Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 dicembre 2014

è possibile che la prossima crisi economica sia dovuta ai derivati, non avremo strumenti per fargli fronte

Cina, la mossa pro-credito contro il sistema bancario ombra

Al centro dell'iniziativa i prodotti WMP, tra i più richiesti dagli investitori retail.


ROMA (WSI) - La Cina ha lanciato una proposta che, se approvata, permetterebbe alle banche di investire i wealth management products (WMP), tipologia specifica di prodotti finanziari di gestione patrimoniale, in progetti per l'economia reale. Gli WMP, ha spiegato tempo fa Stephen Green, responsabile della divisione di ricerca per la Cina presso Standard Chartered in Hong Kong, "legalmente non sono depositi". Piuttosto, "sono prodotti di investimento che sono gestiti al di fuori del bilancio dalle banche, e dunque c'è poca trasparenza su dove i fondi vanno" e, di conseguenza, su cosa finanziano.

Tali prodotti sono probabilmente gli strumenti finanziari che stanno crescendo molto più di altri in Cina: gli investitori retail che vanno alla ricerca di rendimenti più elevati rispetto agli interessi che vengono pagati sui loro conti di risparmio, stanno puntando sempre più sugli WMP. Peccato che questi prodotti siano poco trasparenti e soprattutto pericolosi, visto che possono esporre sia gli investitori che le banche che li emettono a diversi tipi di rischio.

Proprio per quello Pechino vuole che tali prodotti escano allo scoperto, e che vengano utilizzati per finanziare la crescita dell'economia reale. Un altro obiettivo primario è quello di ridurre i costi di accesso al credito da parte delle imprese.

E' innegale che dietro la norma ci sia però un desiderio della Cina di scardinare le fondamenta del sistema bancario ombra: in questo modo infatti, con gli investimenti diretti delle banche, verrebbe messo in panchina il ruolo di tutti quegli hedge fund e società di brokeraggio a cui gli stessi istituti ricorrono per finanziare clienti troppo rischiosi, in affari che incontrerebbero diversi ostacoli normativi.

Proprio questi prodotti WMP, infatti, il cui valore era calcolato a $2.100 miliardi a giugno, hanno sostenuto il sistema bancario ombra cinese. (Lna)
 

il governo Pd impari dall'Ungheria per inventare il lavoro che non toglie diritti ma li amplia

Disoccupazione in calo - In Europa l'Ungheria è leader nella crescita occupazionale

Call center lavoro impiegati

















Disoccupazione in calo: In Europa l'Ungheria conquista il primato per la crescita dell'occupazione!
Tra i paesi dell’Unione l’ Ungheria nel secondo trimestre dell’anno 2014 ha avuto la crescita piú notevole dell’occupazione, pari a 3,1 %, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I dati si basano sulle ultime ricerche fatte dall’Eurostat.
Questa crescita supera quattro volte la crescita media dell’Unione. L’Ungheria quindi e leader per quanto riguarda l’aumento dell’occupazione negli ultimi due trimestri.
Secondo la comunicazione dell’Eurostat, rispetto all’anno scorso l’occupazione e in crescita in 18 paesi, solo 5 paesi hanno ancora il problema della crescente disoccupazione. La crescita media dei 28 paesi dell’Unione e del 0,7%, nella zona Euro pero e soltanto 0,4%.
Dopo il 3,1% dell’Ungheria segue l’Inghilterra con 2,7% mentre Malta prende il terzo posto con 2,6%. E comunque una differenza notevole tra l’Ungheria e gli altri paesi membri, di cui siamo molto orgogliosi.
 
Probabilmente dietro i numeri si nascondono diverse misure adottate per favorire l'occupazione. Alcune di queste riguardano la tutela dei posti di lavoro (sono state previste indennitá di contributo ed è stato avviato il programma "Maternitá Extra" in base al quale da quest’anno le giovani mamme possono lavorare pur essendo in maternitá).
Il presente articolo é a cura dell’Avv. ssa Boglar Szervatiusz – Studio Legale Lajos – www.studiolegale.hu  

1056 Budapest, Vaci utca 81.  – Tel. 00 36 1 331 6171 – l.lajos@llf.huwww.studiolegale.hu – twitter @lajoslawfirm 

Fonte: Disoccupazione in calo - In Europa l'Ungheria è leader nella crescita occupazionale
(www.StudioCataldi.it)

l'economia che fa i soldi con le manovre sulla carta non può avere cultura è improntata solo all'effimero

Pensare a lungo termine: una questione di responsabilità per Aberdeen

Redazione Finanza

5 dicembre 2014 - 14:49
MILANO (Finanza.com)
di Anne Richards, Chief Investment Officer di Aberdeen

Le società, gli azionisti, i trader e i politici sono diventati sempre più short-termist nel loro modo di pensare e, ancora più significativo, nel loro modo di agire. Mentre il mercato si sta ancora riprendendo dai tumultuosi eventi del credit crunch, si è intensificato il dibattito sulla necessità di passare da una visione di breve termine a una visione di lungo termine.

Il famoso esperimento dei marshmallow condotto a Stanford nel 1960 (dove a dei ragazzini veniva proposto di scegliere fra un marshmallow subito o due marshmallow dopo una breve attesa) spiega molto del comportamento che spesso gli investitori assumono sui mercati finanziari e mette in luce l’innata propensione dell’uomo a non curarsi del futuro in favore di una ricompensa immediata.

Eppure, per dirlo con le parole di Abraham Lincoln: "You cannot escape the responsibility of tomorrow by evading it today”, ovvero: "Non si può sfuggire alle responsabilità del domani, trascurando il presente”. Per esempio, la fuga di capitali dai mercati azionari dei paesi emergenti che si è verificata nel primo trimestre del 2014 dimostra quanto rapidamente un’asset class può perdere terreno per colpa di una sottoperformance di breve termine. Fattori quali il tapering statunitense e il rallentamento della crescita cinese hanno portato all’uscita di circa 40 miliardi di dollari USA dal mercato azionario emergente da inizio 2014, ad opera sia di investitori istituzionali che di investitori retail, e più o meno la stessa cifra è uscita anche dai mercati obbligazionari. Eppure i tassi di incremento dei salari in Cina sono positivi e suggeriscono un trend di crescita economica stabile del paese, incentrato più sui consumi che sugli investimenti. Sul lungo termine, questi solidi progressi costituiranno un beneficio per i paesi emergenti, anche se nell’immediato, nell’assenza di un rapido e tangibile guadagno, molti investitori hanno optato per la fuga verso investimenti percepiti come maggiormente sicuri. Questo è uno dei temi che affligge oggi i mercati: gli investitori sono troppo reattivi.

C’è una diffusa attitudine a comprare sulla base dei rumors invece che dei fatti. Sia sui mercati azionari che obbligazionari, la tendenza ad affidarsi a catalizzatori di rapidi guadagni come dollari a buon mercato o le speranze di una riforma elettorale (per esempio in India) piuttosto che considerare i solidi fondamentali di un paese (per esempio un trend demografico positivo o finanze pubbliche in buono stato) non solo allontana la possibilità di ottenere interessanti rendimenti di lungo termine, ma può avere un impatto negativo sui rendimenti nel loro complesso. Si consideri ad esempio il debito dei mercati emergenti.

I disavanzi nei saldi delle partite correnti di molte economie emergenti hanno scoraggiato già dal 2013 diversi investitori a prendere posizioni in questo segmento. Tuttavia, gli esperti di obbligazioni sanno che le economie nazionali possono sopportare un certo livello di deficit, fintato che esso si dimostra sostenibile.

