Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 ottobre 2014

Renzi continua l'opera di Luigi Berlinguer: distruggere la scuola pubblica

Con lo sblocca-Italia a rischio i 150 milioni per le borse di studio

di Eugenio Bruno
Il decreto “sblocca-Italia” mette a rischio l’erogazione delle borse di studio. A sostenerlo è la commissione Istruzione della Camera che - nel parere consultivo sul provvedimento reso ieri - chiede al Governo di modificare la norma. Raccogliendo le sollecitazioni giunte nei giorni scorsi dal Pd, dal Movimento 5 Stelle e dalle associazioni studentesche. Nel mirino c’è l’articolo 42, comma 1, del decreto 133 del 2014 che ha eliminato l’esonero dal patto di stabilità interno per i contributi delle Regioni sul diritto allo studio universitario.  Ma l’impatto della misura è ancora più ampio visto che coinvolge anche gli stanziamenti per scuole paritarie, studenti disabili e libri di testo.
La norma contestata
L’articolo 42, comma 1, dello sblocca-Italia interviene sull'articolo 46 del cosiddetto “decreto Irpef” che imponeva un contributo alla finanza pubblica da parte delle regioni di 500 milioni. Dando attuazione all'intesa sancita in sede di Conferenza permanente tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano del 29 maggio 2014, la disposizione sospendeva l’esonero dal patto di stabilità interno di una lunga serie di voci, gran parte delle quali interessano l’istruzione. Si tratta dei 150 milioni destinati alle borse di studio universitarie, dei 100 milioni per le scuole paritarie, degli 80 milioni per i libri di testo e dei 15 milioni per il sostegno agli studenti disabili.
L’impatto sul diritto allo studio
Alla questione si è interessata la commissione Istruzione che ha esaminato in sede consultiva lo “sblocca-Italia”. Durante la discussione di mercoledì la relatrice Simona Malpezzi (Pd) ha sottolineato come il reinserimento all’interno del patto di stabilità metta «seriamente in forse tutto il sistema». Nel ricordare che il finanziamento del diritto allo studio universitario poggia su tre gambe (i 154 milioni di aiuto statale, la tassa regionale pagata dagli studenti e i contributi delle Regioni) la deputata democratica ha evidenziato che se mancassero questi ultimi due forme di finanziamento i livelli di prestazione «scenderebbero immediatamente sotto il livello attuale che è già il minimo in Europa». Sottolineando poi l’urgenza in sé della questione: la norma - ha aggiunto - si riferisce già al 2014 e «quindi concerne le borse di studio che dovranno essere pagate a decorrere dal 1° novembre di quest’anno».
La richiesta di modifica
Nel parere reso ieri sul decreto la relatrice ha dedicato una delle due condizioni al nodo borse di studio. Chiedendo che venga ripristinata l'esclusione dal patto di stabilità interno delle risorse destinate alle Regioni relativamente agli interventi in materia di diritto allo studio, scuole paritarie, contributi e benefici agli studenti anche con disabilità ed erogazione gratuita di libri di testo se non si vogliono «vanificare misure recentemente adottate nel settore scolastico». E la sua collega di partito, Manuela Ghizzoni, è andata anche oltre presentando un emendamento allo “sblocca-Italia” per «tornare allo spirito originario della norma». Anche perché - ha commentato - sul diritto allo studio già siamo il fanalino di coda dell’Ue: «Nel 2013 in Italia sono state erogate 141.310 borse di studio, quando in Spagna erano state 305.454, in Germania 440.217 e addirittura in Francia 629.115». Numeri che si commentano da soli.

L'Euro verso l'implosione

Anche Merkel deve fare i compiti a casa per riportare il surplus commerciale entro i limiti del Fiscal Compact 

