Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 dicembre 2014

Bugie bugie e ancora bugie, il governo Pd e quella pletora di personaggi che ci girano intorno non si stancano di ripeterle

Primo consuntivo

Matteo Renzi, con lui 39 miliardi di tasse: tredici volte più che con Enrico Letta


Matteo Renzi
Il cinguettio è arrivato leggero di primo mattino. E sul profilo twitter di Matteo Renzi è apparso: «La legge di stabilità taglia 18 miliardi di tasse. Più soldi al sociale, meno tasse sul lavoro. Tutto è migliorabile, ma l'Italia cambia verso». Taglio di 18 miliardi di tasse? Quello era scritto nelle diapositive presentate dal premier la notte della prima approvazione della legge di stabilità. Ma non è mai stato scritto nel testo ufficiale della legge, nemmeno nella primissima versione, figurarsi poi in quella definitiva che ha dovuto farsi ancora più recessiva per venire incontro ai diktat dell'Unione europea
La verità, come sempre, sta nei numeri ufficiali, non nelle diapositive o nei cinguettii. E il prospetto di copertura della legge di stabilità appena approvata dice che nel triennio Renzi farà aumentare la spesa pubblica di 61 miliardi e 190 milioni di euro (16 miliardi in più nel 2015), e lieviteranno pure le entrate fiscali di 64 miliardi e 313 milioni di euro (10 miliardi in più nel 2015). Con questi numeri la legge di stabilità di Renzi sarebbe quella che ha messo più tasse in assoluto negli ultimi anni, altro che alleggerimento della pressione fiscale. Peggio addirittura della legge di stabilità 2013 firmata da Mario Monti.Il prospetto di copertura della manovra è questo, ma nasce anche da una scelta contabile che penalizzerà eccessivamente Renzi sui dati macroeconomici rispetto alla sostanza. Il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan ha infatti contabilizzato la famosa misura del bonus sugli 80 euro per 8 miliardi di euro come maggiore spesa e per circa 700 milioni di euro come riduzione di tasse. Nei conti macroeconomici italiani (attenzione però, perchè a questi si riferiranno sempre le istituzioni internazionali, dalla Ue al Fmi, dall'Ocse alle agenzie di rating) il bonus è stato al 90% inserito come trasferimento dello Stato alle famiglie, quindi va ad aumentare la spesa pubblica e non a ridurre la pressione fiscale. Per le tasche degli italiani però la sostanza è che quegli 80 euro mensili sono una riduzione di tasse.
Allora abbiamo corretto il prospetto contabile della legge di stabilità calcolando l'intero bonus come riduzione di tasse. Cambia, ma non radicalmente la musica. Con quella correzione infatti perfino nel 2015 è comunque previsto un aumento delle tasse in Italia: di 2 miliardi e 126 milioni di euro. Nel triennio della manovra le tasse aumenteranno così di 38,8 miliardi di euro (e non dei 64,3 scritti nella legge di stabilità), che sono una cifra comunque mostruosa. Lo si capisce ancora di più se si mette a confronto la legge di stabilità di Renzi con quella del suo immediato predecessore, Enrico Letta.
In fondo il cambio della guardia a palazzo Chigi è stato motivato con la scarsa incisività della politica economica del governo precedente.
E invece le cose vanno assai peggio di prima. La manovra di Letta era molto più virtuosa di quella di Renzi sia agli occhi degli osservatori economici internazionali che per le tasche degli italiani. In tre anni tagliava la spesa pubblica come chiedono all’estero di 5,2 miliardi di euro, e invece Renzi la aumenta di 35,6 miliardi. Sempre nel triennio Letta aumentava le tasse di 2 miliardi e 886 milioni di euro, una cifra che è 13,5 volte inferiore a quei 38,8 miliardi di aumento della pressione fiscale della attuale legge di stabilità.
È vero dunque che Renzi ha cambiato verso: la politica economica italiana è tornata molto più vicina a quella del professore Monti, tornando bruscamente indietro dai timidi tentativi di Letta di distaccarsene. Pesano sulle proporzioni della stangata fiscale appena divenuta legge le cosiddette clausole di salvaguardia che agiranno soprattutto nel 2016 e nel 2017, facendo scattare ben tre aumenti delle aliquote Iva (quelle base e quelle intermedie) e l’ennesimo aumento della benzina e delle sigarette.
Ora non sono più clausole, ma norme di legge che scatteranno come una ghigliottina sulla testa degli italiani. Sembra assai difficile trovare alternative nel 2015 che consentano di rimpiazzare gli oltre 10 miliardi previsti per l’anno dopo, tanto più che le previsioni di andamento del Pil non fanno presagire alcuna mano da parte del ciclo economico, che rischia di essere una volta ancora ben al di sotto delle previsioni del governo. Tra gli slogan e la realtà dunque c'è un solco profondo, e un po' se ne sta rendendo conto lo stesso Renzi.
di Franco Bechis

aumentano ancora i pedaggi autostradali, i salari no, governo Pd favorisce con convinzione i ricchi e tartassa gli altri


Il favore alle autostrade contenuto
nel decreto Milleproroghe

Altri sei mesi di tempo per le concessioni. E arriva anche la richiesta di aumentare i pedaggi

di Sergio Rizzo

(Fotogramma) (Fotogramma)
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Dunque ci risiamo. Puntuale e inesorabile come l’alternarsi delle stagioni, le fasi lunari e i cicli della vita, anche quest’anno è arrivata la richiesta di aumentare i pedaggi autostradali. Una richiesta che finora nessun governo, di destra o di sinistra, ha mai potuto rifiutare. Plastica dimostrazione del potere della lobby dei concessionari, incarnata dalla figura imponente del capo della loro associazione Aiscat, il vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona, ex presidente margheritino della Provincia di Alessandria. E possiamo scommettere che neppure nel 2015, sulle autostrade, si cambierà verso.
Di più. Con il consueto decreto Milleproroghe approvato dal consiglio dei ministri la sera del 24 dicembre, i concessionari hanno avuto anche un regalino di Natale. Vale a dire altri sei mesi di tempo, fino al 30 giugno prossimo, per mettere a punto le proposte di integrazione fra diverse tratte che offrirebbe loro, come previsto da una contestatissima norma del cosiddetto Sblocca-Italia, la possibilità di prorogare automaticamente e senza gara le concessioni a fronte di una promessa di nuovi investimenti. Conseguentemente, anche il termine per i nuovi piani finanziari slitta al 31 dicembre 2015. La ragione? Evidentemente c’è bisogno di più tempo per far digerire l’operazione, che favorirebbe soprattutto il gruppo Gavio, le Autovie Venete e l’Autobrennero, alla Commissione europea. Dove non è un mistero che ci sia una certa riluttanza a mandar giù norme poco profumate di concorrenza.
Come appunto questa, che ha già incassato il giudizio fortemente negativo della nostra Autorità dei trasporti presieduta da Andrea Camanzi. Naturalmente, per ciò che può valere: poco o nulla. E qui è d’obbligo ricordare un altro regalino prenatalizio che il governo, in quel caso targato Monti, aveva già fatto ai medesimi concessionari nel dicembre 2011. Perché la norma del Salva-Italia che istituì l’authority fece decorrere (guarda caso) la competenza sulle tariffe autostradali a partire dalle concessioni future. Quindi, se scatteranno anche le proroghe automatiche senza gara previste dallo Sblocca-Italia renziano, campa cavallo. Con il risultato che quando si parla di autostrade Camanzi è ancora di fatto completamente esautorato.
Il che contribuisce a spiegare perché ogni anno i pedaggi salgono, e salgono, e salgono. Dal 1999, anno della privatizzazione della concessionaria statale, e fino al 2013, i prezzi sono cresciuti del 65,9% a fronte di una inflazione del 37,4%. Conseguenza di un sistema assurdo tutto favorevole ai concessionari, ai quali consente di scaricare sulle tariffe anche gli extracosti di opere e investimenti anche se procedono al passo della lumaca. Il tutto sotto lo sguardo mai arcigno del governo di turno. Nel 2014, a fronte della richiesta di aumenti medi del 4,8 %, il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi ha concesso «solo» il 3,9%: appena due volte e mezzo l’inflazione programmata. Esultando per il risparmio (se un mancato rincaro si può definire risparmio...) «di 50 milioni» in favore de agli automobilisti senza però poter dire di quanto i profitti delle concessionarie sarebbero cresciuti. Peccato poi che quel tasso programmato, cioè l’1,5%, si sia rivelato ben superiore a quello reale. Ora l’inflazione annua è allo 0,2 %: venti volte inferiore all’aumento medio concesso dal governo .
E siamo al nuovo round. Ovvero, gli aumenti richiesti per il 2015. Rosario Trefiletti di Federconsumatori e l’ex senatore Elio Lannutti (Adusbef) affermano scandalizzati che i concessionari pretenderebbero stavolta aumenti fino al 9%. Il top, a quanto pare, per l’autostrada Roma-Pescara di cui è concessionario il costruttore abruzzese Carlo Toto, consigliere Aiscat. Tanto da far imbestialire il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente: «Gli ennesimi aumenti sull’autostrada sono una vergogna, è ora di dire basta». Per tutta risposta Lupi dice che il governo, irremovibile, non è disposto a concedere aumenti superiori al famoso tasso programmato: ancora l’1,5%. Ovvero, almeno sette volte l’inflazione reale.
Questa volta le ragioni dei concessionari sarebbero anche nel calo del traffico causato dalla crisi economica. Meno auto, meno incassi, meno profitti: dunque se ne facciano carico gli utenti. Ai quali però si dovrebbe pure spiegare come mai quando il traffico invece aumentava, gli incassi salivano e i profitti volavano, le tariffe aumentavano lo stesso .