Quando si tratta di saldo delle partite correnti, i paesi emergenti possono vivere comodamente con deficit moderati, soprattutto se sono supportati da fonti di finanziamento stabili e forti economics sottostanti. La sensazione è che, fin troppo spesso, la tenuta di un paese, o di una società, non interessi poi tanto chi investe, il cui principale focus è il "qui e ora”.

Aberdeen ritiene che quando si guarda ai mercati, a meno che non via sia un motivo urgente per rivolere il proprio capitale subito, l’investitore dovrebbe abituarsi a pensare a lungo termine e non cadere nella trappola dei rumors quotidiani. A nostro parere, il trading di breve termine e gli esuberanti tentativi di anticipare il mercato sono pieni di insidie, e dunque resistere agli episodi di volatilità, anche se può costare fatica, al fine di raccogliere i risultati sul lungo termine, appare la scelta più sensata per chi vuole ottenere un solido ritorno dai propri investimenti.

http://www.finanza.com/promotore-finanziario-fondi-comuni-investimento/Italia/notizia-fondi/Pensare_a_lungo_termine_una_questione_di_responsabilita_per-430016

la Bolivia tiene accesa la fiamma di una utopia possibile e riscatta la miseria del presente

Informare Per Resistere

Successi economici e sociali nella Bolivia di Evo Morales

Successi economici e sociali nella Bolivia di Evo Morales
dicembre 06
08:56 2014

- di Luca Caselli -

Il fallimento della dottrina neoliberista, imposta in America Latina nell’ambito del cosiddetto Consenso di Washington, ha reso necessario un nuovo modello politico economico e sociale autoctono, in grado di creare crescita, riducendo le disuguaglianze rimarcate dal liberismo. Il sogno del socialismo del secolo XXI, così definito da Hugo Chávez, nasce da questa esigenza e lo vediamo realizzato oggi, dal suo amico Evo Morales in Bolivia, che ha fatto del Paese andino un modello per tutta l’America Latina.
Il decennio più cupo della storia contemporanea boliviana fu senza dubbio quello in cui si verificò la “conversione” della Bolivia al libero mercato, quegli anni ’80 durante i quali economia e stato sociale subirono un duro smantellamento grazie alla “shock therapy” imposta dagli uomini del Fondo Monetario Internazionale e dall’ex Presidente Víctor Paz Estenssoro (in carica nel periodo 1985-1989). Il governo sud americano, abbracciando la dottrina economica di Milton Friedman della scuola di Chicago, con il pretesto di combattere l’inflazione galoppante, inasprì le tasse e contestualmente annullò i diritti dei lavoratori congelandone i salari. Anche nelle legislature successive, Zamora (1989-1993) e Gonzalo “El gringo” Sánchez de Lozada (1993-1997), entrambi orbitanti attorno agli interessi di Stati Uniti e Banca Mondiale, proseguirono il programma di riforme ultra liberiste, diffondendo povertà e malessere in tutta la nazione. Nel processo riformista, in particolare la svendita delle aziende di Stato fornitrici di elettricità, gas, petrolio e trasporti ebbe conseguenze drammatiche, non solo per l’aumento del costo dei servizi ma soprattutto per la disoccupazione che ne derivò, specialmente nel settore minerario. Molti minatori non più occupati si ricollocarono nelle piantagioni di coca, ma questo non piacque al governo che colpì duramente i cocalero, su input degli Stati Uniti, per impedire che i sempre più numerosi coltivatori accrescessero l’afflusso di droga verso gli USA.
L’ASCESA DI MORALES
In questo periodo di dominio del pensiero economico neoliberista, la percentuale di popolazione rurale che viveva in estrema povertà salì da meno di due terzi nel 1997 a più di tre quarti nel 2002; il malcontento che ne conseguì deflagrò in più di 800 manifestazioni di massa1.
La rabbia della popolazione cresceva di anno in anno, ma gli Stati Uniti avevano il pieno controllo della politica boliviana: nonostante i numerosi moti di protesta infatti, i fantocci americani continuarono a susseguirsi alla presidenza dello Stato andino. Solo durante la presidenza Hugo Banzer (1997 -2001), la popolazione rivoltosa suggellò una prima grande vittoria nella “guerra dell’acqua”, che costrinse il presidente a fare dietrofront sulla privatizzazione del servizio idrico, operazione imposta dalla Banca Mondiale che fece triplicare il prezzo dell’acqua potabile impedendone l’accesso ad una vasta fetta di popolazione (basti pensare che addirittura la raccolta di acqua piovana era soggetta a licenza!).
Dalle agitazioni popolari emerse la figura del sindacalista Evo Morales; ostacolato in tutti i modi dall’ambasciatore statunitense Manuel Rocha, non riuscì a vincere le elezioni presidenziali del 2002 contro la ricandidatura di Sánchez de Lozada, ma sì affermò con El Movimiento al Socialismo come primo partito dell’opposizione.
Morales, dirigendo anche il Coordinamento in difesa del Gas, dopo aver sostenuto la battaglia per l’acqua pubblica, contribuì in modo decisivo alla protesta contro la svendita delle risorse nazionali alle imprese transnazionali. La “guerra del gas” che seguì, costrinse Sánchez de Lozada a riparare a Miami dopo le sanguinose repressioni ai danni dei manifestanti. Al Presidente fuggitivo subentrò il suo vice, Carlos Mesa, che diede continuità ai programmi di austerità e privatizzazione imposti dal FMI. Dopo due anni di lotte e sotto la pressione di milioni di persone in rivolta, Mesa rassegnò le dimissioni, aprendo la strada alle elezioni vinte nel 2005 con ampia maggioranza da Evo Morales.
DAL LIBERO MERCATO ALL’ECONOMIA MISTA
Con l’elezione di Evo Morales il Paese intraprese una importante transizione verso l’economia mista, segnando una profonda rottura con le politiche liberiste del passato. La nuova leadership, puntò fortemente sulla riappropriazione delle aziende operanti nei settori chiave dell’economia e su importanti programmi sociali per lo sradicamento della povertà. La ri-nazionalizzazione coinvolse il settore delle telecomunicazioni, la produzione di elettricità, le miniere di stagno e zinco. Già nel 2006, lo Stato riprese il controllo dei giacimenti di gas naturale, degli oleodotti e delle raffinerie attraverso l’azienda statale YPFB. Tale operazione interruppe il saccheggio delle materie prime perpetrato da potenze straniere e garantì alla Bolivia l’80% degli utili derivanti da questo comparto, quando in precedenza oscillavano invece tra il 18% e il 50%2. Come ha fatto recentemente notare il ministro degli idrocarburi Juan Jose Sosa: “Sette anni prima della nazionalizzazione, dal 1999 al 2005, lo Stato ha ricevuto circa 2 miliardi di dollari. Dopo questi sette anni, ne ha ricevuti più di 16”. Il gas è una risorsa chiave per la nazione: ad oggi, la vendita di gas è la principale fonte dei ricavi pubblici, rappresentando il 50% dei flussi in entrata (nel 2002 era appena il 7%).
Il PIL pro capite della Bolivia è raddoppiato da quando Morales è entrato in carica, passando da 1.182 dollari nel 2006 a 2.238 nel 2012. La crescita del PIL, in questo periodo, è stato in media del 5 per cento l’anno e la stima per il 2014 è previsto attorno al 5,5% (il più alto dell’America Latina dopo Panama). Anche il FMI non ha potuto esimersi dal lodare la politica monetaria. Nonostante il leader abbia rigettato più volte i diktat provenienti dall’istituzione internazionale, i tecnici hanno dovuto riconoscere la solidità finanziaria del Paese che, in proporzione, custodisce riserve monetarie in valuta più di qualsiasi altra nazione, mettendola al sicuro da eventuali shock esterni.
Grafico n.1 - Prodotto Interno Lordo
Grafico n.1 – Prodotto Interno Lordo
IL LEGAME TRA CRESCITA ECONOMICA E CONQUISTE SOCIALI
L’attuale crescita economica della Bolivia è garantita anche dalle mutate alleanze strategiche. Abbandonata l’influenza di Washington, infatti, si è favorito l’afflusso di capitali dai BRICS, concentrati in particolare per gli investimenti nel settore energetico e delle infrastrutture. Il programma per queste ultime, come quello per le riforme sociali per la riduzione della povertà e per l’estensione dei servizi educativi, sono state poste al centro dell’attenzione politica dalle modifiche della costituzione proposte dal Presidente Morales e confermate tramite referendum dalla popolazione nel 2009 (con affluenza superiore al 90%).
I detrattori dell’attuale Presidente imputano i successi del Paese alla “fortunosa” crescita dei prezzi delle materie prime e quindi alle maggiori entrate derivanti dalle esportazioni. A ben guardare invece, a trainare l’economia del Paese non sono state le esportazioni, bensì la rapida crescita della domanda interna derivante dalla riduzione delle disuguaglianze di reddito e dallo sradicamento della povertà. Dal 2002 ad oggi, secondo la stima delle Nazioni Unite, la percentuale di popolazione che vive in povertà si è ridotta da due terzi a meno di un terzo. Questo enorme risultato è conseguenza del drastico calo della disoccupazione, il cui tasso oggi si aggira attorno ad un fisiologico 3%, quello che sui libri di scuola viene definita “piena occupazione”. Le migliori condizioni di vita hanno accresciuto fortemente i consumi, dando nuova linfa all’economia domestica.
Nella transizione verso il Socialismo del XXI secolo i boliviani hanno goduto non solo di un salario minimo quadruplicato, ma anche di benefici indiretti derivanti dalla politica delle nazionalizzazioni: a mano a mano che le casse dello Stato si riempivano, la spesa pubblica per sanità e istruzione aumentava. Grazie a questo, oltre il 30% della popolazione, oggi, può beneficiare di contributi economici per la sicurezza sociale, destinati ad esempio a donne in gravidanza, famiglie con studenti e pensionati3.
LE ONG GUIDATE DA WASHINGTON MINACCIANO IL PAESE
La vittoriosa strategia economica del Presidente Morales, confermata dalla rielezione dello scorso ottobre (per il terzo mandato consecutivo), è strettamente connessa ai grandi risultati conseguiti in termini sociali. La scolarizzazione diffusa, la definitiva sconfitta dell’analfabetismo ed il miglioramento delle condizioni di vita non sarebbero stati possibili senza riacquisizione della piena sovranità nazionale ed emarginazione degli interessi economici stranieri. I mezzi limitati, l’avversità dei media locali (ancora oggi controllati per la maggior parte dalla destra filo-americana), gli interessi delle multinazionali, hanno infatti rallentato ed intralciato, ma mai interrotto, la consacrazione di Evo Morales, sostenuta dai campesinos e dal popolo; quel popolo che per la prima volta ha portato alla Presidenza della Bolivia un indigeno.
Le mire straniera sul Paese andino purtroppo non sono sopite, e lo dimostrano i due golpe ai danni del Presidente eletto, fortunatamente falliti; non è bastata l’espulsione dell’ambasciatore statunitense, infatti, per far cessare le cospirazioni. Gli interessi statunitensi oggi non si nascondono solo dietro destra politica e media locali, ma si celano alle spalle delle ONG e dei movimenti ambientalisti che cercano di strumentalizzare una minoranza di indigeni, che si oppongono alla costruzione di strade e grandi opere, per cercare uno scontro civile. Sinora però, i tentativi di creare disordine per riconsegnare il Paese agli avvoltoi a stelle e strisce si sono rivelati vani, vista l’ampia e, come confermano i dati, giustificata popolarità del Presidente Evo Morales.

