Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 dicembre 2014

Matteo Salvini, Fronte Unico per uscire dall'Euro, condizione necessaria ma non sufficente

Pregi e difetti di Matteo Salvini 

di Eugenio Orso

La Lega Nord, inizialmente per l’indipendenza della “Padania”, è il più vecchio partito fra quello oggi esistenti, in Italia. E’ nato ufficialmente il 4 dicembre 1989, in Via Carlo Bellerio n° 41 a Milano (mettiamoci pure il CAP: 20161). Nonostante il limite invalicabile rappresentato dal “muro di Ancona” dell’indimenticabile Maurizio Ferrini, ha conosciuto periodi di rapida espansione del consenso, all’inizio grazie a Tangentopoli, e periodi di contrazione, principalmente a causa dell’ingombrante popolarità di Berlusconi. Sì, proprio l’alleato Silvio, che inizialmente Bossi avversava e definiva spregiativamente, senza mezzi termini, Berluskaiser, Berluskaz, o più semplicemente Berluscone. In origine, grazie al convincente e rude Umberto Bossi, nell’immaginario leghista l’imprenditore “prestato” alla politica rappresentava una protesi del vecchio e screditato Pentapartito, una creatura del terribile Craxi. Il Cavaliere, dal canto suo, avrebbe fatto fuori volentieri la Lega, nonostante fosse diventata nel tempo suo fedele alleato, memore del tradimento del 1994, quando i leghisti contribuirono a far cadere il suo primo governo alla fine di dicembre. Non solo per questo, ma anche perché il Cav. voleva stravincere e governare da solo, in accordo con il suo smisurato ego e le sue esigenze di controllo assoluto del paese, mai pienamente soddisfatte.
In anni ormai dimenticati ho avversato il cosiddetto centro-destra e la Lega con gli scarsissimi mezzi a mia disposizione, e mi sono “curato” qualche minaccia dagli allora sfegatati leghisti, alleati di ferro dei berlusconiani (verremo a prenderti!). Oggi, sembra definitivamente tramontato il mito della “Padania” e dismessi i riti iniziatici con l’uso dell’acqua inquinata del Po, nel suggestivo battesimo padano. Bei tempi, quelli! Socialmente ed economicamente migliori rispetto al presente, con un tenore di vita più alto e prospettive residue di miglioramento (con o senza la Lega), molti disoccupati in meno e una mala amministrazione che doveva ancora crescere, per raggiungere i livelli attuali d’insostenibilità. In merito alla “Padania”, c’è da dire che questa non era una patria dei popoli del nord emersa dalle nebbie della storia, a causa della “rilettura” bossiana, dopo i lunghi secoli di sonno dalla battaglia di Legnano, ma più banalmente una macroregione italiana ipotizzata dal professor Gianfranco Miglio (n. 1918, m. 2001), per una rivoluzionaria federalizzazione dello stivale, dal mille e ottocento sessantuno stato nazionale unitario.
Molta acqua sembra esser passata sotto i ponti dai tempi della gestione bossiana del partito, interrotta bruscamente dalle ben note vicende giudiziarie di Belsito, del “cerchio magico” e della stessa famiglia dell’Umberto (primavera del 2012), per un uso disinvolto e fin troppo privato dei rimborsi elettorali. Dopo il triumvirato di emergenza Maroni-Calderoli-Dal Lago e la breve reggenza di Roberto Maroni, è arrivato alla segreteria federale il milanese Matteo Salvini, non dal nulla, ma dal vecchio apparato leghista, ed è riuscito a rilanciare la Lega, cambiandogli un po’ l’abito e spostando l’attenzione su altri temi, diversi dal fardello prima del sud e poi dell’immigrazione, dalla “Padania” autonoma o indipendente e dal federalismo. Nuovi temi che effettivamente sono cruciali per il nostro futuro.
Di Matteo Salvini giovane leghista rampante, oggi poco più che quarantenne, conservo un ricordo sfumato, risalente a cinque anni fa, forse al 2009. Il posto sul bus riservato ai milanesi, o più precisamente, a coloro che hanno formalmente residenza nel comune di Milano. Una proposta “choc” di quando era già in ascesa nella gerarchia del partito, che allora mi parve alquanto delirante. Buona, però, per far parlare di sé sui giornali e in televisione. Ma come? E se uno è un “lumbard” da venti generazioni e risiede in un’altra provincia, ad esempio a Lodi, deve cedere il posto sul bus ad altri, che possono dimostrare di essere residenti a Milano? Magari sarà costretto ad alzarsi per far sedere un tizio (poniamo) di origine nigeriana, che però (ipotizziamo) ha acquisito la cittadinanza italiana e la residenza nel comune meneghino! L’idea non è sembrata anche a voi un po’ assurda, partorita niente di meno che dalla mente di un leghista, strenuo difensore delle identità nordiste con annesse radici culturali? Fu allora che vidi una foto di Salvini. In quella foto sembrava più grassoccio di quello che è, meno scuro di capelli di quanto sia, ma soprattutto ostentava uno sguardo un po’ bovino. Certo, la foto che vidi poteva essere poco riuscita e sicuramente non gli rendeva giustizia, ma l’idea che mi feci di lui non fu propriamente positiva. Comunque sia, acqua passata.
Dire che Salvini ha azzerato Bossi e il “cerchio magico”, facendo completamente scordare le origini della Lega, ma soprattutto lo scandalo leghista da basso impero che ha travolto il partito, è forse un po’ eccessivo. Sicuramente gli va ascritto il merito di aver sollevato, a livello nazionale e non più esclusivamente “padano”, la questione moneta unica-eurolager-trattati capestro europidi, riscuotendo un crescente consenso fra la popolazione. Fuori dall’Italia, la nuova gestione leghista ha fruttato un’entente cordiale con il Front National francese, un “gemellaggio” con Russia Unita di Putin e lo schierarsi contro l’atlantismo più becero, servile, guerrafondaio e masochista (che ci fa rischiare una guerra con la Russia), incarnato dal pd di Renzi. Tutti cambiamenti indubbiamente positivi. Il suo riferimento sembra essere un’Europa delle patrie (come ha dichiarato), fondata su stati sovrani che liberamente stabiliscono legami fra loro.
Maggior attenzione per la riacquisizione della sovranità politica e monetaria, che sola potrebbe riattivare l’economia italiana, e meno mitologie propagandistico-nordiste – in sintesi, “Basta euro!” al posto dell’immaginaria “Padania” – caratterizzano il nuovo corso leghista di Matteo Salvini. Dal regionalismo più spinto, indotto dalle istanze federali di Miglio, si approda a un nazionalismo aderente alle impellenti necessità del paese. Di ciò non posso che rallegrarmi, naturalmente, perché, come dice lo stesso Salvini mostrando di averlo finalmente compreso, o ci salviamo tutti, a nord e a sud, o non si salva nessuno. Mi rallegro anche perché il suddetto attacca apertamente la “riforma” Fornero, per i danni che ha prodotto nel paese, e la follia delle sanzioni contro la Russia, volute dagli usa, con conseguente perdita di esportazioni (e posti di lavoro) anche per l’Italia, nella misura di alcuni miliardi di euro.
Tuttavia Matteo Salvini deve fare i conti con la vecchia base leghista, che non è scomparsa dopo la vicenda giudiziaria Belsito e il ridimensionamento del partito nelle stesse roccaforti del nord, facendone temere il collasso. Ecco che allora, allo scopo di recuperare consensi in quella direzione, il neosegretario della Lega sfrutta ampiamente un vecchio “cavallo di battaglia”, quello dell’immigrazione (in sostituzione del sud), focalizzando però l’attenzione sugli immigrati irregolari, nonché sulla vicenda dei rom e degli altri zingari. Insistendo troppo e in modo sbagliato su questi temi, per ragioni di consenso, si rischia fatalmente di alimentare quella “guerra fra poveri” che fa comodo al sistema, e si distoglie l’attenzione dalla necessità di “sgretolare” l’euro, per riconquistare l’indipendenza monetaria e politica. Non sto dicendo che non ci si deve occupare della questione immigrazione, sto solo evidenziando il rischio che Salvini rincorra un po’ troppo su questo terreno i vecchi leghisti orfani di Bossi, perdendo di vista gli obiettivi principali: sconfiggere le forze collaborazioniste euroserve e far uscire l’Italia – tutta, non solo un pezzo – dall’ormai famigerata e scricchiolante eurozona.
Il piglio elettoralistico e il presenzialismo che dimostra non mi piacciono molto, tanto che mi ricordano un poco l’esempio più negativo in assoluto, cioè Matteo Renzi. Non si tratta di superare forza Italia di un paio di decimali di punto, oppure di sottrarre voti a un Grillo stanchino, che perde colpi, ma di coalizzare forze, da nord a sud, per la marginalizzazione dei collaborazionisti della troika e la liberazione del paese.
Uno svarione di Salvini, che però ha fatto parlare di lui – parlatene male, o anche soltanto ironicamente, purché ne parliate – è stato il prestarsi per farsi fotografare quasi “desnudo”, in pose “sexy”, sul settimanale Oggi di gossip, moda, benessere e varie. Morbide coperte e cravatta verde-leghista come solo indumento. Mi ha ricordato un po’ Renzi, con il chiodo, sulla copertina della rivista scandalistica Chi di Signorini, che scimmiottava grottescamente il celebre Fonzarelli di Happy Days. Non è questa la strada, per Salvini, e dovrebbe rendersene conto, prima di essere fagocitato dal penoso e castrante “star system” nazionale. Del resto, sulla questione gay politicamente corretta e fuorviante il suddetto dichiara, nell’intervista comparsa su Oggi, di sentirsi vicino addirittura a Renzi, alla Pascale e alle cosiddette civil partnership, segnando così la distanza dall’alleata Marine Le Pen. Se in tv Renzi è più bravo di lui, per sua stessa ammissione (sempre su Oggi!) e, inoltre, è ben più vanitoso, Salvini dovrebbe evitare di cadere nelle trappole giornalistico-mediatiche, riducendosi a fare il “tronista”, il “sirenetto” o il “ragazzo-copertina” ormai quarantenne. In tal modo, sembra rincorrere affannosamente Renzi sulla strada della popolarità mediatica a tutti i costi, dietro la quale c’è la più completa inconsistenza, se non proprio la mala fede assoluta come nel caso del “golden boy” piddino.
Negativa è la sua proposta di riforma del fisco, che prevedrebbe un’unica aliquota del 15%, sui redditi personali. Un vecchio “cavallo di battaglia” che fu del Cavaliere, quello mai realizzato della riduzione delle aliquote e della semplificazione estrema del sistema fiscale. Solo che Berlusconi parlava di due aliquote, o al massimo di tre, rispetto alle cinque attualmente praticate (che vanno dal 23 al 43%). Ho il vago sospetto che la proposta di Salvini, irrealizzabile in queste condizioni, serva per “lisciare il pelo” ad artigiani e piccoli imprenditori, oppressi da un fisco di rapina eurodiretto, e per rastrellare voti fra gli elettori dell’ex pdl, oggi confusi e allo sbando. Proposta negativa perché va in direzione opposta alla giustizia fiscale (e sociale), giacché la progressività dell’imposta, l’esistenza di un certo numero di scaglioni e aliquote costituiscono garanzia di più equa ripartizione, fra le fasce di reddito, dei carichi fiscali. Infatti, trascurando per un attimo la “no tax area”, 1.500 euro hanno un elevato valore per chi ne guadagna 10.000 annui, sicuramente più dei 15.000 per chi guadagna 100.000, com’è facile intuire. La proposta dell’aliquota unica del 15%, fingendo che sia effettivamente praticabile, richiederebbe un’estensione dell’area di esenzione che garantisce un po’ di equità fiscale, ben oltre gli attuali 8.000 euro per i lavoratori, i 7.500 per i pensionati e i soli 4.800 per gli autonomi. Chi è seriamente intenzionato a combattere la dominazione fiscale di governi euroservi, sia pur con sistemi “democratici”, dovrebbe evitare simili proposte dall’effetto squisitamente elettoralistico e, all’opposto, mantenere la progressività dell’imposta sui redditi personali, ampliando la “no tax area” e diminuendo l’aliquota dei primi due scaglioni di reddito (23 e 27%) almeno di due punti percentuali.
Concludendo con un po’ di ironia popolaresca, non è tutto oro quello che luccica, così come non è tutta merda quella che puzza (con la notevole eccezione di Renzi). Matteo Salvini è un politico che predica bene – Basta euro! No alle sanzioni contro la Russia, Europa delle patrie e degli stati sovrani – ma qualche volta anche male – aliquota unica del 15%, campagna anti-clandestini eccessivamente dura, fuorviante, non troppo rispettosa dei diritti naturali dell’uomo.
Vedremo in futuro se il nostro, illuminato da diverse luci e oscurato da alcune ombre, razzolerà bene come quando predica cose sensate. Questa è la mia speranza.

