e dai movimento delle cirve dei rendimenti in dollari, euro e sterline nel corso dell’anno, dal tasso di cambio e dalla revisione del trade per ridurre il mark-to-market). Al netto, dunque l’esposizione diventa di 21,2 miliardi… un giochetto contabile che funziona però solo nella teoria”.
A CHE SERVONO GLI AUMENTI DI CAPITALE?
Nella pratica la cosa che rileva è che ad aprile 2013 Deutsche Bank abbia diluito il capitale del 10%, per poi successivamente varare tre aumenti di capitale, uno da 3 miliardi, e altri due da 1,5 miliardi ciascuno: tutto un pacchetto di misure funzionali a rafforzare la struttura di capitale della banca. “Con il risultato che la situazione –spiega l’autore del pezzo – è che la banca è nella stessa situazione di un anno fa”. A copertura di questi 55 trilioni ci sono 522 miliardi in depositi, una cifra di cento volte inferiore.
“La conclusione di questa storia è sempre la stessa: questa esposizione epica in derivati è la principale ragione per cui la Germania, scalciando e urlando teatralmente negli scorsi cinque anni, ha fatto ogni cosa in suo potere per assicurarsi che non ci fosse un collasso a effetto domino nelle banche europee che avrebbe certamente fatto precipitare la catena di collaterali in pancia a Db e la loro conversione da lordo a netto e che causa a Anshu Jain, e certamente a ogni altro ceo di banca, risvegli bruschi in un bagno di sudore ogni notte”.

http://www.formiche.net/2014/09/27/lesposizione-derivati-deutsche-bank-vale-20-volte-il-pil-tedesco/

il Jobs Act ci porta nella direzione della Grecia, questo vuole il Pd

DOPO ANNI DI ''CURA'' DELLA TROIKA CRIMINALE, IN GRECIA IL 58,3% DELLA POPOLAZIONE E' DIVENTATO POVERO E IN MISERIA

venerdì 26 settembre 2014
ATENE - Ad ormai oltre sei anni dall'inizio della crisi economica e della recessione che hanno colpito la Grecia, sottoposta alla "cura" della Troika formata da UE-BCE-FMI, piu' della meta' della popolazione, per la precisione il 58,3%, e' oggi nella più assoluta poverta'.
E' questo l'allarmante quadro della situazione economica delle famiglie greche che emerge da un rapporto appena pubblicato dall'Ufficio Bilancio del Parlamento di Atene e diffuso dai media ellenici.
Dal documento si evince che circa 6,3 milioni di greci (su una popolazione totale di poco meno di 11 milioni secondo l'ultimo censimento del 2011) sono poveri e poverissimi  e quasi 2,5 milioni di essi vivono addirittura gia' al di sotto della soglia di poverta', in vera e propria miseria.
A questi, si aggiungono, stando al rapporto, 3,8 milioni sono in pericolo diretto di oltrepassare tale soglia.
Con "soglia di poverta'" si definisce il reddito minimo che una famiglia di quattro persone deve guadagnare ogni mese per pagare affitto e generi di prima necessita', come alimenti, trasporti, vestiario e istruzione base per i figli.
Questo è il catastrofico risultato delle "riforme" imposte alla Grecia dall'Unione Europea con l'appoggio della Bce e l'avallo del Fondo Monetario Internazionale, diretto dalla strega Lagarde e da cui proviene l'attuale ministro dell'Economia italiano, Padoan.
La Grecia è l'esempio allucinante della trasformazione per colpa dell'euro e della Ue, di una nazione in un gigantesco lager a cielo aperto. A imperitura infamia delle oligarchie che comandano a Bruxelles.
max parisi

DOPO ANNI DI ''CURA'' DELLA TROIKA CRIMINALE, IN GRECIA IL 58,3% DELLA POPOLAZIONE E' DIVENTATO POVERO E IN MISERIA

http://www.ilnord.it/c-3557_DOPO_ANNI_DI_CURA_DELLA_TROIKA_CRIMINALE_IN_GRECIA_IL_583_DELLA_POPOLAZIONE_E_DIVENTATO_POVERO_E_IN_MISERIA

Fuori dall'Euro la disoccupazione diminuisce

Ungheria, tasso di disoccupazione scende al 7,6% a giugno-agosto



Ungheria, tasso di disoccupazione scende al 7,6% a giugno-agosto
Il tasso di disoccupazione in Ungheria è sceso al 7,6% della forza lavoro nel periodo giugno-agosto, dopo il 7,9% registrato a maggio-luglio, proseguendo un costante calo iniziato dopo il primo trimestre del 2013. Lo ha annunciato l'Ufficio centrale di statistica Ksh. Il tasso di disoccupazione era al 9,9% nello stesso periodo dello scorso anno. La disoccupazione in Ungheria ha raggiunto il picco nel periodo gennaio-marzo 2013, con l'11,8% senza lavoro, prima di iniziare un declino. Gli analisti si aspettano un leggero aumento del tasso di disoccupazione di questo autunno, senza, tuttavia, superare l'8%.

http://www.milanofinanza.it/news/ungheria-tasso-di-disoccupazione-scende-al-7-6-a-giugno-agosto-201409261528529420

Energie rinnovabile, biomasse, se fossero adeguatamente utilizzate

Un nuovo rapporto dell'Agenzia internazionale per le energie rinnovabili

Biomassa: IRENA evidenzia un potenziale per il green future

  • La biomassa potrebbe coprire il 20% delle necessità energetiche del pianeta entro il 2030. Lo rivela un nuovo rapporto redatto da IRENA