 di Tino Oldani  

Fino a pochi mesi fa Angela Merkel incuteva timore in Europa, i suoi moniti sui «compiti ai casa» erano un vero incubo per i Paesi con i conti pubblici in deficit. Ora la musica sembra cambiata, e non di poco. Se i governi di Francia e Italia hanno deciso di fare uno strappo alle regole del Fiscal Compact, rinviando entrambi al 2017 il pareggio di bilancio, è perché sanno di poter dimostrare che anche la Germania sta violando il medesimo trattato. In proposito, bastano alcune pagine di un saggio recente di Veronica De Romanis («Il caso Germania: così la Merkel ha salvato l'Europa»; Marsilio), che fa parte dello staff dei consiglieri economici del premier Matteo Renzi. «In base alle nuove norme introdotte nel Fiscal Compact», scrive De Romanis, «se un Paese registra per lungo tempo un attivo commerciale superiore al 6% può subire richiami ed essere sanzionato». E questo è esattamente il caso della Germania, «che dovrebbe dare il proprio contributo al riequilibrio dell'area europea attraverso maggiori consumi interni e un aumento degli investimenti». Compiti a casa, questi ultimi, che la Merkel non sta facendo, e neppure sembra intenzionata a fare.
Ma questo non è l'unico motivo per cui l'ipotesi avanzata ieri dalla Repubblica di una sanzione europea contro la Francia pari allo 0,2% del pil, e di un richiamo Ue all'Italia, non spaventa Francois Hollande, né Renzi. C'è infatti un altro motivo, una regola pressoché sconosciuta del Fiscal Compact, che la De Romanis riassume così: «In base alle nuove norme, le raccomandazioni della Commissione Ue, volte a punire i Paesi che non rispettano i target, possono essere disattese solo se non hanno l'appoggio della maggioranza qualificata degli Stati membri. In altre parole, si applica il meccanismo del reverse voting, della maggioranza qualificata invertita». In concreto: se due terzi dei Paesi membri dell'Unione decidessero di non votare a favore di eventuali sanzioni contro la Francia o contro l'Italia, tali sanzioni resterebbero lettera morta.
Un'eventualità per ora solo teorica, ma tutt'altro che remota di fronte al dilagare della recessione, che sta mettendo a dura prova quasi tutti i Paesi dell'Unione europea, molti dei quali hanno già i bilanci in deficit e nessuno può vantare un surplus commerciale come quello tedesco.
Pur tessendo ampi elogi della Merkel, che considera «la salvatrice dell'Europa unita», nel suo saggio la De Romanis non ne trascura i punti deboli, con annotazioni di grande attualità. «La cancelliera naviga a vista, applicando il motto 'si può fare oggi il contrario di ciò che si è annunciato ieri», scrive la consigliera economica di Renzi, citando il sociologo Ulrich Beck. Giudizio condiviso dalla scrittrice Gertrud Hohler, che ha sintetizzato nel «sistema M» il modo di fare politica della Merkel: «Non fa distinzioni tra valori di destra e di sinistra, che per lei sono intercambiabili; così elimina quelli che non le paiono utili, e adotta quelli che soddisfano i cittadini, anche se provengono da una cultura che non le appartiene».
Poiché i tedeschi sono un popolo di forti risparmiatori (16,4% di propensione al risparmio, contro la media dell'11,2% europea), e poiché, dopo Weimar, sono convinti che i conti pubblici in ordine sono il modo più sicuro di proteggere i risparmi, ecco spiegato perché il monito più frequente della Merkel sui «compiti a casa» per i Paesi in deficit. Per giustificare la politica di austerità imposta al resto d'Europa, quando parla ai suoi connazionali la cancelliera ama ricordare tre numeri: la popolazione europea è appena il 7% di quella mondiale, ma da sola copre il 50% della spesa sociale mondiale, e poiché nel 2050 gli ultrasettantenni saranno pari a un terzo della popolazione dell'Europa, il sistema del welfare attuale non potrà reggere senza i conti in ordine. Il che autorizza, a suo dire, la severità delle regole imposte con il Fiscal Compact.
È però un fatto che la politica di austerità ha portato la recessione, impoverito l'Europa e reso inevitabili per molti Paesi i deficit di bilancio. Un fallimento a cui la Bce di Mario Draghi sta cercando di mettere una pezza, con acquisti dei titoli di Stato, politica a cui la Bundesbank di Jens Weidman, custode del rigore teutonico, si oppone duramente, ma in solitudine. Finora la Merkel se l'è sempre cavata con una serie di mediazioni tra la Bce e la Bundesbank. Ma, da qualche tempo, questo gioco si è fatto più difficile, perché alla sua destra è nato un partito euroscettico, Alternative fur Deutschland (AfD), che le sta portando via consensi proprio accusandola di debolezza verso la Bce e i Paesi europei più spendaccioni. Per questo il suo monito contro la Francia e l'Italia, che rinviano il Fiscal Compact, è stato duro e immediato. Ma questa volta sembra solo l'inizio di una partita europea diversa dal passato, tutta da giocare, dove l'egemonia tedesca dovrà fare i conti con l'accusa di eccessivo surplus commerciale, dunque di violare il Fiscal Compact per scarsa solidarietà europea. In definitiva, di compiti a casa non fatti. 

Si inventa il lavoro investendo e non cambiando le regole

Jobs Act : la start-up dello sfruttamento 2.0




di Midnight Rider.

Quando avevo 20 anni mollai l'università. Per due settimane. Volevo guadagnarmi da vivere, disporre di soldi da spendere senza chiedere niente a nessuno. Mia madre piangeva ogni giorno, neanche mi fosse stato diagnosticato un male incurabile. 
Mentre cercavo lavoro su un giornale di annunci, risposi a un'inserzione in cui si offriva un lavoro di facile distribuzione e si promettevano ottimi guadagni. Mi presentai al colloquio e mi trovai di fronte una tipa loschissima di Roma, tale signora Lucia, e un cretino azzimato di Milano, tale signor Gianni, che si spacciava per ex dirigente Fininvest. 
Benché fossi giovane e relativamente inesperto, la faccenda puzzava di bruciato in maniera nauseante. Ad ogni angolo della stanzetta in cui si tenevano i colloqui, all'interno di un anonimo edificio di periferia, si accendeva un neon con la scritta "inculata imminente", tanto più che i reclutatori cercavano di lusingarmi con il fatto che la mia maturità classica (la "formazione umanistica" come l'aveva mellifluamente definita quella furbacchiona di Lucia) si sarebbe rivelata preziosa per l'espletamento delle mie mansioni lavorative. In sostanza si trattava di vendite porta a porta. Ogni settimana la tipologia di merce cambiava: libri di cucina, favole, pubblicazioni di storia, gadget di nessuna utilità e paccottiglia varia. 
Il compenso era garantito su base statistica. La garanzia era rappresentata da un grafico tracciato su un foglio di carta. Puntava radiosamente verso l'alto.
Gianni & Lucia ti fornivano il materiale da smerciare e sulla base delle vendite realizzate il vucumprà "local" percepiva una percentuale, forse in nero forse con ritenuta d'acconto, non ricordo. Fissavano degli improbabili obiettivi di vendita denominati "Campana" e "Campanaccio" il cui raggiungimento ti avrebbe regalato un misero bonus. 
Benzina, macchina, pasti, umiliazioni e minacce fisiche da parte di potenziali clienti non così potenziali erano a carico mio. 
Feci un giorno di "lavoro" assieme a due tipi il cui sogno - indotto - era "diventare imprenditori" e aprire la loro filiale di distribuzione. Erano due ragazzi della mia età il cui obiettivo era sfruttare a loro volta il business del porta a porta. A sentire Gianni & Lucia (chissà come si chiamavano davvero) «diventare imprenditori di sé stessi»era una cosa da niente, e loro ne erano la testimonianza diretta. 
Intanto i due poveri cristi che mi scarrozzavano in giro a spese loro (io ero in prova) si smazzavano i soldi guadagnati con i lavori precedenti. 
Correva l'anno 1998 e la crisi era ancora inimmaginabile al nord. Un lavoro in fabbrica o nel terziario non si negava a nessuno. 
Magari un giorno scriverò qualcosa su quelle poche e interminabili ore passate a fare il porta a porta. Fatto sta che al termine della giornata (alquanto istruttiva, a dire il vero) ho deciso di reiscrivermi all'università, con grande gioia da parte di mia madre. Sono stato il primo del mio corso a terminare gli studi.