Fronte Unico per uscire dall'Euro per il Bene Comune

La Grecia spaventa sempre più: boom di rendimenti e spread, ecco cosa ci aspetta

Continua a crollare la Borsa di Atene, mentre s'impennano i rendimenti dei bond sovrani ellenici, con la curva dei rendimenti invertitasi. Si teme l'arrivo di Syriza al governo, che probabilmente porterebbe la Grecia fuori dall'Eurozona.



L’indice ASE della Borsa di Atene ha perso un altro 7% ieri, portando le perdite al 40% rispetto al picco raggiunto nel marzo di quest’anno. In una sola settimana, il listino ha perso il 20%. Dall’inizio dell’anno, il crollo è stato del 29%, il secondo maggiore al mondo, dopo quello della Borsa di Mosca. Sintomo di un ritorno al panico tra gli investitori sulla Grecia. Cosa ancora più agghiacciante è l’inversione della curva dei rendimenti: ieri un titolo a 3 anni rendeva in chiusura il 10,61%, balzando in una sola seduta di 119 punti base (+1,19%).
Un bond quinquennale rende, invece, il 9,68% (+103 bp), mentre un titolo a 10 anni il 9,17%, il massimo livello toccato da gennaio, dopo che era sceso fino al 5,5% a settembre. Adesso, lo spread con i titoli tedeschi si è allargato a 850 punti base, +150 punti in un paio di settimane. E c’è da registrare la discesa dei rendimenti trentennali dei Bund ieri sotto l’1,5% per la prima volta nella loro storia, anch’esso il segnale di una nuova drammatica polarizzazione dei mercati all’interno dell’Eurozona.

APPROFONDISCI - Panico in Grecia, ecco cosa temono i mercati. La curva dei tassi s’inverte, è allarme rosso

Default Grecia molto probabile

In sostanza, un titolo ellenico a più breve durata rende oggi di più di uno a scadenza più lunga, cosa che sul mercato ha un significato ben preciso: gli investitori stanno prezzando la probabilità di un default e dell’uscita della Grecia dall’euro nei prossimi mesi o qualche anno al massimo. Il costo per assicurare 10 milioni di euro in bond greci per 5 anni con i cds è esploso a 2,9 milioni (29%), implicando una probabilità del 52% che si registri un default da qui ai prossimi 5 anni.

Terrore per elezioni Grecia

Il panico è tornato con le avvisaglie di una crisi politica imminente e di elezioni anticipate all’inizio del 2015. Se entro il 27 di dicembre, il premier Antonis Samaras e la sua maggioranza non saranno in grado di trovare gli altri 25 voti in Parlamento, che serviranno loro per fare eleggere il nuovo capo dello stato, la Costituzione prevede lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni. A quel punto, la vittoria di Syriza, il cartello della sinistra radicale anti-Troika (UE, BCE e FMI) e sempre più contraria alla permanenza della Grecia nell’Eurozona, sarebbe altissimamente probabile. In pratica, da qui a qualche mese, potremmo trovarci ad Atene un governo, che chiederà ai partner europei di condonare almeno grossa parte del debito ellenico, che rifiuterà ulteriori misure di risanamento fiscale e che sarà ostile alla Troika. I mercati si stanno già fasciando la testa, scontando lo scenario tremendo che li attenderebbe e hanno iniziato a disfarsi dei bond e delle azioni del paese.

APPROFONDISCI - In Grecia si avvicina il rischio di elezioni anticipate e monta la paura di uscita dall’euro
Grecia e Troika divise da 2,5 miliardi. Samaras scalpita per uscire dal piano di aiuti

A poco vale, in questa fase, fare notare che rispetto al 2010, nonostante i dolori profondi patiti dalla popolazione greca, i fondamentali dell’economia ellenica sembrano essere volti verso il miglioramento. Si è passati in appena 4 anni da un deficit fiscale del 16% del pil a uno inferiore al 2% e l’anno prossimo si dovrebbe sfiorare il pareggio di bilancio. Al contempo, il saldo delle partite correnti – indice del grado di competitività di un paese e della sua capacità di attirare investimenti stranieri – è passato da un disavanzo mostruoso dell’11% del pil a un avanzo.
Intanto, 12 deputati indipendenti hanno annunciato che non sosterranno il candidato presentato da Samaras per la presidenza, con ciò restringendo le probabilità della maggioranza attuale di farcela. Restano 15 giorni per trovare un’intesa ed evitare elezioni anticipate, ma sarà molto difficile per il governo convincere gli oppositori a stringere un accordo. I sondaggi premiano tutti coloro che fanno netta opposizione alle sue politiche. Ed è ovvio che se quanto sopra delineato dovesse avverarsi, le conseguenze non sarebbero più limitate alla sola Grecia, ma sarebbe l’inizio della rottura dell’Eurozona.