  • biomassa(Rinnovabili.it) – Il 20% dell’energia necessaria al pianeta potrebbe venire direttamente dalla biomassa, se la risorsa venisse adeguatamente sfruttata entro il 2030.  A rivelarlo è un rapporto redatto da IRENA (Agenzia internazionale per le energie rinnovabili), concentrato sull’analisi delle potenzialità di piante, legno e residui agricoli per la produzione di energia a basso impatto ambientale destinata ad alimentare industrie e abitazioni.
    Le previsioni contenute nel documento mettono in evidenza la possibilità che la domanda mondiale di biomassa per la produzione di energia e calore potrebbe raggiungere i 108 exajoules entro il 2030 che rappresenta il 60 per cento del consumo di energia rinnovabile globale totale, qualora il suo potenziale venisse realizzato.
    Del totale a disposizione, un terzo di questa biomassa potrebbe essere consumata per produrre energia e calore, il 30% per la produzione di biocarburanti per il settore dei trasporti e il resto distribuito tra il settore dell’industria manifatturiera e edilizia mentre attualmente la maggior parte della risorsa viene impiegata in cucina e per il riscaldamento. La biomassa, inoltre, è vista come il supporto ideale alla incostante generazione energetica da parte di impianti fotovoltaici e turbine eoliche.
    Tuttavia l’aumento della domanda spaventa gli esperti, che temono in un aumento della deforestazione per far fronte alle nuove necessità con un conseguente aumento del rilascio di inquinanti e il rischio che aumentino i prezzi degli alimenti.

    Nel documento di IRENA viene evidenziato che circa il 40% della fornitura di biomassa globale nello scenario ipotizzato potrebbe arrivare da residui agricoli e rifiuti, risorse che non entrano in competizione con la produzione alimentare. Un 30% potrebbe derivare da prodotti forestali sostenibili, anche se saranno necessarie iniziative di spicco internazionale e politiche mirate.
    “La bioenergia sostenibile ha il potenziale per essere un fattore determinante nel mix energetico globale”, ha commentato Dolf Gielen, direttore di innovazione e tecnologia per IRENA. “La biomassa da fonti sostenibili, come i residui agricoli e forestali, e l’uso della tecnologia e processi più efficienti possono spostare la produzione di energia dalla biomassa a forme moderne e sostenibili, riducendo contemporaneamente l’inquinamento atmosferico e salvare vite umane.” Queste le parole di Gielen, che ha ricordato l’importanza di aumentare il consumo di biomassa e di enegia eolica se si vuole ottenere un futuro a basse emissioni di carbonio.
    “La biomassa ha raggiunto un nuovo record, ma questa crescita non continuerà a meno che il governo non metta in atto politiche di sostegno” ha concluso il direttore.

    Commissione europea, tutti gli uomini di qualsiasi istituzioni devono essere al di sopra di qualsiasi sospetta

    In una lettera al prossimo presidente della Commissione, i Verdi denunciano conflitti di interesse

    Clima, energia e petrolio: troppi interessi per il commissario Cañete?

  • Lo spagnolo Cañete, delegato da Juncker per clima ed energia si è disfatto delle azioni di due compagnie petrolifere, ma i parenti continuano a sedere nei cda

  • Clima energia e petrolio troppi interessi per il commissario Cañete.(Rinnovabili.it) – Il futuro commissario europeo con delega ad energia e clima, lo spagnolo Miguel Arias Cañete, non ha fornito prove sufficienti a rimuovere le preoccupazioni circa i suoi conflitti di interesse con l’industria del petrolio. È quello che il gruppo dei Verdi europei ha scritto in una lettera al neoeletto presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. I due presidenti, Philippe Lamberts e Rebecca Harms, hanno calcato la penna: «Oltre alla sua evidente inclinazione sessista, la candidatura del signor Cañete ha sollevato una moltitudine di conflitti di interesse», scrivono.

    I deputati evidenziano uno stato di cose piuttosto difficile da contraddire: il prossimo commissario, infatti, dovrà occuparsi di cambiamenti climatici e politiche energetiche avendo tenuto in mano, fino al 18 settembre, le azioni di due compagnie petrolifere: Petrolifera Ducar e Petrologis Canaris. D’accordo, Cañete ha venduto quei titoli, sostenendo di aver così “pulito la fedina”. Ma rimane un dubbio: come farà ad agire senza condizionamenti se moglie, figlio e cognato – quando non siedono direttamente nei consigli di amministrazione – sono azionisti delle stesse compagnie?

    Ma la lettera dei Verdi va oltre. Non solo non si può mettere una pietra sopra ai legami fra il commissario e le trivelle, ma sembra che ci sia dell’altro. I suoi interessi familiari e personali pare siano stati in parte nascosti, attraverso meccanismi di evasione fiscale. La stampa spagnola, inoltre, ha indagato sulle attività della moglie, proprietaria di terreni con interessi nell’allevamento di tori. Come tale, ha potuto beneficiare di sussidi CAP, denaro che l’Ue ha stanziato per sostenere l’agribusiness. È probabile, secondo i Verdi, che la strenua lotta di Cañete nel 1996 a favore di quel meccanismo di sostegno economico non provenisse da una visione politica di un futuro bucolico. La signora, sempre  stando alla patria stampa, nel 2002 è stata indagata perché si ipotizzava avesse realizzato profitti grazie ad informazioni sensibili ottenute tramite il marito, all’epoca ministro dell’Agricoltura.

