Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 novembre 2014

7 - Il ritorno del Principe - Roberto Scarpinato


Limitiamoci all’Italia di oggi.

Il Parlamento, come è noto, è eletto dal popolo solo formalmente. In realtà è «nominato» da ristrettissimi gruppi, una trentina di persone in tutto; componenti organiche del Palazzo, come lo definiva Pasolini, o del «circolo dei grandi decisori», come gli analisti del potere definiscono i luoghi nei quali un ristretto nucleo di detentori del potere reale assume decisioni che poi vengono ratificate nei luoghi formali del potere istituzionale.
Grazie alla nuova legge elettorale che ha abolito il voto di preferenza, gli elettori non possono scegliere i rappresentanti da eleggere, ma solo ratificare a scatola chiusa le scelte effettuate dall’alto, compresi personaggi impresentabili e pregiudicati. È stato spezzato il rapporto con il territorio dei parlamentari i quali non rispondono al popolo, ma solo ai loro nominatori ai quali devono subordinarsi, ben sapendo che qualsiasi disobbedienza può essere pagata a caro prezzo mediante la futura esclusione dalle liste dei candidati da rieleggere a scatola chiusa. Si è restaurata così la nomina octroyé del Parlamento che veniva graziosamente concessa dai sovrani assoluti prima delle rivoluzioni borghesi.

Si riferisce all’ultima legge elettorale, approvata a maggioranza dalla destra un mese prima delle elezioni del 2006?

Sì. Pochi però sanno che due anni prima la Regione Toscana, amministrata da una maggioranza di centrosinistra, aveva approvato una legge per certi versi simile con la quale è stato introdotto un sistema elettorale di tipo proporzionale con premio di maggioranza, liste bloccate e abolizione del voto di preferenza. Inoltre la legge elettorale nazionale, varata nel novembre del 2005 dal centrodestra, è stata poi avallata nella sua sostanza dal centrosinistra che nelle elezioni nazionali del 2006 si è opposto alla preselezione dei candidati da parte della base elettorale mediante primarie interne.
Questa legge non ha fatto altro che estremizzare e rendere più evidente il sistema di cooptazione oligarchica che sta alla radice della formazione della classe politica. Anche prima della sua emanazione, esistevano mille marchingegni che in larga misura consentivano di trasformare le ele- zioni in una ratifica a scatola chiusa dei candidati già prescelti dai vertici delle varie formazioni politiche.
La nomenclatura al potere riesce persino a orientare l’esito delle elezioni primarie interne. 

Il terrorismo è l'arma dell'Arabia Saudita contro l'Iran

L’ARABIA SAUDITA FA GUERRA ALL’IRAN ABBASSANDO IL PREZZO DEL #PETROLIO

Il conflitto tra le due potenze del Golfo, Arabia Saudita e Iran, non si riflette solo sulla regione con forti ripercussioni sulla guerra in Siria, in Iraq e in Yemen ma anche e soprattutto sul fronte dell’economia. Secondo quanto ha rivelato una fonte saudita a FUTURO QUOTIDIANO , la strategia di Riad per fermare l’avanzata sciita, dopo le vittorie conseguite dall’Iran sul campo in Siria e in Yemen dove le milizie sciite al Houthi hanno occupato Sana’a, è quella di provocare una crisi economia e finanziaria a Teheran. Il regime iraniano infatti, che ora con lo Yemen controlla quattro capitali arabe dopo Damasco, Beirut e Baghdad, è già in sofferenza per le grosse spese alle quali ha dovuto fare fronte per la guerra in Siria e per finanziare i movimenti sciiti nella regione.
Saudi ArabiaOra l’obiettivo di Riad è quello di provocare un ribasso del prezzo del petrolio fino a portarlo a quota 70 dollari al barile. E la prima mossa fatta in questa direzione dall’Arabia Saudita con la complicità degli Stati Uniti è stata quella di aumentare la produzione di greggio inondando i mercati per provocarne il crollo del prezzo. Settanta dollari, secondo gli esperti di Riad,  è la quotazione  che provocherebbe  il collasso dell’economia iraniana fermandone l’ espansione nella regione. Il piano saudita si rendebbe ancora più urgente e importante alla luce dell’attacco compiuto nella notte tra lunedì e martedì scorso nella zona di al Ihsa, abitata da una forte maggioranza sciita, nell’est dell’Arabia Saudita. Nell’azione un commando di qaedisti ha ucciso 7 sciiti che uscivano da una moschea innescando un pericoloso scontro settario, simile a quelli già in corso tra sunniti e sciiti in Yemen, Siria e Iraq.
Il prezzo del petrolio è già sceso ai minimi da 3 anni, dopo la decisione di Riad di tagliare il prezzo del greggio agli Stati Uniti. arrivando a 77 dollari al barile. I rapporti tra Arabia Saudita e Iran sono senza dubbio indicativi dei conflitti nella regione mediorientale, scrive il giornale libanese “al Safir”,  vicino alle milizie sciite Hezbollah. L’incostanza delle relazioni tra i due Paesi si riflette direttamente sui campi di battaglia in Iraq, Siria, Libano e Yemen.
Nonostante gli inviti al dialogo, sembra che le relazioni tra Riad e Teheran siano destinate a essere conflittuali anche nel prossimo futuro. Di questo è indice la decisione di Riad di trasferire il conflitto regionale con Teheran sui mercati internazionali dei prezzi del greggio: nelle ultime settimane l’Arabia Saudita ha ridotto i prezzi del petrolio leggero sui mercati asiatici; una mossa che ha costretto l’Iran a fare altrettanto per mantenere la sua quota di mercato.
Ma è noto, scrive “Al Safir”, che a soccombere sarà Teheran in quanto l’Arabia Saudita produce ogni giorno circa 10 milioni di barili, a fronte di una produzione iraniana di un milione e mezzo di barili giornalieri. Il prezzo del petrolio è crollato ai minimi da due anni dopo che l’Arabia Saudita ha tagliato a sorpresa il prezzo del greggio esportato verso gli Usa, proseguendo così la sua offensiva ribassista ai danni degli altri produttori dell’Opec e di paesi fortemente dipendenti dalle esportazioni dell’oro nero, quali Russia e Venezuela.
La decisione del primo esportatore di petrolio mondiale, però, ha messo sotto pressione anche le compagnie statunitensi legate al boom del petrolio da scisti, tanto che l’indice Dow industrials è scivolato più di una volta in territorio negativo. Il boom dell’industria petrolifera statunitense, consentito dallo sviluppo delle nuove tecnologie estrattive, non ha mai affrontato la prova di un calo significativo e prolungato dei prezzi. Il calo dei prezzi del petrolio, scrive il “Wall Street Journal” è una buona notizia per i consumatori, ma danneggia i margini delle compagnie del settore energetico, in particolare le più piccole e quelle maggiormente indebitate.
Hamza Boccolini

Il South Stream è nell'interesse del popolo italiano


IL SOUTH STREAM E GLI SMIDOLLATI EUROPEI
Postato il Venerdì, 07 novembre @ 20:05:02 GMT di davide





DI GIANNI PETROSILLO

conflittiestrategie.it

L’Italia è il Paese delle varianti in corso d’opera, dei costi infrastrutturali che schizzano alle stelle, nonostante i contratti stipulati e quasi mai rispettati nel “conquibus”, e degli sprechi gestionali con i quali vengono coperti i costi di accomodamento delle pratiche amministrative, nonché le copiose regalie ai consulenti amici dei politici. Nel Belpaese non c’è investimento che rispetti le aspettative di spesa, in tutti settori dove s’impiega denaro pubblico, eppure ci sentiamo raccontare dall’AD di Eni che l’azienda di San Donato potrebbe uscire dal South Stream per non sforare i bilanci.

Dice Descalzi: “Dobbiamo guardare i nostri conti. O l’Eni riesce a mantenere il suo impegno budgetario di 600 milioni o i conti verrebbero ad essere messi in pericolo. Eni non spenderà più di quello messo in budget, abbiamo l’opportunità contrattuale di uscire e la valuteremo”.