http://www.corriere.it/economia/14_dicembre_27/favore-autostrade-milleproroghe-751b0772-8d91-11e4-8076-7a871cc03684.shtml

le banche continuano a speculare anche con i soldi dei conti correnti dei risparmiatori

Di solito lo si fa ai più piccoli. Gli Usa hanno deciso di farlo con i big della finanza

Un regalo di Natale alle banche

Approvate misure che proteggono gli istituti dai loro errori
 di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** *Sottosegretario all'Economia del governo Prodi **Economista  

Solitamente Babbo Natale porta i regali ai più piccoli. Ma quest'anno, forse anche lui un po' frastornato dalla valanga di messaggi di pubblicità o malignamente disinformato dall'onnipotente National Security Agency, ha fatto un bel regalo anche alle banche più grandi del pianeta.
Il Congresso americano infatti ha approvato delle misure che proteggono le «too big to fail» in tutte le operazioni con derivati finanziari.
È stato cancellato il cosiddetto «Emendamento 716» della legge di riforma finanziaria Dodd-Frank che, per taluni derivati, costringeva le banche ad operare attraverso delle sussidiarie.
Era un modo per evitare che i soldi dei depositi bancari venissero utilizzati in operazioni speculative. Poiché i succitati depositi utilizzati usufruivano delle garanzie della Federal Deposit Insurance Commission (Fdic), tutte le banche in crisi finora hanno goduto di generose operazioni di salvataggio con fondi pubblici da parte del governo, i cosiddetti «bail out».
In realtà la legge Dodd-Frank, originariamente concepita proprio per proteggere i risparmiatori dopo gli sconquassi della crisi finanziaria globale del 2007-8, era già stata abbondantemente annacquata. Permetteva quindi l'utilizzo dei depositi per i derivati relativi alla protezione rispetto ai rischi sui prestiti concessi, alla volatilità dei tassi di interesse e ai crediti inesigibili. Di fatto tale protezione riguardava ben il 95% di tutti i derivati.
Perciò è d'obbligo porsi la domanda del perché vi sia «tanta animosità» per il rimanente 5%, pari a 14 trilioni di dollari in rapporto a un montante nominale complessivo di circa 280 trilioni. Ciò soprattutto in considerazione del fatto che, da tempo, le banche possono contare anche sulla copertura del cosiddetto «bail in», cioè sulla possibilità di attingere ai depositi, oltre che al capitale proprio, per coprire gli eventuali buchi provocati da operazioni finanziarie spericolate e da speculazioni andate male.
La risposta, secondo noi, sta proprio in quel 5% di derivati esclusi che include i derivati sulle commodity, rilevanti sotto tutti i punti di vista. Come evidenziato in passato, le banche hanno penetrato i mercati delle materie prime, su cui esercitano una crescente influenza sicuramente destabilizzante. Oggi le banche americane sentono la necessità di garantirsi il «bail out» pubblico anche su questi segmenti di finanza speculativa in quanto i loro derivati, soprattutto quelli relativi al petrolio, rischiano di produrre grandissime perdite. Infatti, mentre per i tassi di interesse il comportamento della Federal Reserve è una variabile prevedibile, l'andamento del prezzo del petrolio negli ultimi mesi non lo è stato. Non è stato quindi coerente con la legge della domanda e dell'offerta. In breve tempo esso è sceso da 110 dollari al barile a circa 60 dollari.
Vi è una chiara scelta politica sottesa alla volontà di inondare i mercati di petrolio e di continuare a produrne grandi quantità anche in situazioni di calo del prezzo assai vistoso. Normalmente non dovrebbe essere così, a meno che non vi siano forti di ragioni geopolitiche.
Ora appare evidente la volontà di mettere in ginocchio finanziariamente la Russia e l'Iran, due grandi produttori di petrolio i cui bilanci dipendono non poco da tale risorsa. Però adesso le banche americane si trovano in pancia tanti prodotti derivati emessi in garanzia di aumenti del prezzo del petrolio oppure in rapporto a eventuali diminuzioni meno consistenti di quelle attuali.
La banca forse più esposta è la JP Morgan Chase, tanto che ha mandato il suo chief executive a testimoniare al Congresso per la rimozione dell'emendamento citato.
La cosa, in verità, è passata sotto silenzio, «seppellita» nella legge finanziaria americana del 2015 che tra l'altro approva anche la copertura di spesa del governo per 1.100 miliardi di dollari per evitare così nuovi shut down.
Il voto delle leggi finanziarie spesso nasconde tra le migliaia di commi e di norme scelte e decisioni non giustificabili e non sostenibili. In verità il cosiddetto «assalto alla diligenza» accade anche da noi in sede di approvazione della Legge di Stabilità.
Speriamo che la scelta compiuta dal Congresso americano non venga imitata anche dall'Unione europea.

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1949405&codiciTestate=1 

acqua, rifiuti, servizi sanitari e trasporti urbani e ferroviari qui si concentra l'aumenta delle tariffe 2014, governo pagliaccio

Tariffe: stangata per gli italiani. Aumenti maggiori solo in Spagna











Prima la Spagna, seconda l’Italia e terza l’Irlanda. Per una volta, solo ultima la Germania... Peccato che sia una classifica da leggere al contrario. I tre Paesi sul podio, infatti, sono quelli che, tra il 2010 e il 2014, hanno registrato l’incremento più sensibile delle tariffe pubbliche: +23,7% in Spagna; +19,1% a pari merito per Italia e Irlanda. E la Germania? Soltanto +4,2%. E la Grecia, per dire, il grande malato di questi anni, avrebbe registrato appena un +6,1. La media dell’area euro è stata invece di +11,8%.
A snocciolare queste cifre è uno dei consueti rapporti settimanali della Cgia di Mestre (l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese), il cui ufficio studi ha messo in fila i rincari per i servizi pubblici, utilizzando l’indice armonizzato dei prezzi al consumo Hicp. Secondo il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, «i rincari maggiori hanno interessato le tariffe locali. Se per quanto concerne l’acqua i prezzi praticati rimangono ancora tra i più contenuti d’Europa, gli aumenti registrati dai rifiuti sono ingiustificabili. A causa della crisi economica, negli ultimi 7 anni c’è stata una vera e propria caduta verticale dei consumi delle famiglie e delle imprese: conseguentemente è diminuita anche la quantità di rifiuti prodotta. Pertanto, con meno spazzatura da raccogliere e da smaltire, le tariffe dovevano scendere, invece, sono aumentate. Nell’ultimo anno, a seguito del passaggio dalla Tares alla Tari, gli italiani hanno pagato addirittura il 12,2% in più, contro una inflazione che è aumentata solo dello 0,3%».
Il Codacons ha calcolato, invece, quanto sono costati ai cittadini i rincari nel solo 2014.
Secondo l’associazione dei consumatori si tratta di una stangata da 324 euro a famiglia a causa dell’aumento delle tariffe nazionali e locali. «In testa alla classifica dei rincari - spiega il Codacons - troviamo i rifiuti, le cui tariffe su tutto il territorio hanno subito aumenti medi del 15% rispetto allo scorso anno, comportando un maggior esborso di circa 44 euro a nucleo familiare. Pesante anche l’incremento dell'acqua (+6%) e dei servizi sanitari (5,2%). I trasporti (urbani e ferroviari) segnano invece un incremento medio del 2,9% rispetto al 2013».
L’ufficio studi Cgia ha invece messo in fila l’evoluzione dei costi dei servizi erogati in Italia, questa volta prendendo a riferimento il lasso di tempo compreso tra il 2004 e i primi undici mesi del 2014. L’acqua potabile risulta aumentata del 79,5% in meno di dieci anni, la raccolta rifiuti del 70,8%, l’energia elettrica del 48,2%, i pedaggi autostradali del 46,5%, il gas del 42,9% e i trasporti urbani del 41,6 percento. È la stessa Cgia, però, a precisare che «per le voci acqua potabile, pedaggi autostradali e trasporti urbani - a causa dei cambiamenti nella rilevazione da parte dell’Istat (nel 2011) - le variazioni dei prezzi sono state calcolate riconducendo le voci in questione a quelle più direttamente confrontabili (rispettivamente fornitura acqua, pedaggi e parchimetri, trasporti multimodali passeggeri)». L’elenco prosegue con i taxi (+31,6%), servizi postali (+27,9%). Unica nota lieta per i consumatori, i servizi telefonici, crollati in quasi dieci anni del 15,8 percento.
Sulla dinamica delle tariffe, Bortolussi sottolinea come «gli aumenti del gas hanno sicuramente risentito del costo della materia prima e del tasso di cambio, mentre l'energia elettrica dell’andamento delle quotazioni petrolifere e dell’aumento degli oneri generali di sistema, in particolare per la copertura degli schemi di incentivazione delle fonti innovabili. I trasporti urbani, invece, sono stati condizionati dagli aumenti del costo del
carburante e quello del lavoro. Non va nemmeno dimenticato che molti rincari sono riconducibili anche al peso fiscale che grava sulle tariffe che, purtroppo, da noi tocca punte non riscontrabili nel resto d’Europa».