Il governo Pd continua a giocare con i derivati nonostante le perdite di miliardi

Arriva la risposta del MEF all'interrogazione presentata da Daniele Pesco (M5S)

E il Governo conferma: con i derivati, oggi perderemmo 34,4 mld

Una risposta firmata dal Ministero dell'Economia, ma «nessuno del MEF si è degnato di venire in aula», fanno sapere i Cinque Stelle. Che, dopo la lettura del documento presentato, confermano una linea dura sulla questione dei derivati, che il Governo continuerà ad utilizzare per la «gestione del debito», nonostante un valore negativo di mercato, ad oggi, di quasi 35 miliardi di euro


Il valore dei derivati fino ad ora sottoscritti dallo Stato ammonta a 161 miliardi di euro.
Il valore dei derivati fino ad ora sottoscritti dallo Stato ammonta a 161 miliardi di euro.

ROMA - E' pervenuta oggi la risposta del Ministero dell'Economia all'interpellanza urgente presentata, tra gli altri, dall'Onorevole Daniele Pesco (M5S), sulla possibilità, prevista dalla legge di stabilità, di stringere garanzie bilaterali sui derivati con le banche. Una risposta, fa sapere l'ufficio stampa del Movimento Cinque Stelle, portata in aula non da un esponente del MEF, bensì dal Sottosegretario al Lavoro Massimo Cassano, interpretata non come "sgarbo istituzionale, ma, almeno", come «sottovalutazione di un problema sentito».
SE I CONTRATTI SCADESSERO OGGI, PERDEREMMO PIU' DI 34 MLD - Il primo punto rilevante della risposta riguarda il passo secondo cui gli «accordi di collateralizzazione consentiranno di realizzare nuove operazioni in strumenti derivati funzionali alla gestione del debito»: questo significa che si continueranno a stringere contratti derivati. Il documento, inoltre, conferma un esborso netto, per i derivati nel 2013, «di poco superiore ai 3 miliardi". Cifra ancora più allarmante, però, oltre a qui già noti 161 miliardi di valore complessivo dei derivati sino ad ora sottoscritti dalla Repubblica italiana, sono quei 34,4 miliardi di «valore di mercato», ovviamente in negativo. Questa cifra rappresenta cioè la perdita attuale a livello di mark to market, ovvero quanto il Belpaese perderebbe se quei contratti scadessero oggi. Certo, la risposta tiene a sottolineare che quella predita è soltanto ipotetica, perchè influenzata dal valore straordinariamente basso dei tassi di interesse rispetto alle condizione di mercato all’epoca della stipula. Tuttavia, per l'ufficio stampa M5S, il dato rimane «molto preoccupante».
L'ENTRATA NELL'EURO NON C'ENTRA - Altro punto saliente della risposta, le ricostruzioni, realizzate dall'Eurostat, delle vicende storiche che hanno portato, negli anni Novanta, il nostro Paese a sottoscrivere molti contratti di questo tipo. Secca, è giunta la smentita , da parte del MEF, sul fatto che questi swap siano stati necessari a centrare il 3% di deficit-Pil ​per entrare nell’euro nel 1997 – come da ipotesi degli interroganti –. Il disavanzo era infatti, come per tutto il 1998, comunque al di sotto la soglia prescritta. Insomma, i cinque stelle non si possono ritenere soddisfatti da questa risposta. «La morale è che continuiamo a fare regali alle banche private dopo i 7,5 miliardi della rivalutazione delle quote di Bankitalia. Chi firmò negli anni ’90 questi contratti? Guarda caso alla direzione del Tesoro c’era Mario Draghi, poi diventato managing director di Goldman Sachs, uno degli istituti che ora si gioverà delle nostre garanzie. Le risorse della Repubblica – chiude il M5S Camera – andrebbero utilizzare per spesa sociale e investimenti produttivi, non per fare regali ai soliti noti».

http://economia.diariodelweb.it/economia/articolo/?nid=20141205_328696

Sicilia, perchè regalare l'acqua? corruzione?