Oggi non è cambiato molto. La differenza è che adesso non ci sono più il signor Gianni e la signora Lucia, papponi facilmente identificabili.
O meglio, ci sono. Ma nel mare magnum della sopraffazione e dell'abuso sono pesci piccoli destinati ad essere inghiottiti dai veri squali, padroni incontrastati di tutti i torbidi fondali della melmosa società liquida. L'unica alternativa per questi pesciolini è abboccare all'amo di una denuncia per truffa o rimanere incastrati nelle maglie di una condanna per bancarotta fraudolenta, corredata da foto e nome sul giornale. Che sollievo, altri pericolosi criminali assicurati alla giustizia.
I nuovi magnaccia 2.0 si sono efficacemente riorganizzati ed hanno abbandonato il settore del porta a porta, che hanno di buon gradoceduto ad Amazon
Il racket dello sfruttamento del lavoro si è dato una ripulita, non opera più in sottoscala pieni di muffa, ha accuratamente allargato il proprio giro d'azione. Certo è stata un'impresa che ha richiesto l'impegno di tutti. Trent'anni di tivù commerciale hanno contribuito alla costruzione di un illusorio immaginario collettivo recentemente sfociato nella fiaba delle app in grado di migliorare la vita di milioni di persone e di renderci tutti potenziali miliardari grazie alla creazione di quelle start-up che tanto piacciono al più famoso boy scout italiano e a favore delle quali il governo sta facendo non poco in questi ultimi tempi.
Basta avere l'idea giusta ed essere speciale. Unicità da condividere su Instagram. Un milione di ilike. Il telecomando sostituito dal nuovo smart-phone per cui si dorme all'addiaccio e si fanno file chilometriche. È il nuovo rito pseduo-religioso al termine del quale puoi finalmente "fotografare e condividere" la vita che ti molla inesorabilmente mentre ti infili comodamente cappio e manette. Una nazione spogliata della propria coscienza e della propria identità. Siamo tutti "potenzialmente" uguali, fatta eccezione per la Maserati targata San Marino.
I truffatori di oggi non si chiamano Gianni e Lucia. Hanno comunque mantenuto nomi e cognomi comuni vicini alla tradizione, almeno quelli. 
Mario Monti, Elsa Fornero, Maurizio Sacconi, Matteo Renzi, Guido Angeletti, Enrico Poletti, Raffele Bonanni, Piero Ichino, Alessandra Moretti, Susanna Camusso. Tutte brave persone. Per carità, non hanno deciso tutto loro, non sono mica così bravi... 
Si sono fatti consigliare da professionisti del settore, gente che può vantare esperienza decennale in campo internazionale come Christine Lagarde e Mario Draghi
Questi grandi reclutatori hanno anche assunto dei collaboratori a tempo pieno che si occupano delle pubbliche relazioni e del marketing. Ferruccio De Bortoli, Ezio Mauro e Giavazzi, pardon, il Professor Giavazzi. Hanno reclutato forze fresche come Mario Calabresi e persino eroici veterani come Eugenio Scalfari, quest'ultimo arruolatosi in realtà come volontario.
I trafficanti di vite umane del 2014 non parlano più di "Campana" e "Campanaccio": oggi si ragiona in termini di "progresso", "innovazione", "stare al passo con i tempi". Si è partiti dalla "rottamazione" per approdare al "cambiamento violento" - unica vera certezza dei prossimi mesi a venire - per il quale Matteo è disposto a «sfidare i poteri forti». Che poi - fatte le debite proporzioni, si intende - è come se un altro Matteo, Messina Denaro, dicesse che è pronto a sfidare la mafia.
Come al solito, le parole in inglese sono venute ad aiutarci per dare un nome nuovo all'ormai desueta e inflazionata "schiavitù". La cancellazione dei diritti e delle tutele dei lavoratori profuma di City se la chiamiamo Jobs Act.
Lavorare 17 ore al giorno per intascare pochi spiccioli e condurre un'esistenza senza alcuna prospettiva per il futuro suona come un concetto troppo antico. Proviamo con Share Economy, allora.
Cavolo, funziona! Sembra una cosa bella che ci fa stare insieme e risparmiare, anche un po' socialista, forse. 
Non tutti gli slogan sono andati in pensione, però. Oggi più che mai è il momento giusto per diventare "imprenditori di noi stessi".
Formula che vince non si cambia. E se vi venisse in mente di sfuggire alle grinfie degli sfruttatori andando all'università, loro hanno già trovato un rimedio: distruggerla.