Questa improvvisa attenzione agli stanziamenti preventivati in un affare così strategico, che potrebbe garantire alla Penisola forniture di gas sicure per i prossimi decenni, desta molti sospetti. Si tratta di una questione dettata puramente da valutazioni finanziarie o siamo in presenza di una precisa scelta politica camuffata dietro le prime? La domanda sorge spontanea all’indomani delle intimidazioni americane rivolte a tutti i paesi coinvolti a vario titolo nell’impresa, con l’Ue che non è stata da meno minacciando, da par suo, sanzioni nei confronti di quegli Stati membri che dovessero giungere a violare le prescrizioni del Tpe, le quali sembrano pensate apposta per creare ostacoli all’accordo coi russi.
Ma mentre il nostro governo, more solito, si è immediatamente piegato ai diktat di Bruxelles e di Washington, accampando scuse pretestuose e difficoltà immaginarie, come quelle di Descalzi, gli altri partner comunitari procedono spediti nella collaborazione con Mosca. L’Ungheria è tra questi. Il Presidente Orban non si è fatto intimorire dalla Commissione e dalla Casa Bianca, ribadendo la sua determinazione ad attuare il progetto: “La Germania ha già costruito il gasdotto Nord Stream, con il quale è in grado di aggirare l’Ucraina che è una potenziale fonte di pericolo. E noi non vogliamo niente di più”.
Come dargli torto alla luce delle innumerevoli crisi aperte da Kiev con il Cremlino che hanno più volte messo a rischio le forniture per il vecchio continente? Per prevenire qualsiasi problema legale il parlamento ungherese ha approvato una legge che bypassa il pacchetto europeo sull’energia.

Gli euroburocrati, abituati a sentirsi rispondere signorsì, non l’hanno presa bene.Budapest potrebbe pagare un prezzo salato per questo atto di coraggio ma, evidentemente, gli ungheresi ritengono che esercitare la propria sovranità decisionale su tali temi alla lunga premi di più che non cedere a testa bassa ai ricatti di terzi.
Washington, per ritorsione, è già ricorsa alle sanzioni contro l’Ungheria precludendo l’ingresso nel suo territorio a uomini d’affari ungheresi legati ad Orban. Se il Presidente non torna sui suoi passi dovrà attendersi ancora brutte sorprese, magari un altro ubriaco che col carrello urta il suo aeroplano e gli fa fare la fine di Christophe de Margerie. Invece, a Roma non l’hanno ancora capito e fanno a gara a rilanciare le intemerate della Commissione e i consigli che non si posso rifiutare degli statunitensi sull’argomento, per accreditarsi verso i potentati internazionali che garantiscono le loro carriere.
Non ci aspettiamo nessuno scatto d’orgoglio da una classe dirigente che si regge in piedi solo coi giochetti trasversali di Palazzo, ma almeno non ci vengano a prendere in giro anteponendo geroglifici contabili ai nostri interessi strategici che non hanno prezzo. E’ già successo con lo spread e gli italiani non ci ricascheranno un’altra volta, almeno lo si spera. I nostri politicanti da strapazzo si trovino una giustificazione migliore per le loro menzogne o, infine, dicano la verità, anche se dubitiamo che essere sinceri sia mai stato nelle loro corde. Piuttosto, è utile sapere che la sfida per il South Stream è appena agli inizi. Gli Usa non intendono cedere sul punto e quando non ci riescono con le buone ricorrono alle cattive maniere. Lo sanno i dirigenti bulgari e serbi, rappresentanti di territori interessati dalla posa dei dotti e dipendenti dal gas di Mosca, che sotto le pressioni del senatore McCain, in visita a Sofia, furono costretti a dichiarazioni contro il South Stream, come ammesso anche dallo stesso Premier bulgaro.

Come mai John Sidney McCain III, un senatore yankee dell’Arizona, abbia una tale influenza fuori dal suo ranch, tanto da mettere in riga presidenti e parlamentari europei, resta un arcano che può essere spiegato unicamente constatando l’assenza di uomini seri nell’UE. Del resto, qui sta tutta la superiorità della democrazia all’occidentale che rispetto alle “dittature orientali” ha affinato le tecniche di condizionamento: sotto le tirannie non esistono che servi e leccapiedi (o almeno così ci descrivono i collaboratori e gli amici di Putin o di Xi Jinping i nostri giornali), mentre in democrazia sono gli uomini liberi che servono, ossequiano e ungono i prepotenti! E noi in Europa siamo tutti uomini liberi, vuoi mettere la differenza?

Gianni Petrosillo

Fonte: www.conflittiestrategie.it

Link: http://www.conflittiestrategie.it/il-south-stream-e-gli-smidollati-europei

6.11.2014

Solo insieme possiamo emanciparci, dobbiamo risalire la caverna

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coordinamenta

Lezioni di storia

di Elisabetta Teghil

Theodor W. Adorno e Max Horkheimer scrissero nel 1947 “Dialettica dell’Illuminismo”. Il libro fece molto scalpore perché nazismo tedesco e mercificazione americana erano posti sullo stesso piano, tanto più scalpore perché i due, di origine ebraica, erano fuggiti dalla Germania negli anni ’30 e sarebbero tornati nel paese di origine negli anni ’50 ed entrambi erano in un posto di osservazione privilegiato perché sia in Germania che negli Stati Uniti avevano esercitato la professione di professori universitari
Entrambi, riflettendo sull’Europa che avevano lasciato e sulla società americana che li aveva accolti nel loro esilio, sottolinearono l’asservimento totalitario delle masse non solo attraverso i metodi tipici del fascismo, ma anche attraverso la mercificazione propria della società americana.
Denunciavano la riconversione di questo mondo al fascismo, la sua corruzione guidata soprattutto dalla TV che ricostruisce il mondo visibile a immagine del capitale e , più in generale, del potere. Questa interagisce con il telespettatore/trice che, in definitiva non è altro che il cittadino/a, per manipolarlo/a, dominarlo/a e, come obiettivo, produrne uno nuovo/a.
Invitavano a demistificare la verità del potere e concludevano che l’antidoto contro il falso, il manipolato, il filtrato che veniva dall’informazione, e in particolare da quella televisiva, sulla lettura dell’esistente doveva necessariamente ancorarsi alla trasformazione del mondo, che vivere dentro le strutture del capitale aveva un senso solo in maniera antagonistica e che pertanto ciò avrebbe richiesto all’individuo la necessità di prendere posizione, di schierarsi. Solo questo avrebbe potuto dare la speranza di una vita che non fosse impostata gerarchicamente e prefigurata da chi il potere lo detiene e ha la pretesa di programmare ognuno/a di noi ancora prima della sua nascita. E ravvisavano l’assoluta necessità di cominciare a recuperare la memoria della storia.
E’ qui, nel mezzo dell’essere vivente, che si apre una creatività utile a fertilizzare il mondo in cui viviamo.
Avevano individuato come l’uomo occidentale si rappresentasse come il punto centrale verso cui tutto e tutti dovessero tendere e come tutto quello che si allontanava da quel modello fosse considerato barbaro e incivile.
Questa lettura si è rivelata precisa e puntuale.
Oggi si realizza compiutamente nel momento in cui la vita intera è metabolizzata dal neoliberismo che ha prodotto una società messa al lavoro in ogni aspetto dell’esistente, in cui le dinamiche dello sfruttamento si diffondono sull’intero tessuto sociale.
Lo sfruttamento si irradia a tutto campo in tutti i segmenti della società.
Non c’è nessuna crisi, ma il trionfo del neoliberismo che ha esteso le modalità del comando che c’erano nella fabbrica alla società intera. Il tessuto sociale ne è sconvolto: tutto è merce, la precarietà è diffusa, la disoccupazione provocata volutamente, l’istruzione e la sanità pubbliche smantellate, spezzettate e svendute al privato, le guerre si susseguono a ritmi sempre più serrati e sono utilizzate per creare un nuovo ordine.
Violenza ed ingiustizia, violazione delle sovranità nazionali, del diritto internazionale, azzeramento delle conquiste frutto delle lotte sono le coordinate dentro cui il neoliberismo, forma compiuta dell’autoespansione del capitale, si muove.
Noi viviamo in questa stagione, in questo passaggio storico, perciò dobbiamo coltivare la passione per la liberta politica, l’amore per l’uguaglianza sociale, la rivolta contro la povertà e l’impegno per la sconfitta del patriarcato e tutte insieme dobbiamo camminare per ottenere la liberazione senza la quale siamo come dei criceti che girano in tondo e non vanno da nessuna parte..

venerdì 7 novembre 2014

Fronte Unico per uscire dall'Euro, Fronte Unico di Liberazione Nazionale

LETTERA APERTA AI MOVIMENTI "SOVRANISTI"*

7 novembre.

Il Coordinamento della sinistra contro l'euro promuove un incontro nazionale dei movimenti no-euro. L'incontro si svolgerà a Firenze sabato 6 dicembre (Via Giampaolo Orsini, n.44).