APPROFONDISCI - Bond in alta tensione su timori elezioni Grecia

Gli Stati Uniti usano la tortura, non hanno titolo per fare la morale a nessuno


Usa e Venezuela: linea dura che non fa paura In evidenza

Linea dura degli Stati Uniti nei confronti del paese governato da Nicolas Maduro. Dopo i recenti scandali in materia di tortura lo Zio Sam sembra intenzionato a insistere con strategie eversive tutt'altro che democratiche.
L'ultima parola, purtroppo o per fortuna staremo a vedere, spetta al presidente Obama, che potrà bloccare o avviare l'iter del provvedimento approvato anche dalla Camera pochi giorni fa, dopo che il Senato aveva dato già via libera, e che prevede di «imporre sanzioni specifiche alle persone responsabili di violazioni dei diritti umani nei confronti di manifestanti di opposizione in Venezuela, con l'obiettivo di rafforzare la società civile in Venezuela e per altri fini».
Aberrazione quasi totale visto il fine essenzialmente eversivo dei moti di protesta, fomentati da cellule di estrema destra prezzolate da agenti esterni che si sono macchiate dell'uccisione di numerosi civili.
Di fatti il commento più in voga in Venezuela è che non si capisce quali diritti umani interessino agli Stati Uniti, specie dopo le rivelazioni sulle torture, e sembra opinione comune che non si tratti di quelli che si declinano a partire dai beni e dalle libertà comuni e universali.
Tanto che, alla prova dei fatti, i tentativi palesi della destra statunitense di tornare a premere sull'acceleratore delle strategie eversive in SudAmerica sono ormai così sputtanati che le allodole hanno smesso di guardare negli specchi. E infatti il presidente del parlamento venezuelano Diosado Cabello ha commentato ironicamente che «la destra nordamericana si lancia così contro il Venezuela perché sa che i suoi rappresentanti qui sono un disastro, i soldi che arrivano, se li rubano, non son capaci di eseguire gli ordini, per questo gli Stati uniti hanno deciso di agire diretta­mente».
E non contento ha rincarato la dose commentando il sequestro di un camion che viaggiava su una nave proveniente dagli USA e conteneva oltre quattro milioni di dollari. La persona arrestata, ha dichiarato Cabello, è "Arquimede Rondon di origine portoghese, ha legami con la Usaid e con Miami e con altri di cui non posso fare i nomi perché c'è un'inchiesta in corso», la stessa USAID di cui parlavo qui.
Basterebbe questo a dimostrare quanto marcio ci sia sotto, ma invece c'è dell'altro, e i servizi di sicurezza venezuelani sono in allarme dopo il ritrovamento di esplosivi nelle aree eversive di estrema destra, le stesse i cui diritti umani sarebbero stati violati si presume, e le stesse che erano attive durante gli scontri di qualche mese fa.
In gioco naturalmente c'è molto altro, non solo in termini di geopolitica e pretese sovranazionali degli USA, ma soprattutto in termini di lotta sul mercato petrolifero. Maduro ha infatti denunciato l'utilizzo da parte degli statunitensi della tecnica estrattiva del fracking, con la quale essi inondano il mercato di petrolio a basso costo, facendo crollare i prezzi e provocando gravi danni all'ambiente. Per il Venezuela naturalmente è un colpo durissimo, ma il presidente ha già dichiarato che, nonostante l'abbattimento del prezzo del greggio a 50 dollari a barile, le misure sociali non saranno messe in discussione. Di certo in questi mesi abbiamo imparato una cosa: che malgrado i reiterati tentativi di destabilizzarlo Maduro tiene duro.
@aurelio_lentini

http://www.lineadiretta24.it/esteri/9022-sanzioni-contro-maduro.html

dove c'è corruzione c'è il Pd


Mose, indagati i deputati Pd Mognato e Zoggia per finanziamento illecito

Mose, indagati i deputati Pd Mognato e Zoggia per finanziamento illecito
Giustizia & Impunità
Era stato l'allora sindaco Giorgio Orsoni a fare i nomi dei "maggiorenti" del partito che lo avevano spinto a chiedere sempre più soldi a Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, i soldi per la campagna elettorale. I due politici, interrogati dai pm, si sono detti estranei
A fare i loro nomi era stato l’allora sindaco di Venezia Giorgio Orsoni ai pm che indagavano sullo scandalo Mose. Ora Michele Mognato e Davide Zoggia (nella foto), deputati veneziani del Pd, sono indagati nell’ambito dell’inchiesta Mose. Si indaga per finanziamento illecito dei partiti in relazione ai contributi che Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova all’epoca dei fatti, avrebbe versato nel 2010 a Giorgio Orsoni per la campagna elettorale a sindaco di Venezia.
Orsoni, che aveva concordato con la Procura di Venezia un patteggiamento respinto dal giudice, in piena bufera giudiziaria in corso per convincere la stampa della sua tesi difensiva aveva spiegato: “Io chiedevo i fondi su richiesta del partito ma non mi sono mai occupato di organizzare né finanziare alcuna iniziativa elettorale così come non potevo di certo sapere se quei soldi provenissero da fondi neri”. In quella sede i nomi non li aveva fatti, ma poi agli inquirenti aveva spiegato chi chiedeva e aveva anche spiegato i rapporti con Mazzacurati: “Mazzacurati è venuto diverse volte a casa mia,
ogni tanto mi lasciava dei carteggi e delle buste, non sempre – aveva raccontato Orsoni – ho aperto per vedere cosa c’era dentro”. Alla domande del se li avesse poi portati al Pd. “Può anche essere, ma non ricordo. I fatti sono avvenuti anni fa”.
L’avvocato amministrativista prestato alla politica, che conosceva da 30 anni l’imprenditore che lo ha accusato di avergli chiesto sempre più soldi, aveva confermato di essere stato spinto a chiedere il denaro dalle pressioni dei “maggiorenti” del Pd. “I miei interlocutori nel Partito Democratico erano sostanzialmente il segretario, che era Mognato” e po tra gli altri “Zoggia che era fra l’altro il delegato agli enti locali a livello nazionale e che, pur essendo occupato anche per altre elezioni, perché essendo il delegato nazionale poi si doveva occupare di altre cose, però era presente spesso anche a Venezia” aveva detto Orsoni. Che aveva aggiunto: “Non avendo nessuna esperienza politica e tanto meno elettorale non avrei saputo come organizzarmi… non avrei saputo come reperire le risorse per sostenere una campagna elettorale, della quale non conoscevo i costi”. Poi arrivarono 300mila euro: cifra che mi sembrava enorme”.
I due, che si sono detti estranei ai fatti, sono stati sentiti in Procura, dal pool di magistrati che indagano sulla vicenda, martedì scorso nell’ambito della conclusione delle indagini che dovrebbero portare a processo l’ex sindaco Orsoni. I due deputati del Pd hanno smentito le affermazioni di Orsoni, e hanno negato di essere stati i destinatari finali del finanziamento in nero di 450mila euro messo a disposizione da Mazzacurati sui 550mila totali ricostruiti dai magistrati.
È stato sentito l’ex assessore ai lavori pubblici della giunta Orsoni ma all’epoca dei fatti (2010) segretario veneziano del partito, Alessandro Maggioni che non è indagato che ha spiegato, in circa un’ora di incontro, che all’epoca dei fatti si occupava di aspetto organizzativi e non economici. Nei prossimi giorni altri politici potrebbero essere sentiti dalla Procura veneziana.  L’ex sindaco dovrebbe andare a processo dopo che appunto l’ipotesi di patteggiamento con la Procura era stata respinta dal Gup perché ritenuta troppo ‘leggerà specie sul fronte economico, la proposta di 16mila euro da versare al fondo per la giustizia.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/12/mose-indagati-i-deputati-pd-mognato-zoggia-per-finanziamento-illecito/1270606/

Israele vuole il genocidio del popolo palestinese

Israele, guerra e Pil: e i palestinesi diventano schiavi inutili

Israele, guerra e Pil: e i palestinesi diventano schiavi inutili
dicembre 13
09:02 2014