M5S: “Ddl Confindustria ‘regala’
acque minerali a multinazionali”

M5S: “Ddl Confindustria ‘regala’ <br />acque minerali a multinazionali”
“Un atto osceno in luogo pubblico”. Il M5S Stelle boccia senza mezzi termini il ddl, targato Confindustria: “Sbarcato in questi giorni alla commissione Attività produttive del’Ars che, con la prossima Finanziaria – scrive il movimento –  mira praticamente a “regalare” l’acqua minerale alle multinazionali”.
Il disegno di legge, abbondantemente, annunciato nei giorni scorsi, azzera l’attuale canone, ne prevede uno di 30 centesimi a metro cubo per l’acqua imbottigliata, uno di 20 centesimi per l’acqua “non imbottigliata ma comunque utilizzata” e nessuno per quella “non imbottigliata e non utilizzata”.
Si tratta di tariffe nettamente più basse di quelle attualmente in vigore, da quando, cioè, il M5S era riuscito ad inserire e a far approvare, con la manovra finanziaria del 2013, un emendamento che innalzava i canoni di estrazione delle acque minerali siciliane a 2 euro al metro cubo. Quota che le multinazionali dell’acqua hanno maldigerito, palesandolo più volte in tutte le audizioni richieste.
“E’ un argomento – fanno sapere i deputati del M5S – sul quale non cederemo e daremo battaglia. Il disegno di legge pervenuto in terza commissione equivale ad un ‘atto osceno in luogo pubblico’, una proposta tanto irricevibile quanto irrispettosa dei siciliani. Le logiche industriali, secondo le quali i costi si riducono a fronte di un maggiore quantitativo prodotto non si possono applicare all’acqua che è un bene essenziale e non è certo infinito”.
“Siamo disponibili a venire incontro alle esigenze delle piccole aziende siciliane che operano nel settore”, dichiara la deputata Claudia La Rocca, “ma non siamo disposti a fare regalie alle multinazionali dell’acqua. I nostri emendamenti al testo andranno in questa direzione. Il canone va calcolato sull’acqua estratta. Chi ne utilizza un quantitativo ridotto deve pagare meno, chi invece sfrutta le nostre risorse deve pagarla senza sconti”.
“Abbiamo richiesto dati precisi sull’acqua estratta ed imbottigliata”, aggiunge il deputato Matteo Mangiacavallo, “ma non ce li hanno forniti. Quelli parziali di cui siamo in possesso evidenziano come solo una parte dell’acqua estratta venga imbottigliata. E l’altra che fine fa? La legge che esamineremo la prossima settimana prevede costi irrisori se viene imbottigliata, ancora meno se viene imbottigliata altrove, addirittura nulla se la disperdono nei campi. Ci aiutino a capire cosa intendono per ‘acqua non imbottigliata e diversamente utilizzata’ o ‘acqua non imbottigliata e non utilizzata’, e ci spieghino meglio le loro ragioni, ma il M5S non consentirà l’ennesimo oltraggio a danno dei Siciliani”.

http://www.siciliainformazioni.com/138338/m5s-ddl-confindustria-regala-acqua-minerale-alle-multinazionali

Kiev ha bisogno di una montagna di soldi

Rassegna Est

L'Ucraina vara il governo degli stranieri


 
di Matteo Tacconi*
Nel nuovo esecutivo di Kiev entrano un'americana, un georgiano e un lettone, a capo di tre dicasteri chiave. Nasce il contestato ministero dell'Informazione. Servono riforme e soldi.

Articolo originariamente pubblicato su Rassegna Est

[Carta di Laura Canali, clicca sull'immagine per ingrandire]
Natalia Jaresko, Alexander Kvitashvili e Aivaras Abramavicius: un’americana, un georgiano e un lettone. Sono i membri stranieri del nuovo governo di Kiev, varato martedì 2 dicembre. Li ha voluti il presidente Petro Poroshenko, che ha concesso al terzetto la cittadinanza dell’ex repubblica sovietica.

Abramavicius e Jaresko, che vengono dal mondo degli investimenti privati, sono andati a presiedere i ministeri dell’Economia e delle Finanze. Kvitashvili s’è preso la Sanità, uno dei settori più corrotti del paese. Il terzetto ricopre ruoli delicati e importantissimi, dunque. Tanto che qualcuno, tenuto conto che Abramavicius e la Jaresko provengono da paesi schierati senza indugi con Kiev mentre Kvitashvili è stato ministro a Tbilisi ai tempi della presidenza Saakashvili, considera che il governo sia eterodiretto.

Nel nuovo esecutivo ci saranno altri stranieri, a quanto pare circa venticinque. Serviranno nei ministeri e sono stati reclutati da rinomati cacciatori di teste internazionali. Il processo è stato sostenuto finanziariamente dalla Reinassance Foundation, organizzazione con sede a Kiev. Fa parte della costellazione di gruppi patrocinati dalla Soros Foundation. I teorici del complottismo hanno molto pane da mettere sotto i denti, quindi.

Poroshenko ha messo il timbro anche su un’altra novità, a dire il vero molto contestata: la creazione di un ministero dell’Informazione. È andato a Yuriy Stets, esponente del Blocco Poroshenko, il partito presidenziale. Alle elezioni dello scorso ottobre ha ottenuto la seconda piazza, scavalcato a sorpresa dal Fronte popolare, formazione nata da una scissione consumatasi all’interno di Patria, il partito di Yulia Tymoshenko. Arseniy Yatseniuk, primo ministro uscente e rientrante, è stato confermato al vertice del governo. Non poteva essere altrimenti.

La scelta dei posti che contano, in questo governo sostenuto da una coalizione a cinque che tiene dentro anche i partiti della Tymoshenko e di Oleg Lyashko, nuovo campione del radicalismo nazionalista uscito ridimensionato dal voto, riflette la volontà di lanciare al tempo stesso messaggi di continuità e di rottura.

Il primo elemento è assicurato dal fatto che i responsabili di Esteri, Interno e Difesa, Pavlo Klimkin, Stepan Poltorak e Arsen Avakov, sono rimasti al loro posto. Mossa suggerita dalla triplice necessità di negoziare a livello internazionale, gestire la situazione al fronte e mantenere gli equilibri tra Forze armate e gruppi volontari, la nuova cartina di tornasole dei rapporti tra l'autorità centrale e i potentati oligarchici che armano i paramilitari.


Quanto alla rottura, il campo in cui teoricamente va a dispiegarsi è l’economia. Kiev deve fare riforme incisive se intende dare una scossa all’intera impalcatura economica, penalizzata da scarsa redistribuzione (tutto è in mano agli oligarchi e manca una vera classe media), corruzione cronica e apparati produttivi inefficienti. Natalia Jaresko e Aivaras Abramavicius dovranno dare una direzione all’economia che, nel frattempo, si sta sempre più sfasciando. Quest'anno andranno persi 7 punti di pil. La moneta è svalutatissima. Le riserve, quasi esaurite. I capitali, in fuga.

