Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 3 gennaio 2015

la Borghesia ha un attimo di flato, ben venga tra noi, nella Progettualità Alternativa

Sapelli a Renzi: Ilva, così non basta ci vuole lo Stato imprenditore e un’Europa “confederale”

di Fabio Tamburini Sapelli a Renzi: Ilva, così non basta ci vuole lo Stato imprenditore e un’Europa “confederale”
(Il Ghirlandaio) Taranto, 2 gen.

Il fondo per la ristrutturazione di aziende in crisi? “Meglio di niente ma, di fronte all’enormità della crisi, rischia di essere un pannicello caldo”. Le priorità di politica industriale per il 2015? “Passare dalle parole ai fatti realizzando una rete capillare di banda larga in fibra ottica, decisiva per la riorganizzazione dell’industria manifatturiera.” Il crollo dell’euro? “Sarebbe una catastrofe, ma il problema si pone. Deve rinascere un’Europa delle Nazioni, non più prigioniera degli apparati burocratici di Bruxelles e dei vincoli di bilancio voluti dalla Germania che hanno fatto ricchi i tedeschi e massacrato Paesi come la Grecia.” Giulio Sapelli, autorevole economista e professore ordinario di Storia economica all’Università Statale di Milano, conferma l’abitudine a parlare chiaro, senza reticenze e timori reverenziali.
Come giudica l’intervento del governo sull’Ilva?
Lo stato d’emergenza richiede ben altro. Le prime dichiarazioni di Matteo Renzi avevano fatto sperare in una svolta, che andasse al di là del caso Ilva. In parte sta accadendo ma occorrono provvedimenti più incisivi, sia per il risanamento del gruppo siderurgico sia per il rilancio dell’intera industria manifatturiera. Una situazione così drammatica come la perdita di una ventina di punti del prodotto interno lordo negli ultimi 20 anni non può essere superata con singole iniziative, magari utili ma non risolutive. Siamo ben lontani da interventi risolutivi.
Cosa sarebbe necessario?
Una svolta vera.
Quale?
Il ritorno dello Stato imprenditore, difficile da realizzare perché siamo tutti prigionieri dell’ideologia liberista. Ma non ci sono alternative. E tutti i Paesi, anche quelli più conservatori, stanno andando in questa direzione. Perfino in Nord America e nel Regno Unito sta accadendo qualcosa del genere. Per non parlare della Francia. L’ideale sarebbe una forma d’intervento pubblico sul modello di quanto fatto da Obama per risanare l’industria dell’auto negli Stati Uniti. Condizione necessaria è il ritorno diretto dello Stato nell’economia.
Con che strumenti?
Occorre crearli ex novo. Occorrono imprese pubbliche che operino a supporto delle aziende, a partire da quelle piccole e medie. Per esempio rendendo disponibili servizi informatici avanzati oppure l’acquisto di materie prime provenienti dalle terre rare, un mercato che è sotto il controllo di un oligopolio internazionale difficile da contrastare. Il compito affidato alla nuova società pubblica potrebbe essere di trattare le condizioni di acquisto e rivendere le materie prime alla piccola e media impresa.
Le iniziative annunciate dal governo per l’Ilva sono condivisibili?
L’Ilva è indispensabile per la sopravvivenza di una parte importante dell’industria manifatturiera italiana ma ha bisogno di capitali massicci, d’iniziative di ampia portata.
Condivide la scelta dell’amministrazione straordinaria?
L’Ilva non è un’azienda fallita ma è in crisi per interventi molto, molto discutibili della magistratura. L’entrata in amministrazione straordinaria è una sorta di esproprio degli azionisti, i Riva e gli Amenduni, con una operazione un po’ all’Argentina di Peron. Il dubbio viene. La certezza è l’apertura di un contenzioso giudiziario che durerà a lungo. Certo l’intervento pubblico era il nodo gordiano da sciogliere.
Quali sono le altre priorità per rilanciare l’industria manifatturiera italiana?
La rete a banda larga in fibra ottica.
Perché?
E’ la premessa irrinunciabile per l’intera riorganizzazione dell’attività produttiva e dei servizi. Il modo tradizionale di fare impresa è destinato ad una rivoluzione, che renderà archeologia le scelte attuali. Servono più dati e più software, in collegamento con le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale e dalle nanotecnologie. Ma dati e software possono circolare soltanto sulla banda larga in fibra ottica, che diventa premessa irrinunciabile. L’Agenzia digitale, ben condotta da Francesco Caio quando ne è stato commissario, ha fatto capire bene quali sono le necessità e in che direzione andare. Finora però è mancata la capacità di dotare il Paese delle infrastrutture necessarie. Adesso sta passando l’ultimo treno. Lo Stato deve provvedere, anche sfidando le ire di Bruxelles. In caso contrario andiamo a picco. Anche per questo occorre la rinascita dello Stato imprenditore, che intervenga dove è necessario.
Può fare almeno un esempio?
Nell’informatica abbiamo un paio di aziende significative e almeno 40-50 mila esuberi. Il settore è vitale per l’intera economia e va spinto verso la direzione giusta.
Gli investimenti nelle infrastrutture non dovrebbero essere di competenza europea?
Certamente si, in teoria. Nei fatti non sta accadendo.
Il piano annunciato da Jean-Claude Juncker, il nuovo presidente della Commissione europea, prevede 300 miliardi di euro d’investimenti…
Soltanto sulla carta. La verità è che i fondi europei sono soltanto poco più di una ventina. Il resto dovrebbe arrivare da operazioni di project financing, con l’intervento di capitali privati. Il che significa la presentazione di progetti, una trafila interminabile di autorizzazioni e controlli europei, percorsi complessi e probabilmente scelte discutibili. E’ un piano che Juncker ha annunciato nel novembre scorso prima della sua elezione e prevedeva investimenti europei diretti elevati. Poi si è trasformato in un piano burletta, un imbroglio e una vergogna, che servirà soprattutto ad alimentare l’euroburocrazia.
E’ la conferma che l’Europa non funziona?
Così non può funzionare. Occorre una verifica politica e la Grecia costringerà a farla. L’Unione europea va cambiata perché si è trasformata in una grande iattura. E’ stata pensata immaginando una crescita costante dell’economia, mentre sta accadendo esattamente il contrario. Il risultato è che è cresciuta, e crescerà ancora di più, un’ondata di antieuropeismo che, a sinistra come a destra, mette in discussione le politiche europee. L’errore di fondo è stato di sottrarre sovranità agli Stati, creando meccanismi di potere che hanno finito per essere governati dalla Germania, trasferendo ricchezza ai tedeschi e massacrando altri popoli. L’esempio della Grecia è significativo: i crediti delle banche francesi e tedeschi sono stati salvati, ma hanno ammazzato il Paese.
Qual è la via di uscita?
Un’Europa confederale che valorizzi l’apporto delle Nazioni, non più prigioniera di apparati burocratici e soggetta ai diktat della Germania. E’ arrivato il momento di archiviare vincoli di bilancio e fiscal compact (le regole comunitarie in materia, ndr). Subito, prima che sia troppo tardi. La politica deve rialzare la testa e va dato atto a Renzi di avere sollevato il problema.

http://www.ilghirlandaio.com/copertine/126113/sapelli-a-renzi-ilva-cos-non-basta-ci-vuole-lo-stato-imprenditore-e-un-europa-confederale/

Cia/Ucraina, ci sono tanti di quei segnali, solo chi non vuol vedere non vede


"Le impronte digitali chiare della Cia nel colpo di stato in Ucraina". Oliver Stone

Le impronte digitali chiare della Cia nel colpo di stato in Ucraina. Oliver Stone

"La retorica occidentale della Russia in Crimea è una nuova perversione della storia come le armi di distruzione di massa in Iraq"


Il colpo di stato avvenuto a Kiev nel febbraio del 2013 è "terribilmente simile" ad altre operazioni della Cia in altri paesi, orchestrate per cambiare l'ordine costituito come in Iran, Cile e Venezuela. Lo ha dichiarato Oliver Stone, dopo aver intervistato per ore il presidente destituito Viktor Yanukovich a Mosca.
In un suo post Facebook, il grande regista americano ha scritto: “I dettagli seguiranno nel documentario, ma sembra chiaro che i cosiddetti 'cecchini' che hanno ucciso 14 poliziotti - feriti alti 85 – e 45 manifestanti, erano agitatori terzi. Molti testimoni, incluso Yanukovych ed ufficiali di polizia, ritengono che questi elementi stranieri sono stati introdotti nela paese da fazioni filo-occidentali, con le impronte digitali sulla Cia sul tutto”.
Il regista ha anche aggiunto che gli eventi di Kiev, che hanno portato al collasso del governo ucraino e l'imposizione di un nuovo governo ostile alla Russia, sono molto simili a quelli occorsi in altri paesi, attraverso quella che ha definito “la tecnica americana di soft power chiamata ‘Regime Change 101’.” Storicamente sono avvenuti contro il primo ministro iraniano Mohammad Mosaddegh nel 1953, il Presidente cileno Salvador Allende nel  1973, e contro il presidente venezuelano Chavez nel 2002. “I manifestanti a favore e contro Chavez furono colpiti da misteriosi cecchini”, sottolinea Stone.