Come mai prima d’ora, i palestinesi rischiano di essere cancellati dall’anagrafe dell’umanità: Israele, che li sottopone a uno spietato regime di apartheid, non fa nulla per impedire che si faccia strada la “soluzione finale” del genocidio, di cui Gaza sta già facendo esperienza. Lo sostiene il professor William Robinson, sociologo dell’università californiana di Santa Barbara, in un’analisi presentata su “Truth-Out” in cui delinea il fondamento economico della persecuzione: se fino a ieri la manodopera palestinese sfruttata poteva ancora servire, specie in Cisgiordania, oggi la nuova struttura socio-economica dello Stato sionista ne fa volentieri a meno, data l’evoluzione della fisionomia produttiva israeliana nel sistema mondiale globalizzato, in settori chiave come quello degli armamenti. Questo spiega il sistematico fallimento di tutti i negoziati di pace e la drammatica accelerazione terroristica nei confronti della popolazione di Gaza, che solo nell’estate scorsa ha provocato 2.000 morti, 11.000 feriti e centomila senzatetto. I palestinesi non “servono” più, nemmeno come schiavi. Possono solo scegliere se andarsene o restare a farsi massacrare.
A sdoganare un linguaggio più che esplicito sono alcuni esponenti dell’establishment di Tel Aviv, come la parlamentare Ayelet Shaked, quella che durante l’ultimo assedio di Gaza esortò a colpire «tutto il popolo palestinese, inclusi gli anziani e le donne, Un bambino a Gazale loro città e i loro villaggi, i loro beni e infrattutture». Anche le donne, colpevoli di allevare «serpenti». Su “The Times of Israel”, Yonahan Gordan spiega «quando si approva un genocidio», e argomenta: «Che altro modo c’è allora per affrontare un nemico di questa natura che non sia lo sterminio completo?». Il vicepresidente del Parlamento israeliano, Moshe Feiglin, membro del partito Likud di Netanyahu, sollecita l’esercito israeliano a uccidere indiscriminatamente i palestinesi di Gaza e a utilizzare ogni possibile mezzo per farli andar via: «Il Sinai non è lontano da Gaza e possono andarsene, questo sarà il limite dello sforzo umanitario di Israele». Questi appelli alla pulizia etnica e al genocidio stanno crescendo di frequenza, scrive Robinson nella sua analisi, ripresa da “Come Don Chisciotte”.
Il clima politico in Israele ha continuato a spostarsi a destra: «Quasi la metà della popolazione ebrea di Israele appoggia una politica di pulizia etnica dei palestinesi», scrive Robinson. Secondo un sondaggio del 2012, «la maggioranza della popolazione appoggia la completa annessione dei Territori Occupati e l’istituzione di uno stato di apartheid». Il timore di una crescita del fascismo in Israele ha portato 327 sopravissuti, discendenti di sopravissuti e vittime del genocidio ebreo perpetrato dai nazisti, a pubblicare una lettera aperta sul “New York Times” del 25 agosto che esprimeva allarme per «la estrema disumanizzazione razzista dei palestinesi nella società israeliana, che ha raggiunto un picco febbrile». La carta continuava: «Dobbiamo alzare la nostra voce collettiva e usare il nostro potere collettivo per porre fine a tutte le forme di razzismo, incluso il genocidio in corso del popolo palestinese». Il problema, aggiunge Robinson, è che lo stesso progetto sionista può essere letto come basato sul Moshe Feiglingenocidio della pulizia etnica: testualmente, l’articolo 2 della convenzione dell’Onu del 1948 definisce il genocidio come “azioni commesse con l’intenzione di distruggere totalmente o parzialmente un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.
La drammatica escalation degli ultimi anni, rivela Robinson, ha origini economiche: è la globalizzazione a rendere ormai “superflui” i lavoratori palestinesi, ridotti allo status di “umanità eccedente”. «La rapida globalizzazione di Israele a partire dalla fine degli anni ‘80 coincise con le due Intifada (proteste) palestinesi e con gli accordi di Oslo, negoziati dal 1991 al ‘93 e che naufragarono negli anni seguenti». A premere per gli accordi di pace, i poteri forti finanziari: i focolai geopolitici della guerra fredda avevano ostacolato l’accumulazione di capitali e occorreva “stabilizzare” il Medio Oriente. «Il processo di Oslo – spiega Robinson – si può vedere come un pezzo chiave nel puzzle politico provocato dall’integrazione del Medio Oriente nel sistema capitalista globale emergente», il contesto nel quale poi si inserirà la stessa “primavera araba”. Gli accordi di Oslo, naturalmente, rimasero lettera morta: avevano promesso ai palestinesi una soluzione definitiva entro 5 anni, con uno statuto per i rifugiati e il loro diritto al ritorno in Palestina, una definizione delle frontiere e della gestione dell’acqua, nonché la ritirata di Israele dai Territori Occupati. Durante il periodo di Oslo, cioè tra il 1991 e il 2003, «l’occupazione israeliana della Cisgiordania e Gaza si intensificò smisuratamente».
Perché fallì il processo di pace? Prima di tutto, perché «non era destinato a risolvere la difficile situazione dei palestinesi espropriati, ma a integrare una dirigenza emergente palestinese nel nuovo ordine mondiale e a dare a questa dirigenza una partecipazione nella difesa di quest’ordine, in modo che assumesse un ruolo nella vigilanza interna delle masse palestinesi nei Territori Occupati». C’è anche un profilo finanziario: l’Anp creata a Oslo doveva servire a integrare il capitale palestinese con quello dell’area del Golfo. E si sperava che l’Anp «servisse per mediare nell’accumulazione di capitali transnazionali nei Territori Occupati, mantenendo il controllo sociale sulla popolazione inquieta». Nel frattempo, la nuova economia israeliana – il complesso militare e di sicurezza, altamente tecnologico – si andava integrando col capitale corporativo transnazionale di Usa, Europa e Asia, proiettando l’economia israeliana anche nelle reti economiche regionali (Egitto, Turchia e Giordania). Rabin, Clinton e Arafat a OsloInfine, in quel periodo Israele «visse un episodio di grande immigrazione transnazionale, tra cui l’afflusso di circa un milione di immigrati ebrei, che indebolì la necessità di Israele di manodopera palestinese durante gli anni ‘90».
«Fino a che la globalizzazione non prese vita, verso la metà degli anni ‘80, la relazione di Israele coi palestinesi rifletteva il classico colonialismo, nel quale ilpotere coloniale aveva usurpato la terra e le risorse dei colonizzati per poi farli lavorare, sfruttandoli», scrive il professor Robinson. «Però l’integrazione del Medio Oriente nell’economia globale e la società basata sulla ristrutturazione economica neoliberale, inclusa la ben conosciuta litania di misure quali la privatizzazione, la liberalizzazione del commercio, la supervisione del Fondo Monetario Internazionale sull’austerità e i prestiti della Banca Mondiale, aiutò a provocare la propagazione di pressioni da parte delle masse di lavoratori e dei movimenti sociali e la democratizzazione delle basi, che si riflette nelle Intifada palestinesi, il movimento operaio attraverso il Nordafrica e il malessere sociale, che si resero più visibili nelle rivolte arabe del 2011. Questa onda di resistenza forzò una reazione da parte dei governanti israeliani e dei loro alleati statunitensi».
Integrandosi nel capitalismo globale, continua Robinson, l’economia israeliana visse due grandi ondate di ristrutturazione. La prima, negli anni ‘80 e ‘90, fu una transizione dall’economia tradizionale (agricoltura e industria) verso un nuovo modello basato sull’informatica: Tel Aviv e Haifa divennero le Silicon Valley del Medio Oriente, e nel 2000 il 15% del Pil di Israele e il 50% dell’export avevano origine dal settore dell’alta tecnologia. «Poi, dal 2001 in poi, e soprattutto sulla scia del disastro delle dot-com del 2000, che coinvolse imprese che commerciavano in Internet, e della recessione a livello globale, secondariamente per gli accadimenti del 11 Settembre 2001 e la rapida militarizzazione dellapolitica mondiale, si produsse in Israele un altro spasmo volto a supportare un “complesso globale di tecnologie militari, di sicurezza, di spionaggio e di vigilanza contro il terrorismo”». Israele è divenuto la patria di imprese tecnologiche, pioniere della cosiddetta “industria della sicurezza”. «Di fatto, l’economia di Israele si è globalizzata specificamente attraverso l’alta tecnologia militare: gli istituti di esportazione Tel Avivisraeliani stimano che nel 2007 c’erano circa 350 imprese transnazionali israeliane dedite ai sistemi di 
«Questa accumulazione militare è caratteristica anche degli Usa e di tutta l’economia mondiale globalizzata», annotra Robinson. «Viviamo sempre più in un’economia da guerra mondiale e certi stati, come Usa e Israele, sono ingranaggi chiave di questa macchina. L’accumulazione militarista per controllare e contenere gli oppressi e gli emarginati e per sostenere l’accumulazione nella crisi si prestano a tendenze politiche fasciste o a quello che noi abbiamo definito “il fascismo del XXI secolo”». Questo cambia (in peggio) la sorte della popolazione palestinese, che fino agli anni ‘90 era «una forza lavoro a basso costo per Israele». E’ stata soppiantata innanzitutto dal milione di nuovi arrivi dall’Est Europa, dopo il collasso dell’Urss, che hanno incrementato gli insediamenti coloniali: ebrei sovietici, a loro volta «resi profughi dalla ristrutturazione neoliberale Naomi Kleinpost-sovietica». In più, l’economia israeliana cominciò ad attirare manodopera dall’Africa e dall’Asia, «dato che il neoliberismo produsse crisi con milioni di profughi dalle vecchie regioni del Terzo Mondo».
Insieme alla recessione, la nuova mobilità lavorativa transnazionale ha permesso all’élite finanziaria mondiale «la riorganizzazione dei mercati del lavoro e il reclutamento di forze lavoro transitorie, private dei loro diritti e facili da controllare». Un’opzione «particolarmente attraente per Israele, dato che elimina la necessità di manodopera palestinese politicamente problematica». Oltre 300.000 lavoratori immigrati – provenienti da Thailandia, Cina, Nepal e Sri Lanka – ora costituiscono la forza lavoro predominante nell’agroalimentare di Israele, così come la manodopera messicana e centroamericana lo è nell’agroalimentare statunitense, nella stessa condizione precaria di super-sfruttamento e discriminazione. «Il razzismo che molti israeliani hanno mostrato nei confronti dei palestinesi (esso stesso prodotto del sistema di relazioni coloniale) ora si è tramutato in una crescente ostilità verso gli immigrati in generale», osserva Robison, «man mano che il paese si tramuta in una società totalmente razzista».
E dato che l’immigrazione globale ha eliminato la necessità di Israele di avere manodopera a basso costo palestinese, quest’ultima si è convertita in una popolazione marginale eccedente. «Prima dell’arrivo dei rifugiati sovietici – scrive Naomi Klein – Israele non poteva neanche per un momento prescindere dalla popolazione palestinese di Gaza o della Cisgiordania; la sua economia non avrebbe potuto sopravvivere senza la mano d’opera palestinese». All’epoca, «circa 130.000 palestinesi abbandonavano le loro case a Gaza e in Cisgiordania ogni giorno e andavano in Israele per pulire le vie e costruire le strade, mentre gli agricoltori e i commercianti palestinesi riempivano camion di mercanzia e le vendevano in Israele e in altre parti dei Territori». Poi, in vista della grande trasformazione strutturale dell’economiaisraeliana, già nel ‘93 – anno della firma degli accordi Oslo – Tel Aviv inaugurò la politica di chiusura: palestinesi confinati dei Territori Occupati, pulizia etnica e forte William Robinsonaumento degli insediamenti ebraici. Istantaneo il crollo del reddito palestinese, di almeno il 30%, fino al bilancio del 2007, con disoccupazione e povertà al 70%.
«Dal ‘93 al 2000, che si pensava dovessero essere gli anni nei quali veniva realizzato l’accordo di “pace” che esigeva la fine dell’occupazione israeliana e lo stabilirsi di uno Stato palestinese – scrive Robinson – i coloni israeliani in Cisgiordania raddoppiarono, arrivando a 400.000, poi a 500.000 nel 2009 e continuarono aumentando. La denutrizione a Gaza è agli stessi livelli di alcune delle nazioni più povere del mondo, con più della metà delle famiglie palestinesi che assumono un solo pasto al giorno. Mano a mano che i palestinesi venivano espulsi dall’economia di Israele, le politiche di chiusura e l’incremento dell’occupazione distrussero a loro volta l’economia palestinese». Il collasso degli accordi di Oslo, insieme a quella che Robinson chiama «la farsa delle negoziazioni di “pace” in corso, nel mezzo di un’occupazione israeliana sempre maggiore», può rappresentare un dilemma politico per i poteri forti transnazionali, che oggi vorrebbero «trovare meccanismi per lo sviluppo e l’assoggettamento dei ricchi palestinesi e dei gruppi capitalisti».
In base alla logica perversa dell’élite, quella «del capitale militarizzato, incrostato nell’economia israeliana e internazionale», l’attuale situazione è eccellente: «E’ un’opportunità d’oro per espandere l’accumulazione di capitale per lo sviluppo e la commercializzazione di armi e di sistemi di sicurezza in tutto il mondo, attraverso l’uso dell’occupazione e della popolazione palestinese in cattività come obiettivi d’attacco e prova sul terreno». E’ questa élite affaristica e tecnologico-militare a condizionare oggi la politica di Israele. «La rapida espansione economica per l’alta tecnologia della sicurezza creò un forte desiderio nei settori ricchi e potenti di Israele di abbandonare la pace a favore di una lotta per la continua espansione della Amira Hass“guerra al terrore”», ricorda la Klein. Comodissimo, quindi, il conflitto coi palestinesi: non già come «battaglia contro un movimento nazionalista con mete specifiche al riguardo della terra e dei diritti», ma come «parte della guerra globale al terrorismo, come se fosse una guerra contro forze fanatiche e illogiche basate esclusivamente su obiettivi di distruzione».
Israele sa che la pace non rende, scrisse su “Haaretz” nel 2009 Amira Hass, una delle poche voci critiche coraggiose nei media israeliani. L’industria della sicurezza? Fondamentale, per l’export: armi e munizioni si provano tutti i giorni a Gaza e in Cisgiordania. La protezione degli insediamenti? «Richiede uno sviluppo costante della sicurezza, la vigilanza e la dissuasione con strumenti come barriere, fili spinati, videocamere di vigilanza elettroniche e robot». Questi dispositivi «sono l’avanguardia della sicurezza nel mondo sviluppato e servono per le banche, le imprese e i quartieri di lusso a lato dei quartieri malfamati e delle enclavi etniche dove bisogna reprimere le ribellioni». Oggi, i palestinesi “rendono” ancora in un solo modo: come cavie, come bersagli. E se “la pace non rende”, si può immaginare chi investa sulla guerra, il grande business dell’Occidente sfinito dalla crisi e dominato dall’oligarchia globalista, di cui fa parte pienamente anche l’élite israeliana. Quella che ha strappato ai palestinesi le loro terra, ne ha fatto strage (pulizia etnica), ha sfruttato a lungo i superstiti, ma ora li considera “umanità eccedente”, sgradevole, da eliminare in ogni modo. Non c’è più posto, per loro: si accomodino pure sul Sinai, nel deserto.