Oltre che di riforme, Kiev abbisogna di una montagna di soldi. Almeno una dozzina di miliardi di dollari in più, secondo il Financial Times, rispetto a quelli finora messi in conto dal Fondo monetario e da altri donatori internazionali. Pena il fallimento. Ma questi finanziamenti non sono facili da garantire, proprio in virtù di uno scenario fragilissimo, che non predispone a toccare i cordoni della borsa.

Si chiude con il ministero dell’Informazione. Essendo in guerra, Kiev nutre l’esigenza di trattare le notizie. Il fatto ha sollevato notevoli polemiche nella comunità giornalistica sia perché la misura è stata discussa senza consultare la categoria, sia perché si ritiene che la libertà di stampa resti imbrigliata, impedendo al paese di fare su questo piano uno scatto in avanti rispetto alla poco edificante epoca contrassegnata dal potere di Yanukovich.

L’istituzione del ministero dell’Informazione è stata affiancata da un altro provvedimento recente che i giornalisti hanno duramente criticato: la scorta obbligatoria a chi si reca al fronte alla ricerca di notizie e di storie. Kiev dice che è una misura temporanea, ma non ha precisato per quanto tempo resterà in vigore.

Per approfondire: L'Ucraina tra noi e Putin

*Matteo Tacconi è coordinatore di Rassegna Est, un sito che racconta e spiega l’Europa balcanica, centrale e post-sovietica con una particolare attenzione alle vicende economiche. È sia un’agenzia di giornalisti che forniscono i loro contributi a varie testate, sia un portale di servizio indirizzato alle imprese italiane, la cui presenza a Est è molto radicata.
(5/12/2014)
 

Stati Uniti continuano a far danni ai paesi Sovrani

Ungheria: Mc Cain, Orban dittatore. E scoppia la crisi diplomatica

Pubblicato il 04 dicembre 2014 da redazione
Anti-government protests in Budapest
BUDAPEST. – A Budapest esplode l’indignazione, in seguito alla dichiarazione del senatore repubblicano, John McCain, che ha definito il premier populista Viktor Orban “dittatore neofascista”. Il ministero degli Esteri ha precettato l’incaricato d’affari americano Andre Goodfriend (attualmente il più alto posto diplomatico a Budapest) per chiedere spiegazioni e protestare. La crisi diplomatica fra Ungheria e Usa, avviata con i veti americani che hanno colpito alcuni funzionari governativi di Orban sull’ingresso nel paese, si acuisce. McCain, che è stato il candidato repubblicano alla Casa Bianca contro Barack Obama, aveva parlato in Senato in occasione del voto sulla nomina controversa dell’ambasciatrice a Budapest Colleen Bell, una produttrice televisiva senza alcuna esperienza diplomatica. “Abbiamo un paese che sta perdendo la sovranità a favore di un dittatore neofascista che se la fa con Putin, e noi gli mandiamo una produttrice televisiva”, ha detto fra l’altro il senatore, noto per il suo parlar franco. Secondo il ministero di Budapest, il senatore non conosce i fatti e deve scusarsi per le parole inaccettabili. “Più rispetto per l’Ungheria e gli ungheresi, che hanno espresso più volte il loro appoggio per il premier Orban”, ha detto il ministro Peter Szijjarto. Ai giornalisti ungheresi che hanno chiesto una replica a McCain, il senatore ha ripetuto le accuse, non solo sue, ma anche dell’amministrazione di Washington contro il premier Orban, criticando l’esercizio del potere in modo autoritario, il controllo sui media e la giustizia, attacchi alle organizzazioni non governative critiche con il potere, corruzione e appoggio a Mosca sulle politiche energetiche. Le relazioni di Budapest con gli Stati uniti sono al punto più basso di mai, sottolineano gli analisti. L’opposizione democratica parla del fallimento totale della politica estera di Orban: una guerra fredda con Washington, mentre l’abbandono del progetto South Stream da parte di Mosca compromette la politica energetica seguita finora del governo. (Peter Magyar/Ansa)

http://voce.com.ve/2014/12/04/90510/ungheria-mc-cain-orban-dittatore-e-scoppia-la-crisi-diplomatica/ 

Flat Tax, 13 dicembre 2014

L'ECONOMISTA BORGHI AQUILINI: ''L'IMITAZIONE E' IL PIU' SINCERO DEI COMPLIMENTI: ANCHE FORZA ITALIA PER LA FLAT TAX BENE''

venerdì 5 dicembre 2014
MILANO - "L'Imitazione e' il piu' sincero dei complimenti. Leggo che dopo mesi che la Lega parla di Flat Tax oggi anche Forza Italia ha deciso di presentarla come se fosse una sua invenzione. Benissimo perche' a noi interessa che le cose vengano fatte e chiunque si accodi alle nostre proposte e' benvenuto perche' aumenta le possibilita' di realizzarle".
Lo afferma Claudio Borghi Aquilini, responsabile economico della Lega Nord.
"Per amore di verita' - aggiunge - ricordo che quando nel '94 Antonio Martino propose l'aliquota unica poi venne spostato da Berlusconi in un ministero non economico e la promessa non venne mantenuta. Ricordo anche che quando io insistevo con tale proposta scrivendo sulle pagine da "il Giornale" il PDL la ignoro' nonostante fosse al governo".
"Adesso - prosegue il professor Borghi - pero' c'e' la Lega e Matteo Salvini e il coraggio di fare le rivoluzioni non ci manca. Pero' siamo persone serie e non facciamo slogan quindi invitiamo il Presidente Berlusconi alla presentazione della nostra proposta di Flat Tax il 13 Dicembre a Milano"
"In questa occasione interverra' il vero inventore dell'aliquota unica moderna, il Professor Alvin Rabushka, invitato insieme al Partito Italia Nuova, con cui abbiamo studiato la proposta e che sara' da lui ufficialmente certificata".
"Abbiamo deciso di lavorare - conclude Borghi Aquilini - con i massimi esperti mondiali perche' sulle tasse non si scherza e gli italiani sono stanchi di promesse non mantenute".
Redazione Milano

http://www.ilnord.it/c-3865_LECONOMISTA_BORGHI_AQUILINI_LIMITAZIONE_E_IL_PIU_SINCERO_DEI_COMPLIMENTI_ANCHE_FORZA_ITALIA_PER_LA_FLAT_TAX_BENE

Questa Europa non vuole il South Stream segue i comandi degli Stati Uniti

5 dicembre 2014, 12:36

La Russia non invitata nel vertice di Bruxelles su “South Stream”

La parte russa non ha ricevuto inviti ufficiali per la riunione dei ministri dei Paesi coinvolti nel progetto "South Stream" che si svolgerà il prossimo 9 dicembre a Bruxelles.

Lo ha rivelato a RIA Novosti una fonte informata sugli sviluppi riguardanti l'infrastruttura.
"A quanto pare i ministri dei Paesi che partecipano al progetto "South Stream" devono sviluppare la propria posizione su questo tema", - ipotizza l'interlocutore.
Lunedì il presidente Vladimir Putin aveva dichiarato che la Russia nelle circostanze attuali, tra cui la posizione non costruttiva dell'Unione Europea, non avrebbe realizzato "South Stream".