“Una storia sporca, ma nella tragedia della fase successiva al colpo di stato, l'occidente ha mantenuto la retorica dominante della “Russia in Crimea” mentre la vera narrativa sono gli 'Usa in Ucraina'. La verità non viene raccontata dall'occidente. E' una perversione surreale della storia che si sta ripetendno un'altra volta, come è avvenuto con Bush e le arme di distruzione di massa in Iraq. Ma sono convinto che alla fine la verità alla fine uscirà, in tempo, spero, per fermare questa follia in corso”, conclude Stone. 

El Sisi, la sua voce si alza con forza nella lotta all'interno dell'Islam

Egitto, Al Sisi: il mondo islamico non sia “fonte di ansia, morte e distruzione”

alsisi

Il mondo islamico non puo’ piu’ essere percepito come “fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione” per il resto dell’umanita’. E le guide religiose dell’islam devono “uscire da loro stesse” e favorire una “Rivoluzione religiosa” per sradicare il fanatismo e rimpiazzarlo con una “visione piu’ illuminata del mondo”. Se non lo faranno, si assumeranno “davanti a Dio” la responsabilita’ per aver portato la comunita’ islamica su cammini di rovina.
Sono parole dure e categoriche quelle che il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha pronunciato in un intervento rivolto all’inizio dell’anno a studiosi e leader religiosi dell’Universita’ al-Azhar – maggiore centro teologico dell’islam sunnita – riuniti insieme ai responsabili del ministero per gli affari religiosi. Nel discorso, come appreso dall’Agenzia Fides, il Presidente egiziano ha preso di mira un “pensiero erroneo” – da lui contrapposto all’autentico islam – fatto di un coacervo di idee e testi che “noi abbiamo sacralizzato nel corso degli ultimi anni” e che conduce l’intera comunita’ islamica “a inimicarsi il mondo intero”.
A giudizio di al-Sisi, i processi innescati dalla perversione islamista vanno bloccati: “E’ mai possibile” ha detto tra l’altro il leader politico arabo “che un miliardo e 600 milioni di persone possano mai pensare di riuscire a vivere solo se eliminano il resto dei 7 miliardi di abitanti del mondo? No, e’ impossibile!”.
Il discorso di al-Sisi ha avuto toni forti di ammonizione soprattutto per le guide religiose del mondo islamico: “Quello che io sto dicendo” ha detto tra l’altro, il presidente egiziano “non potete percepirlo se rimanete intrappolati dentro questa mentalita’.
Dovete uscire da voi stessi e osservare questo modo di pensare dal di fuori, per sradicarlo e rimpiazzarlo con una visione piu’ illuminata del mondo”. Secondo al Sisi c’e’ bisogno di una “Rivoluzione religiosa”, e gli imam e i mufti sono “responsabili davanti a Dio” delle scelte che determineranno il futuro dell’intera comunita’ islamica. “Il mondo intero” ha scandito il leader politico arabo “sta aspettando la vostra prossima mossa. Perche’ l’Umma islamica viene lacerata, viene distrutta e va perduta, per opera delle nostre stesse mani”. agi

http://www.imolaoggi.it/2015/01/02/egitto-al-sisi-il-mondo-islamico-non-sia-fonte-di-ansia-morte-e-distruzione/

Ungheria sotto il fuoco della Consorteria Guerrafondaia Statunitense


Ungheria contro USA. Dichiarazioni shock di Orban
 


gennaio 03
10:33 2015

C’è una raffica di dichiarazioni, prese di posizione, ecc, in Ungheria contro gli Stati Uniti, accusandoli di voler fomentare una “nuova Majdan” ucraina in Ungheria con decisioni estreme che interessano la politica degli Stati Uniti con il suo estremismo e totale disprezzo della sovranità, irrazionalità destrutturante, ecc. Russia Insider (RI) pubblica testi, tra cui due interviste ad importanti esponenti politici, che lanciano accuse molto gravi verso tale politica, e implicitamente la concreta sostenibilità ed interessi dell’Ungheria nell’alleanza con gli Stati Uniti, almeno tramite la NATO. I tre testi sono: “L’Ungheria teme Majdan made in USA, accuse all’ambasciatore USA a Budapest Andre Goodfriend di aver frequentato le manifestazioni antigovernative” del 28 dicembre 2014; “I governi di Ungheria e Stati Uniti sono ora avversari. Questo è il senso dell’intervista a Janos Lazar, braccio destro del primo ministro ungherese“, del 29 dicembre 2014 e infine “L’Ungheria vuole un’alleanza regionale per difendersi dagli Stati Uniti” del 30 dicembre 2014.
Nel terzo articolo, un colloquio con il presidente del Parlamento ungherese Laszlo Köver, terza carica ufficiale della Repubblica ungherese, pubblichiamo domande e risposte tratte dall’articolo di RI. Il tono è così estremo che si può pensare che l’Ungheria sia impegnata, o costretta dai suoi concetti sovrani, ad impegnarsi sempre più nella politica di rottura, in gran parte giustificata dalle enormi pressioni e interferenze degli USA. Le domande dovrebbero far chiedere come l’Ungheria possa rimanere nella NATO con tale posizione; come una prova di forza su qualsiasi pretesto non possa sorgere in un momento qualsiasi; come una situazione così tesa non possa avere gravi conseguenze nella NATO e naturalmente nell’UE. Certo, siamo nella Grande Guerra postmoderna attuata principalmente attraverso la comunicazione e che non disdegna di contrapporre tra loro degli alleati, ma tale percorso non impedisce diramazioni e finali improvvisi (Ucraina).

Domanda: “La pressione degli Stati Uniti aumenta mentre l’Unione europea sembra trattenersi e non ci attacca. Come interpreta questi eventi?”
Laszlo Köver: “Le recenti dichiarazioni della viceministra degli Esteri statunitense Sarah Sewall sono molto rivelatrici. Ha parlato apertamente e in modo netto di come gli Stati Uniti, in modo abbastanza ampio e particolareggiato, devolvino milioni di dollari nell’interesse della sicurezza nazionale per l’esecuzione di vari piani d’azione nei Paesi dell’Est europeo. Parte di questi sono sicuramente Stati membri dell’UE, e il resto aspiranti Stati membri, anche se Sewall ha menzionato solo la Repubblica Ceca. Finora sembra che non siamo i soli a “a fare da legna sul fuoco”, ma presumibilmente la Slovacchia, ma non possiamo escludere che i risultati delle elezioni presidenziali romene vi giochino un ruolo. Da ciò possiamo dedurre la definizione del potere che dal punto di vista della sicurezza nazionale non ci sia un centimetro quadrato di territorio che ricada al di fuori dei suoi interessi. Da questo ne consegue anche che, a parte loro nessun altro Paese può avere una sovranità. Gli eventi recenti non possono essere distinti dal controllo delle conversazioni della leader politica dell’alleanza europea occidentale, Angela Merkel. E’ un presupposto logico che tra gli alleati degli Stati Uniti, il campo delle attività possa essere qualificato non convenzionale non solo verso l’Ungheria, ma tutta l’Europa. Si vantavano dei milioni di dollari “investiti” nel cambio in Ucraina. Dobbiamo guardare ai problemi sul libero accordo commerciale e degli investimenti tra Unione e USA. Così è evidente che una lotta per il potere politico mondiale sia in corso, la cui posta in gioco è non solo il destino dell’Ungheria, ma di tutta l’Europa, per la sovranità degli Stati nazioni europei e la vera democrazia”.

Domanda: “Cosa possiamo fare in questa situazione? Possiamo fare qualcosa?”
Laszlo Köver: “Possiamo scrollarci di dosso l’obbligo morale di credere che la soluzione sia nelle nostre mani. E’ del tutto inutile, perché senza speranza, fare sforzi diplomatici nell’interesse degli statunitensi, recependo la vecchia fraseologia comunista per definire la nostra situazione attuale, non siamo deviazionisti revisionisti, e non è necessario inviare truppe nello spirito della dottrina Breznev per dominarci. Non siamo la posta in gioco. Sugli scacchi abbiamo solo il ruolo di pedoni. Ma ci muoviamo come una pedina che non vuole giocare secondo le regole degli statunitensi. Non siamo mai stati bravi in diplomazia. Non dobbiamo fare i modo che gli statunitensi ci amino neanche ora. Dobbiamo trovare alleati altrove. Quelli con cui “siamo nella stessa barca”, anche ai ponti inferiori come i Paesi dell’Europa orientale e centrale. Risolvere la questione ungherese in Slovacchia e Romania non dovrebbe essere la politica principale. Possiamo considerarla se condividono con noi le sfide ai principali problemi economici e sociali. Dopo aver ottenuto l’adesione (all’UE), non è forse nostro obiettivo comune emanciparci nel quadro dell’Unione europea? La diplomazia ungherese deve concentrarsi su ciò e sulla cooperazione strategica con la Germania”.