    Il Patto di Arcore tra Renzi e Mediaset si dispiega pienamente


    "La riforma del canone per le frequenze televisive, così come si starebbe delineando, va assolutamente bloccata. La proposta dell'Agcom, che va a rimodulare i criteri di calcolo di quanto le emittenti televisive devono versare all'erario per la concessione delle frequenze, andrebbe da un lato a ridurre di gran lunga le entrate per lo Stato e dall'altro a concedere uno sconto consistente ai maggiori operatori del mercato televisivo, come Rai e Mediaset. Con il nuovo modello, nel 2014, lo Stato andrebbe a raccogliere quasi 40 milioni di euro in meno rispetto al 2013. In sette anni si perderebbero circa 130 milioni. Nello stesso periodo, invece, la Rai potrebbe risparmiare più di 100 milioni e Mediaset almeno 80. Questo perché le emittenti non verserebbero più l'1% del fatturato come previsto attualmente, ma sarebbero le società controllate che gestiscono gli impianti di trasmissione (Rai Way per Rai ed Elettronica industriale per Mediaset, per esempio) a pagare un canone di meno di 10 milioni. Nel consiglio dell'Agcom c'è Antonio Martusciello (ex sottosegretario del governo Berlusconi ed ex dirigente Publitalia) che sarebbe favorevole alla riforma, come anche Antonio Preto (ex collaboratore di Tajani e Brunetta) e Francesco Posteraro (eletto in quota Udc). Contrari il Presidente Cardani e il commissario Antonio Nicita. Il risultato del nuovo meccanismo? Se prima a pagare di più erano le emittenti più ricche, adesso saranno le società piccole a dover versare di più. Con potenziali gravi conseguenze per l'accesso di altri operatori nel mercato. Ritengo sia inaccettabile." Roberto Fico, M5S, presidente della Commissione di Vigilanza RAI

    http://www.beppegrillo.it/2014/09/il_maxisconto_a_rai_e_mediaset_pagato_dai_cittadini.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+beppegrillo%2Fatom+(Blog+di+Beppe+Grillo)

    Orban, chiaro e deciso

    Budapest prende le distanze da Kiev

    Orban: Non daremo gas agli ucraini

    Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha dichiarato senza giri di parole che la decisione magiara d'interrompere la fornitura di gas all'Ucraina attraverso un flusso inverso del prodotto fornito dalla Russia è stata presa per scongiurare la possibilità di un'interruzione dell'approvvigionamento da Mosca.

    Bulgaria, l'Europa ha voluto imporre il fermo al South Stream, mentre il Nord Stream è in piena funzione

    Bulgaria cavallo di Troia?

    Il paese fa parte della Ue ma la sua popolazione é ancora fortemente filorussa, e dopo il 5 ottobre il nuovo governo dovrà decidere presto sui lavori del gasdotto "South Stream "

    Canzoni pro-russe, bandiere rosse che sventolavano in piazza assieme a centinaia di ritratti di Vladimir Putin : questo è successo pochi giorni fa in un paese che é membro dell'Unione Europea, la Bulgaria, dove il 5 ottobre prossimo si rinnova il Parlamento statale. Il partito filo-russo ha attirato al suo raduno annuale ai bordi del lago di Koprinka, nella Bulgaria centrale più di 7.000 persone e l''incontro é stato seguito con attenzione da diversi altri partiti.

    L'Unione Europea è il principale donatore della Bulgaria, che fa parte anche della NATO, m a il cuore di molti bulgari guarda a Oriente. Il 40% i cittadini si oppongono alle sanzioni imposte alla Russia dall'Occidente per la sua politica in Ucraina, contro appena un 13% che le approva, secondo uno studio dall'istituto "Mediana". In un messaggio letto letto al raduno sul lago, l'ambasciatore russo Yuri Isakov ha accolto con piacere la riunione , che a suo parere dimostra quanto la Russia sia "radicata nel cuore dei bulgari, nonostante le mutate circostanze".

    "I nostri due paesi condividono linguaggi simili, l'alfabeto cirillico ed il cristianesimo ortodosso, e sotto la dittatura comunista la Bulgaria era considerato il più fedele alleato di Mosca, per questo i tentativi dell'Occidente di opporsi alla vicinanza fra le nostre nazioni sono destinati al fallimento", dice Danail Dimitrov, 38, un militante del partito partito filo-russo, che é professore di storia e dunque ricorda subito la guerra russo-turca del 1877-1878, grazie alla quale si conclusero cinque secoli di dominio ottomano in Bulgaria.

    Dopo un quarto di secolo di democrazia, la nostalgia del grande "fratello" di é fatta ancora più forte in molti bulgari, visto che la piccola nazione balcanica di 7,4 milioni di abitanti resta il paese più povero dell'Unione europea. Alla vigilia delle elezioni anticipate, la tensione tra l'UE e la Russia rappresenta una speranza per il partito ultranazionalista "Ataka": al lago Koprinka il suo capo Siderov ha promesso di fare di tutto per evitare che la Bulgaria diventi un "poligono di tiro" contro la Russia. Per quanto riguarda i socialisti, che hanno sostenuto il governo "tecnocratico" caduto nel mese di luglio, anche alcuni dei loro esponenti erano presenti alla festa filo-russa.

    " Ataka" sostiene in modo più sfumato un "approccio equilibrato tra Oriente e Occidente che difenda gli interessi nazionali". Il modello dell'ex primo ministro Boyko Borisov (2009-2013), del qiale i sondaggi prevedono un ritorno al potere, in realtà sempra essere più la Germania, che lui ha detto di considerare"il modello più appropriato di gestione" per la Bulgaria, L' "Unità riformatrice" (anticomunista e di destra), un potenziale futuro alleato Borissov, si spinge oltre proponendo la rimozione del monumento dell'esercito sovietico a Sofia , cosa che darebbe un "segno di appartenenza all'Europa."

    A giudizio degli analisti, il prossimo governo sarà impegnato come i suoi predecessori a dimostrare la lealtà sia verso l'Unione europea che per la "casa Russia". "La Bulgaria è uno stato paradossale," riassume Ognian Mintchev del Centro per gli studi Internazionali di Sofia: "Appartiene alla NATO e l'UE, ma Mosca ha il controllo completo delle fonti di energia, e l'oligarchia bulgara difende gli interessi economici e strategici russi. Sinistra e destra si trovano d'accordo nel voler realizzare il progetto del gasdotto russo-italiano "South Stream" bypassando l'Ucraina, che sta causando tanti problemi al gigante dell'energia "Gazprom".