Gli Stati Uniti dicono bugie

Ungheria:funzionaria querela inviato Usa

Ungheria:funzionaria querela inviato Usa
Ungheria:funzionaria querela inviato Usa
BUDAPEST, 12 DIC - Si complicano le relazioni fra l'Ungheria e gli Usa: secondo un comunicato della Procura, l'incaricato d'affari americano Andre Goodfriend è stato denunciato per diffamazione dalla presidente dell'ufficio delle tasse Nav, Ildiko Vida. La Vida ha fatto causa dopo che Goodfriend, la settimana scorsa, aveva detto che all'alto funzionario governativo è stato vietato l'ingresso negli Stati Uniti perché sospettata con altri di "corruzione" (in assenza di qualsiasi condanna).

http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Mondo/981281_ungheriafunzionaria_querela_inviato_usa/

la Sardegna è una nazione


Cassazione: sardo è lingua; Doddore Meloni, splendida vittoria

(ANSA) - ORISTANO, 12 DIC - "Una splendida vittoria che cambierà la storia della Sardegna". E' il commento del leader indipendentista di Meris-Malu Entu, Salvatore "Doddore" Meloni alla sentenza della Corte di Cassazione che riconosce il sardo come lingua e patrimonio di una minoranza linguistica riconosciuta e il diritto dei sardi che si trovino ad affrontare un processo a essere esaminati o interrogati nella madre lingua.
    La pronuncia della Cassazione arriva a seguito di un ricorso presentato dall'avvocato Cristina Puddu, per conto di Meloni, e secondo il quale, protagonista di tante battaglie per l'indipendenza della Sardegna, è "la dimostrazione che i pessimisti e quelli che non combattono per i propri diritti hanno sempre torto e che i sardi se vogliono e combattono saranno sempre vincenti e mai perdenti".
    Per quanto riguarda la bocciatura della richiesta di patrocinio a spese dello Stato per non aver dimostrato l'appartenenza all'etnia sarda, Meloni non si scompone. "Vuol dire che alla Suprema Corte manderemo le analisi del mio Dna per dimostrare che la stirpe dei Meloni in Sardegna ha una storia millenaria".
    La chiusura del commento di Meloni non poteva non essere in lingua sarda. "Ma candu mai m'appa arrendi datu chi binciu sempre... Sempri innantis fintzas a s'indipendentzia" ("Ma quando mai dovrei arrendermi dato che vinco sempre... Sempre avanti fino all'indipendenza").

http://www.ansa.it/sardegna/notizie/2014/12/12/cassazione-sardo-e-linguadoddore-melonisplendida-vittoria_a906c70a-4edb-4ec5-9687-be5b59884b23.html 

Solo gli imbecilli sanzionano la Russia, parte integrante della cultura europea

L’EFFETTO BOOMERANG DELLE SANZIONI ALLA RUSSIA PER L’ITALIA


Il valore del dollaro cresce rispetto al valore dell’euro, diminuisce il costo del barile, aumenta il prezzo dell’oro, aumenta il costo delle sementi sul mercato asiatico. Questa sembra soltanto un’altalena divertente ma le borse internazionali che praticano il grande movimento di capitali sono le grandi artefici della stabilità del nostro standard di vita. Facciamo una analisi della politica economico- finanziaria europea del momento, un continente in preda alla stagnazione economica che adotta, in accordo con gli USA e la Nato le sanzioni contro la Russia: cosa provoca questa presa di posizione ai russi, agli Usa, agli europei, all’Italia?
La decrescita dell’economia russa
Tali sanzioni hanno destabilizzato l’economia russa ed hanno immediate conseguenze: la caduta del rublo rispetto al dollaro del 60% e del 50% rispetto all’euro, la caduta del prezzo del petrolio del 45%, la caduta delle importazioni dall’Europa, dall’Italia e, dalla Russia verso l’Europa. La decrescita dell’economia Russa porta all’indebolimento delle aziende russe che lavorano nel campo energetico, con preoccupanti pericoli per i nostri approvvigionamenti, altre sanzioni invece, bloccano l’importazione di prodotti tecnologici russi da parte dei paesi dell’Unione, sono state bloccate le importazioni dei prodotti agricoli e alimentari provenienti da Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia, prodotti tipici della dieta mediterranea, che costituiscono una forte fonte di guadagno per le aziende che esportano nell’Europa dell’Est.
Le sanzioni hanno toccato anche altri settori strategici ad esempio l’impossibilità da parte delle banche russe di emettere bond e azioni nel mercato finanziario e il divieto ai paesi UE di firmare nuovi contratti di esportazione con le aziende russe che lavorano nei settori petrolifero, energetico e degli armamenti. È proprio di questi giorni l’annuncio della cancellazione del progetto South Stream, che avrebbe dovuto fornire fino a 63 miliardi di metri cubi di gas l’anno agli europei, progetto al quale le italiane Eni e Saipem partecipavano con contratti che avrebbero portato ricavi all’ Italia rispettivamente di 2.4 e 1.25 miliardi di euro.
Per i Russi si tratta di un grande risparmio, il progetto che inizialmente era di 14 miliardi era lievitato 23 miliardi e se da una parte c’è chi ci guadagna aprendo il mercato del petrolio e del gas alla Turchia e alla Cina, firmando importanti contratti, ed incassa circa 3 miliardi di dollari dall’UE come tariffe di transito del gas sul territorio ucraino, dall’altra i paesi balcanici, la Bulgaria e la Serbia in primis sono disperati all’idea di perdere sia i proventi di transito che quelli prospettati da Mosca per lo stoccaggio del gas.
russia-italiaLe conseguenze per l’Italia
E noi italiani ? I settori più colpiti sono quelli dell’export del Made in Italy dove le perdite relative alle mancate consegne nel biennio 2014-2015 potrebbero raggiungere i 2.4 miliardi di euro. Stiamo perdendo grandi quote di mercato anche nella meccanica strumentale, settore dove Italia e Germania sono i principali partners. Di fronte a questa perdita di mercato, il Ministro Mogherini dice che è quanto mai urgente diversificare non solo le rotte ma anche le fonti di energia, e Renzi , durante la sua visita in Algeria conferma l’interesse ad esplorare nuove tratte.
Al contrario nell’asse Mosca-Berlino continuano gli scambi commerciali e non si è ancora discusso l’annullamento della partnership del gas del progetto Nord Stream. Gli Usa con lo Shale oil contano di aumentarne la produzione a 9.4 milioni di barili al giorno, ma negli ingranaggi dello shale oil ci sono dei granellini di sabbia non trascurabili: quello dei finanziamenti. Il prezzo di questo prodotto è lievitato a dismisura, ma se il prezzo del petrolio dovesse arrestarsi a 60$ a barile chi ha emesso sul mercato delle high yeld, volgarmente detto debito spazzatura, incorrerebbe in un alto rischio di insolvenza degli emittenti, e gli strateghi della finanza sono già nella fase in cui stanno vendendo tutto quello che possono a scapito dei soliti noti. David Kurtz, Global head di AllianceBernstein dice: ho la sensazione che siamo sul punto di avere cattive notizie e che vedremo le cose andare ancora peggio prima di migliorare.
Non da meno sono i dati ipotizzati per l’Italia dalla Sace. Si considera che l’Export italiano nel biennio 2014-2015 le perdite derivanti dalle sanzioni sfiorerebbero 1 miliado di euro e circa il 50% deriverebbero dal settore della meccanica strutturale. Intanto l’attività economica russa registra un -2.2%, il tenore di vita del popolo sta già subendo un forte arresto a causa del drastico calo di investimenti , dei consumi e della trasmissione dell’instabilità alla valuta locale. Aumenterà drasticamente a breve termine il numero dei poveri, i consumatori limiteranno l’uso dei beni e servizi non indispensabili, si registra già un calo dei salari reali, cresce il ritardo sulla restituzione del prestito da parte della popolazione, aumenta il credito insoluto e si percepisce il peggioramento delle condizioni finanziarie, la diminuzione del reddito, la perdita dei posti di lavoro. Ma i Russi hanno la loro moneta interna, il rublo, e grande fiducia in questa moneta nazionale, componente importante nel processo di stabilizzazione dell’economia.
E noi Italiani che abbiamo già subito la catastrofe economica sopra prospettata per il popolo russo , che crediamo in questo meraviglioso progetto che è l’Europa e che siamo condizionati da eventi economici- politici e finanziari esterni che turbano la nostra solidità e la nostra unione, riusciremo ad uscirne limitandone i danni?
Simona Agostini

http://www.futuroquotidiano.com/leffetto-boomerang-delle-sanzioni-alla-russia-per-litalia/ 