Domanda: “Gli statunitensi illustrano una logica bellica?”
Laszlo Köver: “Sembra che una logica totalmente irrazionale inizi ad operare nel mondo. Piccoli egoisti inadatti alla politica distorcono il destino di Paesi e popoli dal Nord Africa all’Europa centro-orientale, secondo ciò che appare come strategia a lungo termine, ma in realtà è solo basata su interessi momentanei. Abbiamo avuto alcuni anni di pace, quando era possibile credere che un sistema mondiale unipolare fosse emerso. Ma ora vediamo che non è così, e che gli Stati Uniti ancora combattono le potenze emergenti, già del terzo mondo e nuove rivali, e la Russia. Non vogliono subordinarsi, e nemmeno l’Europa. Così la Pax Americana, non è finita. I conflitti attuali derivano da ciò. Allo stesso modo gli statunitensi al momento della guerra in Iraq misero da parte i loro alleati, la NATO, il diritto internazionale e i diritti umani, che sfruttavano come club politico”.

Domanda: “Ma qual è il loro obiettivo?”
Laszlo Köver: “Sembra che non saranno soddisfatti da un altro governo al posto di quello attuale, ma pensano in termini di cambio dell’intera élite del governo e dell’opposizione. Fino alla sua scomparsa, il SZDSZ era il partito utile alle politiche degli Stati Uniti e loro avvocato in Ungheria. Quando cadde, gli statunitensi cercarono di portare in vita il LMP (il partito liberale parvenu “La politica può essere diversa”).

Domanda: “Ritiene che tali potenziali politici possano creare la prossima élite?”
Laszlo Köver: “Forse vogliono istigare scioperi dagli scopi dubbi con i loro maglioni dell’URSS, cappelli di Lenin e promuovendo la liberalizzazione delle droghe” […]

Fonte: www.dedefensa.org
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

http://www.informarexresistere.fr/2015/01/03/ungheria-contro-usa-dichiarazioni-shock-di-orban/

Lazio, la sanità pubblica (e privata) è terreno di pascolo, da trent'anni, per soldi, potere e clientele

Dalla Pisana
02/01/2015 17:55

Sanità: Zingaretti evita il dibattito sugli atti aziendali delle Asl

Aurigemma (Forza Italia) invia una lettera di diffida al governatore del Lazio. Storace (La Destra): 'E’ gravissimo'

Sanità: Zingaretti evita il dibattito sugli atti aziendali delle Asl
Continuano a tenere banco le politiche sanitarie e il modus operandi portato avanti dal commissario ad acta per la Sanità del Lazio, Nicola Zingaretti.
Tanto da spingere il capogruppo di Forza Italia alla Pisana e vicepresidente della commissione Salute, Antonello Aurigemma, a inviare una lettera di diffida nei confronti del presidente della Regione Lazio.
A far scattare sulla sedia l’esponente azzurro è stato l’annuncio delle prossime audizioni dei direttore generali delle Asl sugli atti aziendali, scaturite dall’approvazione di un documento votato all’unanimità dai consiglieri che obbligava la Regione a portare i suddetti atti in Commissione per l’approvazione.
“Oggi abbiamo appreso dal sito della Regione che nelle giornate dell’8, 9 e 13 gennaio ci saranno le audizioni, presso la commissione Salute, dei direttori generali delle Asl che illustreranno gli atti aziendali. L’aspetto particolare è che ogni direttore avrà circa trenta minuti a disposizione. In sintesi, quindi, per ogni atto aziendale delle singole Asl, il confronto durerà mezz’ora”, scrive Aurigemma, che prosegue: “Una vera e propria presa in giro e un’offesa verso tutti i consiglieri regionali. In questo modo, altro che audizione, altro che confronto democratico: il tutto rischia di limitarsi ad una passerella, dove noi consiglieri potremo soltanto prendere atto di ciò che è stato deciso dalle Asl. Un atteggiamento ‘irrispettoso’ e ‘incomprensibile’”.
Nella lettera Aurigemma ricorda a Zingaretti che “più volte ho avuto modo di apprezzare i suoi interventi in aula dove faceva riferimento al buon senso ed ad una collaborazione che travalicasse gli schieramenti di appartenenza, e nonostante i miei legittimi dubbi su tale approccio per i continui ritardi e mancanze da parte di questa amministrazione, ho avuto modo di dimostrare il nostro senso di responsabilità nell’interesse della collettività che tutti noi rappresentiamo”. Ma  mi vedo costretto, aggiunge il consigliere di Forza Italia, “a dare ragione a quei legittimi dubbi che mi portavano a pensare che le sue richieste sarebbero avvenute a fasi alterne, solo nei momenti in cui la sua Giunta si sarebbe trovata in difficoltà. Non penso sia questo il metodo con il quale - si legge nella missiva di Aurigemma - i nostri padri costituenti si siano basati per redigere le regole del confronto democratico. Ma da umile e semplice consigliere regionale non posso fare altro che adeguarmi a delle regole che non condivido e che contrasterò in maniera democratica e soprattutto propositiva nell'interesse di quella Regione e dei suoi cittadini che Lei è stato chiamato ad amministrare e noi a controllare con quegli strumenti democratici e trasparenti che Lei sta continuamente facendo violare”.
Alla lettera è seguita una nota dello stesso Aurigemma che ha denunciato come “continuiamo ad avere conferma della totale assenza di programmazione da parte della Regione Lazio sulla sanità. Apprendiamo dalla stampa che il Lazio spenderebbe 200 euro in più per la spesa pro capite, rispetto alla media nazionale. Un dato, questo, che si aggiunge ai tanti problemi del settore: in questi quasi due anni, Zingaretti ha preso impegni senza rispettarli, portando avanti un sistema di riordino caratterizzato da chiusure di reparti, soprattutto nelle strutture di provincia, che non hanno fatto altro che penalizzare ulteriormente i cittadini”. Aurigemma ha fatto notare che nella Regione Lazio “manca un piano efficace di prevenzione, i cittadini continuano ad attendere mesi per una visita specialistica. Questi sono i risultati - decisamente deludenti - della cura Zingaretti, la cui azione è totalmente assente, e che si è limitato soltanto a rendere la nostra regione la più tassata d'Italia”.
Una lettera che non è passata inosservata. A dar manforte all’azione del consigliere Aurigemma, ci ha pensato Francesco Storace.
“Quanto denunciato dal capogruppo di Forza Italia, Aurigemma, sulle audizioni farsa dei Direttori generali delle Asl da parte dei membri della Commissione Sanità del Consiglio regionale, è gravissimo”, punge il vicepresidente del Consiglio regionale e capogruppo de La Destra.
“Solo che questa apparenza di democrazia, una mezz’oretta di chiacchiere davanti a un caffè - sembra stia divenendo la cifra distintiva del governo Zingaretti. Analogo contingentamento - aggiunge Storace - lo si era avuto sul bilancio, con la presa in giro dei maxiemendamenti e della tempistica contingentata. Ora abbiamo una nuova edizione con questa farsa delle audizioni in sanità. Pieno sostegno, quindi, alla diffida che il collega Aurigemma ha inviato a Zingaretti su queste audizioni farsa”.

http://www.ilgiornaleditalia.org/news/da-roma--dal-lazio/861417/Sanita--Zingaretti-evita-il-dibattito.html

i servizi segreti soffiano sul fuoco della strategia della tensione aiutati dal corrotto governo Pd


Allarme 007: minacce alla signora del Jobs act

gen 3, 2015
Pubblicato da Fonte: il fatto quotidiano

Dopo Filippo Taddei, anche il sottosegretario al Lavoro Teresa Bellanova: un altro esponente della maggioranza (e del Pd) finisce sotto scorta. Nel novembre scorso era toccato al responsabile economia dei democratici subire una misura di protezione, due settimane fa, invece, la stessa è stata disposta anche per la deputata leccese ora al ministero guidato da Giuliano Poletti. La notizia è trapelata solo ieri, dopo che il sottosegretario – che ha messo la sua firma su provvedimenti scottanti, come i decreti attuativi del Jobs act – ha rivelato tutto durante un incontro con i cronisti a Lecce, insieme al deputato Pd Salvatore Capone: “La materia del Lavoro è scottante, ma nessuna minaccia mi fermerà”, ha spiegato. 55 anni, prima contadina, poi operaia tessile – a 15 anni il suo primo incarico sindacale -, capolega della Federbraccianti a Ceglie Messapica, Bellanova ha lavorato per più di trent’anni nella Cgil, il sindacato guidato da Susanna Camusso che ieri le ha espresso la “massima solidarietà e vicinanza”.