    L'inizio della costruzione del tratto bulgaro delle condotte è stato fermato in extremis prima dell'estate, dopo le proteste da Bruxelles e Washington ma il progetto è ben lungi dall'essere abbandonato. Borissov assicura che se ci sarà un accordo europeo, la costruzione potrebbe iniziare in autunno anche se la posizione bulgara di equidistanza provoca sospetti in Europa.

    Nella scorsa primavera, la rivista "Der Spiegel " ha citato fonti interne ai servizi segreti tedeschi per affermareche Berlino e altre capitali temono che Mosca sfrutti la sua influenza in Bulgaria per "dividere il blocco dei 28 ", anche se su questo i paesi membri appaiono tutt'altro che compatti, "Il mio paese viene visto come un cavallo Troia russo all'interno dell'UE ", ammette il politologo Daniel Smilov, secondo il quale" il prossimo governo dovrà superare un grave prova di buona reputazione. "

    http://italintermedia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=74546&typeb=0&Loid=226&Bulgaria-cavallo-di-Troia-

    venerdì 26 settembre 2014

    Basilea 3, impossibile applicare

    Derivati: 5 banche Usa esposte per 40 mila mld

    A cura di Antonio Arricale

    Una somma che si fa fatica anche solo ad immaginare, scrive il Wall Street Italia. L’esposizione ai derivati delle cinque maggiori banche statunitensi sarebbe di 40 mila miliardi di dollari. Attenzione, non complessivamente, ma di ciascuna banca. Ovviamente si tratta di cinque banche “troppo grandi per fallire” o, come dicono gli americani, “too big to fail”. Per avere un’idea dell’esposizione basti pensare che l’enorme fardello del debito nazionale americano è pari a circa 17 mila e 700 miliardi di dollari. Peraltro, al contrario di azionario e Bond, i derivati non rappresentano investimenti in qualcosa di concreto. Possono essere molto complessi, come abbiamo visto per i mutui subprime cartolarizzati e rivenduti che sono stati all’origine della crisi finanziaria del 2007-2008.
    “La verità è che le attività di trading nel mercato dei derivati non si differenzia molto dalle scommesse sportive”, scrive WSI. “È una forma di gioco d’azzardo legalizzato e le banche “too big to fail” hanno trasformato Wall Street nel più grande casinò della storia”. Se e quando la bolla dei derivati scoppierà, i danni che verranno recati all’economia mondiale sono incalcolabili.
    Ma se le attività di trading sono così rischiose non solo per le banche ma per l’intero sistema finanziario ed economico, allora perché c’è qualcuno che ancora ci punta così tanto denaro? La risposta è semplice e si chiama avarizia. Secondo i calcoli del New York Times, sebbene la crisi del 2008 abbia dimostrato chiaramente quanto pericolosi possano essere, le banche statunitensi hanno “circa 280 mila miliardi di dollari di derivati iscritti a bilancio” in totale. A soli cinque istituti farebbero capo ben 200 mila miliardi.

    Lombardia, non solo 'ndrangheta ma anche giornalisti pagati 400 euro

    Storia di una cronista siciliana che scrive di ‘ndrangheta in Lombardia

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    LAMEZIA TERME (CZ) – Si è cimentata nella scrittura quando aveva 17 anni, a 20 è diventata una giornalista pubblicista e ad oggi ha vinto, per il suo lavoro, premi molto importanti. Stiamo parlando di Ester Castano, cronista 23enne nota per aver condotto inchieste sulle connessioni tra malavita e politica lombarda. La giovane giornalista è stata ospite a Lamezia Terme in un incontro tenutosi a Palazzo Nicotera ed organizzato dall’associazione culturale InOper@ e dal Sistema Bibliotecario Lametino. La cronista, di origini siciliane, ha raccontato la sua storia che non è ambientata in Sicilia, bensì in Lombardia, nella provincia di Milano. Infatti, è nel comune di Sedriano che Ester ha condotto le sue inchieste sulle connessioni tra ‘ndrangheta e politica locale per il settimanale L’Altomilanese. Ed è proprio con il “battesimo” de L’Altomilanese che inizia la colorita vicenda di questa giovane ragazza. Il pezzo pubblicato dalla Castano sul primo numero del settimanale, riguardava una serata voluta dal primo cittadino del comune in provincia di Milano, Alfredo Celeste, dedicata alla “creatività femminile”. Ad insospettire Ester fu la scelta della madrina d’eccezione della serata: la consigliera ed ex igienista dentale di Berlusconi coinvolta nell’inchiesta Ruby, Nicole Minetti. “Quella sera – spiega Ester Castano – un centinaio di cittadini ha protestato contro la presenza della Minetti. Tra loro anche una suora e una maestra, strattonate dal marito di una consigliera comunale di Sedriano, che ha obbligato la religiosa a salire sul palco per dare una parvenza cristiana all’evento. La suora e l’insegnante, però, hanno scritto una lettera ai carabinieri in cui spiegavano di essere state “molestate”. In seguito alla pubblicazione del pezzo – ha proseguito – in cui ho riportato un evento rilevante, e cioè dei 7.020 euro che il sindaco avrebbe dato al suo avvocato Giorgio Bonamassa per occuparsi della vicenda, i due mi hanno querelata ed hanno inviato una lettera agli edicolanti dicendo loro che avrebbero risposto in sede legale per aver venduto l’articolo e appeso la locandina”.
    Da quel momento in poi la giovane cronista, per oltre un anno e mezzo, è stata bersagliata dalle querele per diffamazione di Alfredo Celeste, arrestato ad ottobre del 2012 per i suoi rapporti ravvicinati con Eugenio Costantino, presunto “faccendiere” della ‘ndrangheta in Lombardia. Nonostante ciò, Ester non si è mai arresa ed ha continuato a scalfire con i suoi articoli quel muro di omertà basato sul concetto secondo cui in Lombardia la ‘ndrangheta non esiste.
    “Ogni qual volta cercavo informazioni su famiglie mafiose presenti in Lombardia – racconta la cronista – mi veniva detto che la ‘ndrangheta non c’era in quel posto”. Ma la conferma che Ester ha sempre avuto ragione non ha esitato ad arrivare, infatti nell’ottobre del 2013 il Consiglio dei ministri ha decretato il commissariamento del comune di Sedriano per infiltrazione mafiosa: il primo caso in Lombardia. Ma la 23enne siciliana non si è limitata a raccontare la sua storia, infatti il suo bersaglio sono stati anche i grandi gruppi editoriali. “Ho ricevuto molti premi per il mio lavoro – ha spiegato – e mi fa molto piacere, però è paradossale che nonostante ciò io non abbia un contratto. Questa non è una situazione che riguarda solo me, ma tutto il mondo del giornalismo. È indecente che i professionisti dell’informazione mi facciano una lunga serie di complimenti ma poi quando chiedo di scrivere retribuita non mi diano risposte. È vergognoso che testate nazionali non siano disposte a pagare più di 300-400 euro per uno stage retribuito”.
    Ad intervenire durante il dibattito moderato dal giornalista Salvatore D’Elia, sono stati Angela Napoli, membro della Commissione parlamentare Antimafia, e Don Giacomo Panizza, che hanno voluto dare il proprio sostegno alla giovane cronista stimolandola ad andare avanti senza abbattersi mai. “E’ importante che questi giovani che hanno il coraggio di denunciare, non vengano lasciati da soli”. E’ quanto ha affermato Angela Napoli. “Mi rendo conto che in un contesto come quello lombardo, è difficile far capire che anche là c’è la ‘ndrangheta” “Al nord non solo c’è la criminalità organizzata – ha affermato Don Giacomo Panizza – ma anche il mondo dell’imprenditoria è altamente corrotto e nessuno ne parla. Bisogna avere la coscienza etica di fare vera informazione – ha concluso – perché sono tante le testate che si vendono alla criminalità organizzata”.
    Denise Di Matteo