Combattere contro la massificazione del cibo attraverso la diversità del seme


Iran, le nuove sementi nascono senza multinazionali


Grazie agli agronomi italiani la mezzaluna fertile dove ha avuto origine l’agricoltura è diventata un laboratorio a cielo aperto per creare sementi più robuste direttamente in campo e senza ogm

(Foto: Marco Boscolo)
(Foto: Marco Boscolo)

“Eravamo sempre più economicamente dipendenti dal governo e la nostra terra diventava meno fertile anno dopo anno”. Ahmed Taheri fa l’agricoltore da più di trent’anni a Garmsar, in Iran. Da quasi dieci anni è diventato un vero e proprio innovatore, un leader locale che ha messo insieme una comunità e cercato una nuova strada per prodursi in autonomia le sementi per i propri campi, per sviluppare nuove varietà di piante adatte al clima locale e una filiera agricola a maggior valore aggiunto. Un bell’esempio dell’approccio partecipativo che abbiamo raccontato nel webdoc Seedversity realizzato grazie al sostegno dello European Journalism Fund.
Siamo nella provincia di Semnan, qualche centinaio di chilometri Est di Teheran e nel mezzo di quel territorio dove l’agricoltura stessa è nata diecimila anni fa, nella cosiddetta mezzaluna fertile. Mentre ci addentriamo nei campi di grano vicino alla statale, Taheri ci racconta che di queste parti è anche l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad che ha contribuito in modo determinante alla reputazione difficile dell’Iran in Occidente e al suo isolamento internazionale.
Quelli di Taheri sono diversi dai campi di grano che si incontrano nelle grandi aziende europee o americane. Non si tratta solamente dell’estensione limitata di un’agricoltura familiare: è la varietà di piante diverse per forma e colore che colpisce. Come gli agricoltori che lo hanno seguito, Taheri sta producendo continuamente nuove varietà di cereali che sperimenta piantandole in una piccola zona della sua terra. Cenesta, un’ONG di Teheran che si occupa proprio di sviluppo agricolo, li sostiene con i propri agronomi. Ma c’è anche lo zampino di un italiano ben noto a livello internazionale per le sue campagne in difesa dell’autonomia e dell’emancipazione delle comunità contadine dalle grandi aziende sementiere, Salvatore Ceccarelli. “Il mercato mondiale del seme è attualmente nelle mani di 10 grosse ditte”, ci racconta nel mezzo di una giornata di formazione per agricoltori sulle colline pisane, “che ne controllano circa il 75%”. Il che significa il 75% di un mercato che vale miliardi a livello globale.
La grande idea di Ceccarelli, messa a punto una quindicina di anni fa e ormai diffusa in molti paesi del Sud ma anche in Italia e in Francia, si chiama miglioramento genetico partecipativo. Un modo forse un po’ involuto per definire una pratica molto semplice e diretta: la selezione delle varietà, pure o miste, che devono essere coltivate nei diversi territori deve nascere dalla collaborazione, in ogni fase del processo, tra agronomi, genetisti e contadini. “Questo”, dice indicando una delle parcelle sperimentali dove la sua idea è stata messa in pratica, “significa non dover più andare al mercato a comperare il seme”, rendendosi almeno un po’ più padroni del proprio destino. Secondo Ceccarelli e chi la pensa come lui, gente che lavora a tutte le latitudini e in tutti i climi, si può ripartire dalle sementi locali conservate perlopiù in banche e collezioni di germoplasma sparse ai quattro angoli del mondo, create e accresciute negli ultimi decenni. O andando a cercare quelle piccole colture marginali che sono rimaste in campo in qualche vecchia azienda.

Salvatore Ceccarelli, l’agronomo che ha ideato il PPB
I semi delle varietà commerciali devono seguire i dettami della legge sementiera europea in vigore, usata da modello per leggi simili in altre parti del mondo: le sementi devono essere certificate, iscritte a registro e vendute esclusivamente dalle aziende sementiere. Il che vieta la riproduzione a scopo commerciale per i contadini. I semi tradizionali delle cosiddette varietà da conservazione, però, riescono a sfuggire a questi vincoli. Sono le varietà antiche, spesso locali, che vengono considerate un patrimonio pubblico, collettivo, mantenuto appunto nelle banche presso istituti di ricerca o collezioni territoriali. E sono accessibili. Quindi da qui, Ceccarelli e gli altri innovatori sparsi per il mondo sono partiti, riutilizzando, moltiplicando e conservando in campo queste sementi, alla ricerca di nuovi incroci e nuove varietà che soddisfino sia l’agronomo che chi le coltiva.
Tra i primi progetti, ci sono sicuramente quelli di Ahmed Taheri e delle altre comunità di contadini iraniani, stanchi delle basse rese e della scarsa qualità delle sementi fornite, nel loro caso, dal governo. Ma oggi la mappa dei progetti di PPB, questa la sigla inglese usata per indicare il miglioramento genetico partecipativo, è molto più ampia.

Raccolta dati e mappa a cura di Giulia Annovi
Quali sono i vantaggi del miglioramento partecipativo e perché si sta dimostrando una scelta adatta soprattutto in tutte le situazioni di agricoltura marginale, a basso input, nelle zone dove la produzione non è intensiva né segue i parametri dell’agro-industria? I primi studi sul PPB dimostrano che il tempo di produzione di nuove varietà, partendo da semi tradizionali selezionati direttamente in campo danno risultati più velocemente rispetto alla procedura tipica dei laboratori delle ditte sementiere.
Nei paesi del Sud, come il Senegal e l’Etiopia che abbiamo attraversato per SEEDversity il webdoc pubblicato da Wired in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione 2014 ci sono spesso anche altri vantaggi: le varietà tradizionali hanno colori, sapori e odori che sono più graditi alle comunità locali rispetto a varietà di importazione. Queste ultime magari piacciono in un primo momento perché considerate più moderne ma poi deludono perché non sono adatte alle preparazioni alimentari tradizionali o perché richiedono tecniche e supporti costosi e poco disponibili in paesi a basso reddito.

SEEDversity, il primo webdoc di Wired.
Un altro vantaggio è quello di poter ottenere prodotti diversi da una stessa pianta: la farina dalla molitura dei chicchi, il mangime dalla paglia e dagli scarti, prodotti fermentati, etc. Un dato fondamentale in una agricoltura fatta al 90% da piccole unità produttive di taglia familiare, come dice il recente rapporto FAO The state of food and agriculture 2014 pubblicato nell’anno del family farming, che sottolinea pure come questi piccoli agricoltori siano però anche quelli che producono l’80% del cibo al mondo. Le grandi aziende agricole occidentali pesano dunque assai poco nel bilancio complessivo della sussistenza agricola.
E infine c’è la libertà. Perché i contadini si producono da soli i semi come fanno da sempre tornando a essere padroni della propria sicurezza alimentare. E andando anche un passo oltre. “Il nostro obiettivo è e deve essere la sovranità alimentare”, ci ha dichiarato Omer Agoligan, agricoltore del Benin e presidente di una associazione che si occupa di produzione sostenibile. Lo abbiamo incontrato a Djimini, in Senegal, durante la Fiera dei semi raccontata nel reportage sull’Africa Occidentale di SEEDversity. In maniera più diretta, lo ha sottolineato anche Aliou Ndiaye, il coordinatore dell’Organizzazione rurale dell’Africa Occidentale: “Un contadino senza sementi è un contadino povero”. E con lui sono d’accordo anche i francesi, come Bernard Lassaigne, Armand Duteil e Jean-Francois Berthellot, e gli italiani Rosario Floriddia e Giuseppe Li Rosi, agricoltori della Rete semi rurali che si sono impegnati, in questi anni, a recuperare varietà tradizionali di mais e di grano antico.
E lo ha ribadito convinto Ahmed Taheri. Essere indipendenti, affidarsi a varietà migliorate in campo selezionate proprio per rendere al meglio nel clima arido della provincia di Semnan, moltiplicare e conservare in loco il seme: tutti fattori che offrono una possibilità di crescita economica per un contadino come lui. È un’innovazione vicina alla cultura rurale, sostenibile, a low input, capace di conferire resilienza alle produzioni. Ma soprattutto, è un’innovazione facilmente accessibile a chi costituisce la chiave della sicurezza alimentare di gran parte del pianeta: i piccoli agricoltori e le loro famiglie.

http://www.wired.it/scienza/ecologia/2014/12/12/seedversity-nuove-varieta-semi-antichi/

Stati Sovrani si sottraggono alla dittatura del dollaro


Tutti abbandonano la barca che affonda (detta "Dollaro")

Dall'inizio di quest'anno sono tanti i paesi che hanno abbandonato il dollaro negli scambi commerciali.
Ecco, ora se ne sono aggiunti altri due.