Precarietà, 4 euro ora, è il Jobs Act del Pd

Da redattoresociale.it
Mentre i potenti delle Banche stretti intorno a Mario Draghi discutono delle sorti economiche d’Europa, asserragliati in una Reggia di Capodimonte super militarizzata, i giovani, precari, disoccupati, studenti, i comitati che lottano per il diritto al lavoro, alla salute, alla casa si scagliano contro soluzioni calate dall'alto che non tengono conto delle ricadute sulla vita reale delle persone al grido di “Block BCE”. Partiti dalla metropolitana dei Colli Aminei arrivano a Capodimonte dove con una scala cercano di issare un manifesto di protesta sul muro della Reggia, ma Mario, precario con tre figli, viene fatto cadere con il getto degli idranti e poi condotto in Questura, cosa che genera la carica della polizia che tuttavia si conclude velocemente senza feriti.
Sono 2000 i poliziotti che difendono la corte dorata della finanza e i cittadini da temute rivolte dei blackblock. Genny, operatore sociale sottolinea: "Ci interessa lanciare un messaggio a tutti: non credete al terrorismo mediatico: non c'è nessun black block, in strada ci sono giovani, studenti, operatori sociali: tutti coloro contribuiscono a far si che la vita delle persone sia più dignitosa, un popolo che ha fame di giustizia. I veri violenti sono quelli in giacca e cravatta che stanno là dentro e decidono del nostro futuro senza essere stati eletti ".
Parte della manifestazione anche la protesta delle donne ucraine che alzano al cielo la bandiera dell’Ucraina al contrario e macchiata di sangue perché, spiega Olena "le banche mondiali sostengono la guerra. La gente deve capire che in Ucraina è ormai tutto rovesciato, come la bandiera che esponiamo noi oggi”.

E'  il tema del lavoro ad essere centrale tema della protesta. Rino dei precari Bros organizzati spiega: “Vogliamo protestare contro chi ha creato la crisi in Europa a tavolino per giustificare precarietà, disoccupazione e dei tagli alle strutture pubbliche. Alla Bce decidono anche chi deve governare e come deve governare. Riteniamo che questi signori creano le condizioni migliori per loro tenendo le popolazioni nella fame. Anche Renzi che si dice in opposizione alle banche, di fatto con il taglio all’articolo 18 toglie uno strumento fondamentale che tutela i lavoratori. E’ lo smantellamento dello stato sociale”. Gli fa eco una ragazza che grida dal megafono: “Siamo scesi in strada perché vogliamo riscrivere un'altra storia, come sempre è accaduto partendo dal popolo. Vogliamo che tutti possano avere una vita degna e un lavoro sicuro. Non vogliamo guadagnare 4 euro all’ora sfruttati, vogliamo che le ferie o le malattie siano, come dovrebbero essere, un diritto e non un favore. Non possono pretendere che paghiamo tasse così alte a fronte di stipendi bassissimi e farci la multa se non abbiamo neanche i soldi per pagare l'assicurazione del motorino. Non vogliamo più che si possa morire per mano della polizia”. Il pensiero di tutti è rivolto a Davide Bifolco, il ragazzo ucciso da un agente di polizia. 
(Il reportage completo di Alessandra del Giudice su Napoli Città Sociale)

Avoletto, il precario dei Block-Bce: «Così ho violato

NAPOLI - Quando lascia la questura dopo un paio d’ore di fermo, con una denuncia in tasca per invasione di edificio, Mario Avoletto è accolto da quel che resta del corteo anti Bce con un applauso. Per i manifestanti, è l’eroe della giornata, l’attivista che ha beffato il dispositivo di sicurezza costruito intorno al bosco di Capodimonte arrampicandosi su una scala in metallo di cinque metri ed introducendosi nel parco, nonostante il getto poderoso dell’idrante della polizia che avrebbero potuto farlo cadere e provocargli guai molto seri.
«Spero con questo gesto — dice — di avere guadagnato visibilità alla manifestazione contro i signori delle banche che tanti disastri e sciagure stanno causando». Non è un novellino delle proteste Avoletto. Quarantacinque anni, università a Scienze Politiche della Federico II, è stato all’inizio degli anni Novanta uno dei promotori dell’occupazione del centro sociale Officina 99. Ha tre figli e vive a Materdei, dove è tra gli animatori del «Giardino liberato », un’area verde che era abbandonata nell ex convento delle teresiane prima di essere recuperata e destinata alla socialità del quartiere. Come e quando è nata l’idea di scalare il muro di cinta del bosco di Capodimonte? «Era una iniziativa concordata tra le diverse anime del corteo».
Perché proprio lei? «Dicono che sono piuttosto agile. In effetti — spiega —su quella scala mi sono arrampicato in fretta. Poi è arrivata la reazione spropositata della polizia e per un attimo ho pensato potesse finire male. Ero già in alto sulla scala quando il blindato ha puntato l’idrante sulle mie gambe. Ho rischiato di perdere l’equilibrio e di cadere da 5 metri. Per fortuna sono riuscito a proseguire ed ho scavalcato il muro di cinta». A quel punto è entrato nel cuore della zona interdetta ai manifestanti. Cosa è accaduto? «Quando i poliziotti che erano nel bosco mi hanno visto — dice — lì sopra, dove mai si sarebbero aspettati di trovarmi, sono rimasti per un attimo basiti. Una funzionaria mi è venuta incontro e mi ha intimato di allontanarmi immediatamente. La scala, però, non c’era più e con tutta la buona volontà non sarei potuto scendere. Diciamo che mi sono consegnato».
Come è stato trattato in questura? «Non ci sono state violenze né intimidazioni — ammette — . Sono stati tranquilli. Si sono limitati a formalizzare la denuncia.Ero in piazza perché sono un lavoratore precario della formazione. Vivo sulla mia pelle i disastri provocati dalle politiche di tagli allo stato sociale, alla scuola, alla sanità. Non mi rassegno a pensare che tutto ciò sia ineluttabile. Bisogna alzare la testa contro quelli che, in nome del profitto, distruggono le nostre vite». Colli Aminei spettrali: negozi chiusi, un clima da guerra. Poi, però, la tensione si è sciolta e siete stati anche applauditi da chi osservava dai balconi. Una vittoria, per voi? «Certamente sì. Alla vigilia i media avevano montato un clima di ingiustificata tensione. Si è evocato lo spettro dei black block, della guerriglia, della violenza. I napoletani non ci sono cascati. Hanno visto sfilare donne ed uomini esasperati dalla precarietà, dalla povertà, dalla crisi. Persone come loro, non i mostri che erano stati dipinti alla vigilia».