IN PARLAMENTO dal 2006 si è spesso occupata di temi delicati: è stata relatrice della legge Fornero sulle false partite Iva, e nel governo Renzi ha seguito la contestata riforma del lavoro. Nella delega anche difficili vertenze sindacali, dall’Ilva all’ex stabilimento della British american tobacco di Lecce (chiuso lasciando a casa 400 persone), fino all’intricata vicenda Meridiana. Proprio nell’ambito di quest’ultima potrebbero essere arrivate le minacce di cui ha parlato Bellanova durante il suo incontro con i giornalisti. Contattata dal Fatto il sottosegretario fa sapere di “essere serena e di non avere paura”: “Ho fiducia nel lavoro degli uomini della sicurezza”. Nessun dettaglio sulla natura delle minacce, anche se qualche difficoltà trapela: “Non volevo essere accompagnata – ha spiegato giovedì – e solo fino a pochi giorni fa potevo andare da sola in auto o a fare una passeggiata a piedi”. Dopo Taddei – preoccupato di alcune minacce ricevute via web e alcune strani movimenti sotto casa – la misura è stata disposta dal Viminale, senza che ne fosse stata fatta richiesta. La decisione è stata comunicata a Bellanova da Matteo Renzi (“scelta non più rinviabile: avrai bisogno di due angeli custodi”) e secondo il Quotidiano di Lecce addirittura un’informativa dei servizi segreti avrebbe convinto Palazzo Chigi “dell’improcrastinabile necessità di proteggere il sottosegretario”.

A oggi risultano solo alcune misure precauzionali, considerata la delicatezza delle materie trattate e segnali di preoccupazione in merito alle complicate vertenze sindacali: dall’antiterrorismo non sarebbe arrivata una segnalazione diretta e dall’intelligence è arrivata una nota generica per segnalare la necessità di una maggiore attenzione verso gli esponenti della maggioranza (o del governo) più esposti sui temi del lavoro. Il sottosegretario non avrà una scorta con l’auto, ma una “tutela”: da metà dicembre è seguita costantemente da due uomini della polizia nei suoi spostamenti, a Roma come a Lecce. Una scelta simile a quella presa per Taddei , a cui è stato assegnato un solo agente, visto che il professore della Johns Hopkins chiamato da Matteo Renzi all’incarico di responsabile economico della segreteria del Pd e oggi impegnato nell’elaborazione del Jobs Act è spesso a Bologna, la città dove è stato assassinato Marco Biagi. Taddei spiega al Fatto : “Ho parlato con Teresa: non è stata una sua decisione ed è molto dispiaciuta, ma quando si toccano certi temi è normale un po’ di nervosismo. Ogni tanto sfuggono parole sbagliate”. Di linguaggio sbagliato ha parlato anche Bellanova, che al ministero ricopre un ruolo tecnico di grande rilevanza: “Tutti ovviamente devono poter dire la loro opinione – ha spiegato – Vorrei che, in questa fase, vi fosse maggiore attenzione al linguaggio che si usa. Noi non consumiamo alcun tradimento, perché peraltro questo è un linguaggio che non ci appartiene”. La parola tradimento è stata tirata fuori recentemente, durante l’infuocato dibattito sul Jobs act, dopo che a fine novembre 29 deputati Pd si erano astenuti nel corso del passaggio alla Camera. La stessa accusa è comparsa in rete nei confronti di alcuni esponenti della sinistra Pd dopo il voto di fiducia arrivato al Senato.

http://mentiinformatiche.com/2015/01/allarme-007-minacce-alla-signora-del-jobs-act.html

Per il corrotto Pd al governo i piccoli contribuenti devono pagare tutto, per gli evasori grandi c'è l'aiuto di stato


Evasione, sottosegretario accusa governo Renzi: ‘La legge sana anche frode fiscale’


"Per com'è scritta, salva tutti i reati. E non va bene". Così Enrico Zanetti a proposito della norma nel decreto attuativo della delega fiscale, approvato dall'esecutivo la vigilia di Natale

di Carlo Di Foggia | 3 gennaio 2015

La guerra intestina al Tesoro ha partorito un pasticcio che aiuta grandi evasori fiscali. “Sì, per com’è scritta quella norma ha un impatto pesante, salva tutti i reati e non va bene”, spiega il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti (Sc). La conferma arriva dopo che il Fatto ha raccontato l’incredibile genesi di una norma contenuta nel decreto attuativo della delega fiscale approvato lo scorso 24 dicembre dal governo, e ora al vaglio delle Commissioni Parlamentari. Un testo già contestato da molti per le soglie di punibilità triplicate – che di fatto cancellano il penale tributario – ma che all’ultimo giro di boa, a Palazzo Chigi, si è anche arricchito di un articolo che il Mef aveva scartato: una “soglia parametrata” al reddito sotto la quale chi evade le tasse non rischia più il carcere, e che – stando al testo – premia anche chi froda il Fisco. L’articolo 19-bis, infatti, stabilisce chiaramente che non si viene più puniti se Iva o imposte sui redditi evase “non sono superiori al 3% rispettivamente dell’imposta sul valore aggiunto o dell’imponibile dichiarato”. In pratica non c’è nessun limite, ma solo una proporzione, sotto la quale il reato penale scompare.

Una combinazione che secondo l’ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco è “un enorme regalo ai grandi evasori”: più è alto il reddito più si può evadere, pagando solo le multe. Non solo. Senza la supervisione della Commissione tecnica del Tesoro incaricata di stilare il testo, la modifica infilata all’ultimo si è trasformata in una sanatoria per tutti i reati. “Partiamo da una premessa – spiega al Fatto Zanetti – personalmente non condivido la definizione di Visco: la soglia del 3% evita di penalizzare tutti allo stesso modo, e cancella solo il penale. Quello che non è ammissibile, però, è che il testo parli genericamente di tutte le fattispecie di reato: cioè sana sia l’evasione che la frode fiscale, che è una cosa gravissima. Così sono preoccupato anch’io: auspico che il Parlamento cambi questa misura”. Per dare l’idea, su un utile netto di un miliardo, una grande azienda potrà evadere (o frodare) il fisco fino a 30 milioni, pagando solo una sanzione amministrativa. E la norma avrà effetto anche sui processi in corso per effetto del favor rei, per cui le disposizioni penali favorevoli valgono anche per il passato. Zanetti conferma anche che la modifica non era presente nella bozza uscita dal Tesoro: “È indubbio che il Mef non l’abbia messa: in molti non erano d’accordo. Evidentemente in seno al Consiglio dei ministri si è deciso di modificarla all’ultimo”.

Una modifica che, però, ufficialmente, è orfana. Da Palazzo Chigi preferiscono non commentare, idem dal Tesoro. Chi ha seguito l’iter, però, parla di una guerra interna al ministero. Da un lato gli uomini vicini a Visco e alla neo direttrice dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi – allieva di Visco – dall’altra diversi dirigenti ministeriali, alcuni vicini all’ex ministro Giulio Tremonti, che per oltre dieci anni ha governato gli uffici di via XX Settembre. Lo scontro avrebbe segnato una vittoria a favore dei primi, poi vanificata da un intervento in extremis. Chi l’ha deciso? Fonti di governo puntano il dito sull’entourage del premier. Nessuno dei consiglieri economici portati a Palazzo Chigi da Matteo Renzi (per arginare il Tesoro), però, ha competenze specifiche in materia tributaria. Tutti, peraltro smentiscono un interessamento diretto nella vicenda: alcuni si dicono stupiti, e auspicano una “modifica in Parlamento”. Modifica che però potrà arrivare solo dal governo, visto che le commissioni hanno il potere di esprimere solo un parere non vincolante. Tra i consiglieri economici del premier c’è anche chi ricorda un dettaglio importante: alle riunioni a Palazzo Chigi prima dei Consigli dei ministri partecipano sempre uomini del Tesoro. La modifica è stata inserita nel passaggio al dipartimento affari giuridici, governato da Antonella Manzione, vero braccio destro di Renzi ed ex capo della polizia locale a Firenze quando Renzi era sindaco.