    il governo impiegato a distruggere le regole del lavoro ignora quello che è fonamentale fare


     


    Rinnovabili ed efficienza in Marocco con il know-how italiano


    Per parlare di soluzioni per la generazione distribuita ed efficienza energetica in Marocco, RES4MED ha organizzato un incontro a Rabat tra stakeholder marocchini, industria italiana delle rinnovabili, banche e operatori internazionali. Presentati il quadro del mercato in Marocco, alcuni progetti realizzati e le proposte delle aziende italiane.

    “L’efficienza energetica è una priorità per il Marocco, sia in ambito pubblico che industriale. E le ESCo italiane rappresentano un interlocutore privilegiato per l’elevata esperienza maturata”. Lo ha sottolineato la Société d'Investissements Energétiques (SIE), società statale marocchina di investimento nell'energia rinnovabile e nell'efficienza energetica, in occasione del workshop 'A step change in the deployment of renewable energy and energy efficiency in the Mediterranean', organizzato da RES4MED (Renewable Energy Solutions for the Mediterranean) il 16 settembre a Rabat, nell'ambito dei RES4MED Days, incontri della durata di un giorno mirati a favorire il dialogo tra i principali attori della sponda Sud del Mediterraneo(governo, agenzie, aziende energetiche, istituti finanziari, operatori industriali, università) e i membri di RES4MED.
    In particolare l’obiettivo di questi workshop è generare una più profonda comprensione delle esigenze energetiche locali in base alle quali elaborare soluzioni complementari di generazione distribuita ed efficienza energetica. L’appuntamento di Rabat ha visto la partecipazione di circa 60 tra stakeholder marocchini, rappresentanti dell’industria italiana delle rinnovabili, banche e operatori internazionali.
    La Società di Investimenti per l’Energia (SIE) ha presentato il quadro legislativo e finanziario per gli investimenti in Marocco (presentazione in pdf) e l’imminente apertura del mercato della media tensione che verrà annunciata dal Ministero dell’Energia durante la conferenza ‘Photovoltaica’ del 4 novembre 2014 a Casablanca.
    Il Segretario Generale RES4MED, Roberto Vigotti, ha ribadito la centralità del ruolo di rinnovabili ed efficienza e i conseguenti benefici socio-economici, e Hakima El Haite, il Ministro dell’Ambiente, ha confermato l’importanza delle rinnovabili per la strategia energetica del Marocco, oggi il maggiore importatore di fonti fossili dell’Area MENA. Presente anche l’ambasciatore italiano che ha incoraggiato lo sviluppo di iniziative in grado di generare un reale scambio tra Italia e Marocco e di valorizzare le eccellenze di entrambe le nazioni.
    L’Agenzia di ricerca governativa sulle tecnologie solari e sulle rinnovabili, IRESEN, ha presentato oltre 30 progetti di ricerca (pdf) sviluppati dal 2012 dall’agenzia nel solare termico, nell'eolico e nel fotovoltaico. Tra questi la Green City Mohamed VI, in costruzione a Ben Guérir, un’area ad elevata innovazione tecnologica e scientifica dotata della più moderna università politecnica del Marocco, con 8 ettari dedicati a laboratori per testare le nuove tecnologie.
    La sessione dedicata alle soluzioni di generazione distribuita ed efficienza energetica ha visto un'ampia partecipazione delle aziende italiane, che hanno messo a disposizione il loro know-how, presentando idee e progetti.
    Enel Green Power ha proposto il progetto village power (pdf) che prevede la produzione di energia elettrica con sistemi fotovoltaici distribuiti in aree isolate che oggi soddisfano il fabbisogno di energia con generatori diesel.
    Asja ha illustrato le modalità di generazione elettrica e termica da biogas (pdf) da discarica e da scarti della catena agro-alimentare, di notevole importanza per il Marocco data l’elevata disponibilità di sottoprodotti della produzione di olio d’oliva.
    Il CESI ha introdotto il tema dei contatori digitali (pdf), fattore chiave per l’integrazione delle rinnovabili nei mercati elettrici, evidenziandone i benefici per le utility e per i consumatori.
    Ai sistemi di accumulo e al loro ruolo per la gestione delle congestioni (pdf) è stato dedicato invece l’intervento di RSE, Ricerca Sistema Energetico, che ha evidenziato i benefici dell’accumulo anche per la mobilità elettrica ed ibrida.
    PwC ha analizzato le principali dinamiche degli investimenti in efficienza energetica (pdf), identificando attori, barriere e opportunità del settore, proponendo una serie di raccomandazioni per la definizione di un Energy Performance Contract.
    IREN ha dato testimonianza delle best practice nate dall’esperienza italiana in fatto di business model delle ESCo (pdf), come nel caso del rifacimento dell’illuminazione stradale di 60.000 punti luce della città di Torino.
    Con Santerno - Carraro Group il dibattito si è spostato sulla gestione efficiente dell’energia nel ciclo idrico (pdf) con un focus sul settore agricolo nel bacino del Mediterraneo. L’integrazione tecnologica con sistemi di monitoraggio rende il pompaggio con sistemi solari una soluzione competitiva lungo l’intero ciclo di vita dell’applicazione.
    La Fondazione Ugo Bordoni ha presentato il valore aggiunto dell’integrazione tra ICT e rinnovabili (pdf) e soluzioni di efficienza energetica. La gestione e la valorizzazione delle informazioni rappresenta un punto di svolta per l’integrazione delle smart grid, dei sistemi di building automation e per la mobilità sostenibile.
    Tutte le presentazioni dell’evento sono disponibili su res4med.org. Dopo la tappa in Marocco, i prossimi RES4MED Days si svolgeranno nel 2015 in Egitto, in Giordania e in Tunisia.
    Per informazioni: info@res4med.org