http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2014-12-27/tariffe-stangata-gli-italiani-aumenti-maggiori-solo-spagna-132655.shtml?uuid=AB30i1VC

gli interessi sugli interessi e il debito decolla

80 euro? Il debito pubblico aumenta dieci volte tanto

I calcoli sono talmente semplici che chiunque, anche un bambino di prima elementare, è in grado di farli: mentre circa dieci milioni di italiani incassano 80 euro al mese, quindi, in totale, 9,6 miliardi all’anno, il debito pubblico aumenta di 96 miliardi all’anno, DIECI VOLTE TANTO.
Ed allora “divertiamoci” un po’ con la matematica, nulla di complicato, vedrete, soltanto qualche moltiplicazione e divisione, cose che anche la casalinga di Voghera è in grado di fare, ma probabilmente nessun giornalista, visto che sono conti che non vengono mai chiesti al nostro Presidente del Consiglio.
Allora, quest’anno il nostro debito pubblico è aumentato di circa 100 miliardi di euro, visto che la popolazione italiana è di poco inferiore ai 60 milioni di individui, significa che ognuno di noi, neonati compresi, alla fine dell’anno avrà sul groppone circa 1.670 euro di debito IN PIU’ rispetto a dodici mesi fa.
All’inizio del 2014 ciascuno di noi aveva sulle spalle 35.000 euro di debito pubblico ed ora sono diventati 36.670, con un incremento REALE (visto che l’inflazione è zero!) del 4,77%.
Ma proseguiamo con i “giochi” matematici, dunque, 1.670 euro all’anno vuol dire circa 140 euro al mese, sempre a testa, questo significa che, ad esempio, per una famiglia come la mia, composta da marito, moglie e due figli, OGNI MESE, il debito aumenta di 560 euro, quasi un secondo mutuo da pagare.
E questo, naturalmente, dopo aver  pagato imposte, tasse, contributi, accise e chi più ne ha più ne metta, ad un livello che non ha eguali in nessuna altra parte dell’intero pianeta.
Tutto ciò, poi, è accaduto in un anno in cui lo “spread” è diminuito, ed i tassi di interessi pagati sul debito pubblico sono al minimo storico (a causa della deflazione in corso).
E’ arrivato il momento di smetterla di dire che gli italiani sono pessimisti, ho scritto dei numeri, non delle opinioni!
Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro

http://www.finanzainchiaro.it/80-euro-il-debito-pubblico-aumenta-dieci-volte-tanto.html 

il governo Pd continua ad aumentare le tasse per altri 671 milioni di euro

Carburante: dal 1° gennaio nuovi aumenti. Ecco quanto pagheremo in più



L'aumento - "Nonostante il greggio sia sceso sotto i 64 dollari, in Italia il prezzo dei carburanti alla pompa rimane ancora molto elevato. Ovviamente, a incidere e' il carico fiscale che, sia sulla benzina sia sul gasolio per autotrazione, non ha eguali in Europa. Inoltre, tenuto conto che oltre l'80 per cento delle nostre merci viaggia su gomma - dichiara Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia - non e' da escludere che gli aumenti di inizio anno spingeranno all'insu' soprattutto i prezzi dei principali beni di consumo, penalizzando le famiglie piu' in difficolta'. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che oltre agli autotrasportatori ci sono intere categorie come gli autonoleggiatori, i taxisti, i padroncini, gli agenti di commercio che, utilizzando professionalmente ogni giorno l'autovettura o il furgone, rischiano di appesantire ulteriormente una situazione economica gia' molto deteriorata negli ultimi anni".

La simulazione - Secondo le stime dell'associazione, una famiglia con un auto di media cilindrata (1.400 cc) alimentata a benzina che percorre mediamente 15.000 chilometri all'anno, nel 2015 paghera' al proprio benzinaio 20 euro in piu' di tasse rispetto al 2014. Se, invece, la comparazione viene eseguita rispetto al 2010, anno che ha preceduto tutta la raffica di aumenti, l'incremento sara' di 249 euro. Una famiglia con un auto (2.000 cc) alimentata a gasolio che percorre mediamente 25.000 chilometri all'anno, invece, paghera' l'anno prossimo paghera' 28 euro in piu' di tasse. Se, invece, il confronto viene eseguito sul 2010, anno che ha preceduto la serie di aumenti, l'incremento sara' di 387 euro.

http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/11736697/Carburante--dal-1--gennaio.html

basta avere i soldi, fare un film e si può diffamare qualsiasi Stato Sovrano, la chiamano cultura, libertà d'espressione

The Interview nelle sale, la Russia sta con la Corea del Nord: “Film scandaloso”

La Sony mette la libertà d'espressione davanti a tutto e fa uscire il film nel giorno di Natale. Il cast in una sala per ringraziare gli spettatori. Ma la polemica non si affievolisce e si inserisce anche la Russia. Nel frattempo, nelle scorse ore, attacco hacker a Playstation e X Box.

The Interview nelle sale, la Russia sta con la Corea del Nord:
Dopo una settimana di lunghe polemiche, un affaire internazionale che è stato la risultante di una commistione tra cinema, politica e hackeraggio, The Interview ha finalmente imboccato la via delle sale cinematografiche, ovvero quella che gli competeva. La pellicola con protagonista James Franco, come noto, controverso film che racconta di un complotto immaginario della CIA finalizzato ad un attentato al leader nord coreano Kim Jong Un. Tutto è nato da un attacco hacker che, nei scorsi giorni ha fortemente imbarazzato la Sony, major che ha prodotto il film, dal quale sono emersi documenti riservati delicati e conversazioni interne all’azienda. Attacco hacker per il quale gli Stati Uniti hanno accusato proprio il governo di Pyongyang e che aveva portato la Sony, in un primo momento, a bloccare l’uscita del film nelle sale prima di tornare sui propri passi e mettere la libertà d’espressione davanti a tutto.
Il 25 dicembre The Interview è definitivamente approdato in sala con una visita del cast a sorpresa in un cinema di Los Angeles. “Grazie, fottutamente tanto, a tutti, per essere venuti. Credevamo che questo non sarebbe mai successo,” sono state le parole di Seth Rogen, uno dei protagonisti della pellicola. Da oggi il film è disponibile anche in streaming online attraverso Google Play, YouTube Movies, Microsoft’s Xbox Video e un sito web, sia per il noleggio che per l’acquisto.
Ma è proprio delle ultime ore un altro attacco hacker a X Box e Playstation, che proprio a cavallo dei giorni di Natale hanno visto compromesse le console. L’attenzione va subito alla Playstation, prodotto proprio dalla Sony, il che in qualche modo avvalorerebbe l’idea di un attacco mirato alla casa produttrice del film. Allo stesso tempo pare ragionevole poter escludere la connessione tra quel filone Sony-The Interview e l’attacco hacker in questione, già annunciato il 2 dicembre dal gruppo hacker Lizard Squad, che sembrerebbe non avere nulla a che fare con la Corea. E proprio in mattinata è giunta anche una dichiarazione da parte di un esponente del governo russo in piena linea con il governo di Pyongyang. Secondo il ministro degli Esteri, Alexander Lukashevich, la rabbia della Corea del Nord è abbastanza comprensibile visto quanto il film sia scandaloso, contestando a Washington di non essere stata in grado di motivare l’accusa  di spionaggio a Pyongyang. Se dunque da una parte la polemica si affievolisce con l’arrivo in sala del film, con l’inserimento della Russia nella polemica la questione non è destinata a concludersi

continua su: http://cinema.fanpage.it/the-interview-nelle-sale-la-russia-sta-con-la-corea-del-nord-film-scandaloso/#ixzz3N5ShnfkY

venerdì 26 dicembre 2014

Dobbiamo tutti acquisire che la corruzione e l'altra faccia della medaglia del Pd, coacervo di consorterie, clan, famigli, clientele


carmilla

Fine anno, fine della corsa?