Energia Pulita, bisogna crederci ed investire

Tecnologia verde, business da 6.400 miliardi

La lotta ai cambiamenti climatici passa, almeno nell'immediato, per la cooperazione e il trasferimento di conoscenza. In quest'ambito le migliori tecnologie disponibili, specie quelle eco-friendly, offrono le risposte più convincenti sia per creare nuovi posti di lavoro che per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni. Una soluzione che riguarda soprattutto i Paesi in Via di Sviluppo, i più colpiti dalla povertà e anche dai tormenti del clima che cambia.

Ed è dalla tecnologia che potrebbe arrivare la formula per superare la crisi (economica e ambientale insieme), come viene indicato in un nuovo rapporto della Banca Mondiale sulla competitività delle eco-industrie: nei prossimi 10 anni il mercato potenziale di questo settore potrebbe infatti valere 6.400 miliardi di dollari.

In particolare, il rapporto mette in evidenza come sia possibile favorire per le piccole e medie imprese proprio nel campo delle tecnologie pulite: a loro sarebbero destinati infatti 1.600 miliardi di quei 6.400 totali di investimenti stimati di qui al 2025.

Il doppio vantaggio per i Paesi in Via di Sviluppo, viene spiegato dalla Banca Mondiale, sarebbe quello di avere oltre all'occupazione anche un ambiente più green, e in generale offrire un'opportunità di sviluppo per quell'area: il miglioramento delle condizioni di vita non può per esempio non passare attraverso l'energia pulita, l'accesso all'acqua potabile e un'agricoltura sostenibile che riesce ad uscire indenne dagli eventi estremi climatici.

Tra i Paesi già pronti a cogliere queste possibilità c'è la Cina (l'attesa parla di 415 miliardi), con investimenti destinati soprattutto a eolico su terra e al fotovoltaico oltre che alla mobilità elettrica. Ma sono in cima alla classifica dei futuri investitori verdi anche l'America Latina (349 miliardi) e l'Africa sub-sahariana (235 miliardi). I campi principali in cui si riverseranno le risorse, oltre a eolico e solare, sono il trattamento delle acque reflue i veicoli elettrici, la bioenergia e il mini-idroelettrico.

A fronte di una crescita dell'economia mondiale del 2,4% nel periodo 2011-2012 - osserva The Climate Group (un think tank che studia la decarbonizzazione dell'economia) - è prevista una crescita dell'economia eco-tecnologica fino al 2016 intorno al 4,1% all'anno, cioè quasi il doppio.

Per consentire lo sblocco di questo potenziale, la strada indicata suggerisce di favorire un accesso maggiormente facilitato ai finanziamenti e incentivi legati a politiche ad hoc di crescita (che si occupino anche di innovazione e del quadro normativo).

Tra l'altro nei Paesi in Via di Sviluppo ci sono ampi margini: per esempio, si spiega nel report, l'assenza di elettricità per l'80% della popolazione del Kenya si offre a possibili soluzioni in liena con la lotta climatica.

ats ans

E' solo una crisi di domanda? e se fosse così perchè?

03 ottobre 2014
Se i mercati perdono fiducia nelle banche centrali
Se i mercati perdono fiducia nelle banche centraliClicca per vedere la galleryIl grande rischio, per Maurizio Novelli, Global Strategist di Zest AM, è che i mercati possano perdere fiducia nell'efficacia delle politiche monetarie
Secondo lo strategist, infatti, se dovessero manifestarsi tali incertezze, i mercati scenderebbero decisamente anche con i tassi a zero. A quel punto le Banche Centrali dovranno concordare un intervento concertato di ulteriore iniezione di liquidità e probabilmente l'operazione avrebbe il temporaneo effetto di produrre un recupero della propensione al rischio ma nessuno potrebbe sapere quanto l'effetto sarebbe duraturo. 

“Il vero problema che affligge l'economia mondiale dall'inizio del 2008 è il calo della domanda globale a cui pensiamo di porre facilmente rimedio sostenendo, con le politiche monetarie, real estate e mercati finanziari”
 ricorda Maurizio Novelli che subito puntualizza: “Ma difficilmente ripartiremo dai settori che hanno provocato la crisi, quanto piuttosto da politiche di sostegno ai redditi reali, unica vera fonte di domanda sostenibile di cui l'economia ha bisogno. Il sistema rimarrà in piedi fino a quando i mercati continueranno a credere che le politiche monetarie sono efficaci per la crescita. Se cominceranno a dubitare su tale efficacia le Banche Centrali non saranno più in grado di sostenere la propensione al rischio. Visti i recenti risultati ottenuti ci sarebbe qualche motivo per temere già ora che qualcosa non funziona come dovrebbe”

È proprio alla luce di questi dati che Maurizio Novelli continua a mantenere un view contrarian rispetto al «consenso» degli altri investitori: lo strategist, non crede che le politiche monetarie saranno sufficienti a far ripartire il ciclo secondo le aspettative, anzi, al momento i rischi sembrano essersi spostati verso un pericoloso rallentamento. 