«È senso comune che il 15 settembre 2008 sia una data spartiacque. Con la bancarotta della Lehman Brothers entrava in crisi il sistema globale contraddistinto dalla assoluta prevalenza della finanza speculativa e predatoria su tutte le sfere della vita economica e sociale. Si sbagliava chi pensava che, visto il collasso, sarebbe stato abbandonato il neoliberismo.
Il sistema politico finanziario, gestito da ristrette e onnipotenti élite oligarchiche, hanno infatti ripreso a lavorare a pieno ritmo e potrebbero portare ad un nuovo e più tremendo disastro globale. L’Unione europea non è l’epicentro della crisi sistemica per caso. Ciò dipende anzi dai criteri con cui è stata concepita, dipende dalla sua struttura di cui la moneta unica è lo strumento.
Malgrado ogni evidenza sulla insostenbilità dell’euro, i dominanti hanno fatto di tutto per tenerla in vita. Le conseguenze per i popoli, compreso quello italiano, sono stati devastanti. Per evitare la spoliazione e l’inesorabile declino del nostro Paese, l’uscita dall’euro e dall’Unione europea, la riconquista della sovranità nazionale, sono passaggi non sufficienti, ma assolutamente necessari.
Le cose cambiano.

Se fino a ieri la proposta di uscita dall’euro era minoritaria, oggi rappresenta una larga fetta della popolazione. L’incapacità delle classi dominanti e dei suoi fantocci politici, la loro ottusità nel massacrare i popoli pur di tenere in vita il moribondo, apre grandi spazi alla proposta di voltare pagina. Ci spieghiamo così come mai forze politiche parlamentari — anche quelle che hanno avuto responsabilità di primo piano nel sostenere la moneta unica e le politiche neoliberiste: dal voto favorevole al Trattato di Maastricht all’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione — si vadano riposizionando nella speranza di evitare di essere travolte.
Questa conversione, in certi casi più formale che sostanziale, ha avuto pesanti conseguenze sulla costellazione di associazioni anti-euro e “sovraniste” che per prime avevano indicato la via dell’uscita dall’euro, dell’alternativa della sovranità, e della difesa della Costituzione democratica. Si fa strada la tendenza a smobilitare ed a delegare a forze come la Lega NordFratelli d’Italia o il Movimento 5 Stelle, il compito di portarci fuori dal marasma.
E’ possibile fermare questo corso? Ci si può fidare dei gattopardi liberisti che fino a ieri stavano nella stanza dei bottoni? Al tempo stesso, fino a che punto possiamo considerare il Movimento 5 Stelle una forza autenticamente sovranista? O non è forse necessario che le associazioni, i movimenti ed anche i singoli cittadini che per primi hanno denunciato il sistema eurista, si raggruppino per offrire loro una seria e coerente alternativa politica ai cittadini?
Proviamoci!
Per questo il Coordinamento della Sinistra contro l’Euro promuove  l’incontro del 6 dicembre prossimo, invitando a partecipare tutti coloro che condividono lo spirito di questa lettera aperta. La crisi sociale e politica conoscerà nuove accelerazioni. Occorre organizzarsi, unirsi. Verifichiamo assieme se questo è possibile».
Per adesioni e informazioni: info@sinistracontroeuro.it* Fonte Coordinamento sinistra contro l'euro

Iran e Arabia Saudita, una guerra fatta per procura sui territori circostanti

L’ Arabia Saudita e il suo ruolo nel conflitto mediorientale

novembre 5, 2014

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Per l’Arabia Saudita l’Iran è un gran paese non arabo, situato all’estremità sudorientale del Medio Oriente, che vuole esercitare il suo potere sul mondo arabo attraverso la manipolazione e lo sfruttamento delle comunità sciite della regione e di altre minoranze sue alleate.
Il suo scopo principale sarebbe impossessarsi delle risorse petrolifere del mondo arabo, incluse quelle dei Sauditi. I Sauditi sono in gran parte salafiti (branca particolarmente settaria del sunnismo), e questo non fa che accrescere i loro sospetti nei confronti delle intenzioni iraniane e degli sciiti in generale, perché li vedono come scismatici che danneggiano l’Islam.
L’Arabia Saudita sperava che la guerra civile siriana avrebbe sferrato un duro colpo all’influenza iraniana nella regione. Per questo ha finanziato e sostenuto vari gruppi di insorti; ma il conflitto non ha fatto che creare nuovi problemi a Riyadh. Altrettanto sbagliato era aspettarsi che l’emergere dello Stato Islamico avrebbe indebolito l’influenza dell’Iran in Iraq e in Medio Oriente.                                                              
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Al contrario, il gruppo è diventato un pericolo per i Sauditi − che hanno già dovuto fare i conti con l’influenza di al Qaeda sul fronte interno e regionale − anche se in tutte le zone conquistate dall’ISIS nelle scuole vengono imposti libri di testo uguali a quelli in uso nelle scuole saudite, testi che propagano una forma estremamente conservatrice di islam, soprattutto in campo sociale.
Mentre i Sauditi erano impegnati a combattere la shi’a, i Fratelli Musulmani e – ora − lo Stato Islamico, ci sono stati importanti sviluppi in Yemen, al confine meridionale dell’Arabia Saudita. A metà settembre il movimento al Houthi, sostenuto dall’Iran, ha preso la capitale Sanaa e continua ad avanzare.
Gli avvenimenti in Yemen, paese che per decenni è stato fedele a Riyadh, hanno colto di sorpresa i Sauditi, che hanno ormai perso influenza sulle tribù yemenite, dopo che la vecchia élite al potere a Sanaa si è frammentata, portando alla caduta l’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh. 
I Sauditi pensano che, proprio mentre stavano negoziando con gli Iraniani sulla sicurezza della regione, Teheran faceva il doppio gioco e sosteneva nascostamente al Houthis, e ora esercita la propria influenza su Sanaa, alle porte di casa. I Sauditi hanno ora interrotto esplicitamente tutte le trattative in corso con l’Iran sulla situazione del Medio Oriente. 

Venezuela, uno dei pilastri della costruzione alternativa del Sud America


Nicolas Maduro aumenta ancora il salario


di Geraldina Colotti
Venezuela. Al via il vertice dei movimenti sul cambiamento climatico

Dal pros­simo 1 dicem­bre, il sala­rio minimo aumen­terà del 15% in Vene­zuela e arri­verà a 4.889,11 boli­var (776,05 dol­lari). Que­sto è il terzo aumento deciso per decreto dal pre­si­dente della Repub­blica, Nico­las Maduro nel corso del 2014, per un rialzo totale del 68,2%. Allo stesso tempo, il buono ali­men­ta­zione asso­ciato passa da 1.297 a 2.095 boli­var. «La bor­ghe­sia – ha detto Maduro – durante i suoi ultimi 25 anni di governo ha dispo­sto solo 8 aumenti sala­riali, men­tre la rivo­lu­zione boli­va­riana ne ha decisi 28 in 15 anni. Que­sto è per noi il modello socia­li­sta che garan­ti­sce la pro­te­zione del popolo, e si basa sulla ridi­stri­bu­zione della ren­dita e la giu­sti­zia sociale».
Il sala­rio minimo vene­zue­lano è così oggi il più alto dell’America latina, sem­pre molto al di sopra della pesante infla­zione, insita nelle stor­ture eco­no­mi­che ere­di­tate e in quelle dovute al sabo­tag­gio dei poteri forti e dei grandi gruppi di oppo­si­zione. Basti vedere le ton­nel­late di pro­dotti seque­strati, dirette al mer­cato nero.
Attual­mente — ha aggiunto il pre­si­dente — «il Vene­zuela ha il livello di disoc­cu­pa­zione più basso degli ultimi quarant’anni, nono­stante la guerra eco­no­mica. La bor­ghe­sia arriva col sor­riso a dire che il nostro modello è fal­lito, e noi con costanza rico­min­ciamo a supe­rare gli osta­coli. Se vogliamo costruire una nuova società abbiamo biso­gno di una nuova classe lavo­ra­trice, por­ta­trice di una nuova morale, di una nuova cul­tura del lavoro».
Nei giorni scorsi è stato anche deciso un ulte­riore aumento di sti­pen­dio alle Forze armate, ner­ba­tura dell’unione civico-militare su cui si basa il socia­li­smo boli­va­riano. Una misura for­te­mente con­te­stata dalle destre, costrette comun­que a rin­cor­rere le poli­ti­che eco­no­mi­che decise dal governo per ero­dere con­sensi a Maduro tra le classi popo­lari. Secondo le ultime inchie­ste, l’indice di gra­di­mento del pre­si­dente è sem­pre molto ele­vato, soste­nuto dalla con­ti­nuità dei pro­getti sociali por­tata avanti dal cha­vi­smo: a par­tire dal mas­sic­cio piano di costru­zione di case popo­lari, con­se­gnate agli asse­gna­tari già accessoriate.
Inol­tre, con l’ingresso del Vene­zuela nel Con­si­glio di sicu­rezza dell’Onu, Maduro ha più peso per con­tra­stare i colpi bassi e il discre­dito dell’opposizione oltran­zi­sta a livello inter­na­zio­nale. E infine, con il nuovo ruolo che sta gio­cando il pre­si­dente colom­biano Manuel San­tos, inten­zio­nato a por­tare a solu­zione poli­tica il con­flitto sociale con le guer­ri­glie che dura da oltre mezzo secolo, vi sono stati alcuni segnali posi­tivi per disin­ne­scare piani ever­sivi e atti­vità di con­trab­bando alla frontiera.
E ieri è comin­ciato nell’isola Mar­ghe­rita (Nueva Esparta) il ver­tice dei movi­menti sociali sul cam­bia­mento cli­ma­tico. Fino al 7 novem­bre, 79 orga­niz­za­zioni non gover­na­tive e movi­menti sociali pro­ve­nienti da 45 paesi del mondo si riu­ni­scono per tro­vare una posi­zione comune e pre­sen­tarla alla Con­fe­renza di Lima tra il 1 e il 12 dicembre.