di Sandro Moiso

Gotham City 007Quello che infastidisce maggiormente nello spettacolo di Mafia capitale è l’accento posto sull’eccezionalità del caso romano, la sorpresa che tutti i media sembrano mostrare nei confronti di quello che non è altro che un caso (tutt’altro che anomalo) di corruzione amministrativa e politica quotidiana nell’Italia degli scandali legati all’Expo, al Mose e a molti altri ancora. Ma, ormai, il termine Mafia ha preso il posto dell’Uomo Nero, di Freddie Krueger, di Walter White e di qualsiasi altra figura dell’immaginario più diabolico e viene sbandierato ad ogni piè sospinto per dimostrare che ciò che c’è di marcio nella società attuale non dipende dai rapporti di classe e dall’appropriazione privata della ricchezza sociale prodotta, ma da poche figure negative che guastano i sani rapporti sociali basati sui principi del capitalismo e che possono anche arrivare a minacciare gli equilibri politici faticosamente raggiunti.
Da una parte dunque i buoni servitori dello Stato (e del Capitale) e dall’altra i corrotti, le anime perse che non hanno saputo resistere alle seduzioni del Grande Tentatore (di solito un singolo uomo, ex-terrorista di destra oppure capo-bastone di un clan, il solito “grande vecchio” che la sinistra istituzionale ci ha insegnato a vedere dappertutto). Anche se sappiamo tutti che questa narrazione è falsa, come la promessa di Renzi di resistere fino al 2018.
Tutti i commentatori, partendo anche da presupposti diversi, convergono infatti su un unico proposito: salvare l’immagine del capitalismo italiano, cercando di dimostrare che le cose vanno male a causa della corruzione diffusa o, ancor peggio come ha affermato qualche giornalista del solito TgNews RAI 24, che basti un unico individuo, in questo caso Buzzi o Carminati, ad infettare un sistema. Che naturalmente si presume sano.
E che sano non è. Basta rivolgere lo sguardo alle inchieste più recenti, da quelle riguardanti l’Expo o il Mose arrivando fino all’intrico di interessi che si celano ancora dietro al TAV in Val di Susa (dove la presenza di interessi legati alla ‘ndrangheta sono stati individuati e parzialmente perseguiti così come è evidente il coinvolgimento delle coop nella sua realizzazione)1, per comprendere che la scelta del capitalismo italiano e della sua imprenditoria grande e media è stata proprio quella di “migliorare” le proprie prestazioni finanziarie (certo non quelle produttive) affidandosi spesso alle ruberie nelle tasche del solito Stato Pantalone o, ancor meglio, direttamente nelle tasche dei cittadini.
La stessa candidatura entusiasticamente avanzata in questi giorni affinché Roma sia sede dei giochi olimpici del 2024 conferma ancor di più tale ipotesi, perché mentre da un lato il governo presenta una proposta di disegno di legge che serve soltanto a gettare polvere negli occhi di chi spera in un giro di vite contro la corruzione, dall’altro prepara il terreno per un’altra grande opera che potrebbe diventare davvero, se messa in atto, la madre di tutte le speculazioni e di tutti i possibili intrecci politico-amministrativi con mafie e ‘ndrine2.
Da anni scrivo di questo su Carmilla e non mi pare che qualcosa sia significativamente cambiato oppure che ci siano state solide smentite di questa ipotesi. Il capitale italiano, soprattutto quello finanziario, è in fuga dal settore produttivo e, come tutti dovrebbero aver già capito da tempo, anche le leggi e le iniziative attuali sul lavoro (inique e retrograde più che mai) sono soltanto rivolte ad attirare sulle imprese italiane in svendita nuovi acquirenti stranieri, attratti dai bassi costi che possono facilitare qualsiasi tipo di speculazione e dalla facilità con cui si potrà licenziare a partire dall’approvazione del Job Act.
Bastino a confermare ciò le recenti rivelazioni sull’uso fatto dalle banche del prestito Tltro promosso dalla BCE:
Dei 26 miliardi di euro che le banche italiane hanno preso in prestito dalla Banca Centrale Europea a settembre, due terzi sono stati investiti per l’acquisto di Buoni poliennali del Tesoro. Quindi solo 8 miliardi sono stati effettivamente utilizzati per i prestiti alle imprese, e quindi introdotti nell’economia reale del Paese. Secondo quanto riferisce la Banca d’Italia, gli istituti di credito italiani hanno investito ad ottobre 18,4 miliardi di euro in BTp, portando gli asset governativi al livello mai raggiunto prima di 414,3 miliardi di euro. I nuovi acquisti in Btp, in sostanza, consistono nei due terzi di quei 26 miliardi di euro che le banche hanno preso dalla Banca centrale europea nell’asta Tltro del settembre scorso. I prestiti Tltro si differenziano dai prestiti Ltro proprio per quella T, che sta per “targeted” ovvero vincolati a un uso specifico: il sostegno alle imprese non finanziarie, senza troppi margini di discrezionalità3.
In effetti vi è una liquidità estremamente volatile che circola vorticosamente a caccia di investimenti redditizi a breve o brevissimo termine, cosa che non può far altro che favorire, da un lato, la crescita esponenziale della spesa pubblica destinata a coprire gli interessi pagati sui titoli di stato e, dall’altro, speculazioni e appropriazioni indebite di attività lasciate spesso morire di inedia a causa di investimenti e prestiti che non arriveranno mai a destinazione. E’ il destino di tanta piccola e media industria, destinata a seguire, anche involontariamente, le orme delle grandi famiglie del capitalismo italiano e delle loro imprese e società per azioni. Destinate a loro volta ad essere acquisite e smembrate per fornire ai nuovi acquirenti la proprietà di un marchio di prestigio (e non vale assolutamente le pena di ritornare qui ad elencarli tutti poiché sono ormai centinaia) oppure una base “produttiva” per aggirare i divieti posti dall’Europa alle merci provenienti da altri continenti.
Possiamo quindi tranquillamente ipotizzare che non sono state soltanto la corruzione e le infiltrazioni mafiose o della malavita ad inficiare la vita politica e le attività economiche, ma che, al contrario, proprio le nuove regole del gioco hanno permesso l’allargamento del tavolo a gruppi ed attività un tempo sì significative, ma ancora relativamente marginali rispetto al peso esercitato sul PIL. Mentre oggi, non a caso, proprio i proventi di tutta una serie di attività illegali connesse alla grande criminalità organizzata (prostituzione, contrabbando, spaccio) sono ormai conteggiati anche nel PIL nazionale4. In attesa soltanto di rientrare in circolo attraverso le banche e attività speculative più o meno legali.
Stupirsi della corruttela presente nelle cooperative bianche o rosse, come ha fatto recentemente il presidente dell’Autorità Nazionale Anti-corruzione Raffaele Cantone nella trasmissione serale di Lilli Gruber5, significa quindi non aver colto la grande trasformazione che è avvenuta negli ultimi trent’anni all’interno dell’economia italiana, della sua classe imprenditoriale e della sua classe politica. Sempre di più tesa a realizzare profitti individuali nel minor tempo possibile, anche a costo di abbandonare qualsiasi norma di carattere economico, civile e morale. Come continua a dimostrare in primo luogo l’azienda torinese produttrice di auto, e capofila dell’imprenditoria italiana, che ha spostato la sua gestione patrimoniale e aziendale all’estero per non pagare le tasse in Italia, così come ha denunciato anche in questi giorni il numero uno dell’Agenzia delle entrate Orlandini.
Il lento declino di Silvio Berlusconi e del suo partito sta infatti contribuendo a rivelare che il “berlusconismo” non era il solo elemento a produrre la corruzione e il deragliamento istituzionale, che in altri paesi (vedi Germania) non è avvenuto oppure non ha avuto le stesse preoccupanti caratteristiche; in realtà non era altro che il prodotto di una trasformazione già in atto e in gran parte già avvenuta e di cui uno dei principali interpreti politici era proprio l’ex-PCI , poi PDS e poi PD. E il cui nodo degli interessi “materiali” comuni sta proprio negli interessi economici incrociati di gran parte delle coop, di ogni colore e sigla, nel business degli appalti e nelle amministrazioni locali. Ad ogni livello. Con un partito caduto oggi talmente in basso da far sì che Matteo Orfini si è visto costretto a lanciare l’idea, apparentemente ridicola, di un corso di formazione anti-corruzione per i militanti romani.
Cooperative che si rivelano, intanto e sempre di più, tutt’altro che impermeabili alle infiltrazioni speculative, mafiose, criminali o più semplicemente “politiche”. Tanto quelle che non ci stanno sembrano destinate a morire. Come ben dimostra il caso della Cooperativa Un sorriso, al centro delle proteste, evidentemente manovrate, degli abitanti di Tor Sapienza, vero obiettivo di chi voleva togliere di torno un concorrente scomodo nell’affare dell’accoglienza degli immigrati.
Chi insufflò le prove di pogrom di Tor Sapienza? Chi doveva incassare i dividendi delle notti di fuoco, sassi e cocci di bottiglia di una borgata “rossa” che improvvisamente, a metà novembre, si era accesa al comando di saluti romani e ronde assetate di “negri” e “arabi”? Sono stati scomodati i sociologi per provare a dare un senso alla furia della banlieue di Roma.
E invece, per raccontare quella storia bisogna cominciare da un’altra parte. Dagli appetiti mafiosi del Mondo di Mezzo. Dai Signori degli appalti del “terzo settore” Salvatore Buzzi e Sandro Coltellacci, oggi a Regina Coeli per mafia, dal loro interfaccia “nero” Massimo Carminati e dalla sua manovalanza del Mondo di Sotto . E da una coraggiosa donna salentina, Gabriella Errico, presidente della cooperativa sociale Un sorriso, che in quelle notti ha perso tutto. I 45 minori non accompagnati di cui aveva la custodia e la struttura che li ospitava, resa inagibile da un assedio violento6.
A confermare la contiguità tra finanziarizzazione delle attività economiche, comportamenti speculativi e coop è giunta una recentissima indagine di Mediobanca in cui si afferma che:
Nel 2013 le Coop hanno guadagnato più dalla finanza che dai supermercati […] I proventi finanziari hanno rappresentato l’1,9% dei ricavi aggregati del 2013 (pari a 11,2 miliardi di euro) e si sommano a un margine operativo netto (cioè al reddito della gestione industriale) che si ferma solo allo 0,4%. Nel periodo 2009-2013 la gestione industriale delle Coop ha prodotto utili lordi per 249 milioni a fronte di 889 milioni di proventi della gestione finanziaria.[…] I 12,2 miliardi di investimenti delle Coop includono 3,1 miliardi di titoli di stato e 2,4 miliardi di obbligazioni, 2,1 miliardi di partecipazioni (in gran parte concentrate sul gruppo Unipol, che le Coop controllano attraverso Finsoe, a cui si aggiungono l’1,85% di Mps e l’1,5% di Carige)[…] Sei delle undici cooperative esaminate hanno chiuso con una gestione industriale in perdita, con risultati particolarmente negativi per Ipercoop Sicilia (-9,4% dei ricavi) e Unicoop Tirreno (-3,2% dei ricavi). Grazie al contributo della finanza le Coop in ‘rosso’ nel 2013 sono scesa a quattro: Unicoop Tirreno (-24,2 milioni), Coop Lombardia (-15,3 milioni), Ipercoop Sicilia (-13,5 milioni) e Distribuzione Roma (-8,8 milioni)7.
Non a caso, poi, proprio a livello di cooperative sono state sperimentate tutte quelle forme di lavoro che oggi, con il Job Act, sembrano essere diventate legge. Con la difesa strenua e vergognosa fatta dal ministro Poletti in Parlamento del diritto degli imprenditori di poter fare ciò che vogliono per garantire i propri interessi e investimenti.
Sì, perché se il Re è oggi più nudo che mai lo è anche “grazie” al fatto che tale ideologia, così strenuamente difesa dal Presidente del Consiglio e dal suo ministro, non può fare altro che arrivare anche a giustificare indirettamente forme di coinvolgimento tra istituzioni e malaffare. Con tanto di cene e contributi, da cui si sta cercando di distogliere l’attenzione del pubblico.
Ma tutto ciò non può più costituire soltanto un problema morale e giudiziario. Qui è un sistema intero che va raso al suolo.
Pur essendo l’Italia già di fatto parzialmente commissariata dall’Unione Europea, nonostante il tanto celebrato semestre di presidenza italiana, Padoan, rispondendo a Juncker, può però affermare che le riforme fatte sono quelle che “ci servono e non perché ce l’hanno detto”. E ha ragione perché effettivamente tutte le riforme varate da Monti in avanti hanno semplicemente fatto comodo al capitale finanziario e speculativo italiano (togliere risorse al lavoro e alla società per favorire la rendita). Anche se la girandola di poteri e di governi alternatisi in Italia dal 2011 in avanti sta giungendo alla fine della corsa. Magnificamente e simbolicamente rappresentata dal baratro apertosi intorno alla giunta capitolina e dall’imminente uscita di scena di Giorgio Napolitano. Cosa di cui lo stesso Presidente è ben conscio e preoccupato.
Sul quale ultimo iniziano già ad abbattersi gli strali anche di un politologo moderato come Gianfranco Pasquino che, commentando il recente discorso del Capo dello Stato all’Accademia dei Lincei, ne ha sottolineato il fallimentare progetto politico affermando che: ”non ha ottenuto quello che voleva. Se per fallimento si intende essersi affidati a persone mediocri, a un manipolo di ipocriti, sì, ha fallito […] Non va mai oltre l’approccio che storicizza e non lo sfiora mai l’autocritica, quella politica.“. E augurandosi infine che lo stesso Napolitano “rinunci a nominare altri senatori a vita e che lui stesso rinunci alla carica, come invece gli spetterebbe. Questo spero che lo faccia, sarebbe un atto fondamentale. Ma non sarà così8.
Così, mentre inizia la corsa per la nomina del nuovo Capo dello Stato, lo stesso Napolitano è costretto a difendere ancora a spada tratta, e vanamente, l’operato dell’ultima sua creatura con un endorsement privo di precedenti che sembra avere tutte le caratteristiche di un ultimo e disperato colpo di coda. Job Act, riforme istituzionali autoritarie, vaneggiamenti e febbre da annuncite del giovane premier sono tutti presentati, dal Presidente uscente, come passi essenziali per garantire ancora la stabilità del paese.
Nel fare questo Giorgio Napolitano è però costretto a rovesciare la realtà dei fatti, imputando l’instabilità politica, sociale ed economica del paese a chi si oppone con le lotte, nel tentativo di criminalizzare ancora una volta qualsiasi forma di opposizione, mentre in verità tale instabilità è insita proprio nelle scelte politiche portate avanti da una compagine governativa e da una classe dirigente estremamente divisa al proprio interno, che, come un branco di iene, è capace di riunirsi intorno ad un progetto soltanto quando si tratta di spogliare le carcasse delle proprie vittime designate o di quelle già abbandonate da altri, e superiori, predatori. Con un governo capace soltanto di proseguire a colpi di voti di fiducia, ma incapace di qualsiasi formulazione coerente, come il rinvio fino all’ultimo istante del maxi-emendamento sulla legge di stabilità ha dimostrato ancora una volta.
Mentre qualsiasi candidatura per l’elezione del futuro Presidente della Repubblica non farà che confermare lo stato di debolezza, incertezza e paralisi in cui si trovano le forze di governo, prive di qualsiasi possibilità di ricambio o cambiamento di rotta, se non quella di affidare ancora ad un esecutore testamentario vicino a Bruxelles un mandato settennale. Consegnando così, come al tempo delle Signorie, il governo delle proprie contraddizioni ad una forza mercenaria esterna.
All’inizio del mandato di Renzi avevo affermato che avremo visto i due personaggi uscire di scena insieme9. La cosa si sta, nemmeno troppo lentamente delineando all’orizzonte, in un contesto in cui l’ultimo argomento rimasto in mano al Governo e ai suoi rappresentanti, messi sempre più a nudo dall’ultimo scandalo, sembra essere infatti soltanto quello della minaccia dell’arrivo della Troika europea. Mentre la capitale scivola lentamente verso il baratro e Piazza Affari corre sulle montagne russe, la nave affonda e i topi scappano, lanciando dietro di sé dei fumogeni nell’inutile tentativo di coprirsi la ritirata.
Gli stessi giochi all’interno del teatrino politico del PD sembrano cercare soltanto di allontanare o ritardare tale ipotesi con altre elezioni, pur sapendo, viste le recenti percentuali dell’astensionismo di massa, di essere giunti alla frutta.
Non c’è un’altra alternativa e il tentativo di gonfiare mediaticamente l’immagine di Salvini (così come era stato fatto nel 2013 con Grillo, oggi consapevolmente auto-sgonfiatosi) non ha altro scopo che quello di far andare ai seggi qualche elettore in più, sia da una parte che dall’altra.
Anche se difficilmente il gioco potrà riuscire anche questa volta.
 