Secondo Maurizio Novelli i dati macroeconomici dei prossimi sei mesi saranno determinanti per capire cosa ci attende e gli scenari possibili sono solo due. Nel primo, l'economia mondiale recupera e riprende forza: da quel momento i mercati, che sconteranno un rialzo dei tassi in modo molto più deciso di quanto la FED vorrebbe, scenderanno perché la politica monetaria espansiva ha raggiunto il suo picco. Ma, e siamo alla seconda opzione, se l'economia mondiale invece prosegue il recente rallentamento in corso qualcuno inizierà a dubitare sull'efficacia delle politiche monetarie ed i mercati finanziari sarebbero esposti al peggiore degli scenari possibili. 

“Nei due casi, il «risk reward» non è favorevole agli asset finanziari e dobbiamo prepararci ad un ritorno della volatilità che inciderà decisamente sulla propensione al rischio che, a mio parere, si è ulteriormente accentuata negli ultimi mesi. La cieca fiducia che i mercati hanno riposto nelle politiche monetarie come strumento di soluzione della crisi è probabilmente il principale potenziale rischio. Le Banche Centrali hanno alimentato aspettative che ora rischiano di essere disattese con evidenti ripercussioni sulle variabili finanziarie che hanno cercato in tutti i modi di sostenere. Se l'economia mondiale non migliora la «cintura di protezione» che è stata messa a disposizione dalle Banche Centrali per i mercati finanziari rischia di farsi sempre più fragile” conclude Maurizio Novelli

venerdì 3 ottobre 2014

Muos, strumenti di guerra

MUOS, tutto quello che non vi hanno mai detto: Blogo.it intervista Massimo Zucchetti


Massimo Zucchetti è uno scienziato italiano, docente al Politecnico di Torino, al MIT e è esperto di energia nucleare e nello specifico sulla protezione dalle radiazioni tutte, anche elettromagnetiche. Un paio di giorni fa ha concesso un intervista a Blogo.it e alla sottoscritta a proposito dei MUOS - Mobile User Objective System, ossia le antenne che usano onde elettromagnetiche per comunicare con i satelliti e per predisporre una rete di controllo e gestione delle arre di interesse degli Usa: dal Mediterraneo al Nord Europa.
La conversazione dura circa 55 minuti e il prof. Zucchetti ci racconta tutta la storia di questo progetto che nasce nel 2006. Wikileaks nel 2011 pubblica un folto gruppo di cablogrammi con le comunicazioni tra Italia e Usa in cui gli americani sollecitano il governo italiano a fare pressione sulle popolazioni locali affinché le antenne siano installate. 
A rischio, se le antenne entrano in funzione come previsto il prossimo gennaio 2015, i voli civili in 4 aeroporti: Comiso, Catania, Sigonella e probabilmente Reggio Calabria. I rischi riguardano anche le persone: i soggetti più a rischio sono i bambini per cui sembra più alta la possibilità di sviluppare leucemie; l'ambiente poi in parte è stato già distrutto, avendo raso al suolo la maggior parte degli alberi della Sugheraia. 
Ebbene il prossimo 25 novembre il TAR Sicilia di Palermo è stato chiamato a esprimersi sulla legittimità delle antenne di Niscemi. Per fare ciò a chiesto a uno dei massimi esperti italiani e mondiali di onde elettromagnetiche, Marcello D'Amore professore emerito di elettrotecnica alla Sapienza di Roma che sostanzialmente convalida con argomentazioni più ampie, quanto sostenuto dal prof. Massimo Zucchetti chiamato in qualità di esperto dai cittadini niscmesi e anche dalla Regione Sicilia (con la Giunta Crocetta): i MUOS sono dannosi sia per la salute umana sia per l'ambiente. 
Le bonarie valutazioni dell'ISS sui MUOS dunque, presentate un anno fa, sono di fatto state smentite e hanno rappresentato sino a oggi il grimaldello che ha consentito agli americani l'avanzata dei lavori, giunti sino al completamento. 

Catalogna il 9 novembre 2014, referendum

Spagna. Governo Catalogna tiene il punto: referendum il 9 novembre

  • 3 ottobre 2014
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  • 15.58
Barcellona, 3 ott. (TMNews) – Il governo della Catalogna ha confermato l’intenzione di organizzare il 9 novembre prossimo una consultazione referendaria sull’indipendenza, noncurante della decisione della Corte costituzionale spagnola di vietarlo provvisoriamente.
E’ stato raggiunto un accordo tra i partiti filoreferendari “sul mantenimento della convocazione per consentire ai cittadini di esercitare il loro diritti di voto il 9 novembre”, ha affermato il portavoce del governo regionale, Francesc Homs.

non ci stanchiamo di dirlo, il prossimo picco della crisi troverà il Capitalismo senza armi monetarie