    un governo incapace di innovare ma capace a distruggere lavoro

    Sistemi di accumulo per le rinnovabili e ritardi normativi, il governo non mantiene le promesse

    [25 settembre 2014]
    Accumulo rinnovabili
    «Entro la fine dell’estate l’Autorità per l’energia completerà la messa a punto della disciplina relativa alle modalità di connessione alla rete elettrica dei sistemi di accumulo a batteria abbinati a impianti rinnovabili». A dirlo era stato la sottosegretaria al ministero dello sviluppo economico, Simona Vicari, rispondendo, in commissione attività produttive di Montecitorio a un’interrogazione di Chiara Braga ed Ermete Realacci (PD) che chiedeva al governo di definire un quadro normativo sulle modalità di connessione alla rete elettrica dei sistemi di accumulo a batteria abbinati a impianti rinnovabili. La Vicari aveva anche assicurato che «Il Ministero vigilerà poi affinché il Gestore dei servizi energetici (Gse) si attivi per l’attuazione del piano, adottando i provvedimenti di dettaglio e le regole applicative necessarie per consentire l’ordinato sviluppo del settore e delle relative tecnologie, nel rispetto delle esigenze di corretta gestione degli incentivi, ha continuato il sottosegretario. Il governo considera infatti una priorità per gli impianti a fonte rinnovabile non programmabile la realizzazione di configurazioni che consentano di migliorare la loro integrazione con il sistema elettrico e con le ordinarie regole di mercato, vista la particolare capacità di penetrazione dimostrata sul mercato nazionale», precisava la Vicari e aggiungeva: «Le fonti rinnovabili più prossime al raggiungimento della grid parity e più idonee alla generazione distribuita sono proprio quelle non programmabili, e in particolare fotovoltaico ed eolico. Per questo motivo il governo con i decreti legislativi 28 e 93 del 2011 ha introdotto le prime misure per promuovere e disciplinare l’utilizzo dei sistemi di accumulo, rafforzandole e precisandole poi opportunamente, con l’ultimo decreto di disciplina degli incentivi al fotovoltaico (dm 5 luglio 2012). Proprio questo provvedimento ha attribuito all’Aeeg il compito di definire le modalità con le quali i soggetti responsabili possano utilizzare dispositivi di accumulo – anche integrati con gli inverter -, per migliorare la gestione dell’energia prodotta e per immagazzinare la produzione degli impianti. Non solo. Spetta sempre all’Authority definire le modalità con le quali i gestori di rete possano mettere a disposizione dei singoli soggetti responsabili, eventualmente in alternativa alla soluzione precedente, capacità di accumulo presso cabine primarie».
    La Braga aveva chiesto dettagli sul comunicato del Gse del 20 settembre 2013 e la Vicari aveva evidenziato che faceva «riferimento esclusivo alla possibilità di integrare sistemi di accumulo in esistenti impianti che accedono a tariffe incentivanti e risponde al fine specifico e condivisibile di garantire la correttezza della gestione del sistema di sostegno, in modo che l’incentivo, a carico dei consumatori elettrici sia effettivamente destinato alla sola energia già ammessa all’incentivo medesimo, esigenza che verrebbe a essere pregiudicata da un inserimento di sistemi di accumulo secondo regole e sistemi non codificati. La totalità degli impianti incentivati, quasi 18.000 MW, non erano dotati, all’atto dell’ammissione agli incentivi, di sistemi di accumulo e l’onere annuo di incentivazione per questi impianti ammonta a circa 6,7 miliardi di euro.. Per questo motivo è dunque comprensibile che, fino all’attuazione della disposizione da parte dell’Aeeg, il Gse sia costretto ad adottare in via temporanea tutte le cautele necessarie alla corretta contabilizzazione dell’energia da incentivare.
    La Braga aveva  preso atto della disponibilità del governo a «sollecitare l’Autorità e il Gse ad una rapida emanazione (entro l’estate) dei provvedimenti regolatori per la prestazione di servizi di rete», ricordando come  «il quadro regolatorio debba essere completato anche con le approvazioni delle varianti alle norme tecniche CEI 016021 del 2013. E’ fondamentale installare sistemi di accumulo sugli impianti già ammessi ad incentivi, ma è necessario che venga ulteriormente valorizzata la produzione di energia da fonti rinnovabili anche in vista della progressiva riduzione del carico degli incentivi sulla componente A3 della bolletta elettrica».
    Il problema è che quanto assicurato dalla sottosegretaria non è stato fatto e a ricordarlo al governo è il presidente della Commissione ambiente della Camera Realacci: «In agosto il 45% della energia elettrica prodotta in Italia proveniva da fonti rinnovabili. Nonostante le grandi potenzialità dimostrate sul campo dall’energia pulita, siamo ancora in presenza di ritardi inaccettabili nella regolamentazione dei sistemi di accumulo di energia abbinati a impianti di generazione da fonte rinnovabile. Un fatto grave visto che proprio la possibilità di accumulo è un fattore importante per favorire l’autoconsumo di energia prodotta da alcune fonti rinnovabili e l’ulteriore diffusione dell’energia pulita. Quello dei sistemi di accumulo è peraltro un settore in cui, anche dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, l’Italia può svolgere un ruolo importante. Con la collega Braga lo scorso giugno avevamo presentato un’interrogazione al ministro dello Sviluppo Economico proprio sui ritardi nella regolamentazione delle rinnovabili per quanto riguarda i sistemi di accumulo, il Governo ci aveva assicurato che entro l’estate sarebbero stati emanati da parte di AEEGSI e di GSE tali provvedimenti regolatori. L’estate è ormai finita e di questi provvedimenti non c’è traccia. Insieme alla collega Braga abbiamo presentato una nuova interrogazione al Mise per sollecitare il ministro dello sviluppo economico ad acquisire al più presto la delibera di disciplina da parte del Comitato elettrico nazionale che determina i requisiti tecnici di accesso agli incentivi destinati alle rinnovabili per i sistemi di accumulo connessi in rete, dare così piena attuazione alle previsioni del decreto ministeriale 5 luglio 2012 e dare maggiori certezze agli operatori di questo settore strategico per il futuro del nostro Paese».
     http://www.greenreport.it/news/energia/sistemi-accumulo-rinnovabili-ritardi/#sthash.u1m2exdN.dpufhttp://www.greenreport.it/news/energia/sistemi-accumulo-rinnovabili-ritardi/#sthash.u1m2exdN.dpuf