  1. Proprio oggi il presidente dell’Autorità Anti-corruzione, Cantone, ha definito clamoroso il fatto che “nella realizzazione della Torino-Lione non ricorreranno interdittive antimafia perché i lavori avvengono sulla base del diritto francese dove l’interdittiva antimafia non c’è” (Paolo Griseri, La denuncia di Cantone: “Per la Tav valgono le leggi francesi, inutili i controlli antimafia”, La Repubblica 19 dicembre 2014  
  2. Vale forse la pena di ricordare, a questo proposito, che mentre i governi precedenti avevano almeno respinto a priori l’eventualità che Roma fosse candidata ad un’opera di questo genere, Renzi l’ha abbracciata e sostenuta in pieno, rivelando così ancora una volta quali siano le reali forze che lo sostengono insieme al suo governo. Basti qui citare, come esempio, la forte presenza tra gli sponsor e appaltatori dell’Expo milanese del 2015 della Lega Coop e di Eataly (del grande elettore renziano Natale “Oscar” Farinetti), che vedono a loro volta i loro interessi intrecciarsi con quel business agro-alimentare che fornirà il pretesto di facciata per tutto l'”affaire”. Di cui, paradossalmente, il tema del “cibo”, scelto per rappresentare l’evento, sembra costituire un’efficace metafora.  
  3. Bce, due terzi del prestito Tltro per aiutare le imprese sono stati investiti in Btp. Ecco dove sono finiti i soldi di Mario Draghi, Huffington Post 10 dicembre 2014  
  4. Ciò è reso possibile dall’entrata in vigore a breve del Sec ( Sistema europeo dei conti nazionali) 2010 che va a sostituire il precedente Sec 1995  
  5. Otto e mezzo, 12 dicembre 2014  
  6. Carlo Bonini, Minacce, aggressioni e avvertimenti mafiosi: l’ombra di Buzzi sui tumulti di Tor Sapienza, La Repubblica 11 dicembre 2014  
  7. http://www.repubblica.it/economia/finanza/2014/12/18/news/per_le_coop_pi_utili_dalla_finanza_che_dai_supermercati-103222321/?ref=HREC1-18  
  8. Giorgio Napolitano, per il politologo Gianfranco Pasquino “ha fallito” perché si è affidato a “un manipolo di ipocriti”, Huffington Post 11 dicembre 2014  
  9. http://www.carmillaonline.com/?s=sierra+charriba”>  
     
    http://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/4507-sandro-moiso-fine-anno-fine-della-corsa.html 

Napolitano enuncia l'estremismo terrorista e i servizi segreti si muovono di conserva

GIÙ LE MANI DAL POPOLO NO TAV! di Vincenzo Baldassarri

26 dicembre

L'atto di sabotaggio contro la linea ferroviaria ad alta velocità nei pressi di Bologna ha subito fatto gridare al..."terrorismo". Renzi, per il quale tutto va bene madama la marchesa, ha invece sdrammatizzato, sostenendo che "...al massimo si tratta di "sabotaggio". Intanto è ripartita la campagna di criminalizzazione del popolo No Tav, come al solito usando lo spaventapasseri dell'anarco-insurrezionalismo. baldassarri cita il giudice Imposimato, che allude ad una matrice ben diversa da quella anarchica.

«Ci risiamo, ancora la strategia della tensione per colpevolizzare un gruppo che si è distinto per la lotta contro una grande opera distruttrice che altro non è che la TAV. 

In questi giorni abbiamo visto una serie di servizi che riguardavano gli attentati incendiari sulle tratte dell'alta velocità sia nei pressi di Firenze sia nei pressi di Bologna, ma è chiaro che i NO TAV non ci guadagnerebbero nulla, eppure accanto ai pozzetti si ritrovano scritte NO TAV che subito i telegiornali di regime riprendono. Renzi il dittatore (il quale governa oramai da un anno senza essere stato eletto) dice «Non intendiamo rievocare parole del passato. È in atto un tentativo di sabotaggio. Approfondiremo. 
Ora la parola alle indagini», beh non vogliono naturalmente parlare di terrorismo perché altrimenti c'è il rischio che capiamo subito che si tratta di un ritorno di fiamma della strategia della tensione. 
Questa teoria è confermata anche dalle parole di Imposimato (che ricordiamo per essere stato giudice istruttore per i più importanti atti di terrorismo come ad esempio, uno su tutti, il rapimento di Aldo Moro) il quale dice: 
"Cari amici, da ex magistrato che si è occupato di terrorismo di ogni genere, voglio informare gli italiani che gli attentati contro la linea ferroviaria Firenze-Bologna, sono atti gravi ma non sono opera dei No Tav, ma atti della strategia della tensione per criminalizzare i movimenti No Tav e reagire alle inchieste della magistratura di Firenze e di Torino che sta indagando su gravi delitti attribuiti nelle ordinanze di custodia cautelare a funzionari ministeriali, funzionari delle stazioni appaltanti, esponenti del crimine organizzato e appaltatori". 
Insomma la solita tattica per deviare l'attenzione dai veri atti di mafia e nello stesso tempo colpevolizzare un gruppo che legittimamente lotta contro il sistema, sì il sistema delle mafie colluse con la politica, il sistema delle mazzette degli appalti truccati, insomma il solito sistema che sistema solo i potenti e che umilia la popolazione, sì proprio così, quel sistema che trasforma i cittadini onesti in criminali e che al contempo beatifica i criminali quelli veri. 
Naturalmente la cittadinanza crederà alle bugie di regime perché "lo dice la TV", ed ecco che come sempre un ruolo importante del meccanismo è ricoperto dai nostri giornali e giornalisti farlocchi che mistificano, che riportano le notizie senza mai farsi una domanda sempre alterandone il contenuto a favore dei loro padroni. 