Prodotti derivati : il rischio sistemico più grande di tutti i tempi

Quando assisteremo alla prossima crisi bancaria americana? Quando scoppierà una crisi sui prodotti derivati, scrive Michael Snyder sul portale d’informazione The Economic Collapse.
“Negli Stati Uniti, le banche “too big to fail” sono passate da quattro a cinque – scrive Snyder – Gli istituti finanziari che possiedono più di 40’000 miliardi di dollari di prodotti derivati possono ormai formare un quintetto. Per dare un termine di confronto, l’enorme debito degli Stati Uniti è di 17’700 miliardi di dollari. 
JP Morgan Chase
Attivi : circa 2’500 miliardi di dollari.
Esposizione ai prodotti derivati : oltre 67’000 miliardi di dollari
Citibank
Attivi : circa 1’900 miliardi di dollari
Esposizione ai prodotti derivati : circa 60’000 miliardi di dollari
Bank Of America
Attivi : circa 2’100 miliardi di dollari
Esposizione ai prodotti derivati : circa 54’000 miliardi di dollari
Morgan Stanley
Attivi : 830 miliardi di dollari
Esposizione ai prodotti derivati : 44’000 miliardi di dollari
Goldman Sachs
Attivi : 915 miliardi di dollari
Esposizione ai prodotti derivati : 54’500 miliardi di dollari
I mercati dei prodotti derivati sono complessi, opachi. Assomigliano sempre più a delle scommesse e sempre meno a investimenti.
Secondo il New York Times, le banche americane possiedono quasi 280’000 miliardi di dollari di prodotti derivati, anche se la crisi del 2008 ha mostrato a che punto questi prodotti siano pericolosi.
Modelli informatici di gestione del rischio dovrebbero proteggere le banche, ma questi modelli si basano su supposizioni umane. Quando si produce un evento eccezionale, come una guerra o un’epidemia, si trovano in un terreno sconosciuto.
Il problema non riguarda unicamente gli Stati Uniti. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (la banca centrale delle banche centrali), a livello internazionale le banche possiedono prodotti derivati per circa 710’000 miliardi di dollari.
In Europa spicca la tedesca Deutsche Bank, con attivi per 552 miliardi di dollari e un’esposizione ai prodotti derivati di 75’000 miliardi di dollari.”

con determinazione riscopriamo il Matriarcato

La Parentesi di Elisabetta del 1/10/2014

“Andare ai resti”

olga rozanova quattro    
Il mondo che noi conosciamo è sull’orlo del precipizio. Le guerre neocoloniali si susseguono ad un ritmo sempre più serrato, la povertà estrema dei popoli del terzo mondo si accompagna ad un impoverimento sempre crescente di vasti strati delle popolazioni occidentali, l’arroganza degli Usa, degli alleati e dei sudditi con il braccio armato della Nato, diventata polizia internazionale, è senza confini.
La strumentalizzazione di ogni sentimento, lotta, diritto, oppressione, disagio….. delle diversità, dei subalterni/e, degli sfruttati/e, delle donne…dei territori …..per il mantenimento del potere, per il controllo e la repressione , è pane quotidiano…il neoliberismo ha fatto strame delle conquiste di tanti anni di lotte, ha stravolto le parole, ha distrutto riferimenti e sogni attraverso l’operato cosciente del riformismo e della socialdemocrazia, principali artefici della sua naturalizzazione nella nostra società.
Il Femminismo annaspa, è basito, muto.
Alcuni gruppi femministi, soggettività, voci, si levano isolate, a denti stretti, contro tutto questo, ma il movimento femminista è nel pantano.
Tante le iniziative, i convegni, gli incontri…tante ,svariate, continue e inutili: parlano di femminicidio, della violenza contro di noi, di razzismo, di omofobia, di diritti negati, di patriarcato….. ma è come se tutto fosse sospeso in un limbo.
Non sanno, non vogliono, non possono dire la verità.
Non si capisce da dove vengano le oppressioni, da chi siano esercitate. Il patriarcato è un’entità inafferrabile che sembra vivere di sé.
I conflitti sembrano eventi tragici, apparentemente senza autori, guerre scatenate senza colpe, per autogenesi. Eventi rievocati per suscitare la commozione, ma non la mobilitazione.
Le militanti curde diventano donne che sorridono, il femminile che con la gentilezza e la solarità sconfigge il patriarcato. Il loro essere combattenti non compare, il loro lottare per un ideale, men che meno.
Ma il patriarcato affonda le radici nella società in cui viviamo e nel neoliberismo assume i connotati specifici che questa configurazione sociale fornisce, è qui che si esprimono le oppressioni e la violenza, hanno volti, nomi, cognomi, luoghi, mani, menti e armi.
Il femminismo sta andando ai resti, si sta giocando tutto.
Riconoscere l’inscindibile legame fra oppressione di genere e di classe e chiamare le cose con il loro nome sono le uniche strade percorribili.

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2014/10/03/la-parentesi-di-elisabetta-del-1102014/

buffoncioni, Viterbo-Roma zero

Fs studia l'alta velocità per Fiumicino


L'ad Michele Elia annuncia un progetto da presentare al ministero delle Infrastrutture a dicembre; i punti cardine sono intensificazione dei collegamenti via autobus e treno, ma resta il nodo dell'area a nord della Capitale


Ferrovie dello Stato sta lavorando a un piano per istituire un collegamento ad alta velocità nell'aeroporto di Fiumicino. A dichiararlo è stato l'amministratore delegato di Fs Michele Elia durante la presentazione del piano di mobilità del Lazio con il presidente della regione Nicola Zingaretti.