    con il treno più bello e veloce abbandoniamo il servizio pubblico

    25-09-2014 | 11:36:45 PAESE MIO

    Frecciarossa 1000, il treno più bello e veloce d'Europa - di Franco Esposito

    Il treno superveloce di Trenitalia è stato presentato ufficialmente martedì a Innotrans, in Germania, durante la kermesse 

    Ferrovie privatizzate significa ricerca del profitto, eliminazione del servizio pubblico e aumento delle tariffe

    IL PROGETTO

    Ferrovie privatizzate, si parte Primo incontro Tesoro-azienda

    Via al confronto per decidere quali parti del gruppo quotare in Borsa


    ferrovie
    Un incontro informale al ministero dell’Economia tra i rappresentanti tecnici del Mef e l’ad e il presidente delle Ferrovie, Elia e Messori, apre di fatto la strada al processo di privatizzazione del gruppo ferroviario. Un progetto più volte annunciato dall’ex ad Mauro Moretti e sostenuto dal ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Si è trattato di un incontro interlocutorio. «Un primo contatto» ha detto Elia uscendo dal dicastero di via XX settembre.
    L’obiettivo è quello di portare in Borsa una quota di Fs, una percentuale che consenta comunque allo Stato di mantenere una quota di controllo o comunque in grado di garantire la tutela della rete e dell’infrastruttura. Nei mesi scorsi l’orientamento del governo sul tema è stato molto esplicito nel considerare i binari italiani un asset strategico.
    Dunque la vendita di azioni al mercato non interesserà la rete ferroviaria che continuerà a restare sotto l’egida dello Stato (forse sotto l’ombrello della Cassa Depositi e Prestiti che le altre reti, Snam e e Terna, ha già messo in un’azienda ad hoc) ma il solo ramo aziendale che si occupa dell’erogazione dei servizi commerciali. Al centro dell’incontro, classificato come informale, c’è stata in particolare le definizione del perimetro aziendale da quotare, e cioè quali pezzi del gruppo mettere in Borsa. Non è un dettaglio di poco conto se si tiene presente che una cosa è privatizzare la redditizia parte relativa all’Alta Velocità, oppure il potenziale economico che può scaturire dallo sviluppo dell’Alta Capacità ovvero il trasporto merci, altro è mettere soci privati nelle tratte regionali dove i servizi resi ai pendolari sono scadenti e poco remunerativi. Non solo. Tra le criticità uscite dal confronro il quadro regolatorio dell’intero sistema ferroviario non solo italiano ma anche europeo. La liberalizzazione dei binari investe tutto il Vecchio Continente e il processo di quotazione di Ferrovie, con l’ingresso di soci privati, anche esteri, deve inserirsi in un quadro di reciprocità di regole in tutta Europa.
    Al meeting erano presenti anche le banche che dovranno intervenire nella definizione dei dettagli tecnici della privatizzazione, sia nel supporto e nella garanzia della fase di collocamento.
    Intanto anche il competitor privato, Ntv, accelera sulla ristrutturazione del debito. Un'ipotesi di manovra finanziaria elaborata dall'advisor Lazard è stata esaminata ieri dal cda e presentata e discussa nei prossimi giorni con le banche.