Al di là della misura contestata, con le nuove norme rischierà il carcere solo chi evade oltre 150mila euro (ora sono 50mila) e le fatture false saranno reato solo sopra i mille euro. In pratica, chi fattura un milione di euro, può evadere fino a 30 mila euro – per effetto del 3% – e fino a 150 mila grazie alle altre norme. “Quest’ultima parte è sensata – prosegue Zanetti – introdurre delle soglie evita di ingolfare le Procure (per il Sole 24 Ore salterà un processo su tre, ndr), considerando che spesso il contenzioso nasce da errori di calcolo, e che molti procedimenti vengono vinti dal contribuente”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/03/evasione-sottosegretario-accusa-governo-renzi-quella-legge-sana-frode-fiscale/1311867/#

anche se il problema fosse il debito pubblico non sono i 10 miliardi che risolvono i 2100 miliardi di debito, lo scopo è regalare agli stranieri le aziende italiane che funzionano

OUTLET ITALIA.

In questi giorni c’è un gran starnazzare in merito alle proposte di privatizzare Eni, Enel, Finmeccanica, Ferrovie, Poste Italiane con lo scopo di ridurre il debbbbbito pubbbblico.
Perché, come è noto “a chi sa di sapere” il problema non è una crisi di debito privato , di sofferenze bancarie o di “Credit Crunch” (leggasi “in banca hanno tolto pure la penna con la catenella”) ma il problema è il debito pubblico e cercare di mantenere a tutti i costi il  livello di deficit al 3% del Pil.
Queste misure faranno anche molto bene all’Eurozona, ma ci stanno uccidendo.
Nessuna sorpresa del resto a quanto pare secondo discutibili idee Mainstream dovremmo morire per Maastricht per rinascere in Europa…
Bah, c’è gente strana in giro, ma vabbè…
La necessità da parte del governo di svendere patrimonio pubblico è decisamente risibile, come se speculatori esteri avessero bisogno di ulteriori incentivi!
 È curioso come si ponga tanta attenzione e tanta enfasi sulla riduzione del debito pubblico piuttosto che su di un Pil nazionale in grave emorragia.
Se diminuisce il debbbbito,  (che poi visti gli interessi dovuti ad una eccessiva esposizione sui mercati toccherebbe valutare la durata di questa presunta diminuzione…) ma continua a crollare il Pil non cambia nulla…con la differenza che hai perso i gioielli di famiglia.
L’incasso della (S)vendita quindi non servirà, come pensato in un primo momento, a finanziare gli impegni di spesa ai quali il governo si è obbligato; come, ad esempio, la rimodulazione dell’Imu, lo stop al rincaro (dal 21% al 22%) dell’Iva e la riduzione del costo del lavoro.
Gli ordini ricevuti sono chiari…bisogna abbattere il debito pubblico.
     Del resto possiamo permettercelo la “ripresa è alle porte”
e “si vede luce in fondo al tunnel” (che nel frattempo per i più fortunati è diventato una grotta, per altri purtroppo, una tomba…)
Nel silenzio e nella complicità delle pubbliche coscienze, monete “deboli” e sovrane (tipo la rinnegata “liretta” nostrana) fanno scempio e shopping di aziende italiane, con buona pace dei sognatori… (in basso potete vedere il tasso di cambio nei confronti dell’€)
 

quei pagliaccioni attaccati al soldo e al potere e che strisciano come serpi

Farinella, Ciotti, Zanotelli: "Difendiamo il papa"

Il parroco di San Torpete promotore di un appello insieme ai preti di frontiera, dopo l'ultimo attacco di Vittorio Messori: "Vogliamo dire a Francesco che non è solo: gli uomini e le donne di buona volontà lo sostengono e pregano per lui"

La prima firma è quella di don Paolo Farinella. Ma seguita immediatamente da quella di don Luigi Ciotti, Padre Alex Zanotelli, don Albino Bizzotto, don Alessandro Santoro, don Aldo Antonelli. Preti "scomodi", da sempre più vicini alla gente che alle gerarchie. Ma stavolta fieramente in campo per difendere e sostenere il papa. Il documento, che, grazie al web, sta moltiplicando rapidamente le adesioni, nasce all'indomani del violento attacco a Bergoglio, sulle pagine del Corriere della Sera, da parte di Vittorio Messori. Il giornalista cattolico boccia con toni veementi l'operato di Francesco, accusandolo, in sostanza, di creare confusione e sconcerto tra i fedeli per le sue posizioni. Reagiscono in molti, tra cui il teologo brasiliano Leonardo Boff che prefigura addirittura, nel testo, gli estremi della blasfemia. E si muove anche don Farinella. Che in poche ore redige un testo, lo condivide, fa proprie correzioni e contributi, poi lo lancia su internet sulsito firmiamo. it/ fermiamo-gli attacchi apapafrancesco.

"L'arrivo del Papa "venuto dalla fine del mondo"  -  scrive  -  che assume il nome di Francesco presentandosi non come Pontefice Massimo, ma come Vescovo di Roma, provoca reazioni scomposte dentro la Curia vaticana che, falcidiata da scandali e corruzioni, considera il Papa come corpo "estraneo " al suo sistema consolidato di alleanze col potere mondano, alimentato da due strumenti perversi: il denaro e il sesso.

Dapprima il chiacchiericcio sul "Papa strano" inizia in sordina, poi via via diventa sempre più palese davanti alle aperture di papa Francesco in fatto di famiglia, di "pastorale popolare" e di vicinanza con il Popolo di Dio per arrivare anche  -  scandalo degli scandali  -  a parlare con i non credenti e gli atei.

Dopo lo sgomento di un sinodo "libero di parlare", l'attacco frontale di cinque cardinali (Müller, Burke, Brandmüller, Caffarra e De Paolis), tra cui il Prefetto della Congregazione della Fede, ha rafforzato il fronte degli avversari che vedono in Papa Francesco "un pericolo" che bisogna bloccare a tutti i costi. Rompendo una prassi di formalismo esteriore, durante gli auguri natalizi, lo stesso Papa elenca quindici "malattie" della Curia, mettendo in pubblico la sua solitudine e chiedendo coerenza e autenticità.

Come risposta all'appello del Papa, il giorno dopo, il 24 dicembre 2014, Veglia di Natale, scelto non a caso, il giornalista Vittorio Messori pubblica sul Corriere della Sera "una sorta di confessione che avrei volentieri rimandata, se non mi fosse stata richiesta", dal titolo "I dubbi sulla svolta di Papa Francesco", condito dall'occhiello: "Bergoglio è imprevedibile per il cattolico medio. Suscita un interesse vasto, ma quanto sincero?".

L'attacco è mirato e frontale, "richiesto", una vera dichiarazione di guerra, felpata in stile clericale, ma minacciosa nella sostanza di un avvertimento di stampo mafioso: il Papa è pericoloso, "imprevedibile per il cattolico medio". È tempo che torni a fare il Sommo Pontefice e lasci governare la Curia".

Da qui la decisione di dare un segnale al papa. "Noi non possiamo tacere  -  continuano i firmatari, tra cui, per la prima volta, anche il Coordinamento delle Teologhe Italiane  -  e con forza gridiamo di stare dalla parte di Papa Francesco. Con il nostro appello alle donne e agli uomini di buona volontà, senza distinzione alcuna, vogliamo fare attorno a lui una corona di sostegno e di preghiera, di affetto e di solidarietà convinta.

Desideriamo dire al Papa che non è solo, ma che, rispondendo al suo incessante invito, tutta la Chiesa prega per lui. È la Chiesa dei semplici, delle parrocchie, dei marciapiedi, la Chiesa dei Poveri, dei senza voce, dei senza pastori, la Chiesa "del grembiule" che vive di servizio, testimonianza e generosità, attenta ai "segni dei tempi" e camminando coi tempi per arrivare in tempo.

Contemporaneamente alla pubblicazione dell'appello, che dai prossimi giorni sarà disponibile in cinque lingue, don Paolo scrive anche al cardinale Angelo Bagnasco, in qualità di arcivescovo di Genova ma anche, e soprattutto, presidente della Cei, per invitarlo a diffondere la petizione: "Sarebbe bello  -  scrive  -  che popolo e pastori si trovassero insieme a sostenere il Pastore".


http://genova.repubblica.it/cronaca/2015/01/02/news/farinella_ciotti_zanotelli_difendiamo_il_papa-104162778/ 

Fronte Unico per uscire dall'Euro per il Bene Comune, Fronte Unico di Liberazione Nazionale