5.122 euro nette mese per Bonanni

Bonanni via anche dal Centro studi CISL, troppe le polemiche su stipendio e pensione
di Alessandro Genovesi
La scorsa settimana la notizia della retribuzione di Raffaele Bonanni ha fatto il giro del web destando una marea di polemiche. Stando a quanto riportato dal Fatto Quotidiano e mai smentito dal diretto interessato, l'ormai ex leader della CISL si sarebbe aumentato lo stipendio fino alla modica cifra di 336.000 euro (lordi) all'anno. Centomila euro in più del limite fissato per legge per i manager pubblici (240.000 euro) e quasi il triplo di quanto percepisce il presidente del Consiglio (114.000 euro).
Ma quel che più ha sconcertato è il progressivo e inesorabile aumento dello stipendio che Bonanni si sarebbe auto-imposto dall'inizio del suo mandato, nel lontano 2006. Anno in cui il segretario generale dichiarava all'Inps l'importo di 118.000. Ma è dall'anno dopo, 2007, che si comincia a fare sul serio: 171.000, che nel 2008 diventano 201.000.
La progressione continua senza sosta nel 2009, quando la retribuzione sale a 255.000, nel 2010 a 267.436 e infine nel 2011, quando schizza e si attesta a 336.000 con un aumento del 25% rispetto alla precedente annualità. Una serie di scatti retributivi allucinante, che non ha eguali nemmeno nella tanto vituperata classe politica.
Il motivo dietro una scelta che non poteva che generare una marea di polemiche sembra essere proprio la pensioneil segretario della CISL, a cui si applica il regime del sistema retributivo (avendo già maturato i 18 anni di contributi prima della riforma Dini del 1995), ha presentato la domanda di pensione prima della riforma Fornero, riuscendo a garantirsi un assegno pensionistico di 5.122 euro mensili netti. Insomma, ironia della sorte, mentre la Fornero mandava in mezzo alla strada centinaia di migliaia di esodati, il capo del secondo sindacato italiano si garantiva una pensione d'oro.
La vicenda ha avuto ripercussioni non di poco conto all'interno del sindacato "cattolico", i cui rappresentanti e funzionari hanno cominciato a guardare con sospetto l'ex leader. Il quale ieri ha comunicato al suo successore, Annamaria Furlan, di voler rassegnare le proprie dimissioni anche dal prestigioso Centro studi del sindacato. "Mi dimetto - scrive Bonanni - con lo scopo di mettere fine alle polemiche sulla pensione e per evitare che le notizie uscite in questi giorni abbiano ripercussioni negative per l'organizzazione".
Il centro studi CISL, fondato nel lontano 1951, è uno dei fiori all'occhiello dell'intero sindacato confederale, avendo per decenni rappresentato un luogo di formazione e addestramento per le future generazioni di quadri e dirigenti.


Read more: http://it.ibtimes.com/articles/72261/20141106/bonanni-cisl-dimissioni-stipendi-pensioni.htm#ixzz3IO8WQmHD

6 - Il ritorno del Principe - Roberto Scarpinato


UNOLIGARCHIA TRAVESTITA DA DEMOCRAZIA

E per venire rapidamente ai giorni nostri?

Nel mondo orientale e nel continente africano miliardi di persone vivono in regimi nei quali, oggi come ieri, ristrette oligarchie fondano la propria legittimazione su un diritto ereditario di trasmissione del potere da investitura divina, o sulla conformità del proprio agire alla volontà divina trasfu- sa in libri sacri, o sulla propria autoinvestitura come inter-preti della volontà del popolo (per esempio Cina, Libia, Corea del Nord).

In Occidente – culla della modernità – gli studiosi del po- tere sanno che la democrazia rappresentativa è in parte una fictio dietro cui si cela una competizione tra ristrette élite per conquistare il governo della società. Così scrive Gustavo Zagrebelsky, uno dei nostri migliori costituzionalisti:

La democrazia, nella versione rappresentativa che conosciamo, è una classe politica, scelta attraverso elezioni, che immettono nelle istituzioni istanze della società per trasformarle in leggi. È dunque, nell’essenziale, un sistema di trasmissione e trasformazione di domande che si attua attraverso una sostituzione dei molti con i pochi: una classe politica al posto della società. Qui, piaccia o no, c’è la radice inestirpabile del carattere oligarchico della democrazia rappresentativa, carattere che perlopiù viene occultato in rituali democratici ma che talora non ci si trattiene dall’esibire sfrontatamente. Ma al di là di ipocrisia o arroganza, ciò che è decisivo è il rapporto tra questa oligarchia e la società [...]. La classe politica «pesca» dalla società le istanze ch’essa vuole rap- presentare per ottenere i consensi necessari a mantenere o migliorare le proprie posizioni, secondo la legge ferrea dell’autoconservazione delle élite.

Qui sta il punto cruciale: il rapporto tra oligarchie e società, tra i pochi e i molti. 

le fabbriche non lavorano a pieno regime, non si vende si produce troppo e solo per fare profitti e non per rispondere ai bisogni delle comunità

ilsimplicissimus

Caccia russi e Pil Usa: la sinergia delle menzogne

di ilsimplicissimus

L’altro giorno abbiamo appreso dalla Nato che 26 aerei russi avevano sorvolato l’Europa dal mar Baltico all’Atlantico, una specie di bollettino di guerra atto a spaventare la “fascia assente” dei cittadini continentali e dare concretezza alla minaccia russa come preparazione per un’eventuale intervento diretto in Ucraina e , come obbiettivo secondario, mettere in crisi l’opposizione alle folli spese militari chieste all’Europa. In realtà, come emerge dai tracciati radar subito richiesti da Mosca, si trattava solo di 7 caccia che volavano nello spazio aereo internazionale sul Baltico e che erano diretti dalle basi nordiche a Kalinigrad, città che fino a prova contraria è in Russia. Per di più si è casualmente trascurato di dire  che proprio in quell’area erano in svolgimento manovre Nato dunque in prossimità del territorio russo che in ogni caso giustificavano una reazione di controllo ed è per questo che la sparata dell’alleanza atlantica è rimasta al livello di comunicati stampa e non si è tradotta in nulla di ufficiale. Ci si è limitati a sottolineare il pericolo che i caccia russi costituirebbero per l’aviazione civile: come noi italiani sappiamo bene grazie a 81 morti, i caccia di Mosca sono un pericolo per gli aerei di linea, mentre quelli Nato sono assolutamente sicuri, anzi una mano santa.
I media naturalmente non si sono curati di controllare le litanie che provengono dalla sacrestia del grande sacerdote e in ogni caso fanno così parte del gioco che sarebbero disposti a negare ogni evidenza. Non è un’illazione o un pensiero temerario, è una realtà che anche in altri campi, specie quello economico, è la normalità. Per esempio, dopo il tonfo del primo trimestre,  i monatti della democrazia, lanciano odi alla vigorosa ripresa americana, basandosi sue due successivi aumenti del Pil, senza alcuna altra considerazione che ne svela facilmente la falsità. Disgraziatamente il Pil è una misura grossolana che nel caso degli Usa misura solo il consumo delle decine di miliardi al mese pompati dalla Fed (1500 miliardi in totale) più altre azioni estemporanee da migliaia di miliardi.
Si ha una fretta dannata di dimostrare che c’è una ripresa dimenticando altri dati assolutamente necessari: per esempio il fatto che tutt’ora le famiglie americane abbiano un reddito inferiore dell’8% a quello del 2007, attestandosi sui valori del 1994, che le vendite al dettaglio, cioè quelle dei singoli, rimangano ai livelli del punto più basso della crisi, il 2009, con la differenza che la logica del subprime si è spostata dalla casa (che non decolla) all’auto. E’ vero che sono aumentati rispetto al periodo più nero i posti di lavoro: la quasi totalità dei posti riguadagnati è tuttavia di “qualità” assai più modesta rispetto a quella precedente e mediamente prevede salari inferiori della metà. Insomma la situazione economica si deteriora strutturalmente, ma miracolosamente il Pil aumenta in parte grazie alla sottostima dell’inflazione, in altra parte in virtù della manipolazione statistica che in Occidente è ormai la regola da un ventennio e per il resto è frutto dell’ambiguità di fondo di una misura econometrica insufficiente e ingannevole come il prodotto interno lordo. Con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine nelle quali si prevede un tracollo dei democratici di Obama, segno che il Paese è in piena crisi, queste contraffazioni sono state portate all’eccesso nella speranza di simulare una ripresa.
Tuttavia c’è una parte di crescita reale creata dal quantitative easing allargato della Fed che evidentemente finisce in pochissime mani: soprattutto quelle degli speculatori finanziari, quelle dei grandi azionisti delle multinazionali che accedono a prestiti con interessi pari a zero per comprare le loro stesse azioni così da aumentarne artatamente il valore mentre il resto se ne va in maggiori profitti permessi dalla caduta dei salari.  Ovviamente il Pil non fa distinzioni, perché misura il consumo di carburante cartaceo, non la strada che si fa e permette di compiacersi di consumare più benzina imballando il motore col cambio in folle. Sono i trucchi di un impero in declino (e delle sue colonie) che ormai cerca nello scontro militare reale o simulato, di creare un nemico esterno per evitare che le persone individuino il loro vero nemico interno.