Gennaro Porcelli 12 dicembre

Lo so, ormai non fa più notizia. Eppure ci tengo a segnalarti che anche Brasile (membro dei BRICS) e Uruguay hanno firmato un accordo interno che prevede l'esclusione del dollaro americano dalla maggior parte degli scambi commerciali, in favore delle valute locali (il Real Brasiliano e il Peso Uruguayano).
Brasile e Uruguay, pertanto* “scaricano” il dollaro americano dalle loro relazioni bilaterali commerciali.
Il Governatore della Banca Centrale Brasiliana, Alexandro Tombini e il suo omologo uruguayano Alberto Grana, ritengono che con questo accordo i due paesi rafforzeranno le relazioni commerciali tra tutti i paesi dell’America Latina. Un passo verso l'”indipendenza monetaria” dal dollaro e dai vecchi meccanismi di regolazione commerciale instaurati dagli USA in America del Sud.
*I nuovi accordi valutari tra Brasile e Uruguay potrebbero essere presto estesi ad altri paesi, come Paraguay, Bolivia e Venezuela.
All’inizio di quest’anno Russia e Cina avevano controfirmato accordi bilaterali per commerciare in Rubli e Yen emarginando il dollaro americano nella bilancia commerciale tra i due paesi. Sembrava una follia, eppure ora sono molti i Paesi che li stanno seguendo nel fuggi-fuggi dalla nave che affonda.
La Cina ha già stipulato accordi commerciali con Australia e Germania per escludere il dollaro all’interno delle rispettive trattative economiche e finanziarie.
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con gli accordi Bretton Woods, il dollaro americano (agganciato all’oro) fungeva da valuta di riserva globale garantendo la stabilità del sistema economico e finanziario.
Ora le cose stanno per cambiare.
La maggior parte delle nazioni intende stabilire accordi di commercio-bilaterale diretti per facilitare la crescita economica reciproca, senza transitare tramite il “dollaro” come valuta “intermediaria” all’interno dei reciproci rapporti commerciali.






Questo processo si sta intensificando anche a causa della sfiducia del sistema economico globale nel dollaro a titolo di valuta di riserva.
È vero, il dollaro americano si è rafforzato contro tutte le valute negli ultimi tre mesi.
Ti invito però a guardare il contorno delle quotazioni, cioè quell'insieme di parametri che ne forzerà il trend in futuro (quali appunto il numero di Paesi che sta abbandonando il dollaro come valuta di scambio, l'ingenete debito statunitense, l'emergere delle economie asiatiche,...).
Se lo farai capirai: per il dollaro non c'è più speranza.

http://www.trend-online.com/fxe/barca-affonda-dollaro-121214/

- See more at: http://www.trend-online.com/fxe/barca-affonda-dollaro-121214/2.html#sthash.nv9xkNfq.dpufhttp://www.trend-online.com/fxe/barca-affonda-dollaro-121214/2.html#sthash.nv9xkNfq.dpuf

venerdì 12 dicembre 2014

chi oggi difende l’euro è contro la democrazia


Scegliete: o l’euro o la democrazia Bagnai coglie (di nuovo) nel segno

Chi frequenta questo blog sa quanta stima io abbia per Alberto Bagnai, benché provenga da un mondo diverso dal moi : lui è di sinistra e io di sinistra non sono mai stato. Ma è un intellettuale libero, un uomo che si interroga, che cerca risposte autentiche, che rifugge verità di comodo. Per questo a sinistra, oggi, non lo amano. L’ho scoperto leggendo il suo primo saggio Il tramonto dell’euro e da qualche mese condividiamo l’avventura in A/simmetrie. Da pochi giorni è uscito il suo secondo libro L’Italia può farcela, che a mio giudizio è migliore del primo.
La tesi è decisamente controcorrente : in un’epoca di disfattismo imperante e di autoflagellazione, Bagnai ha scritto un libro quasi patriottico, benchè per nulla emotivo. Non è un libello, né un pamphlet ma un saggio vero, documentato, strutturato, come conviene a un professore universitario ma scritto con il brio e il sarcasmo della grande penna. La tesi è audace perché invoca la capacità di riscatto di un popolo, la fede nella sua imprenditoria e in un tessuto economico che, per quanto deprecato, ha garantito all’Italia per mezzo secolo una crescita industriale impressionante e che ora si affloscia sotto i colpi di un sistema implacabile, devastante eppur impalpabile: quello della moneta unica.
Bagnai da par suo smonta, con nuove argomentazioni rispetto al Tramonto dell’euro, il pensiero dominante, mainstream, che accomuna economisti e giornalisti nel presentare l’euro come un dogma intaccabile, sacro, inviolabile.
Non è un iconoclasta, né un provocatore, ma un italiano mosso dall’impulso irresistibile di fare qualcosa per salvare il proprio Paese.E ha il merito, in un’epoca di appiattimento intellettuale, di proporre riforme e percorsi di uscita originali, audaci, basati non sull’ideologia ma su un’osservazione disincantata della realtà. E’ più liberale di molti liberali di facciata ma non si vergogna ad invocare l’intervento dello Stato quando lo ritiene indispensabile o perlomeno il male minore rispetto a una situazione sociale ed economica che oggi è devastante e senza speranza ; lo fa senza timore di indispettire renziani e piddini.
Sorprende sempre e costringe il lettore a pensare, a non arrendersi, ad interrogarsi anche quando chi legge legittimamente dissente dalle tesi del libro. E ad allargare la riflessione. Bagnai – e non è un mistero – propone l’uscita dell’Italia dall’euro, ma non si limita alle argomentazioni economiche. Coglie nel segno evidenziando i rischi impliciti di una costruzione monetaria che sta di fatto smantellando i capisaldi della nostra convivenza civile.
L’affermazione è forte : chi oggi difende l’euro è contro la democrazia.
Forte ma tutt’altro che impropria. Questa Europa ci sta privando silenziosamente di tutto, soprattutto della libertà di decidere, di cambiare, di scegliere a chi affidare il destino di un Paese, di cambiare politca economica e anche quella sociale. I governi e i parlamenti si trasformano in simulacri del potere o, se preferite, in reality della democrazia, dove l’apparenza è tutto ma chi decide davvero è lontano, appartiene a lobby europeiste, a élite tecnocratiche, che sanno usare l’Unione europea a fini propri e senza vera alternativa.
Una dittatura invisibile che si impone tramite l’euro, che si trincera dietro l’inviolabilità della Bce, che deprime i singoli Paesi depotenziandoli con una legislazione europea sovente assurda e prevaricatrice, che ci sta portando via oltre alla democrazia, lo stato di diritto, la sovranità, la libertà di intraprendere, la giustizia sociale e che punisce sia i piccoli imprenditori che gli operai. Ingiusta con tutti.
E’ a questa Europa che Bagnai dice basta. Con il coraggio che gli è proprio. E una convinzione nel cuore : l’Italia può aprire gli occhi. E farcela, anziché morire di inedia da euro.

http://blog.ilgiornale.it/foa/2014/12/11/scegliete-o-l%E2%80%99euro-o-la-democrazia-bagnai-coglie-di-nuovo-nel-segno/

È nella natura degli Stati Uniti destabilizzare i governi legittimi per sostituirli con governi servi

/ L'America Latina reagisce alle sanzioni dell'Impero (Usa) contro ...

L'America Latina reagisce alle sanzioni dell'Impero (Usa) contro il Venezuela

L'America Latina reagisce alle sanzioni dell'Impero (Usa) contro il Venezuela

"È la patria di Bolívar e Chavez, che voi dovete imparare a rispettare"




L’Alleanza Boliveriana per le Americhe ha condannato la minaccia di sanzioni del governo degli Stati Uniti contro il Venezuela. La dichiarazione corrispondente è stata letta pubblicamente dal presidente Nicolas Maduro.
"ALBA, l'America Latina, reagiscono contro le sanzioni dell’Impero alla nostra Patria", ha detto il presidente citato da Telesur.

"L'Alleanza Bolivariana per i popoli della nostra America desidera sottolineare che proibiremo l'autorizzazione di vecchie pratiche già attuate in paesi della regione, volte a favorire il cambiamento di regime politico, come è successo in altre regioni del mondo. In questo senso esprimiamo il sostegno e la più profonda solidarietà al popolo e al governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela", dice il comunicato di ALBA.

Egli aggiunge che "i paesi dell'ALBA ribadiscono con forza il loro rifiuto di ogni aggressione, sia di natura giuridica, economica o politica contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, che costituisce una violazione del diritto internazionale, così come contro qualsiasi paese membro dell'ALBA e si riserva il diritto di dare una risposta adeguata a tali azioni".

In precedenza entrambe le Camere del Congresso degli Stati Uniti hanno approvato un disegno di legge che mira a sospendere i visti e congelare i beni negli Stati Uniti ad almeno 56 funzionari venezuelani accusati da Washington di violazioni dei diritti umani durante le proteste scoppiate quest'anno nel paese latinoamericano.
Le fonti del governo USA hanno confermato alla Cnn che lo stesso Obama intende diffondere il documento a breve.

Maduro ha detto che il suo Paese "non accetta imponenti sanzioni imperialiste": “È la patria di Bolívar, che voi dovete imparare a rispettare. Siamo gli eredi di Ayacucho, siamo i figli di Bolivar, di Chavez".

