Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria e consulente del Governo sulla riforma della Giustizia, il 15 ottobre ha ricevuto a New York il Civil courage prize dalla Train Foundation. Per questo rimando al link http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/10/15/coraggio-a-rischio-della-vita-nicola-gratteri-premiato-a-new-york-con-il-civil-courage-prize-le-motivazioni/
In quell’occasione Gratteri ha letto un discorso che ha spaziato dalla sua infanzia alla svolta della sua vita: quella di entrare in magistratura.
E’ proprio questa parte che ho deciso di pubblicare perché, ritengo, sia di enorme attualità. Buona lettura.

IL DISCORSO DI GRATTERI A NEW YORK

L’impatto con il mondo della magistratura è stato entusiasmante.
Ho avuto dei colleghi che mi hanno aiutato a capire meglio questo mestiere. Dopo due anni da uditore a Catanzaro, dovetti prendere una decisione importante: la scelta della sede. C’erano posti vacanti a Sanremo, Venezia, Brescia e Torino, ma io scelsi di restare in Calabria, dove sono nato.
Non è stata una scelta sofferta. Non c’è posto migliore di quello in cui sei nato e cresciuto. Ho deciso di restare, pur sapendo di andare incontro a molte privazioni. Ma l’ho fatto con la convinzione di poter contribuire a risolvere i problemi di questa terra. Io sono rimasto accanto alle mie radici per costruire il futuro,
il mio e quello della mia famiglia.
Non mi sono mai pentito di quella scelta. Anche se ci sono stati momenti difficili. Ricordo la mia prima indagine. Feci arrestare l’assessore alla Forestazione e, in seguito a quel provvedimento, la giunta regionale fu costretta a dimettersi. Cominciarono così i primi problemi. Minacce al telefono, lettere minatorie. Qualcuno esplose alcuni colpi di pistola contro l’abitazione della mia fidanzata, seguiti da una telefonata: stai per sposare un uomo morto. Il Comitato per l’ordine e la sicurezza mi assegnò una scorta. Intervenne anche l’Associazione nazionale magistrati e, alla riunione che ne seguì, un collega più anziano cercò di dare un’interpretazione diversa alle minacce, ipotizzando che a sparare fosse stato un rivale in amore. Capii che non sarebbe stato facile fare il magistrato. E che forse mia madre aveva ragione a diffidare anche della propria ombra.
Nel 1993 ci furono altre minacce. Un collaboratore disse che stavano per preparare un attentato contro di me. C’era un’aria molto pesante attorno a me. Avevo fatto diverse indagini sui traffici di droga, nei quali erano coinvolti i clan della Locride, e il tuffo improvviso nell’universo della ’ndrangheta era stato appassionante, intenso e formativo. A Platì, per esempio, avevo scoperto come le principali famiglie di quel paese avessero strappato ai proprietari un’intera montagna che sconfinava nel comune di Varapodio. Molti avvocati mi rimproveravano di assecondare troppo il lavoro delle forze dell’ordine. Prestavo attenzione a ogni minimo segnale.
La mia famiglia ha reagito con preoccupazione, comprendendo che non c’era alternativa. Non avrebbe avuto senso vivere da vigliacchi.
Nel 2005 due ’ndranghetisti sono stati intercettati mentre discutevano nel carcere di Melfi di come far saltare in aria me e la mia scorta. «Perché tutto questo sangue?» chiedeva uno dei due. E l’altro: «Perché Gratteri ci ha rovinato». Qualche giorno dopo nella piana di Gioia Tauro venne scoperto un arsenale: pistole, lanciarazzi, kalashnikov, un chilo di plastico e alcune bombe a mano.
Ho cercato di mantenere i nervi saldi e di continuare nel mio lavoro. Per fortuna non mi annoio mai. Ormai sono abituato. Con la morte bisogna convivere. Quando è morto mio padre non sono potuto andare neanche al funerale. Era un momento particolare, anche allora si parlava di attentati.
Mi sono sempre mosso con estrema cautela, evitando sia le false complicità che gli atteggiamenti autoritari o arroganti. Non ho mai umiliato nessuno, abusando del mio potere. Ma ho sempre preteso che il mio ruolo venisse riconosciuto.
Tra me e loro c’è sempre stato un tavolo di mezzo. Il lavoro del magistrato consiste anche nel padroneggiare una griglia interpretativa dei segni. Per un calabrese come me, rientra nell’ordine delle cose. Nella ’ndrangheta tutto è messaggio, tutto è carico di significati. A volte i silenzi valgono più di mille parole. Non esistono particolari trascurabili.
Quella in trincea è anche una vita di rinuncia. Per i profili di sicurezza, la mia vita privata è fortemente condizionata dal lavoro che faccio. Negli ultimi vent’anni non sono mai entrato in un cinema, né ho potuto seguire una partita di calcio allo stadio o fare una passeggiata sul corso. Ma a due cose non ho mai rinunciato. La prima è coltivare la terra. La seconda è andare nelle scuole per spiegare ai giovani perché non conviene essere ’ndranghetisti. La passione per l’agricoltura l’ho ereditata da mio padre, perché a Gerace, dove vivo con mia moglie e i nostri due figli, abbiamo sempre avuto della terra e l’abbiamo sempre coltivata.
Sono i miei momenti di libertà. Parlare con i giovani è altrettanto gratificante perché è come lavorare la terra, coltivare nella speranza di raccogliere frutti. Un mio caro amico, Antonio Nicaso, quando abbiamo scritto La Malapianta, mi ha chiesto qual è il primo pensiero quando mi sveglio. Ho risposto: «Quello di potermi guardare allo specchio, senza avere nulla da rimproverarmi».
E l’ultimo? «Addormentarmi con la coscienza a posto».
Hans Kelsen, un grande giurista, diceva che il singolo non può raggiungere mai la felicità individuale perché l’unica felicità possibile è quella collettiva. La felicità sociale si chiama giustizia, che non è qualcosa di già dato, ma qualcosa che bisogna costruire giorno per giorno. Questa tensione verso la giustizia caratterizza tutta la vicenda umana, senza questa idea di giustizia non può esistere la libertà, non può esistere la felicità, non può esistere il progresso.