Controllo della Banca Centrale, quando l'Euro imploderà

Uscita dall'euro e controllo della Banca centrale: 

due concetti indissolubili

La strada da percorrere per ricostruire il sistema bancario 

esiste ed è scritta in Costituzione non a Bruxelles

di Cesare Sacchetti
Donato Menichella è forse un nome che a molti suonerà sconosciuto. Menichella è l’autore del Regio Decreto Legge 375/36, meglio noto come “legge bancaria” del 1936. Questo testo di legge ridisegnava le funzioni della banche e degli istituti di credito, stabilendo una separazione netta tra banca e impresa, con l’esplicita proibizione nell’effettuare operazioni di trading di titoli e di valute alla banche commerciali, che avevano il fine di erogare crediti alle imprese e tutelare il risparmio dei correntisti. Tra le novità più importanti del testo, vi è la trasformazione della Banca d’Italia in istituto di diritto pubblico, alla quale è affidata la vigilanza del sistema bancario e creditizio e viene ribadito il monopolio dell’emissione monetaria alla banca centrale, poiché negli anni addietro tale potere era stato concesso anche agli istituti di credito. 
L’aspetto da non trascurare è che le quote di Bankitalia, secondo la legge bancaria, possono essere partecipate da istituti di credito di diritto pubblico, banche di interesse nazionale, casse di risparmio e enti previdenziali. Nel periodo storico che stiamo considerando fino ai primissimi anni’90, l’assetto del sistema bancario italiano era pubblico, con i sei principali istituti di credito di diritto pubblico che partecipavano la banca centrale, come il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, il  Banco di Sardegna, il Monte dei Paschi di Siena, l’Istituto Bancario San Paolo di Torino e la Banca Nazionale del Lavoro insieme alle banche di interesse nazionale, la Banca Commerciale Italia, il  Credito Italiano, e il Banco di Roma partecipate dall’IRI, di proprietà dello Stato. 
Questo assetto proprietario consentiva allo Stato di detenere le quote di maggioranza della propria banca centrale e di effettuare un controllo più trasparente ed efficace vigilando sulla solvibilità e stabilità degli istituti di credito, e soprattutto consentiva alle autorità governative di determinare una politica monetaria che potesse essere più aderente alle esigenze di crescita del sistema economico italiano, con lo Stato che aveva il controllo della propria banca centrale. Abbiamo accennato sopra alla separazione tra banca e impresa, e nella fattispecie tra banche commerciali e banche d’investimento, un concetto già introdotto nel Glass-Steagall Act del 1933separando nettamente le funzioni di tutela del risparmio e di erogazione del credito, da quelle di investimento e speculazione borsistica. 
Un “divorzio” benevolo che impedirà alle banche commerciali di detenere titoli finanziari speculativi, assicurando ai correntisti la stabilità dell’istituto. La stabilità di questo sistema sarà messa in discussione dalle direttive comunitarie degli anni’70 come la direttiva CEE N.780/1977 che toglierà alla Banca d’Italia il potere di regolare l’ingresso al mercato bancario, imponendole di garantire l’accesso alle imprese bancarie che presentino caratteristiche oggettive determinate dalla legge. In questo modo, termina la discrezionalità della banca centrale di far accedere taluni istituti di credito piuttosto che altri. Dagli anni’70 in poi stiamo già entrando nella fase in cui i poteri sovranazionali europei ridisegnano l’impianto giuridico ed economico dell’Italia. In questo delicato passaggio, si realizza il divorzio del 1981 tra Tesoro e Bankitalia, questo decisamente più dannoso, che toglierà ai poteri governativi la capacità di controllare la base monetaria e la monetizzazione dei titoli del debito pubblici. 
Sostanzialmente il divorzio riprende la teoria quantitativa della moneta di stampo neoliberista partorita dalla Scuola di Chicago, che vuole una relazione direttamente proporzionale tra la creazione (stampa) , della moneta e l’aumento dell’inflazione. La storia del debito pubblico italiano può essere fatta risalire a questo evento cruciale, non determinato con la legittimazione del Parlamento, ma deciso sulla base della volontà dei due protagonisti, Beniamino Andreatta ministro del Tesoro e Carlo Azeglio Ciampi, Governatore della Banca d’Italia. Il controllo della banca centrale da parte del Tesoro obbligava Bankitalia a comprare i titoli emessi dal Tesoro al tasso di interesse prestabilito da esso. Con questa operazione, come è stato più volte ricordato, il debito pubblico rimaneva a livelli contenuti. 
La narrativa neoliberista identifica nell’inflazione il nemico da abbattere e quella sciagurata operazione in realtà non fece altro che gonfiare il debito dello Stato, nascondendo le reali cause dell’alta inflazione di quegli anni causata dagli shock petroliferi.  Difatti con questa operazione lo Stato non dispone del potere di indirizzo della sua banca centrale, sottraendogli un primo fondamentale strumento monetario ed economico. Il controllo della politica monetaria è perduto, e una seconda direttiva calata da Bruxelles aprirà le porte del sistema bancario italiano ai concorrenti stranieri, permettendo l’accesso e un’autorizzazione unica valida in tutti i paesi membri dell’allora CEE  per poter esercitare l’impresa bancaria. Se una banca straniera vuole aprire una filiale nel nostro paese, non sarà la Banca d’Italia a concedere l’autorizzazione per poterlo fare, ma la banca centrale del paese di origine, se si tratterà ad esempio di una banca francese sarà la Banque de France a rilasciare il permesso. 
In questo modo il sistema bancario italiano perde la capacità di controllo e di accesso sul proprio territorio, che aveva consentito una stabilità per molti anni. Il terreno per la nuova banca che vedrà la luce negli anni’90 è pronto e sarà una vecchia conoscenza della politica italiana a prepararlo, il Dottor Sottile ovvero Giuliano Amato, autore della legge n.218 del 30 luglio 1990, nota come “Legge Amato” , che riprendeva le disposizioni di Basilea I, elaborate dal Comitato di Basilea del 1988, e trasformerà i sei istituti di credito di diritto pubblico, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia,il  Banco di Sardegna, il Monte dei Paschi di Siena, l’Istituto Bancario San Paolo di Torino e la Banca Nazionale del Lavoro in società per azioni e fondazioni bancarie. La strada era così spianata alla successiva privatizzazione del sistema bancario italiano realizzata dal Testo Unico del 1993 concepito da Ciampi, che introdurrà il concetto di banca universale, una banca che tornerà ad avere le funzioni congiunte di banca commerciale e d’investimento che erano state separate negli anni passati per evitare una diversa funzione degli istituti di credito, sottratti al controllo pubblico e con scopi diversi. 
Non è più la tutela del risparmio e l’erogazione del credito lo scopo della banca, ma il profitto generato dalle speculazioni finanziarie, e la testimonianza diretta di questa operazione la possiamo vedere con Mps, per citare soltanto il caso più eclatante, che ha speculato con operazioni finanziarie attraverso i derivati, ed ora si trova esposta per centinaia di milioni di euro. Il modello di banca che è stato imposto dall’Europa non è più un sistema che mira alla tutela del risparmio e all’erogazione del credito alle piccole e medie imprese, ma è una banca finanziaria che mira al profitto speculativo attraverso operazioni di finanza e trading. Quelle stesse banche che oramai non sono più nel controllo della mano pubblica, posseggono il pacchetto di maggioranza della banca centrale, creando una situazione mai sanata nel ordinamento giuridico - economico di esclusione dello Stato nel controllo azionario della sua banca centrale.
Una situazione che avrebbe dovuto essere sanata dalle legge del 28 dicembre 2005,n.262 che prevedeva un trasferimento allo Stato delle quote di Banca d’Italia entro tre anni dall’approvazione della legge. Resta ancora irrisolta la questione Banca d’Italia, e nell’ottica di un’uscita dall’euro chiunque vorrà ricostruire un sistema economico demolito negli anni, dovrà ripartire dal controllo della banca centrale e dal tramonto della banca universale, che ha creato una finanziarizzazione dell'intero sistema. 