Vorrei poter dire che alla fine questi mezzi gli si sono sempre ritorti contro, vorrei poter dire che il male alla fine perisce colpito dai suoi stessi strumenti, ma così non è, sì forse alcuni di questi subiranno gli effetti delle loro malefatte ma intanto chi ne subisce tutti gli effetti è il popolo che per impotenza o per ignoranza subisce attutendo il colpo, senza mai restituirlo. 

Ma che stiano attenti i nostri sicari a non illudersi che questi colpi non vengano mai restituiti, anche un vulcano prima di eruttare può non dare segni della sua esplosione e sembrare solo un monticello sornione che brontola senza mai reagire, ma questo può cambiare da un momento all'altro. 
Il problema delle grandi masse è simile a questi fenomeni naturali come il vulcano di cui sopra o come una slavina che prima di staccarsi dal crinale della montagna silenziosa non dà adito a preoccupazioni ma che dopo travolge tutto e tutti.

 

Pd, primarie regione campania nel caos, tant'è che sono sospese, consorterie, clan, famigli e clientele

Richiesta di Cirielli (Fdi) al governo: «Verifichi le infiltrazioni camorristiche a Salerno». Duro attacco a De Luca

26/12/2014 - di

Il deputato di Fratelli d'Italia ed ex presidente di Provincia attacca il primo cittadino di Salerno e ormai candidato al governo della Regione sottolineando come su lui e sulla sua giunta aleggino sospetti di criminalità in città

Richiesta di Cirielli (Fdi) al governo: «Verifichi le infiltrazioni camorristiche a Salerno». Duro attacco a De Luca

A volte anche i sospetti sembrano diventare capi d’imputazione, mentre il veleno si trasforma invece in atto parlamentare. Edmondo Cirielli (deputato di Fratelli d’Italia eletto per la prima volta alla Camera nel 2001 ed ex presidente della provincia di Salerno) ha presentato a Montecitorio un’interrogazione indirizzata alla presidenza del Consiglio per chiedere se si ritiene opportuno verificare la corretta gestione del comune di Salerno ed escludere l’infiltrazione camorristica. In altre parole: è stata messa nero su bianco un’ipotesi (ma solo un’ipotesi) di collusione della giunta che amministra la città con la camorra. Il documento, presentato in aula il 19 dicembre, raccoglie una serie di circostanze che secondo il firmatario testimonierebbero la presenza di criminalità a Salerno, e tira in ballo finanche le persone vicine al sindaco Vincenzo De Luca (che in queste settimane è impegnato nella campagna elettorale per le primarie del Pd in Campania), senza tuttavia – questo va ribadito – che vengano indicati chiari e inequivicabili coinvolgimenti del primo cittadino o altri componenti di consiglio o giunta comunale in fatti criminosi o penalmente rilevanti. IL DEPUTATO FDI ELENCA I SOSPETTI – «La città di Salerno – scrive Cirielli nella sua interrogazione presentata alla Camera – ha vissuto e affrontato la camorra e continua a combatterla ogni giorno grazie al lavoro instancabile di magistrati e forze dell’ordine, ma sarebbe un grave errore pensare di poter abbassare la guardia, perché l’allarme criminalità resta alto». Subito dopo il deputato Fdi passa ai casi specifici e racconta di quando, nonostante un divieto dell’arcivescovo, lo scorso 21 settembre durante la processione di San Matteo sono stati  compiuti inchini e giravolte della statua del santo, ovvero dei riti che secondo la procura rappresentavano «omaggi a camorristi uccisi dal clan Grimaldi». Si cita poi un’inchiesta della magistratura «sulle attività criminali di un’organizzazione di stampo camorristico in città», attività «rivelatrici» di «possibili ‘agganci’ nel settore delle municipalizzate», e dalle quali sarebbe emerso il tentativo di tale Salvatore Del Giorno di riorganizzare «un clan dedito alla droga e alle estorsioni». Viene ricordato la testa di maiale con un limone in bocca recapitata al sindaco De Luca, dalla quale sarebbe partita l’inchiesta sulla camorra. E ancora, si racconta dell’aggressione avvenuta nel 2009 al congresso giovanile del Pd ai danni della candidata Antonella Buono, assalita – dice Cirielli – da «decine di adulti, arrivati sul posto con auto di servizio di una società mista del comune, indossando ancora indumenti da lavoro con la scritta ‘Salerno pulita’». Ma non solo.
Non mancano le accuse dirette al sindaco De Luca, che secondo Cirielli non avrebbe «mai condannato in modo assoluto e incondizionato ogni forma di criminalità organizzata, ma al contrario avrebbe esternato una equivoca simpatia e perfino connivenza con i delinquenti locali», e che, inoltre, sarebbe circondato da persone che hanno avuto «coinvolgimenti penali in processi di camorra». Dunque – conclude Cirielli – sarebbe opportuno «evitare lo scoppio di un altro caso annunciato, come quello che potrebbe travolgere la città di Salerno, magari non oggi, ma tra qualche anno, a cui seguirebbe una tardiva indignazione». Sarebbe necessario «valutare se sussistano i presupposti per l’invio di una commissione di accesso ai sensi dell’articolo 143 del decreto legislativo n. 267 del 2000 per verificare la corretta gestione dell’amministrazione ed escludere l’infiltrazione camorristica all’interno della stessa».

http://www.giornalettismo.com/archives/1699277/richiesta-cirielli-fdi-governo-verifichi-infiltrazioni-mafiose-salerno/

lo squallore di Comunione e Liberazione, dietro la foglia di fico della religione

Seregno: una cena (segreta) per l’erede del Sindaco Mariani

mazza-nuovabrianza-seregno-
Seregno, il nuovo sindaco? Indovina chi viene a cena. Il centrodestra della Brianza, confuso dalla batosta elettorale, ha provato martedì sera a riorganizzarsi attorno ad un tavolo. Di ristorante. Si è parlato di politica e per ora non hanno mangiato molto. Strategie, principi, ma soprattutto di poltrone. Anzi, di poltrona, la più importante, quella del sindaco. Presenti: Samuele Sanvito, Luca Veggian, Adriano Corigliano, Max Cazzaniga ed Edoardo Mazza, il candidato sindaco in pectore che Comunione e Liberazione vorrebbe lanciare a Seregno alla guida di Forza Italia e del secondo Comune della Brianza.
I PROTAGONISTI DELLA CENA – Tutti da mister Brown. Il gran cerimoniere e l’autore della convocazione è stato Samuele Sanvito. Non uno qualunque. Il ciellino di Carate che gravita politicamente nella “terra di mezzo” del centrodestra che sta tra l’Ncd e Forza Italia Italia. Ex portaborse ed amico del ministro Maurizio Lupi che sta al governo con la sinistra, ma contemporaneamente capace di portare in Brianza Comunione e Liberazione dalle parti di Forza Italia che sta all’opposizione. Sanvito l’uomo giusto insomma per ricominciare a Seregno. Almeno come gran cerimoniere. Ed infatti martedì sera è così che si è comportato. Le convocazioni le ha fatte lui e non a commensali a caso. Luca Veggian, è uno dei collaboratori dell’assessore regionale Fabrizio Sala che è anche responsabile provinciale di Forza Italia. Di Carate pure lui come Sanvito. Adriano Corigliano, da Giussano, era in trasferta ed è ritenuto molto vicino al figlio di Paolo Romani, membro della segreteria e leader dei giovani azzurri della Brianza. Max Cazzaniga in rappresentanza dei lissonesi ed Edoardo Mazza il cavallo di Cl su cui puntare. L’ala socialista ed ex di An rappresentata da Franco Giordano e dai fratelli Ciafrone è stata completamente esclusa dalla convocazione. Uno schiaffo voluto da Sanvito che scalpita per far vedere che sul territorio conta qualcosa dopo la scelta di Carugo di abbandonare la politica attiva.
I CANDIDATI – Un confronto. Per la verità è stato più un monologo di Sanvito che ha illustrato la necessità di vincere a Seregno a tutti i costi e della necessità di trovare un’erede al regno di Giacinto Mariani. La Lega? Se vuole il candidato lo dica altrimenti scegliamo noi. L’importante è vincere, ha sottolineato Sanvito ai commensali.
LA PROPOSTA – prima degli auguri di Natale e della promessa di un arrivederci a gennaio per un’altra cena, Sanvito ha buttato sul piatto il suo candidato Edoardo Mazza, già assessore all’Urbanistica a Seregno. Ma soprattutto ha fatto al centrodestra una proposta che non potrà rifiutare: la discesa in campo del giornale che l’ex bambino prodigio di Carate (Sanvito) ha appena acquistato: Il Cittadino pronto a sostenere il candidato del centrodestra ciellino con tutta la potenza di fuoco disponibile. Chissà cosa ne pensa il seregnese Luigi Losa…
GLI ALTRI CANDIDATI PAPABILI DI FORZA ITALIA – Sono sostanzialmente due Guido D’Auria, ex Forza Italia emigrato nell’Ncd. La sua candidatura è stoppata proprio dall’ala ciellina di Sanvito che preferisce Mazza. Ed Ilaria Cerqua, ex presidente del Consiglio, donna di polso le cui quotazioni stanno salendo vertiginosamente in questi mesi anche per la pochezza degli avversari.
INCOGNITA LEGA – Giacinto Mariani, il borgomastro, ha parlato della sua successione direttamente con Matteo Salvini con cui da mesi ha un filo diretto. I due si rivedranno a gennaio. Nel frattempo Mariani è stato incaricato di gestire questo difficile passaggio dopo dieci anni di dominio assoluto. Mariani ha intenzione di convocare gli iscritti alla Lega e vagliare la rosa dei nomi proposta dalla base. Poi si siederà al tavolo degli alleati a trattare con loro. Si, ma quale tavolo? Quello del ristorante?