    Napolitano e Renzi vogliono eliminare i diritti del lavoro, abbassare i salari e rendere tutti precari

    Portogallo: salario minimo sale a 505 €, ma Cgtp non firma accordo

    25/09 04:00 

    20 euro in più in busta paga a partire dal 1 ottobre. In Portogallo governo e parti sociali hanno firmato l’accordo per l’aumento del salario minimo garantito mensile. Accordo che tuttavia non è stato sottoscritto dal primo sindacato portoghese, la Cgtp.
    “È quasi irrisorio per molti portoghesi” dice Carlos Silva dell’Ugt “stiamo parlando di 505 euro invece di 485. Ma è un segnale e pertanto sta ora ai vari soggetti economici fare i passi necessari”.
    “Quest’accordo era già stato annunciato e arriva fuori tempo massimo” ha attaccato Arménio Carlos della Cgtp. “Il salario minimo è stato usato come moneta di scambio dalla Confindustria per ottenere sgravi fiscali da parte dello Stato”.
    Le imposte sul lavoro saranno effettivamente ridotte dello 0,75%. Il sindacato numero uno portoghese aveva già chiesto un aumento a 515 euro dal 1 giugno scorso per poi passare a 540 dal 1 gennaio 2015.

    http://it.euronews.com/2014/09/25/portogallo-salario-minimo-sale-a-505-ma-cgtp-non-firma-accordo/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+euronews%2Fit%2Fhome+%28euronews+-+home+-+it%29 

    giovedì 25 settembre 2014

    Appalti sono il grimaldello per la 'ndrangheta di crescere

    Gratteri: «La ‘ndrangheta cresce
    in Emilia con appalti e politici collusi»

    L’analisi del procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria: «Qui c’è ricchezza, naturale che le mafie si vogliano radicare»


    BOLOGNA - «L’Emilia-Romagna è una terra ricca e appetibile, è naturale che i mafiosi si vogliano radicare. Purtroppo molti amministratori non riescono a capire...». Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, consigliere della Commissione parlamentare antimafia, sotto scorta dal 1989, è uno dei massimi conoscitori del fenomeno ‘ndrangheta. Scrive libri, ha coordinato inchieste importanti sul narcotraffico e sulle ramificazioni all’estero delle cosche calabresi (a partire dalla strage di Duisburg). Lo scorso febbraio, il premier Matteo Renzi stava per affidargli il ministero della Giustizia, ma la nomina saltò all’ultimo.
    Gratteri, in una video-inchiesta di Cortocircuito Web-Tv, il sindaco di Brescello Marcello Coffrini (Pd) definisce il boss Francesco Grande Aracri che vive lì «un uomo gentilissimo, tranquillo» (l’uomo è stato condannato in via definitiva per mafia, ndr). Che effetto le fa?  
    «Non conosco il caso specifico, ma ci sono amministratori che pur non essendo collusi non riescono a capire alcune dinamiche tipicamente mafiose».
    A che cosa si riferisce?
    «Bisogna capire che è un comportamento tipico del mafioso mostrarsi gentile, garbato e affabulatore. Lo fa per radicarsi in una certa realtà. Subito dopo diventa prevaricatore, violento».
    L’Emilia-Romagna è diventata terra di conquista per la ‘ndrangheta. È un fenomeno in crescita?
    «Frequento l’Emilia-Romagna per ragioni giudiziarie da circa 15 anni. La mia prima indagine tra Bologna e Modena riguardava un grosso traffico di cocaina. Di sicuro, da allora, la pervasività della ‘ndrangheta e della camorra è aumentata, e mi riferisco in particolare alla ‘ndrangheta di Cutro».
    Come è stato possibile?
    «Tutto è iniziato con il boom dell’immigrazione, negli anni 60, quando migliaia di persone si trasferirono al Nord. Emigravano dal Sud perché non avevano la possibilità di mangiare più di una volta al giorno: persone in gran parte oneste che hanno costruito fisicamente pezzi del Nord. Assieme a loro si sono trasferiti anche gli ndranghetisti che hanno clonato nel Settentrione le strutture criminali del Sud». 
    Quali sono gli affari dei clan?
    «In Emilia-Romagna le cosche sono molto attive nell’edilizia: è il lavoro che sanno fare meglio. Ora stanno cercando di insediarsi nella grande distribuzione. Non vi aspettate però il mafioso con la coppola e il bastone: quelli sono tutti morti o stanno scontando il 41 bis. Chi viene da voi a fare affari è laureato, capisce di affari e di economia, conosce le lingue, ha viaggiato. Per questo è ancora più difficile capire e smarcarsi: ovvio che quando qualcuno si presenta con una valigia di contanti, nessuno può dire di non avere capito...».
    Il radicamento della criminalità organizzata è avvenuto con la complicità della politica?
    «Ci sono pubblici amministratori e imprenditori collusi che hanno aperto le porte alla ‘ndragheta e alla camorra».
    Come?
    «Con gli appalti. Per un’amministrazione è molto più semplice ed economicamente conveniente affidare i lavori alle imprese gestite dalla ‘ndrangheta. La criminalità assume in nero, paga meno gli operai, smaltisce i rifiuti in modo irregolare e così lavora in economia».
    La politica chiede i voti alle cosche?
    «Al Sud accade da sempre, in Lombardia e Piemonte è accaduto...».
    In Emilia-Romagna?
    «Anche qui i partiti devono stare attenti quando fanno le liste: bisogna indagare sulla provenienza della persona che si intende candidare e sulle loro frequentazioni. La ‘ndangheta è ben organizzata e fa presto a offrire pacchetti di voti. Ovvio che queste strategie hanno le gambe corte: prima o poi grazie alle indagini la provenienza dei voti verrà fuori». 
    La politica, quella sana, sta sottovalutando le infiltrazioni?
    «Sono stato spesso a Reggio Emilia, conosco l’ex sindaco Delrio e la presidente della Provincia Masini. Posso dire che rispetto al passato la sensibilità degli amministratori è più accentuata: prima, in buona fede, pensavano che al Nord le mafie non esistessero. C’è stata una forte presa di coscienza».