L’occasione per costruire una banca pubblica con finalità di erogazione del credito agevolato, potrebbe essere data da MPS e Carige, banche fortemente esposte, applicando l’art.43 della Costituzione, con la nazionalizzazione dei due istituti, partecipando gli utili e le perdite. La strada da percorrere per ricostruire l’economia esiste ed è scritta in Costituzione.

giovedì 6 novembre 2014

Sempre contro la gabbia dell'Euro, non un giorno sì e un giorno no

Consulta: Borghi (ln), Sciarra espressione del partito unico dell’euro

ROMA, 6 NOV – “Con l'appoggio del Movimento 5 Stelle al PD per l'elezione di Silvana Sciarra alla Corte Costituzionale il Partito Unico Dell'Euro getta finalmente la maschera”.
Lo afferma Claudio Borghi Aquilini, responsabile economico della Lega Nord.
“Il nuovo giudice costituzionale è una persona assolutamente organica al sistema europeo di potere. Da tempo collaboratrice della commissione europea e autrice di un libro elogiativo delle politiche di aggressione forzata del lavoro attuate dall'Europa nonché dell'emigrazione. Una persona che chiedeva la possibilità per l'unione europea di applicare "più sanzioni". Penso che purtroppo sia chiaro che la lotta dei 5 stelle all'euro e all'Europa sia solo una grande presa in giro di tanti cittadini in buona fede che vedono usati i loro voti per mettere in una posizione chiave un'altra fedele custode dell'Europa che ci sta rovinando”. 

5 - Forze Centripete crescono, l'Euro e questa Europa implodono

REVISORI DELLA CORTE DEI CONTI DELL'UNIONE EUROPEA SI RIFIUTANO DI CERTIFICARE IL BILANCIO DELLA UE: SPESE PAZZE E FURTI

giovedì 6 novembre 2014
LONDRA - E' un fatto abbastanza risaputo che l'Unione Europea sia la piu' inefficente e corrotta istituzione che sia mai stata creata e questo e' dimostrato dal fatto che negli ultimi 19 anni i revisori della corte dei conti europea si sono rifiutati di certificarne il bilancio per via della sua totale mancanza di trasparenza.
L'ultimo resoconto e' stato rilasciato pochi giorni fa e come era prevedibile anche quest'anno i revisori dei conti della UE si sono rifiutati di certificare il bilancio europeo per l'anno 2013 perche' molti di questi fondi sono stai spesi male e senza nessun controllo.
I soldi spesi senza nessuna trasparenza non sono bruscolini ma riguardano l'intero bilancio dell'Unione Europea che ammonta a cento milardi di sterline, circa 120 miliardi di euro.
Tra gli esempi riportati da questo rapporto c'e' l'acquisto di 4 elicotteri in Spagna per il controllo delle frontiere che sono stati usati per tale scopo solo per il 25% del loro utilizzo, oppure i 2 milioni di euro stanziati per la Moldavia per un progetto di assistenza sociale che non sono mai stati spesi per quello.
Come e' facile immaginare questa notizia ha fatto imbestialire molti parlamentari conservatori britannici  i quali sono gia' infuriati per il fatto che Jean Claude Junker abbia chiesto al governo britannico di versare nelle casse di Bruxelles una somma aggiuntiva di un miliardo e settecento milioni di sterline.
Come conseguenza la stampa euroscettica d'oltremanica ha usato questa notizia del rifiuto di certificare il bilancio Ue per l'ennesima volta, per dare ulteriore credibilita' alla loro campagna per la fuoriuscita della Gran Bretagna dalla UE.
In Italia invece i giornali di regime hanno preferito censurare questa notizia perche' tale storia darebbe parecchio fastidio al governo e a Renzi in prima persona, oltre che al "nume tutelare" Napolitano.
Ovviamente noi non ci stiamo e stiamo qui a raccontare la verita' perche' riteniamo sia importante spiegare agli italiani perche' dobbiamo uscire dalla UE il piu' presto possibile.
GIUSEPPE DE SANTIS - Londra.

Il Pd è un falso ideologico, i padroni non sono operai

Effetto Serra

Scritto da Diego Fusaro
Pubblicato Mercoledì 05 Novembre 2014, ore 19,02

Vi è un’affermazione che ricorre con una certa frequenza nel dibattito contemporaneo e che, spesso anche per i toni da “furia del dileguare”, si presenta come una “sparata” priva di consistenza. Alludo all’asserto secondo cui sarebbero banche e finanza a dettare l’agenda della politica, riducendo i politici a semplici maggiordomi dei finanzieri. Si tratta di un’affermazione che, appunto, può apparire – in realtà, purtroppo, non lo è affatto – priva di consistenza. Non serve, in effetti, fare “sparate”: occorre sempre studiare pacatamente la realtà così com’è, per poi criticarla eventualmente nelle sue determinazioni specifiche.
 
E allora soffermiamo la nostra attenzione sul ruolo svolto dal finanziere Davide Serra alla “Leopolda” del PD pochi giorni fa. Una cosa concreta, dunque: nessuna teoria da complottisti dell’ultima ora. Il finanziere Serra in prima linea nella manifestazione del PD: non soltanto è presente, ma prende la parola. Detta la linea da seguire. Nessuno lo contrasta. Sembra che le sue parole siano normali in un partito che, tragicomica evoluzione del vecchio PCI, è transitato dalla lotta contro il capitale alla lotta per il capitale. Serra dice cosa fare e cosa non fare. Per sua bocca parla il capitale: ridimensionare il diritto allo sciopero, dice Serra. Quel fastidioso privilegio che ancora resiste! Quel fastidioso privilegio che pone “lacci e lacciuoli” alla santa libertà del capitale!
 
Non vi è peraltro alcun contrasto tra quanto asserito da Serra e la linea del PD: lo sappiamo, Renzi ha individuato alla Leopolda il nemico del partito non nel capitale, ma nei lavoratori; non nella finanza, ma chi scende in piazza per manifestare in nome dei diritti sociali e contro l’ignobile “Job Acts”, vertice del neoliberismo selvaggio e della precarizzazione pianificata. Piena condivisione di intenti, dunque, tra Serra e Renzi. Non v’è dubbio. Il PD non sta coi lavoratori, ma col capitale: chi può ancora dubitarne? È una sparata campata per aria? Se sì, mi si spieghi il ruolo di Serra e, soprattutto, il consenso che ha avuto nel PD; mi si spieghi perché il suo discorso e quello di Renzi sono compelementari, armonici, in sintonia perfetta. 
 
Non stupisce, certo, se poi, pochi giorni dopo, a Terni, accade quel che è accaduto: violento pestaggio dei lavoratori, guarda caso scesi in piazza a manifestare. Manganellati durante il governo che ha fatto dell’antifascismo la sua bandiera, riempiendosi la bocca con la parola “democrazia”, buona in tutte le stagioni (anche quando di democrazia reale ve ne è sempre meno, ovviamente): PD, Pestaggio Democratico, verrebbe quasi da dire. L’effetto Serra rivela che il PD è dalla parte della finanza e del capitale: lo speculum principis non è più redatto da filosofi ed esperti della politica, ma direttamente da finanziari apolidi, magnati del capitale.
 