L'incognita dell'anello nord
Il piano Fs sarà presentato a dicembre al ministero per le Infrastrutture e si dovrebbe svolgere, riporta il Sole 24 Ore, in due passaggi. Il primo, di breve termine, prevede l'intensificazione delle corse del Leonardo Express tra stazione Termini e aeroporto, che passerranno da 70 a 90 corse giornaliere, e il prolungamento fino a Fiumicino dei treni Freccia Argento Venezia-Roma, con due convogli giornalieri ad alta velocità. Il secondo passaggio, a lungo termine, mira ad attivare un collegamento diretto per alcuni treni Freccia Rossa Milano-Fiumicino, saltando Roma: per raggiungere l'obiettivo sarà però indispensabile completare l'anello ferroviario della capitale, a detrimento di un'area dove sono presenti una serie di attività commerciali che difficilmente acconsentiranno a lasciare libero passaggio. Lo stesso Elia ha fatto sapere che si sta studiando la costruzione di una nuova stazione nella parte terminale dell'area di raddoppio di Fiumicino Nord: il progetto ha tuttavia una data di scadenza piuttosto lunga, nel 2044.

Confrontarsi, confrontarsi, confrontarsi sull'eolico Off Shore

Gela, si va verso il blocco totale
di Rosario Battiato

Il ricorso al Tar dei Comuni ha convinto la Regione a sospendere autorizzazioni per 309 pali su 110 km2. L’Ue ha avviato una procedure pilot contro il ministero dell’Ambiente

PALERMO – Anche l'Europa contro l'eolico offshore. All'inizio di settembre il comitato “No Peos” di Licata aveva diffuso la nota che riportava la decisione dell'Ue di aprire una procedura di infrazione nei confronti del ministero dell'Ambiente per le concessioni delle autorizzazioni di una centrale eolica nel golfo di Gela che avrebbe compromesso il passaggio dell'avifauna migratoria e acquatica. Due giorni fa il tema è stato ripreso nella commissione Ambiente al Senato da Giuseppe Marinello, che ha indirizzato una interrogazione ai ministri dell'Ambiente, dei Beni culturali e dello Sviluppo economico, per comprendere cosa si sta facendo per evitare di incorrere nella procedura di infrazione.

Il progetto della Mediterranea wind offshore, un impianto da 38 pale eoliche per un'area di 10 chilometri quadrati antistante alla costa di Licata, in provincia di Agrigento, era stato approvato il 30 aprile del 2012, ma è già stato oggetto di un ricorso amministrativo avverso al relativo provvedimento autorizzativo da parte delle amministrazioni di Gela, Butera, Licata, Palma di Montechiaro e Agrigento. Le rimostranze dei cittadini e dei comitati locali verterebbero sulla compromissione “dell'equilibrio ambientale – si legge nell'interrogazione - e gli interessi economici delle collettività locali, poiché sottrarrebbe un'area molto vasta alla marineria locale e vanificherebbe gli sforzi fino ad oggi profusi per la crescita del settore turistico”.

Gli esiti del ricorso, che comunque sembrano abbastanza scontati dopo l'intervento dell'Ue e il passo indietro della stessa società, hanno avuto anche effetti su altre procedure che sono temporaneamente sospese presso l'assessorato all'Energia della Regione, tra cui “un parco eolico di 115 pali, su iniziativa di una joint venture tra 'Moncada energy group' ed Enel” e un altro da 156 pali della “Energie rinnovabili S.r.l. di Trapani” che si estenderebbe dalla zona antistante Licata verso Agrigento e la valle dei Templi. Complessivamente, riporta Marinello, “l'estensione dell'area interessata dalle interdizioni conseguente all'installazione di oltre 309 pali ammonterebbe a 110 chilometri quadrati”. In questo modo verrebbe preclusa la pesca a strascico, “che sostiene infatti l'economia di Licata per oltre il 30% e costituisce la terza marineria peschereccia dell'Isola, dopo Mazara del Vallo e Sciacca”.

Il ministero aveva approvato la Valutazione di impatto ambientale (Via) già nel 2009, e il 27 settembre del 2012 la riconfermava rigettando i pareri e le analisi della Regione e innescando il ricorso avverso il decreto autorizzativo. In ballo ci sono anche diverse ragioni legate all'aspetto turistico e archeologico del sito e gravi lacune nelle relazioni tecniche descrittive dei parchi eolici. Inoltre la Commissione europea ha avviato una specifica procedura Pilot, poiché sarebbero disattese, tra le altre, le disposizioni della direttiva comunitaria 92/43/Cee, cosiddetta "direttiva habitat". Adesso si lavora per evitare di incorrere nelle procedure di infrazione, anche perché la Mediterranean Wind Off Shore, secondo quanto riportato dal comitato No Peos di Licata, avrebbe già provveduto a presentare al Tar del Lazio la propria rinuncia ai lavori.

L'eolico continua ad essere di gran lunga la più importante fonte rinnovabile di Sicilia in materia di produzione elettrica. Eppure non piace più a nessuno. Gli scandali che hanno coinvolto il settore in Sicilia, che hanno manifestato collegamenti con le attività del latitante Mattia Messina Denaro, e l'abuso di territorio, hanno rappresentato la pietra tombale sotto cui seppellire le nuove fattorie eoliche. La Regione ha infatti tentato di bloccare le conferenze di servizio, salvo poi essere puntualmente bocciata dal Tar in seguito al ricorso della aziende, ma la sostanza non è cambiata. Dopo il grande eolico dell'era Cuffaro, adesso fare eolico in Sicilia è praticamente impossibile. E l'eolico offshore pare seguire le orme del "fratello" sulla terra ferma.
Articolo pubblicato il 03 ottobre 2014 -