http://nuovabrianza.it/elezioni-seregno-candidati-sindaco-mariani/

i servizi segreti si stuferanno di seminare taniche di benzina lungo le ferrovie di Bologna


Attentati Tav, Caselli "Gesti contrari alla democrazia: grave che tanti intellettuali li minimizzano" 

l'ex procuratore di Torino. "Un conto è manifestare e fare convegni, un altro è assaltare cantieri o stazioni"

di Vera Schiavazzi



Una gigantesca montatura mediatica precede i giorni di Natale, due sabotaggi attribuiti ad altissima velocità a non meglio identificati NO TAV, il ministro Lupi in visita al cantiere di Chiomonte commenta l’episodio di Firenze esprimendo “preoccupazione per il cambio di strategia del movimento NO TAV” ed auspicando che la Procura di Torino ricorra in appello rispetto alla sentenza che il 17 dicembre ha assolto i quattro no tav dall’accusa di terrorismo. Assoluzione, vale la pena ricordarlo, giunta in assise, composta da giudici “popolari” i quali decidono sulla colpevolezza o meno dell’imputato, mentre al giudice spetta poi la decisione sulla pena da applicare. Una forma di partecipazione “democratica” al potere giudiziario, che ha le sue origini nella costituzione francese del 1791, motivata dalla necessità di fare i conti con la coscienza popolare nei giudizi per i reati più gravi. Coscienza che, a quanto pare, non trova il rispetto che merita in quelle figure istituzionali che si sono espresse, come il ministro Lupi, e l’ex procuratore di Torino, Caselli, su quotidiani e media nazionali. Breve inciso, ma importante: il movimento no tav ha più volte affermato e sostenuto il sabotaggio, e qui non si discute se si sia trattato o meno di azioni “no tav”, non è questo il punto. Il punto è il clamore mediatico in assenza di un minimo di “prova”. Dettaglio che ci riporta alla mente quelle “prove granitiche” poi svanite nel nulla, che portarono alla morte di Sole e Baleno.
In un’intervista su Repubblica Caselli afferma: “La politica realizzata con lo strumento della violenza, qualunque tipo di violenza, è un piatto sporco dove in molti possono mettere le mani. Solo più tardi, grazie allo sviluppo delle indagini,  forse sapremo esattamente di chi si è trattato in questo caso”.
Come non essere d’accordo? La politica realizzata con lo strumento della violenza è certamente un piatto sporco…e allora spostiamoci a Bologna, tanto per restare in tema di piatti sporchi.
Dopo Firenze, infatti, tocca a Bologna. La parola d’ordine, per quanto si tratti di sabotaggio, è sempre la stessa: attentati, terrorismo. E mentre Alfano avverte in diretta televisiva che “lo Stato non si farà intimidire da chi si oppone al TAV” e, in coro con Lupi, auspica condanne “esemplari”, nello stesso istante la Digos di Bologna entra nelle case di attivisti NO TAV a Bologna, alla ricerca di “armi ed esplosivi”, perquisizioni che non portano ad alcun esito ma che, nell’articolo di Repubblica, stupiscono perché “le case erano particolarmente ordinate” (già, perché i cattivi devono sempre essere brutti sporchi e…disordinati?).
Ma è proprio dall’articolo di Repubblica che notiamo un nome, anzi, un cognome, quello del capo della Polfer Emilia-Romagna, Maurizio Improta“E’ chiaro che c’e’ un movimento, una rete che si muove, ma non mi compete definirlo o commentarlo. Ma io – è stata la sua conclusione – sono come responsabile di questa struttura qui in Emilia il terminale delle attività di prevenzione e intelligence di altri uffici di polizia e altre strutture investigative”. 
Improta è il funzionario che nel maggio 2013 ebbe un ruolo di primo piano nell’espulsione di Alma Shalabayeva, e della figlia. Un mese dopo Improta fu inserito in un super corso della durata di nove mesi dal quale avrebbe poi fatto un balzo di carriera fino alla promozione, dal gennaio 2014, a “dirigente superiore”. Ma Improta è figlio d’arte, il padre Umberto alla fine degli anni settanta era a capo di quella squadra speciale che sembra aver messo le mani in quel piatto sporco del quale si continua a parlare poco, una politica realizzata con lo strumento della violenza, della tortura, per estorcere informazioni a sospetti fiancheggiatori delle BR, mentre era in corso il sequestro del generale americano Dozier, nel 1982.
Ecco come Salvatore Genova (ex commissario della Digos, poi questore) descrive uno di questi episodi, l’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, sospetta BR arrestata il 27 gennaio 1982, con il suo compagno Ruggero Volinia:
«Separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».
Uomini dello stato, in nome del popolo italiano, cercavano Dozier nella vagina di una ragazza.
[da Il Venerdì di Repubblica, 20 luglio 2012, di Pier Vittorio Buffa ]
Alla guida della Polfer di Torino fu invece destinato nel giugno 2011 Spartaco Mortola, ex numero uno della Digos di Genova, noto per il coinvolgimento nell’irruzione alla DIAZ, al G8 del 2001, poi assolto in cassazione, come De Gennaro, perché “i fatti non sussistono”.
E’ proprio un mondo al contrario, insomma, quello nel quale fatti che ancora non sussistono sembrano prendere forma, attraverso i media, e diventare reali, quello nel quale politici criticano i giudici e invocano condanne più dure e magistrati esprimono opinioni politiche, un mondo al contrario come quello che vede protagonisti 53 attivisti no tav per lo sgombero del 27 giugno e la manifestazione del 3 luglio 2011, accusati di violenza, resistenza, lesione a pubblico ufficiale, mentre sempre in quell’aula vengono mostrati frammenti dei video girati dalla stessa polizia scientifica che mostrano agenti impegnati nel servizio di “ordine pubblico” ma intenti a prendere la mira e colpire i manifestanti usando il potenziale “cinetico” dell’arma lacrimogeno, come ben spiegato dall’avv.Bertone. “La politica realizzata con lo strumento della violenza, qualunque tipo di violenza, è un piatto sporco dove in molti possono mettere le mani.” dice Caselli. E sembrerebbe anche che a qualcuno sia concesso farlo. O forse, che gli sia persino ORDINATO. Parrebbe, sembrerebbe, certo, ma noi non ci crediamo. Anche perché le ordinanze di quelle giornate sono forse troppo omissate per poter avere il quadro complessivo della gestione dell’ordine pubblico.
A pochi giorni dalla decisione del riesame per la custodia cautelare di Lucio, Graziano e Francesco, accusati di “terrorismo” per la stessa vicenda per la quale Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia da quell’accusa sono stati assolti e sono ora ai domiciliari (con le massime restrizioni) questo tormentone mediatico che associa il terrorismo ad azioni di sabotaggio, senza peraltro che gli autori siano stati identificati o che vi siano state rivendicazioni, ha il sapore di una vendetta e sembra preparare il terreno per la sentenza del maxi processo attesa per la fine di gennaio.
A questo quadro aggiungiamo anche una recente dichiarazione di Ferdinando Imposimato, Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, sul suo profilo Facebook:  “Cari amici, da ex magistrato che si è occupato di terrorismo di ogni genere, voglio informare gli italiani che gli attentati contro la linea ferroviaria Firenze Bologna, sono atti gravi ma non sono opera dei No Tav, ma atti della stretegia della tensione per criminalizzare i movimenti No Tav e reagire alle inchieste della magistratura di Firenze e di Torino che sta indagando su gravi delitti attribuiti nelle ordinanze di custodia cautelare a funzionari ministeriali , funzionari delle stazioni appaltanti, esponenti del crimine organizzato e appaltatori”. Imposimato era stato in Valsusa all’inizio di dicembre, da sempre vicino al movimento No Tav non aveva potuto venire, negli ultimi anni, per “evitare scontri con un magistrato che stava qui”, citazione riportata su  Luna Nuova del 2 dicembre 2014 “e che poteva considerare questa mia venuta come una provocazione, avendo lavorato molto insieme a lui ho preferito evitare”.
17gennaioNOTAV_RomaE il 17 gennaio un corteo NO TAV, a Roma, suona come una prima risposta a chi vuole rinchiudere le ragioni del movimento nelle aule del tribunale: “In un periodo così delicato, in cui si vorrebbero rinchiudere le ragioni del movimento nelle aule di tribunale, pensiamo sia invece fondamentale tornare nelle strade, in questo caso nelle strade di Roma, una città che spesso ha dato un contributo importante alla lotta No Tav: pensiamo alle centinaia, forse migliaia di persone che proprio nelle giornate di giugno e luglio 2011 si mossero per raggiungere Chiomonte e Giaglione; pensiamo all’enorme corteo che riempì le strade di Roma quando la polizia aggredì Luca mettendo a rischio la sua vita; pensiamo alle tantissime iniziative di solidarietà, grandi e piccole, che negli anni si sono fatte e si continuano a fare in numerosi spazi sociali della città.
Ma un corteo No Tav nella città di Roma assume per forza di cose una molteplicità di significati: alla base di tutto non può che esserci la totale solidarietà verso gli imputati di questi processi, che altro non è che la solidarietà verso chi si organizza e lotta, in ogni angolo d’Italia e del mondo, contro la prepotenza di governanti, affaristi e speculatori, in qualunque modo essa si manifesti. E così lottare contro il Tav in Valsusa non è diverso dal lottare contro gli sfratti o i distacchi delle utenze nel proprio quartiere, dallo scioperare sul posto di lavoro contro la prepotenza del padrone, dall’opporsi all’avvelenamento del proprio territorio, dall’organizzarsi dentro scuole e università perché il sapere non sia solo un’arma usata contro di noi.”
Vedremo se nei prossimi giorni ci saranno altri strani ritrovamenti, come questa tanica di nafta trovata sempre nei pressi di Bologna, o se i creativi dell’informazione troveranno altri mostri da sbattere in prima pagina, perché paura, ansia e insicurezza continuino ad essere gli ingredienti principali di quel “piatto sporco” che ci viene servito quotidianamente, da anni, tanto per contribuire a paralizzare ogni possibile pensiero creativo e positivo, magari in direzione ostinata e contraria.
Simonetta Zandiri  – TGMaddalena.it

http://www.tgmaddalena.it/no-tav-no-terrorismo-la-politica-esercitata-con-la-violenza-e-un-piatto-sporco-dove-in-molti-possono-mettere-le-mani-caselli-ha-ragione-ma/