INCONTRO INTERNAZIONALE Roma 24-25 gennaio 2014

3 gennaio

Oltre l’euro, Contro il neoliberismo

La bancarotta della Lehman Brothers nel settembre 2008 fece traballare il sistema neoliberista globale, contraddistinto dalla assoluta prevalenza della finanza speculativa e predatoria su tutte le sfere della vita economica e sociale e dallo smantellamento delle conquiste strappate dalla masse popolari nel dopoguerra. Le ristrette e onnipotenti élite oligarchiche globali non hanno tuttavia cambiato paradigma. Pur con modalità differenti a seconda dei contesti, esse hanno tentato di “uscire dalla crisi” perseguendo, e in certi casi radicalizzando, le medesime politiche neoliberiste che avevano portato al collasso sistemico. Un nuovo ed ancor più devastante disastro si staglia così all’orizzonte.
L’Unione europea non è l’epicentro della crisi sistemica per sbaglio. Ciò dipende anzi dalla sua struttura, dai criteri con cui sono stati edificati il mercato unico e l’euro.
Malgrado l’insostenbilità dell’euro sia evidente, i dominanti hanno fatto e fanno di tutto per tenere in vita la moneta unica. Le conseguenze per i popoli, anzitutto dei cosiddetti “periferici”, sono devastanti. Per evitare la spoliazione e l’inesorabile declino, l’uscita dall’euro e dall’Unione europea, la riconquista della sovranità nazionale, sono per i diversi Paesi decisioni obbligate anche se non sufficienti.
Dall’eurozona e dall’Unione si può tuttavia uscire in modi diversi e opposti. La tendenza oggettiva allo sgretolamento dell’Unione europea alimenta spinte sociali di varia e antagonistica natura. Hanno preso piede movimenti politici reazionari che avanzano soluzioni nazional-liberiste se non apertamente neofasciste.
Pur tenendo conto che il nemico principale è e resta il blocco eurocratico, consideriamo nostro dovere contrastare e fermare l’avanzata delle destre reazionarie. Per farlo i partiti politici e i movimenti sociali che vogliono tenere indissolubilmente legati sovranità nazionaledemocrazia ed eguaglianza sociale, quindi la fratellanza tra i popoli, debbono conquistare la ribalta nei loro paesi. La strada è in salita ed irta di ostacoli. Essi possono farcela se coordinano e uniscono a scala europea le loro forze.
Il primo passo lo facemmo in occasione del Forum europeo svoltosi ad Assisi nell’agosto scorso, sottoscrivendo una Dichiarazione programmatica comune per l’uscita dall’euro. Quella Dichiarazione si concludeva con la promessa di svolgere quanto prima un nuovo incontro internazionale. Mantenendo la promessa annunciamo che questo incontro si svolgerà il 24 e 25 gennaio 2015 a Roma, il luogo dove l’Unione europea, nel 1957 mosse il suo primo passo.
Tutte le forze anti-euro democratiche, socialiste e rivoluzionarie, sono caldamente invitate a partecipare, a prendere la parola, a portare le loro idee e le loro proposte. Questo nell’augurio che l’incontro serva a costruire un fronte anti-euro più ampio e solido.
L’incontro si articolerà in due sessioni di lavoro e una conferenza stampa pubblica.
La prima sessione, con inizio alle ore 14:00 di sabato 24 gennaio, discuteremo degli sviluppi della crisi sociale ed economica, con particolare attenzione ai diversi scenari nazionali.
La seconda sessione, con inizio alle ore 09:00 del 25 gennaio, affronteremo la questione della costruzione del coordinamento a scala europea.
Alle ore 15:00 si svolgerà infine la conferenza stampa pubblica in cui potranno prendere la parola tuttel le delegazioni partecipanti.

cosa ci facciamo con un governo Pd che fa annunci sulla corruzione e aumenta i costi e l'ingiustizia della giustizia civile?

Processo civile: mirabolanti promesse del governo. Per i deboli, la giustizia è un calvario peggiore di quello attuale

Domenico Gallo
Processo civile: mirabolanti promesse del governo. Per i  deboli, la giustizia è un calvario peggiore di quello attuale
Il pianeta giustizia ha vissuto profonde trasformazioni nel corso dell’anno appena trascorso, che ha visto un alternarsi di riforme, controriforme ed annunci tanto mirabolanti quanto inconcludenti. Nel corso dell’anno è proseguito e si è ulteriormente sviluppato il trend rivolto a porre rimedio alla insostenibile situazione di affollamento carcerario, per la quale l’Italia aveva subito un duro richiamo dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Torreggiani dell’8 gennaio 2013.
Carceri: il super affollamento frutto di una legislazione “securitaria
C’è da precisare che la situazione di superaffollamento carcerario non derivava  da un incremento della criminalità ordinaria (che al contrario è diminuita per quanto riguarda i reati più gravi) ma è il frutto di un decennio di legislazione “securitaria” che ha portato ad una ingiustificata recrudescenza delle sanzioni nei confronti della criminalità di strada e della devianza frutto dell’emarginazione sociale. Fino al punto da creare una specie di diritto penale del nemico (includendo in questa categoria clochard, immigrati, tossicodipendenti), con il quale si è voluto bilanciare il ridimensionamento del contrasto ai reati dei colletti bianchi, operato soprattutto con la legge Cirielli del 2005 che ne ha ridotto i termini di prescrizione.
La politica di riduzione dell’area della carcerazione è iniziata con la cosiddetta legge “sfolla carceri” (L. 199/2010 e successivi interventi), che ha consentito di scontare l’ultimo anno di pena ai domiciliari, ed è proseguita con provvedimenti diversi, fra cui merita di segnalare l’introduzione del nuovo istituto  della messa alla prova (L. 28/4/2014) che mira a realizzare una   un’equilibrata de-carcerizzazione”, offrendo un percorso di reinserimento alternativo ai soggetti processati per reati di minore allarme sociale, ed a realizzare una opportuna deflazione dei procedimenti penali, mediante l’estinzione del reato dichiarata dal giudice in caso di esito positivo della prova.
La Consulta cancella gli effetti perversi della legge Giovanardi
Ma l’opera principale di smantellamento della legislazione securitaria è venuta dalla Corte Costituzionale che, con la sentenza n.  32/2014, ha cancellato gli effetti perversi della legge Giovanardi, che aveva equiparato lo spaccio di sostanze stupefacenti leggere a quelle pesanti. Altre sentenze della Consulta sono intervenute, restituendo ai giudici la possibilità di concedere le attenuanti ai recidivi. Su questo terreno si è sviluppata una sinergia virtuosa con la Cassazione che, con la sentenza delle Sezioni Unite del 29/5/2014, ha statuito che le riduzioni di pena, conseguenti alle dichiarazioni di incostituzionalità possono applicarsi anche nei casi di condanna passata in giudicato.
L’interazione fra provvedimenti legislativi, pronunce della Consulta ed indirizzi giurisprudenziali della Cassazione ha portato ad una sostanziale decremento della popolazione carceraria che, al 30 novembre del 2014, si era attestata a circa 54.000 presenze, a fronte di una capienza di 49.000 posti.
Nessun passo avanti sul contrasto alla corruzione
Non si sono registrati invece passi in avanti sul fronte del contrasto ai gravi fenomeni di corruzione che gravano sulla vita pubblica in quanto non sono stati affrontati i problemi, ormai incancreniti, della inadeguatezza delle pene, della ristrettezza della prescrizione e del conseguente abuso delle garanzie del processo. La riforma già annunziata da Governo  a fine agosto, soltanto pochi giorni fa è stata tradotta in un testo di 30 articoli (su corruzione, prescrizione ed intercettazioni), che l’Associazione Nazionale Magistrati ha giudicato debole, il cui percorso parlamentare deve ancora iniziare e non è per niente scontato.
Con molta più precipitazione si è agito invece nel campo della riforma del processo civile dove addirittura si è provveduto con un decreto legge (D.L. 132/14) accompagnato da mirabolanti promesse sulla riduzione dei tempi della giustizia civile e da sberleffi ai magistrati sul sito del Governo. In questo caso le misure previste, salvo alcuni aspetti positivi riguardanti l’esecuzione dei provvedimenti giudiziari, sono del tutto inadeguate a rendere più efficiente e veloce il servizio giustizia. La degiurisdizionalizzazione delle controversie civili (vale a dire il trasferimento in sede arbitrale di procedimenti pendenti dinanzi all’autorità giudiziaria ordinaria), comporterà un sensibile incremento dei costi per gli utenti della giustizia ed una diminuzione delle garanzie di imparzialità e professionalità del giudice. Per i soggetti deboli ottenere giustizia sarà un calvario ancora peggiore di quello attuale. Ma è soprattutto l’intervento sulla disciplina del lavoro, attraverso il c.d. Jobs Act, concepito per scacciare il controllo di legalità dai luoghi del potere privato, che qualifica in senso di classe l’azione “riformatrice” di questo Governo e rende pesantemente negativo il bilancio dell’anno appena trascorso.