L'Europa impedisce la costruzione del South Stream, aumenta la sua importazione e il ricarico per i paesi del sud, siamo imbecilli

5 dicembre 2014, 23:06

Aumentate del 50% le forniture di gas russo attraverso "Nord Stream" nel 2014

Aumentate del 50% le forniture di gas russo attraverso "Nord Stream" nel 2014

Le forniture di gas russo verso l'Europa attraverso il gasdotto "Nord Stream" dall'inizio del 2014 hanno superato i 30 miliardi di metri cubi, ovvero il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2013, ha comunicato la compagnia russa Gazprom dopo un incontro a Berlino tra il suo numero uno Alexey Miller e il presidente del consiglio di amministrazione della società energetica tedesca E.ON SE Johannes Tayssen.

Nell'incontro hanno discusso le questioni di cooperazione nel settore del gas. Si è parlato di gas, nonché della cooperazione nel settore della produzione e del trasporto.
"Nord Stream" è il gasdotto che collega la Russia e la Germania passando sotto il Mar Baltico.

Che cosa vuol dire che numerosi privati, dell'Arabia Saudita, hanno investito ingenti risorse sull'Isis?

La guerra del petrolio tra Iran, Israele e Arabia Saudita

Oggi più che mai le potenze mediorientali sono alla ricerca di un nuovo assetto regionale e di un dominio energetico. Mentre la guerra continua a infuriare

  • La guerra del petrolio tra Iran, Israele e Arabia Saudita
  • Due settimane prima del 24 novembre 2014, la data prevista per la sigla dell’accordo sul nucleare tra la Repubblica Islamica dell’Iran e i Paesi del P5 + 1 (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina più la Germania), i siti web vicini alle Guardie Rivoluzionarie islamiche dell’Iran (IRGC) hanno iniziato a riportare dati e commenti sulle funzionalità dell’unità missilistica dell’IRGC, e in particolare sulla capacità di questa unità militare di poter colpire e distruggere Israele.
    In un accurato quanto preoccupante report, il Middle East Media Research Institute riporta affermazioni scioccanti sulla guerra mediatica contro Israele che, per quanto retorica e propagandistica, alimenta i timori e le diffidenze reciproche tra questi due Paesi.
    “Abbiamo sviluppato missili con capacità balistica di 2.000 km e abbiamo dotato Hezbollah (il Partito di Dio, gruppo terroristico sciita libanese) con missili della capacità di 300 km che possono arrivare fino a Dimona. Le illusioni di Israele di sviluppare i giacimenti di gas naturale a largo del Mediterraneo saranno sepolti in mare insieme con il regime Sionista”. È questo il succo dei numerosi articoli e interviste comparsi un po’ ovunque sui media iraniani, che riportano anche dichiarazioni recenti dello stesso Ayatollah Ali Khamenei.
    Israele e il Bacino di Levante
    Il riferimento è ai bacini offshore del Mar Mediterraneo Orientale, ossia quelli presenti nel tratto di mare compreso tra la costa orientale di Cipro e quella occidentale di Israele, che in parte intercetta anche le coste prospicienti la Striscia di Gaza.
    Il cosiddetto Bacino di Levante, secondo la Energy Information Administration (EIA) statunitense, racchiuderebbe riserve di gas naturale stimate in oltre mille miliardi di metri cubi, capaci dunque di “alterare significativamente le dinamiche della fornitura di energia nella regione” in favore di Israele.
    L’Iran, nonostante il volto buono della presidenza Rouhani, torna dunque a minacciare direttamente Israele perché vuole mantenere sotto la propria influenza, politica ma soprattutto economica, Paesi come Siria, Libano e la stessa Striscia di Gaza nel medio-lungo periodo. Mentre Israele ritiene che il Bacino del Levante potrà consentirgli una forza negoziale inattesa e inedita fino a pochi anni fa.
    Ecco dunque che tutto, compresa anche la guerra o la sua sola minaccia, ruota ancora una volta intorno all’energia e al potere che da essa deriva, considerato che in una regione a tratti molto povera e sottosviluppata, l’approvvigionamento energetico è lo strumento privilegiato per un Paese che intenda prevalere nel Medio Oriente.
    La guerra del petrolio
    Si spiegano anche così le tensioni del mercato petrolifero, sceso di recente sotto quota 70 dollari al barile per volere del cartello dei Paesi OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), che da sola garantisce il 40% del greggio prodotto nel mondo ed è dominato dall’Arabia Saudita. La scelta di non agire per modificare l’andamento del prezzo del greggio danneggia non poco numerose economie, su tutte quella russa e quella iraniana. Quest’ultima, in particolare, difetta per la eccessiva petro-dipendenza: Teheran dipende dagli idrocarburi per ben il 60% del proprio export e per una quota pari al 25% dell’intero Pil nazionale.
    Ma tenere basso il prezzo di produzione del petrolio serve a mettere fuori mercato anche e soprattutto parte della nuova concorrenza occidentale, rallentando lo sviluppo di quella tecnologia nota come Shale Oil e Shale Gas, che già oggi consente agli Stati Uniti la quasi totale autosufficienza energetica e che Israele stesso vorrebbe utilizzare proprio nel Bacino del Levante.
    Le parti in lotta per la supremazia
    Pur essendo gli interessi trasversali e difficilmente inquadrabili attraverso semplificazioni, possiamo tentare di segnalare alcune alleanze strategiche. L’Iran ha dalla sua Mosca, quella porzione di Siria dove ancora comanda Bashar Assad e i libanesi di Hezbollah, ma sta tentando anche di convincere gli Stati Uniti delle sue buone intenzioni (vedi gli accordi sul nucleare), allo scopo di isolare definitivamente Israele e far ripartire la propria economia. Per questo è pienamente coinvolta anche nella guerra contro lo Stato Islamico a fianco della coalizione internazionale. Inoltre, sostiene i movimenti sciiti e anti-sistema in Yemen e Bahrein.
    L’Arabia Saudita, invece, è piuttosto indipendente e ha dalla sua anzitutto il petrolio e la fede sunnita, ragion per cui numerosi privati hanno “investito” ingenti risorse sui miliziani sunniti dello Stato Islamico, che oggi tengono in scacco parte del mercato petrolifero iracheno e tentano di azzerare il governo sciita della Siria, devastata da quasi quattro anni di guerra. Oltre a competere direttamente con Teheran per l’influenza sul resto del Medio Oriente.
    Israele, invece, appare in seria difficoltà e non si fida né delle buone intenzioni di Teheran sul nucleare - le dichiarazioni delle Guardie Rivoluzionarie islamiche iraniane lo dimostrano una volta di più - né della strategia americana per il futuro del Medio Oriente.
    Dunque, nella competizione per il dominio in Medio Oriente, dopo un Novecento controllato dalle forze imperiali europee e in seguito anche dal potere del dollaro, oggi s’intrecciano e si scontrano su più piani le volontà egemoniche dei pretendenti locali, protagonisti di una guerra regionale che si espande da Gaza fino a Mosul e che ha in agenda un redde rationem di cui oggi non è possibile prevedere l’esito, ma la cui escalation militare non è da escludere in assoluto. Con gli occhi dell’Occidente, è forse auspicabile un generale ridimensionamento delle aspirazioni egemoniche dei suddetti Stati. Che, va detto, è compito della diplomazia

    http://www.panorama.it/news/oltrefrontiera/guerra-petrolio-iran-israele-arabia-saudita/

    Il Pd fa schifo è il nemico degli italiani



    Renzi, testo denuncia per associazione a delinquere: dentro anche Carrai e Palumbo