Qual è il programma politico-culturale che sta dietro a tutto ciò? Sentiamo le sagaci riflessioni del finanziere Davide Serra: “La Cultura Umanistica ha fatto il suo tempo. Deve diventare cool, figo. Diventare matematici. Lo dico sempre ai miei bambini”. Et voilà, l'ennesimo affronto all’intelligenza, alla cultura, alla dignità. Ci siamo abituati, è il tempo in cui conta solo ciò che può essere contato e vale solo ciò che ha un prezzo. Non stupisce, dunque, che circolino impunemente frasi di inqualificabile volgarità. La finanza e il capitale debbono uccidere la cultura, per poter dominare incontrastati. Il Pd è parte integrante di questo sciagurato processo in corso. E non vi è altro da aggiungere.
 

mercoledì 5 novembre 2014

l'Euro dolente o nolente implode e non ci troverà impreparati, Fronte di Liberazione Nazionale

sinistranoeuro

L’Euro e la nuova fase della crisi sistemica*

Piero Pagliani

Pan-Dora-2001-130x120-olio-su-telaDa quando a sinistra si è iniziato a dibattere sulla necessità di uscire dalla moneta unica, sono cambiate molte cose. Siamo infatti entrati in una fase nuova della crisi sistemica che obbliga necessariamente a rivedere i termini della questione.
Innanzitutto, la questione dell’Euro non è mai stata posta solo a sinistra. Oggi non passa giorno che sui media mainstream non si legga una critica all’Euro e persino fondate motivazioni economiche per abbandonarlo.
Tuttavia, come ben si sa, il diavolo si nasconde nel dettaglio e lo schieramento anti-Euro è differenziato da più di un dettaglio politico. Allo stesso modo io non credo che i proclami contro l’austerity di Renzi o Hollande abbiano nulla a che vedere con la battaglia contro l’austeritycondotta ormai da anni da alcune forze minoritarie della sinistra. Premesse differenti per conclusioni necessariamente differenti.. Si potrebbe, in linea puramente teorica, immaginare un variegato fronte anti-Euro solo se si pensasse che la moneta unica sia stata una distorsione che ha causato la crisi attuale. Ma l’Euro non ha causato la crisi sistemica attuale. Anzi, è stato un tentativo di risposta alla crisi sistemica ma, come vedremo, destinato al fallimento e a lasciare dietro di sé enormi danni.
La crisi sistemica attuale inizia a profilarsi alla fine degli anni Sessanta a partire dagli USA come crisi di sovraccumulazione. I capitali accumulati durante il “ventennio d’oro” del dopoguerra erano ormai troppi rispetto alla loro possibilità di impiego profittevole in commercio e industria e si intralciavano a vicenda.
Chiaramente gli investimenti in commercio e industria continuavano ma non riuscivano a valorizzare tutto il capitale accumulato e che continuava ad accumularsi, cosa inammissibile dato che il fine ultimo del capitale è valorizzarsi (altrimenti è carta straccia e il capitalista perde potere – parola chiave raramente compresa dai marxisti – cioè potere di mobilitare questa o quella risorsa, di spostare lo sviluppo economico da un percorso a un altro, di fare Stati e di disfarli, di fare e disfare la Storia, di fare e disfare l’Ambiente: potere “geo-socio-ecologico”, diciamo così).
Per questi motivi è iniziata la finanziarizzazione privata, che si è appoggiata su quella che io chiamo “finanziarizzazione di Stato” che formalmente inizia con la proclamazione dell’inconvertibilità del Dollaro in oro del 15 agosto 1971, il Nixon Shock. La finanziarizzazione è il meccanismo con cui il capitale si valorizza per partenogenesi, senza passare per la fecondazione attraverso commercio e industria, con tutte le note disastrose conseguenze a livello sociale, politico e antropologico.
La finanziarizzazione non è quindi il risultato di un golpe pluto-giudaico-massonico, come pretende al solito l’estrema destra e come, ahimè, pensa anche parte dell’estrema sinistra che non ha più nessuna idea di cosa siano le contraddizioni capitalistiche.
La finanziarizzazione è caratterizzata dal prevalente investimento di capitali in attività che rendono interessi che non sono più una quota dei profitti, come dovrebbe avvenire quando le cose funzionano “normalmente”. Infatti, la sovraccumulazione di capitali genera e pretende una sovra-generazione di interessi, del tutto avulsi dalla produzione reale di valore (la misura capitalistica della ricchezza). Ecco quindi fenomeni come i “derivati” nel cui valore nozionale le tracce di valore reale sono in quantità omeopatica. Insomma, alla fine sotto il vestito nulla.
La finanziarizzazione da una parte è un immenso sacco che si gonfia sempre più di aria e poco di sostanza reale, dall’altra è come un bluff a un tavolo da poker. Finché nessuno dice “vedo”, si può continuare a rilanciare. Il problema è che se qualcuno ha la forza (geopolitica ed economica) di dire “vedo”, salta fuori che in mano non si ha nemmeno una coppia minima, mentre si voleva far credere di avere una scala reale. Cioè, se qualcuno dicesse “vedo” (e qualche volta succede anche che una fazione capitalistica lo dica per fare la guerra ad una fazione avversaria) tutti questi titoli di credito/debito immensi (i soli derivati equivalgono al 1000% del PIL mondiale) si rivelerebbero carta straccia, cosa che, abbiamo detto, impedirebbe di continuare ad accumulare potere. Ovviamente il potere già accumulato (leggi “bombe atomiche” e annessi e connessi ivi compresa la capacità di fare e disfare governi) è un grande deterrente che sconsiglia di dire “vedo” in modo brutale.
La semplice parolina “vedo” vorrebbe automaticamente dire “guerra al Dollaro come moneta internazionale” e quindi equivarrebbe a mandare al diavolo gli Usa come potenza dominante. Ecco perché gli Usa non possono permetterlo. Se smettessero di essere la potenza dominante, se il loro famoso “stile di vita” da “non negoziabile” diventasse insostenibile, la fine del cosiddetto “effetto goccia” assieme alla spettacolare polarizzazione delle ricchezze in quel Paese e alla mancanza pressoché totale di reti pubbliche e famigliari di solidarietà, getterebbero la società americana nel caos.
Si riesce benissimo a capire perché, come notava David Harvey all’inizio del nuovo secolo una decina di anni fa, a ogni sfida al Dollaro gli Usa risponderebbero con «una reazione, anche militare, selvaggia». E così è già stato.
Finché invece non si guarda dentro il sacco (semivuoto) della finanziarizzazione, la moneta “buona” e quella “cattiva” non sono distinguibili più di quanto non lo siano in una banca i soldi depositati da un operaio e i soldi depositati da un mafioso. E finché si ha il Potere si può evitare che qualcuno vada a vedere cosa c’è dentro il sacco. O più precisamente lo si può “scoraggiare”.
Mantenere il Potere diventa quindi condizione e scopo, inizio e fine.
Dopo tutto, che cosa fece Nixon quando dichiarò che il dollaro non era più convertibile in oro? Non fece altro che dire: “Avete voluto controllare le nostre riserve d’oro a Fort Knox? Avete verificato, brutti ficcanaso, che praticamente sono esaurite? Va bene. Lo ammettiamo, di fatto non abbiamo più un’oncia di metallo. Ma sapete che cosa vi dico? D’ora in avanti il Dollaro ha un altro riferimento metallico. È l’uranio delle nostre bombe atomiche. Venite pure a controllare, se ne avete voglia.”
Dopo qualche anno il Volcker shock del 1979 diede inizio pubblicamente alla finanziarizzazione, sostenuta da un lato dalle bombe atomiche Usa (via debito pubblico federale, cioè il veicolo economico della potenza Usa) e dall’altro dalla capacità della finanza occidentale, in primis anglosassone, di intercettare il valore reale creato dai Paesi emergenti, dove nel frattempo prendeva corpo la più grande concentrazione operaia di tutti i tempi.
Ecco perché in Occidente si optava per la deindustrializzazione: il valore reale veniva prevalentemente creato all’esterno dei circuiti capitalistici centrali (e quindi aumentava il profitto – vedi esternalizzazioni eccetera) e noi lo intercettavamo con la carta straccia finanziaria sostenuta da una potenza militare, politica e culturale incontestabile.
Ma il bel gioco dura poco. Man mano che i Brics (e gli altri) crescevano, diventava sempre più difficoltoso, e meno conveniente, mettere le nostre mani sul valore reale da essi creato. Inoltre “Brics” significa i più grandi e popolosi Paesi del mondo, la quasi totalità delle risorse, enormi forze armate e ben tre potenze nucleari. In altre parole, i Brics potevano diventare lo straniero nel saloon, calmo, armato, col sigaro in bocca e il cappellaccio sugli occhi che a un certo punto fa capire che il bluff non può essere più continuato (in realtà le cose sono più complicate, perché i Brics non sono del tutti estranei alla finanziarizzazione, dato che la loro stessa crescita ne porta il marchio).