Pervicacia volontà a disconoscere il progetto di spoliazione dell'Euro

L’allarme dei banchieri: la Grecia affonderà l’Europa

grecia 

-Redazione- Il voto in Grecia e l’incompletezza dell’unione monetaria possono avere effetti devastanti sull’Europa. A lanciare l’allarme sul futuro dell’Ue sono Lorenzo Bini Smaghi sul Corriere della Sera e Mario Draghi sul Sole 24 ore.
Bini Smaghi parte dalla situazione greca e dalla considerazione che il Fondo Salva Stati e l’Omt (l’acquisti di titoli di Stato di Paesi dell’eurozona sul mercato secondario) “non possono essere usati nei confronti di un Paese come la Grecia e rischiano addirittura di sfaldarsi”.
La ragione è che l’80 per cento del debito greco è detenuto “dagli altri Paesi europei, dal Fondo salva Stati e dal Fmi”. Il resto è nel bilancio della Bce”. E questo significa che il taglio il debito greco – come proposto da alcuni candidati al governo – “si tradurrebbe in un trasferimento di risorse in via definitiva da parte degli altri Stati e in un pari aumento del loro debito netto (per l’Italia fino a 20 miliardi)”.
Tradotto: “se il governo che uscirà dalle urne greche a fine gennaio metterà in atto le misure annunciate, ristrutturazione del debito e aumento della spesa pubblica, la rete di salvataggio creata negli ultimi anni in Europa rischia di saltare, facendo precipitare il continente in una nuova crisi profonda”.
Mario Draghi pone invece l’accento sulla necessità di "completare un'unione monetaria" che vuol dire "principalmente creare i presupposti affinché i Paesi, entrandone a far parte, raggiungano una maggiore stabilità e prosperità”. La ricetta è creare non solo le condizioni affinché "tutti i Paesi possano prosperare in modo indipendente" ma anche fare in modo che tutte le nazioni siano “sufficientemente flessibili da reagire con rapidità agli shock a breve termine". Quindi, scrive, "occorrono riforme strutturali che stimolino la concorrenza, riducano il carico superfluo della burocrazia e rendano i mercati del lavoro più adattabili". "Finora l'attuazione di tali riforme – continua Draghi – è stata in gran parte una prerogativa nazionale, ma in un'unione come la nostra è chiaramente una questione di interesse comune. I Paesi dell'area dell'euro dipendono l'uno dall'altro per crescere" e la carenza di riforme strutturali, "producendo un divario permanente all' interno dell'unione monetaria – aggiunge – evoca lo spettro di un'uscita di cui tutti i membri in ultima analisi subirebbero le conseguenze".

http://www.articolotre.com/2015/01/lallarme-dei-banchieri-la-grecia-affondera-leuropa/ 

Occorre una legge elettorale diversa dal Porcellum e dall’Italicum


Italicum è uno sbaglio. Serve restituire agli elettori la possibilità di guardare in faccia gli eletti

Italicum è uno sbaglio. Serve  restituire  agli elettori la possibilità di guardare in faccia gli eletti 
 
L’Italicum è invecchiato prima di nascere. Si procede ad approvarlo per inerzia, con la solita sicumera dell’uomo solo, ma fuori dalla realtà del Paese. È evidente la frattura tra politica e cittadini, l’astensionismo ormai travolgente, la sfiducia verso la gestione della cosa pubblica. Tutto è cominciato quasi dieci anni fa con il Porcellum che ha rotto il rapporto tra eletti ed elettori aprendo la via alla delegittimazione della Casta. Ora siamo in grado di ricomporre quel rapporto oppure rischiamo di aggravarlo? Questa domanda dovrebbe orientarci nella valutazione delle norme elettorali.
L’avvento del partito democratico alla guida del Paese faceva ben sperare nella restituzione dello scettro agli elettori e invece tutti i provvedimenti sono andati in senso opposto. La legge Del Rio assegna al ceto politico l’elezione dei consiglieri della Provincia e della Città Metropolitana; a Roma il più votato è stato uno degli indagati nell’inchiesta della Procura. Lo stesso metodo di elezione di secondo grado sarà applicato nella nomina dei senatori, secondo le previsioni della legge Boschi.
 Si conferma il potere di  nomina dei deputati da parte dei capi-partito
 E per quando riguarda la gran parte dei deputati l’Italicum conferma il potere di nomina da parte dei capi-partito. Nella nuova versione si vuole mitigare l’effetto Porcellum aggiungendo una quota di eletti con le preferenze che riguarderebbe però solo i primi due partiti, con aspetti di disparità di scelta tra gli elettori che non sfuggiranno alla Corte costituzionale. Oggi si cantano le lodi delle preferenze dopo averle denunciate ai tempi di Tangentopoli come l’origine di tutti i mali. Tutti i fenomeni corruttivi, da ultimo e più gravemente il caso romano, sono caratterizzati dalla furiosa lotta di preferenze tra correnti di partito. È surreale reintrodurle proprio adesso nella legge elettorale nazionale.
 Il Parlamento indebolito rispetto al governo
Il secondo Italicum quindi mette insieme i due meccanismi più screditati: le preferenze e i nominati. Di conseguenza il rapporto tra eletti ed elettori non solo non migliora ma può solo peggiorare. Inoltre, si indebolisce ulteriormente il Parlamento rispetto al Governo perché ottengono una diversa legittimazione elettorale: molto forte per il capo dell’esecutivo scelto direttamente dal popolo nel secondo turno e molto debole per i parlamentari ancora in gran parte nominati. Si accentua in questo modo la sudditanza del potere legislativo rispetto a quello esecutivo, già messa in pratica con l’abuso della decretazione d’urgenza e proiettata in futuro con la revisione costituzionale.
 Si ignorano i collegi nominali che hanno sempre ben figurato
 Non viene neppure preso in considerazione invece lo strumento che ha sempre ben figurato nell’esperienza italiana, quel collegio uninominale che realizza un rapporto diretto tra cittadini e parlamentari. Fui eletto con il Mattarellum nel collegio di Monteverde a Roma e presi l’abitudine di fare una passeggiata nel quartiere una volta a settimana. Ricevevo dagli elettori tante segnalazioni, proposte e critiche che mi davano il polso della situazione e mi erano molto utili nel dibattito parlamentare. Allo stesso tempo si era sparsa la voce nel quartiere che passava il deputato e ci si poteva parlare semplicemente. Quasi tutti i parlamentari, seppure in forme diverse, mantenevano allora quel legame che poi fu reciso dal Porcellum.
 I veti di Berlusconi senza neppure poterli discutere
Oggi si accetta sul collegio il veto di Berlusconi senza neppure poterlo discutere. Certo, a differenza di come fece la destra, Renzi cerca un’intesa con l’opposizione. Chi lo critica su questo dimentica che lo stesso tentativo hanno fatto senza successo tutti i leader del Pd, da D’Alema, a Veltroni, a Bersani. È sacrosanto ricercare sulla legge elettorale il consenso di tutti in Parlamento, è meno comprensibile legarsi le mani nell’accordo extraparlamentare con l’ex-Cavaliere, soprattutto ora che è esaurita la sua leadership perfino nel suo partito. Sarebbe un errore tattico puntare tutte le carte sul patto del Nazareno che ormai l’altro contraente non è più in grado di onorare.
Il collegio uninominale certo non è la panacea di tutti i mali, però mitiga i difetti degli altri sistemi. Rispetto alla lista dei nominati elimina il problema segnalato dalla Corte di una scarsa riconoscibilità dell’eletto. Anzi, si instaura una relazione diretta che consente all’elettore un controllo non solo al momento del voto ma anche durante l’attività parlamentare. Rispetto alle preferenze la delimitazione territoriale del collegio spezza le filiere lunghe che tengono insieme le correnti di partito e i gruppi di interesse.
Occorre una legge che conferisca forza e autonomia al parlamentare
Ma soprattutto il collegio conferisce forza e autonomia al parlamentare. Il legame con gli elettori vivifica la libertà del mandato e la rappresentanza della nazione, secondo i principi dell’articolo 67 della Costituzione. Su tale base si avrebbe un riequilibrio della forza del Parlamento rispetto al Governo. D’altronde, basta pensare al Senato americano che riesce a fare da contrappeso al Presidente proprio perché è composto da autorevoli personalità politiche ben radicate nella realtà di quel grande Paese.
Infine, il grande merito del collegio è la flessibilità che ne consente l’applicazione ai sistemi elettorali più diversi, come dimostra proprio la storia della legislazione italiana in materia. Si è accompagnato al sistema maggioritario nel Mattarellum, cancellato proprio perché era una buona legge, a parte alcuni piccoli difetti che potevano essere corretti. Oggi il governo lo agita come una clava per minacciare la minoranza, ma è un’altra sberla alle mosche. Magari si approvasse subito la resurrezione del Mattarellum. A tal fine, insieme a Chiti e ad altri colleghi abbiamo presentato un emendamento e chiediamo a tutto il Pd di votarlo in commissione.
Un’utile cronistoria, dall’emendamento Dossetti-Togliatti alla legge Scelba
Il collegio fu utilizzato in passato anche in un sistema proporzionale puro con la vecchia legge per le Province e addirittura in un sistema misto nella Prima Repubblica con la vecchia legge elettorale del Senato. Con questa, infatti, il candidato che superava la soglia del 65% veniva eletto direttamente, mentre al di sotto partecipava al riparto dei seggi con metodo proporzionale. La norma scaturì da un famoso emendamento Dossetti-Togliatti che modificò la proposta iniziale del ministro Mario Scelba presentata nel dicembre del 1947 con la soglia fissata al 50%. Era un modello semplice perché non solo affidava al cittadino la possibilità di eleggere direttamente il senatore ma anche di contribuire con il suo voto a decidere quale sistema elettorale si dovesse applicare. Infatti, se un partito superava la maggioranza assoluta il collegio funzionava come fosse maggioritario, se invece nessun partito riusciva a prevalere nettamente sugli altri si otteneva una pura rappresentanza proporzionale. Chissà come sarebbero andate le cose se fosse stata approvata la proposta originale
 Le diverse possibilità offerte dalla storia repubblicana: la legge truffa del 1953
Le diverse possibilità della storia repubblicana sono contenute in quella differenza di soglia tra il 65% e il 50%. Si è dimenticato il disegno di legge del 1947 perché poi l’immagine del ministro è rimasta legata alla legge del 1953, chiamata “legge truffa” solo perché conferiva un premio di maggioranza al partito che superava la maggioranza assoluta, una soluzione che oggi apparirebbe molto più prudente dell’Italicum. Per noi che siamo stati educati a giudicare Scelba come un politico autoritario, è dura considerarlo un sincero democratico rispetto ai tempi che corrono.
Comunque, la proposta del 1947 rimane ancora oggi la migliore legge elettorale, forse accompagnata da una clausola di salvaguardia nel caso rarissimo che un partito vinca tutti i collegi. Abbiamo presentato un emendamento che consentirà di prendere in esame nel dibattito parlamentare la proposta Scelba, con l’unica innovazione necessaria dopo più di mezzo secolo: il collegio binominale con la candidatura di una donna e un uomo in modo da eleggere un Parlamento nella piena parità di genere.
La proposta risolve positivamente tutte le questioni che sono sul tappeto: il collegio assicura il rapporto diretto eletto-elettore; la rappresentanza proporzionale è garantita senza ricorrere a liste di nominati né alle preferenze; la quota maggioritaria è assegnata solo quando corrisponde a un orientamento nettamente prevalente nell’elettorato. E qui forse è il suo pregio più importante, poiché una legge elettorale può aiutare la governabilità aumentando la forza parlamentare del primo partito ma non deve imporla artificiosamente con premi di maggioranza troppo forti che stravolgono la rappresentanza.
 Parole severe usate dalla Corte Costituzionale contro il Porcellum
Contro questo squilibrio la Corte costituzionale ha usato parole severe nella famosa sentenza contro il Porcellum. Ma dovrebbe bastare il buon senso politico a evitare gli eccessi.
Si è dimenticata una semplice verità: per governare il Paese, soprattutto per attuare riforme difficili, occorre il consenso popolare – che è come il coraggio di Don Abbondio – chi non ce l’ha non se lo può dare ricorrendo esclusivamente agli artifici delle leggi elettorali. Se si esagera con premi di maggioranza che aumentano di circa il 50% la rappresentanza parlamentare si formano governi per forza che non riescono a operare un vero cambiamento, ma ottengono il risultato di allontanare dai seggi ulteriori quote di elettorato. È già successo in parte nella Seconda repubblica e ora il fenomeno sembra accentuarsi. Invece di riflettere sulla perdita di rappresentanza si diffonde una coazione a ripetere. Si rischia di formare governi maggioritari all’interno di democrazie minoritarie. I risultati delle ultime elezioni regionali danno una misura allarmante del paradosso.
C’è davvero bisogno di cambiare verso. Occorre una legge elettorale diversa dal Porcellum e dall’Italicum, per restituire agli elettori la possibilità di guardare in faccia gli eletti. Occorre un sistema elettorale che aumenti il numero dei cittadini che votano. Perché sentono di poter contare nella competizione democratica sul governo del Paese.