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    Alessandro Maiorano, dopo l’attacco all’espulso M5S Massimo Artini, non è rimasto con le mani in mano e ha deciso di mettere a disposizione di alcuni giornalisti il testo della sua denuncia contro Matteo Renzi per associazione a delinquere (testo già noto, sostiene Maiorano, all’ex M5S Artini): un PDF di 50 pagine, nel quale spuntano anche i nomi dei renziani fedelissimi Marco Carrai e Giovanni Palumbo, quest’ultimo attuale capo della segreteria a Palazzo Chigi.
    Maiorano è assistito dal noto avvocato Carlo Taormina e la denuncia contro l’ex sindaco di Firenze è molto fitta di date, numeri e dettagli. Da dove sono arrivati i soldi con cui Matteo Renzi ha costruito la sua personale macchina di propaganda, la serie di incontri alla ‘Leopolda’, quelle costosissime campagne elettorali bisognose di una imponente organizzazione?
    Con questa domanda inizia la denuncia di Alessandro Maiorano e Carlo Taormina, presentata in tribunale a Roma lo scorso 1° Agosto. Il testo è articolato in 9 paragrafi: si va da Florence Multimedia (9 milioni di euro per promuovere l’immagine di Renzi) a Genio Fiorentino (7,5 milioni), fino alla questione della casa in Via Alfani 8 (abitata da Renzi, ma con affitto pagato da Carrai) e alle fatture di Luigi Lusi.
    maiorano
    Fra peculato, riciclaggio e corruzione, la denuncia contro il Presidente del Consiglio descrive un vero e proprio “Sistema Renzi”, tale da configurare un’associazione a delinquere nella quale sarebbero coinvolti anche Carrai e Palumbo.

    il governo Pd imbecille e capace solo di vessare gli italiani non proteggendoli dalla rapacità dell'Euro

    Cgia Mestre: Le tasse? Possono ancora aumentare

    Tasse 294x196 Cgia Mestre: Le tasse? Possono ancora aumentare

    La pressione fiscale in Italia ha raggiunto livelli allarmanti, attestandosi al 43,3% dall’anno scorso. Ma quali sono gli scenari che si profilano per il futuro? Secondo la Cgia di Mestre (l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese) non è il caso di farsi troppe illusioni perché – ad eccezione dell’anno prossimo, durante il quale potremmo assistere a una lievissima flessione del carico fiscale – le cose potrebbero andare sempre peggio.
    Già a partire dal 2016, anno in cui, stando alle previsioni della Cgia, la pressione fiscale potrebbe salire al 43,6%, se gli impegni presi dal governo Renzi in sede europea non verranno onorati. Si tratta di quel famoso vincolo con cui Bruxelles ha “caldamente consigliato” a Roma di frenare la spaventosa crescita del debito pubblico risparmiando una cifra più che impegnativa.
    Nel dettaglio: nel 2016, il governo dovrebbe tagliare la spesa pubblica di 16,8 miliardi di euro, nel 2017 di 26,2 miliardi e nel 2018 di 28,9 miliardi. E se non dovesse farcela? L’Europa ha pensato anche a questo predisponendo un graduale aumento della tassazione che metterà l’Italia nelle condizioni di onorare gli impegni presi. A scapito, ovviamente, dei contribuenti che potrebbero vedersi aumentare l’aliquota Iva di 2 punti nel 2016, di un ulteriore punto nel 2017 e di mezzo punto ancora nel 2018. Non solo: a infierire sugli italiani potrebbe arrivare anche l’aumento delle accise sul carburante che, nell’ipotesi più sciagurata, scatterà dal 1° gennaio 2018.
    “Il nostro esecutivo – ha spiegato il presidente della Cgia, Giuseppe Bortolussi – si è impegnato a rispettare i vincoli richiesti da Bruxelles attraverso il taglio della spesa pubblica. Diversamente, scatteranno automaticamente gli aumenti di imposta che garantiranno comunque i saldi di bilancio. In altre parole, se il governo non riuscirà a tagliare gli sprechi e gli sperperi – ha messo in chiaro Bortolussi – a pagare il conto saranno, ancora una volta, gli italiani che subiranno l’aumento dell’Iva e delle accise sui carburanti”.

    http://www.newnotizie.it/2014/12/cgia-mestre-le-tasse-possono-ancora-aumentare/

    Fornero, i piagnistei della Cisl per una richiesta di incontro, contro la concretezza del Referendum

    Pensione anticipata 2015, Lega: Cisl appoggi referendum contro riforma pensioni Fornero

    Riforma pensioni 2015, pensione anticipata, referendum: nuovo scontro tra la Lega Nord di Salvini e la Cisl di Furlan.

    Mentre Cgil e Uil sono pronte per lo sciopero generale di venerdì 12 dicembre, la Cisl, dopo quattro giorni di mobilitazione tra Roma, Napoli, Firenze e Milano, continua a cercare sulle modifiche alla riforma Fornero il dialogo con il Governo Renzi sulla base di una piattaforma di riforma pensioni che il sindacato presenterà nel gennaio 2015 insieme alla proposta di riforma fiscale che punta alla riduzione delle tasse. I sindacati sono spaccati pure sul referendum per la cancellazione della riforma delle pensioni del Governo Monti proposto dalla Lega Nord di Matteo Salvini. Da una parte la Cgil di Susanna Camusso che ha detto sì al referendum che intende appoggiare qualora la Consulta dovesse confermare l'indizione del quesito referendario per la prossima primavera 2014. Dall'altra parte la Cisl di Annamaria Furlan che ha detto no e che ieri è tornata a chiedere al premier Matteo Renzi di rimettere mani sulla legge Fornero, prevedendo nuove forme di flessibilità in uscita e pensione anticipata anche per i lavoratori privati e non solo per gli impiegati pubblici.

    Riforma pensioni 2015 e pensione anticipata, Lega Nord: perché la Cisl non appoggia referendum?


    Un comportamento, quello della Cisl, criticato ieri dalla Lega Nord di Matteo Salvini. "Spiace constatare - ha dichiarato in una nota stampa il capogruppo della Lega Nord in commissione Lavoro alla Camera dei Deputati, Emanuele Prataviera - che la segretaria della Cisl Annamaria Furlan a parole si dice contraria alla riforma pensioni Fornero ma nei fatti - ha proseguito il parlamentare leghista - si appella alla vana speranza che il Governo Renzi faccia qualcosa per i lavoratori. Perché la Cisl - è l'interrogativo posto dal deputato alla leader della Cisl Annamaria Furlan - non appoggia l'unica iniziativa concreta proposta finora per abolire veramente quella nefasta legge? Purtroppo ancora una volta - secondo il capogruppo leghista in commissione Lavoro a Montecitorio - il sindacato, che già tre anni fa non si oppose a questo provvedimento, nega nuovamente ai cittadini la possibilità di abolire la riforma pensioni Fornero tramite il referendum promosso dalla Lega Nord".