Per correre ai ripari, parte della rapina ora deve essere perpetrata all’interno delle stesse potenze occidentali. Non potendo più riempire il saccone vuoto con plusvalore generato all’esterno, si cerca di estrarre più plusvalore possibile all’interno e di saccheggiare quel che rimane dei beni comuni, dalle risorse ai servizi (la privatizzazione e finanziarizzazione dei servizi – ma si potrebbe dire, senza esagerare, la “finanziarizzazione dei diritti costituzionali” – serve a spremere ulteriore plusvalore). Processo che continuerà anche con una de-austeritizzazione alla Renzi/Hollande. Ma se da una parte si creano disastri e drammi, dall’altra si tratta anche di un tentativo disperato, perché in Occidente non si estrarrà mai sufficiente plusvalore da riempire l’immenso sacco finanziario.
Ciò vuol dire che immensi capitali sono destinati a svalorizzarsi (e ci sarà una bella lotta per decidere quali saranno macellati). A meno di bruciare i libri contabili con una bella guerra mondiale e/o ricolonizzare tutto il resto del mondo, o meglio sottometterlo a un ordine gerarchico imperiale (cosa che comunque non risolverebbe le contraddizioni in modo permanente, perché esse dipendono dalle caratteristiche intrinseche ai meccanismi di accumulazione senza un fine del capitale).
Nel frattempo si prende atto che il meccanismo della globalizzazione non funziona più, si è inceppato. I Brics incominciano a fare troppo spesso a meno del Dollaro, cosa che fa inquietare la potenza statunitense, proprio perché ne mette in questione la capacità di mobilitare risorse mondiali, cioè di esercitare un dominio mondiale. Anzi, dati i rapporti di forza attuali e il fatto che la globalizzazione da imperiale (che è stato il suo marchio d’origine, cosa che un personaggio come Kissinger ammise subito ma non venne capita dalla sinistra intera a partire dai suoi irresponsabili intellettuali), da imperiale, si diceva, rischia di diventare anti-imperiale. Meglio allora rinserrare le fila e rigiocare al vecchio gioco della Guerra Fredda, ovvero ridividere in due il mondo: Noi e Loro.
Solo che all’epoca della vera Guerra Fredda, noi eravamo usciti da un conflitto mondiale, gli Usa e il loro Dollaro erano dominanti, c’erano le ricostruzioni nazionali e la ricostruzione del mercato mondiale, c’erano tutte le invenzioni della guerra da sfruttare (e per quanto ci riguarda c’era anche un fortissimo movimento operaio). Insomma, tutta un’altra situazione, dove si poteva persino tollerare, in una certa misura, il risveglio nazionalistico dei Paesi esportatori netti di risorse. E magari sfruttarlo.
Gli interessi erano parte dei profitti e i profitti erano alti.
Oggi la musica è totalmente cambiata e quindi rinsaldare le fila ha più una valenza geopolitica che economica. Il Ttip, il trattato di commercio transatlantico in corso di negoziazione, nelle intenzioni dovrebbe essere uno degli strumenti per rinsaldare le fila. Da una parte impone una colossale deregolamentazione guidata dal Dollaro che cercherà di raschiare anche il fondo del barile a costi sociali, politici, antropologici ed ecologici immani, dall’altra intende serrare in una morsa d’acciaio l’economia, la finanza e il potere politico-militare occidentale, per forgiare una mazza ferrata con cui sferrare fendenti a destra e a manca. Giustamente si parla del Ttip come della “Nato economica”. E non per nulla in concomitanza con la sua negoziazione è stata scatenata la crisi Ucraina da parte statunitense (ammissione di Victoria Nuland, la signora “Fuck the EU”) e si è obbligata l’Europa a imporre le sanzioni alla Russia (ammissione di Joe Biden). Ovvero, l’Europa doveva staccarsi dal resto del continente eurasiatico.
L’Europa mentre avveniva tutto ciò cosa faceva? Cercava un po’ di difendersi e un po’ di approfittarsene. Le sue classi dirigenti avevano capito che i singoli Stati europei da soli non potevano affrontare questa crisi che vede in campo giganti, quindi hanno spinto verso una impossibile unificazione (troppe differenze economiche, troppe divergenze, troppe gelosie incrociate di ogni tipo, politiche, economiche, storiche, culturali) alla quale in modo avventuristico speravano di giungere attraverso una moneta unica che invece era ritenuta plausibile. Le tappe di avvicinamento alla moneta unica possono essere viste come risposte alle mosse statunitensi. 1971, Stati Uniti: Nixon Shock, 1972 , Europa: Serpente Monetario Europeo. 1979, Stati Uniti: Volcker Shock, 1979, Europa: Sistema Monetario Europeo.
Ma nel 1991 l’URSS si scioglie e l’anno successivo c’è subito una pesante interferenza in Europa del blocco anglosassone: Il Panfilo Britannia zeppo di finanziari anglosassoni fa una crociera nel Mediterraneo per “spiegare” la nuova svolta neoliberista. Con l’attacco alla Lira e al Franco francese questo blocco fa entrare in crisi il Sistema Monetario Europeo (gli UK, junior partner degli USA, se ne escono per non rientrarci mai più). Infine si sigla il Trattato di Maastricht sotto questa ipoteca politica (che sostanzialmente avverte che il futuro Euro non potrà interferire più di tanto col Dollaro).
In Italia, in specifico, con Mani Pulite un’intera classe politica legata alla vecchia economia mista “keynesiana”, viene spazzata via con sistemi extraparlamentari. Intendiamoci, è una classe politica corrotta, ma questo non è mai stato il reale metro di giudizio di nessun potente: se il corrotto fa comodo si tiene (come infatti era successo dal 1948 fino al 1992 e come succederà anche in seguito).
L’Europa crede che al riparo della moneta unica possa rispondere per le rime alla finanziarizzazione anglosassone. Ma dato che l’Europa non è indipendente dagli USA e la potenza leader in Europa, la Germania, è una nazione sconfitta nell’ultimo conflitto mondiale e occupata da 176 basi militari statunitensi e dato quindi che non può avere una politica estera autonoma – tanto che i Tedeschi si autodescrivono come “il più ricco stato delle banane del mondo” – ecco che l’Euro diventa quella mostruosità di moneta senza Stato che avvantaggia le oligarchie europe e come Stato avvantaggia esclusivamente la Germania e il suo entourage. Per ora.
Perché “per ora”? Perché in estrema sintesi l’Euro è un tentativo della Germania di opporsi alla crisi e alla finanza anglosassone facendo leva solo sul lato economico. Missione impossibile, perché la finanza anglosassone si sostiene su tutti e due i pilastri del potere capitalistico: quello economico e quello politico-militare. Per giunta, la leva tedesca appoggia sulla cannibalizzazione dei suoi partner europei, cannibalizzazione direttamente proporzionale alle difficoltà tedesche di sfondare a Est, che sono difficoltà esacerbate dagli USA. Due ragioni perché il progetto sia destinato al fallimento.
Infatti l’Euro che abbiamo conosciuto è arrivato al capolinea, grazie anche ai missili balistici finanziari sparati da Wall Street sugli anelli deboli della dissennata costruzione europea, cioè i PIIGS. Come si è detto all’inizio non passa quasi giorno ormai che sui giornali mainstream a partire dal Sole24Ore non si legga qualche articolo a favore del “liberi tutti”. Ma liberi da che? Al di fuori della trappola dell’Euro ce ne aspetta una ben più strutturata. E’ la trappola del Dollaro. Infatti in questo scenario gli Stati Uniti sono sempre più aggrappati forsennatamente e ferocemente, molto ferocemente, alla propria traballante leadership che non intendono assolutamente mollare, nemmeno morti (e questo è molto preoccupante).
L’Euro è un disastro. Fuori dall’Euro ci attende un altro disastro a meno che non si mettano in atto misure politiche adeguate, innanzitutto di difesa dai progetti imperiali statunitensi. Una moneta non ha un equilibrio “naturale”. Può sembrare che lo abbia in determinate circostanze storiche. Ma di fondo una moneta ha un equilibrio politico e geopolitico. La nuova fase della crisi sistemica ci obbliga a leggere la questione Euro in quest’ottica.
* Intervento al convegno Europa Italia oltre l’euro. Sinistra, sovranità nazionale, socialismo, Bologna 18 ottobre 2014