Ilva, servono 4 miliardi per risanare il processo di produzione e poi la gestione alla Comunità di Taranto

TempoReale

Decreto Ilva, gli ambientalisti annunciano ricorso. Fiducioso il sindaco di Taranto

Decreto Ilva, gli ambientalisti annunciano ricorso. Fiducioso il sindaco di Taranto


Fiducioso il sindaco di Taranto, Ezio Stefano, critici gli ambientalisti che annunciano un ricorso alla Commissione europea. Queste le reazioni a Taranto poche ore dopo il varo del decreto legge sull'Ilva da parte del consiglio dei ministri.
"Sono fiducioso nella possibilità che l'intervento dello stato nell'Ilva consenta di cambiare la situazione”, ha affermato il sindaco di Taranto. “D'altra parte nel limbo non potevamo più stare, serviva una svolta, che ovviamente adesso mi auguro concreta. Ovviamente se nel decreto legge c'è qualcosa che non va, si potrà sempre modificare e correggere".
Per gli ambientalisti dell'associazione Peacelink, invece, "i soldi pubblici messi a disposizione dell'Ilva sono una quantità irrisoria e non serviranno che a pagare un terzo del debito che Ilva ha con le banche. Essi”, dice Peacelink, “saranno sottratti ai progetti di sviluppo regionale, usando fondi europei Fesr e di coesione sociale che dovrebbero essere invece investiti a favore dello sviluppo, della ricerca e dell'innovazione sostenibili". Secondo Peacelink, "lo Stato rinuncia definitivamente ad investire nelle migliori tecnologie e nel rispetto dell'autorizzazione ambientale Aia che era stata prescritta nel 2012. Il governo”, prosegue Peacelink, “intende infatti risolvere la questione Ilva di Taranto peggiorando le norme dell'Aia. Peacelink fa appello alla Commissione europea perché sanzioni nuovamente il governo italiano, che non ha voluto attenersi alle norme comunitarie".
Legambiente Taranto, infine, si riserva il giudizio: "Leggeremo con grande attenzione il testo dei provvedimenti del governo per capire l'effettivo impatto sul futuro dell'Ilva e di Taranto”, annuncia Legambiente. “L'ennesima modifica dei tempi di attuazione dell'Aia e il rinvio ad ulteriori atti , se confermato, "grida vendetta": i tempi sono parte integrante dell'Aia stessa. E' invece un segnale positivo”, conclude Legambiente Taranto, “l'assunzione di responsabilità da parte dello stato e l'individuazione di fonti finanziarie che concorrano alla effettiva applicazione dei provvedimenti previsti per il risanamento degli impianti".
Il decreto presentato al consiglio dei ministri di mercoledì prevede l'amministrazione straordinaria a partire da gennaio per il gruppo dei Riva e lo stanziamento di fondi per oltre due miliardi. Di questi un miliardo e qualche centinaio di milioni per adempiere all'Aia (l'autorizzazione integrata ambientale) dell'Ilva, altri 800 milioni per la bonifica e la riqualificazione di porto e infrastrutture e altri 30 destinati al centro di ricerca sui tumori infantili dell'ospedale della città. L'Ilva andrà, secondo le previsioni, in amministrazione straordinaria "entro gennaio" e avrà un investimento pubblico che "avrà successo se avrà tempo limitato da minimo 18 al massimo di 36 mesi" ha specificato il presidente del Consiglio Renzi. Prevista anche la nomina di tre commissari.

http://www.italiaoggi.it/news/dettaglio_news.asp?id=201412261144075814&chkAgenzie=ITALIAOGGI 

gli interventi degli Stati europei a favore della Grecia sono serviti a consentire alle banche francesi e tedesche di uscire da quel mercato limitando al massimo le perdite

Vassalli di Berlino e pure colonie di Atene?

24 dicembre 2014
Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
Dopo la fumata nera anche alla seconda votazione per la elezione del nuovo presidente della Repubblica greca, il 29 dicembre l’anno potrebbe concludersi tra i botti. Se anche alla terza votazione mancherà la maggioranza necessaria per eleggere il nuovo Capo dello Stato, saranno indette le nuove elezioni politiche, già calendarizzate per il 25 gennaio. Eppure, solo a marzo prossimo sarebbe venuto a scadenza naturale il rinnovo del Presidente oggi in carica.

In Europa siamo di fronte ad una accelerazione eccezionale, visto che a breve anche il nostro Presidente della Repubblica dovrebbe formalizzare le dimissioni, già preannunciate come imminenti nell’incontro recentemente tenuto con il Corpo diplomatico.

La prima scadenza che tutti hanno in mente è il 22 gennaio, data della prossima riunione della BCE in cui si dovrebbe decidere l’avvio formale del Qe, l’acquisto di titoli di Stato volto ad iniettare nuova liquidità per contrastare la tendenza alla deflazione. Se il Parlamento greco avrà eletto il nuovo Presidente della Repubblica ed altrettanto avrà fatto quello italiano, a pochi giorni dal passaggio delle consegne a conclusione del semestre di Presidenza della Unione europea, il quadro politico europeo potrebbe definirsi stabilizzato nel medio termine. Le prossime scadenze, infatti, saranno le nuove elezioni presidenziali francesi nel 2016, insieme a quelle per i Comuni in Inghilterra. Ci sarebbe un varco di circa due anni idoneo a cercare di far riprendere quota all’economia europea.

Se anche il 29 dicembre il Parlamento di Atene non riuscisse ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, è già pronta una alleanza elettorale tra Syriza ed i Socialdemocratici: la sfida alla attuale maggioranza guidata dal Premier Samaras è già stata lanciata, con un programma davvero indigesto per l’Europa.

Piuttosto che preannunciare l’uscita dall’euro, il programma elettorale prevede una rinegoziazione del debito pubblico greco, ormai pressoché interamente detenuto dagli altri Stati europei attraverso l’ESM e dal FMI, con una moratoria cinquantennale. Sarebbe un trattamento addirittura meno favorevole rispetto a quello che fu concesso nel 1953 alla Germania dopo la Seconda guerra mondiale, quando i debiti esteri contratti dai governi tedeschi a partire dal 1919 vennero cancellati per il 50% del loro ammontare, mentre la parte rimanente fu dilazionata in più di 30 anni. Le riparazioni per i danni arrecati agli altri Paesi, a loro volta, vennero congelate fino alla riunificazione della Germania. Ma nel 1990, a riunificazione avvenuta, anche queste vennero cancellate. Curiosamente, nel 1953 la Grecia era tra i Paesi che rinunciarono, se pur temporaneamente, a far valere il diritto al risarcimento dei danni subiti durante l’occupazione tedesca, nel corso della quale sparì anche l’oro della Banca centrale di Atene. Ma nel Trattato per la sistemazione definitiva della Germania, stipulato il 12 settembre 1990, non si fece alcuna menzione delle riparazioni. Né furono parte di questo trattato i governi, come quello greco, che nel 1953 a Londra avevano consentito di rinviare il pagamento delle riparazioni per i danni di guerra.

Ormai è risaputo che gli interventi degli Stati europei a favore della Grecia sono serviti a consentire alle banche francesi e tedesche di uscire da quel mercato limitando al massimo le perdite. Mentre le banche italiane erano esposte verso la Grecia in modo estremamente limitato, il nostro governo ha contribuito con un prestito bilaterale a favore della Grecia con ben dieci miliardi di euro. Per non parlare del contributo italiano versato all’ESM, destinato al risanamento delle banche spagnole.

Oggi il debito pubblico della Grecia è arrivato al 174% del PIL. Il FMI, con il suo consueto quanto insostenibile ottimismo, prevede che a fine 2019 scenderà al 125%. Le sue previsioni per il futuro sono sempre state estremamente rosee: nel 2011, ad esempio, prevedeva che il picco del debito greco ci sarebbe stato nel 2012, con il 157%, mentre a fine 2014 sarebbe già sceso al 152%. La realtà è stata molto diversa, con un peggioramento addirittura del 22%.

Insomma, dopo aver accontentato la Germania nel sostenere la sua politica di rigore, ora ci tocca pure fronteggiare le richieste della Grecia, che vuole rinegoziare il suo debito.

Dopo essere stati vassalli di Berlino, diventeremo pure colonie di Atene?

http://www.teleborsa.it/Editoriali/2014/12/24/vassalli-di-berlino-e-pure-colonie-di-atene-1.html#.VJ2AUAKwH0