    Riforma pensioni e più flessibilità in uscita, Furlan: su legge Fornero non aspettiamo referendum Lega


    Ecco, in sintesi, l'intervento della leader della Cisl ieri dal palco della manifestazione di Sesto San Giovanni (Milano). "Non aspettiamo il referendum della Lega Nord - ha detto Annamaria Furlan - per dire che la riforma pensioni Fornero è la peggiore in assoluto nella storia del paese''. Il segretario generale della Cisl ha ribadito che il sindacato "bianco" intende "fare proposte sperando e lottando perché il Governo e il Parlamento - ha sottolineato la dirigente sindacale - cambino da subito la legge Fornero sulle pensioni". La proposta principale della Cisl sulla riforma pensioni 2015, rilanciata in questi giorni di mobilitazione da Annamaria Furlan, è quella che prevede nuove forme di flessibilità in uscita e nuove possibilità di pensione anticipata per tutti i lavoratori. A proposito di lavoratori, "ognuno ha i suoi eroi", ha detto ieri la Furlan replicando al premier Matteo Renzi secondo il quale gli "eroi" di questi anni sono stati gli imprenditori. Gli "eroi" della Cisl sono i lavoratori che si sono battuti per tutelare il loro posto di lavoro e i pensionati che hanno aiutato i familiari in questi anni di crisi con le loro pensioni.

    http://it.blastingnews.com/lavoro/2014/12/pensione-anticipata-2015-lega-cisl-appoggi-referendum-contro-riforma-pensioni-fornero-00193805.html

    la Bce non fa altro che allungare l'agonia del popolo italiano che deve essere spremuto come un limone. Fronte Unico per uscire dall'Euro

    Recessione: Bankitalia, ancora negativo il credito alle famiglie. Rallenta la contrazione dei prestiti alle imprese

    Debito pubblico: Ignazio Visco lancia l’allarme deflazione

    Per una volta il presidente della Bce Mario Draghi ha mostrato i muscoli, ricordando alla Stampa ed alla minoranza filotedesca che la Banca centrale europea può prendere decisioni a maggioranza. Il motivo del contendere è il Quantitative easing (QE) che con ogni probabilità la Bce lancerà nei primi mesi del 2015 – speriamo a gennaio.
    L’obiettivo è il ritorno ad un po’ di inflazione, che il banchiere vorrebbe rilanciare con l’acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario. Tra colore che hanno dato un appoggio incondizionato a Draghi c’è il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che ha appoggiato la mossa evidenziando quali potrebbero essere i rischi senza il QE.
    Se si hanno variazione dei prezzi così basse o negative, le conseguenze possono essere gravissime per le economie con un debito pubblico molto alto, come l’Italia“. Insomma senza inflazione il debito pubblico italiano sarebbe insostenibile, e quindi porterebbe forzatamente ad un addio del nostro paese all’Euro.
    Il governatore ha parlato del centenario della nascita di Federico Caffè. Per Visco, l’economia si sta muovendo verso un “periodo di inflazione troppo basso per un periodo troppo lungo. Non c’è la deflazione tout court bisogna stare molto attenti a questi andamenti. Se si hanno variazioni di prezzi così basse ci possono essere conseguenze gravissime in una economia con livelli di debito alti come l’Italia“.
    Chiusura – e non poteva essere altrimenti – alle famigerate riforme “è indubbio che le condizioni economiche dell’area euro non sono affatto soddisfacenti. Serve creare un ambiente favorevole all’attività di impresa: oggi quando si va a vedere quello che appare da noi illegalità e corruzione si vede che è un ostacolo forte a creare ambiente in cui prosperi il bisogno di innovare e il desiderio di intraprendere“.

    http://economia.leonardo.it/debito-pubblico-ignazio-visco-lancia-lallarme-deflazione/

    altro pezzo dell'industria italiana che prende il volo, governo Pd pagliaccio

    04/12/2014 17:43

    Ansaldo Energia: Fsi perfeziona cessione del 40% a Shanghai Electric Corporation

    (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 04 dic - Fondo Strategico Italiano (Fsi) ha finalizzato l'operazione di cessione del 40% di Ansaldo Energia a Shanghai Electric Corporation, leader mondiale nella produzione di macchinari per la generazione di energia e attrezzature meccaniche. Lo riferisce una nota precisando che la vendita, annunciata lo scorso 8 maggio, si e' perfezionata con l'ottenimento delle autorizzazioni governative e antitrust internazionali.
    A seguito dell'operazione, Fsi continuera' a detenere il 44,84% di Ansaldo Energia.

    http://finanza-mercati.ilsole24ore.com/azioni/analisi-e-news/tutte-le-news/news-radiocor/news-radiocor.php?PNAC=nRC_04.12.2014_17.43_49918429

    Ottima l'iniziativa, per tutti gli italiani non tarpati dalla propaganda dei mezzi d'informazione

    Lettera della Lega Nord ai parlamentari: "Iscriviti anche tu agli Amici di Putin"

    Deputato del Carroccio organizza un gruppo di supporto alla Russia per reagire "ai danni economici dopo lo stop al gasdotto South Stream e sfatare le dicerie sul regime: a Mosca wi-fi gratuito sulle metro". L'invito bipartisan spedito a tutti. Sel denuncia: "Uguali a Le Pen"

    di MICHELA SCACCHIOLI

    ROMA - "Uscire dall'empasse causato dall'irrigidimento delle posizioni" nei confronti di Mosca. Reagire dinanzi agli ingenti danni causati dall'embargo russo "innescato dall'assurda guerra economica che il governo italiano ha ingaggiato col Cremlino". E, non da ultimo, "sfatare le dicerie che montano riguardo alla Russia", tutt'altro che "matrigna che controlla, monitora e blocca l'accesso alle informazioni".

    Un po' come le parole pronunciate mesi fa da Matteo Salvini di ritorno dalla Corea del Nord (video), anche stavolta il messaggio arriva da una Lega in forte risalita che stando agli ultimi sondaggi si piazza al terzo posto dopo Pd e M5s. Una mossa politica che ha come obiettivo l'apertura totale alla Russia di Vladimir Putin. E' partita nei giorni scorsi, infatti, la campagna adesioni all'intergruppo parlamentare 'Amici di Putin'. L'iniziativa è del deputato leghista Paolo Grimoldi e ha l'obiettivo di "contribuire a pacificare i rapporti, diplomatici, politici ed economici" tra Italia e Cremlino, perché "le sanzioni e il recente stop al gasdotto South Stream stanno producendo danni incalcolabili alla nostra economia".

    L'iniziativa, però, fa storcere il naso ad alcuni parlamentari: da Montecitorio a puntare il dito è il deputato di Sel, Franco Bordo, che si è visto recapitare la lettera con l'invito alla sottoscrizione: "Una lettera con argomentazioni che hanno dell'incredibile - è la reazione -, insomma la Lega organizza un gruppo di supporto alla Russia, contro le sanzioni della Ue, difendendo il regime di Putin portando ad esempio il fatto che stanno costruendo la rete wifi nella metro. Non contenti del successo del loro leader al congresso dei neofascisti del Front National in Francia, imitano in tutto e per tutto Le Pen e compagnia".


    Nel documento spedito da Grimoldi, intanto, si legge nero su bianco: "Da destra a sinistra in tanti vogliono dare un contributo alla normalizzazione dei rapporti italo-russi - scrive il leghista -. E' nostro dovere dare un contributo affinché si chiuda questa stagione di contrasti, che non fanno altro che danneggiare la nostra economia, in un momento già di per sé drammatico, causa crisi".

    Nella messaggio, inoltre, il deputato del Carroccio tenta anche "sfatare i troppi luoghi comuni nati" attorno alla Federazione. "Il Cremlino ha dato il via libera a un maxi-progetto per l'installazione della rete wi-fi gratuita su tutte le metropolitane di Mosca, ne beneficeranno 7 milioni di persone, ogni giorno. Questo fatto smonta la fantasiosa tesi di chi dipinge la Federazione come una matrigna che controlla, monitora e blocca l'accesso alle informazioni. E poi c'è chi parla di regime e di limiti alla libertà d'espressione. La verità è che, oggi, accedere e scambiare informazioni è più facile in Russia che in Italia, grazie agli investimenti voluti proprio dal governo".

    http://www.repubblica.it/politica/2014/12/05/news/lega_nord_promuove_in_parlamento_l_associazione_amici_di_putin_-102198610/