Quelle buffe banche tedesche piene di titoli tossici

Grecia: chi resta con il cerino in mano in caso di ristrutturazione del debito? Sorpresa: i tedeschi


Syriza, il partito della sinistra radicale in Grecia, chiede uno sconto del 70-80% del debito greco ai creditori internazionali così come avvenne nel 1952 quando gli alleati concessero uno sconto del 62% alla Germania sconfitta. Una richiesta, quella greca, molto delicata per il fatto di diventare un pericoloso precedente nell'Eurozona, che finora ha sempre evitato salvataggi con ristrutturazioni del debito a carico dei contribuenti di altri stati membri.
Gli aiuti finora concessi sono tecnicamente dei prestiti che dovranno essere restituiti. Diverso il caso dell'haircut da 100 miliardi di euro che ha coinvolto solo i detentori privati dei bond ellenici nel marzo 2012.
Syriza ha reso nota la sua posizione durante un road show svoltosi la settimana scorsa alla City di Londra, dove due emissari del partito di Alexis Tsipras, Giorgos Stathakis e Yiannis Milios hanno spiegato la loro strategia economica a 35 banchieri d'affari, che sono rimasti sconcertati dalle proposte dei due consiglieri economici. Syriza chiede di ridurre il debito greco, che secondo analisi di economisti indipendenti ammonta a 330 miliardi di euro, pari al 177% del Pil che nel frattempo si è ridotto del 25 per cento.«È uno scherzo», è stata la reazione di Joerg Sponer, analista di Capital fund, al termine della riunione londinese con i rappresentanti di hedge fund e banche d'affari.
Syriza chiede anche di ridurre le politiche di austerità fornendo elettrcità gratuita e cibo gratuito (food stamps come negli Usa) alle famiglie più povere, ma Jorg Sponer in una mail inviata ai suoi clienti ha parlato di «scenario cipriota», con i risparmiatori che corrono ai bancomat delle banche , fuga dei capitali all'estero e fine dell'arrivo degli investimenti dall'estero.
Ma chi sono i detentori del debito greco? Dei 330 miliardi di euro complessivi del debito greco il 72% sono da considerarsi “officials loans”, cioè crediti in mano a istituzioni pubbliche (60% della Ue attraverso i suoi fondi Efsf e Esm, e 12% dell’Fmi); 5% sono altri prestiti; l'8% è detenuto dalla Bce; il restante 15% sono marketable debt, cioè titoli di debito trattabili sul mercato secondario (11% sono bond e 4% sono bills, cioè prestiti a breve termine).
Quindi, se si arrivasse a uno “sconto” per evitare l'uscita di Atene dall'euro, a perderci sarebbe soprattutto la Ue, attraverso l'Esm (il fondo salva-Stati) e i suoi stati membri: in percentuale maggiore la Germania, che ha una quota del 27% del fondo salva-stati europeo,seguita dalla Francia con il 20%, dall'Italia con poco meno del 18% e dalla Spagna con l’11,9 per cento.
In una recente intervista sulla dimensione del debito pubblico ellenico, che quest'anno toccherà il picco del 177% del Pil, Klaus Regling, presidente del Fondo salva-Stati, ha spiegato come il debito greco sia comunque «sostenibile» finché proseguono le riforme strutturali. L'Esm detiene attualmente il 44% del debito pubblico greco, mentre sui fondi prestati, con una durata media di 32 anni, Atene paga tassi annui di interesse molto bassi «intorno all'1,5%», ha sottolineato Regling. Eppure l’ipotesi di ristrutturazione del debito resta sullo sfondo e Tsipras conta di farne un argomento della sua campagna elettorale in vista delle elezioni anticipate, che potrebbero svolgersi ai primi di febbraio se il Parlamento ellenico non riuscisse a eleggere il capo dello Stato entro la fine di dicembre.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-12-11/grecia-chi-resta-il-cerino-mano-caso-ristrutturazione-debito-ma-tedeschi-ovvio-093535.shtml?uuid=ABopNBPC

Dobbiamo informare Napolitano: Mediaset che cambia la Costituzione e fa la legge elettorale è un atto antipolitico di una violenza brutale


Vescovi a Napolitano: “Un corrotto è più eversivo di un anti-politico onesto”

Vescovi a Napolitano: “Un corrotto è più eversivo di un anti-politico onesto”
Politica & Palazzo
 
"Corruzione e antipolitica sono il risultato della mancanza di etica all’interno della politica", ha spiegato a Radio Vaticana monsignor Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso e presidente della Commissione Cei per gli affari sociali e il lavoro: una risposta al capo dello Stato che mercoledì si era schierato contro la "antipolitica che è patologia eversiva"
Si guardano dalle due rive opposte del Tevere, la Conferenza Episcopale Italiana e il Quirinale. E da oggi a dividerli, oltre al fiume, c’è anche la valutazione delle conseguenze che la corruzione comporta per la vita politica nel Paese. Un “politico corrotto” è “più eversivo” di chi fa antipolitica in maniera onesta, ha scandito alla Radio Vaticana Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso Bojano e presidente della Commissione Cei per gli affari sociali e il lavoro. Una precisa risposta a Giorgio Napolitano che con l’opinione pubblica ancora attonita di fonte all’inchiesta “Mondo di mezzo”, l’inchiesta che ha svelato gli indicibili accordi tra la criminalità e la politica romana, ha ritenuto opportuno scagliarsi contro la “antipolitica” che è “patologia eversiva“. A poche ore di distanza, la Conferenza dei vescovi è l’unica istituzione a prendere una posizione critica sulle parole dell’inquilino del Colle.
Con la tempesta di Mafia Capitale che soffia furiosa sulle istituzioni e sui palazzi del potere romano, uno dei pochi spiragli di luce sembra arrivare da oltretevere. “Corruzione e antipolitica, alla fine, sono il medesimo risultato triste di un fenomeno di mancanza di etica all’interno della politica – ha spiegato monsignor Bregantini – dobbiamo creare un’economia dove le decisioni non siano prese da pochi in stanze oscure, ma che siano trasparenti. Ci devono essere organi di controllo, la partecipazione della base. E’ il buio che crea la corruzione o l’antipolitica”. Le parole dell’arcivescovo suonano come una chiara risposta a Giorgio Napolitano: “La critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obiettività, senso della misura e capacità di distinguere  è degenerata in anti-politica, cioè in patologia eversiva, aveva detto il capo dello Stato mercoledì all’Accademia dei Lincei, scatenando la reazione del Movimento 5 Stelle e
della rete Internet.

Alla domanda se sia più eversivo un politico corrotto o un antipolitico onesto, il capo-commissione Cei risponde senza titubanze: “Un politico corrotto“. “E’ la corruzione che crea entrambi i guai: l’allontanamento dalla politica e poi, di conseguenza, il disservizio – è il punto di partenza del ragionamento di Bregantini – però, non stiamo lì tutti, con l’indice puntato contro pochi; dobbiamo tutti insieme dire: creiamo delle istituzioni partecipative che ci permettano di tenere sotto controllo i politici, non solo additandoli ma condividendo, imparando però anche da noi stessi che il denaro, se non lo sai usare, ti schiavizza”. Bregantini si dice preoccupato per la situazione politico-sociale ed economica dell’Italia, “però – aggiunge – c’è anche una fortissima reazione morale che c’è stata, ad esempio, dopo la questione di Roma: ha dimostrato che c’è una società sana, che non si rassegna“.

Un intervento che si iscrive nel solco della linea dettata da Papa Francesco fin dai primi mesi di pontificato. Era il 25 luglio 2013 quando da una favela di Rio il pontefice esortava i giovani a “non scoraggiarsi mai” nonostante la “corruzione da persone che, invece di cercare il bene comune, cercano il proprio interesse”, e si ripeteva l’8 novembre scagliandosi contro la “dea tangente“. Le “forme di corruzione, oggi così capillarmente diffuse offendono gravemente Dio”, avvertiva il 12 dicembre mentre i richiami più forti sono arrivati nel 2014, il secondo anno di pontificato, a cominciare dalla messa tenuta in Vaticano per i politici durante la quale il 24 marzo Francesco disse: “No alla corruzione, agli interessi di partito e ai dottori del dovere e ai sepolcri imbiancati”. I danni causati dai “corrotti economici, corrotti politici o corrotti ecclesiastici li pagano i poveri“, avvertiva Bergoglio il 6 giugno per poi tornare sull’argomento poco più di un mese fa, il 23 ottobre: “Le forme di corruzione che bisogna perseguire con maggiore severità sono quelle che causano gravi danni sociali come le frodi contro la pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione o qualsiasi sorta di ostacolo alla giustizia“.
Ha scelto una personalità di alto profilo, la Conferenza Episcopale Italiana, per commentare le parole del presidente della Repubblica. Presidente della Commissione vescovile per gli affari sociali e il lavoro, prima di arrivare a Campobasso nel 2007, Giancarlo Maria Bregantini è stato un vescovo di frontiera: per 13 anni ha guidato la diocesi di Locri, dove scelse per sé un ruolo di forte opposizione alla criminalità organizzata. Quando nell’ottobre del 2005 venne ucciso Francesco Fortugno, vicepresidente della Regione Calabria, Bregantini aveva incoraggiato i giovani a scendere in piazza e far sentire la loro voce contro la mafia. La sua azione contro la ‘ndrangheta ha guadagnato la ribalta dopo la strage di Duisburg, quando aveva ottenuto che per le vittime ci fossero i funerali pubblici, era riuscito a incidere sulle donne nel tentativo di riportare la pace tra le famiglie della faida di San Luca e si era recato in Germania per incontrare gli emigrati calabresi. Ma sono in molti ancora quelli che lo rimpiangono nella Locride anche per il suo ruolo di organizzatore ed ideatore di tante cooperative sociali che hanno dato lavoro ai giovani dell’area, una delle più povere e violente della regione. Quest’anno Papa Bergoglio gli ha affidato la redazione delle meditazioni della via crucis al Colosseo e secondo voci che circolano oltretevere ha le carte in regola per approdare alla guida di una grande diocesi come Roma e Napoli o per un incarico di rilievo all’interno della curia romana.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/11/vescovi-napolitano-politico-corrotto-eversivo-fa-antipolitica/1267455/