L'Euro è un progetto politico di spoliazione

‘L’Italia può farcela’ davvero? Il libro di Alberto Bagnai

Saggista e direttore editoriale di Dissensi Edizioni
 
L’Italia può farcela è il titolo dell’ultimo interessante libro dell’economista Alberto Bagnai. In questo lavoro, Bagnai rimarca una verità taciuta ai più, cioè che la crisi italiana (e non solo) non è una crisi di debito pubblico, ma di debito privato. L’antitesi di ciò che in maniera parossistica è stato più volte ripetuto a partire dal 2008. Un mantra che è stato talmente tante volte asserito che è diventato un assioma a cui tutti credono. Un assioma che, degenera nel masochismo se si pensa che il nostro Paese, al netto degli interessi, è dal 1992 in avanzo primario e che il rapporto debito pubblico/Pil è iniziato a crescere proprio dal 2008. Per sfatare tale dogma, Bagnai usa le parole di un insospettabile e cioè di Constâncio, vice presidente della Bce. Constâncio spiega qualcosa che in realtà era già nota a chi studia scenari economici e cioè che i governi non hanno responsabilità nella nascita dell’attuale crisi, perché essa nasce nel settore finanziario privato e la crisi in Europa è stata alimentata da un’unione monetaria causata dall’asimmetria delle economie legate al cambio fisso dell’euro. Un’asimmetria che ha generato movimenti di capitali e di merci da economie forti a quelle più deboli. Consiglio di consultare la Teoria delle aree valutarie ottimali che, in estrema sintesi, asserisce che se si legano ad un cambio fisso economie asimmetriche, quelle più forti diventano esportatrici e creditrici e quelle più deboli importatrici e debitrici.

L’analisi di Bagnai prosegue parlando dei problemi legati alla rigidità del cambio asserendo che il debito pubblico non dipende dallo Stato corrotto, dai costi della politica ma da fenomeni macroeconomici. Come ho avuto modo di scrivere su questo blog, l’Europa e l’area della moneta comune in particolare, è un territorio privilegiato per comprendere la guerra economica in corso tra la dottrina keynesiana e quella neoliberista. Una guerra che i neoliberisti stanno stravincendo e la modifica dell’art.81 della Costituzione  (che introduce il pareggio di bilancio) voluta da Monti (ex collaboratore come Draghi di Goldman Sachs) testimonia come anche in Italia i fautori (tra cui Bagnai) di un auspicabile ruolo dello Stato nell’economia stiano soccombendo. Quindi l’euro è un metodo di governo. Sarebbe auspicabile utilizzare la medesima energia per superare il metodo e non solo la moneta che ne è una conseguenza, in altre parole va vinto il neoliberismo. Cosa servirebbe uscire all’euro se non si ripristina una sovranità monetaria come era nel nostro Paese prima del 1981? Inoltre, vanno superate le diseguaglianze: polarizzare le ricchezze in una società consumista come la nostra è l’origine dell’attuale crisi di domanda. Bagnai, prima di tutti, ha svolto con successo un ruolo divulgativo importante (questo grazie anche alla spinta dei molti sostenitori del M5S che l’hanno invitato ad incontri e suggerito in rete, anche se nel libro definisce Grillo arruffapopolo e il grillismo malattia senile liberismo) nel dilapidare il totem dell’euro. Lui, da economista, reputa che l’Italia possa farcela solo con un’altra economia, ma temo non sia così semplice. Per superare l’attuale bivio storico non basta una singola disciplina, occorre avere una visione multidisciplinare. Occorre ritrovare armonia con l’ambiente devastato dalla pretesa di voler crescere in maniera infinita in un pianeta finito.
E’ vero, l’euro è insostenibile e la corruzione non è la causa prima del debito, ma l’Italia può veramente farcela ed essere un paese civile e gradevole dove poter vivere solo se la legalità vince sul malaffare, la cultura sull’ignoranza, la dignità sul servilismo. E’ vero, durante i governi Craxi crescevamo del 3%, ma era un bel Paese? O era solo l’anticamera del ventennio berlusconiano che ha fatto sì che milioni di italiani quotidianamente siano ammaestrati da Signorini e Barbara D’Urso? L’Italia non può farcela se non si si ritrova una dignità che è stata cancellata da una classe politica indecorosa, non può farcela se non riesce a vincere l’omertà che copre i colpevoli che hanno deturpato il corpo di Stefano Cucchi o che costringe Roberto Saviano a nascondersi mentre la criminalità diventa sempre più Stato.
L’attuale dittatura economica non si vince con più economia, ma con una migliore economia e soprattutto con una politica partecipata che sia in grado di far intravedere una prospettiva e innescare un nuovo rinascimento indispensabile per il futuro del nostro Paese.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/01/litalia-puo-farcela-davvero-libro-alberto-bagnai/1309002/