Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 31 dicembre 2015

Governo incompetente e corrotto, i veri investimenti sono assunzione di medici ed infermieri, i servizi chiudono per mancanza di personale tutto il resto è noia

Lorenzin “tagli alla sanità? Solo alla corruzione ma non certo alle cure”.

LETTA ALLA PROVA DELLE CAMERE, PARTITI LO ATTENDONO AL VARCONella legge di stabilità abbiamo ribadito che è finita la stagione dei tagli per la sanità. Si risparmia e si reinveste. Abbiamo individuato le leve di risparmio certificate dalla ragioneria. Le risorse liberate verranno tutte reinvestite“, tuttavia “gli sprechi sono ancora molti” e “stiamo dando alle regioni gli strumenti operativi per ottenere risultati misurabili”. Lo afferma il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, facendo il bilancio del 2015 in un’intervista al Messaggero. “A nessuno paziente – assicura il ministro – verrà negato l’esame che il medico ritiene di dover prescrivere e tutti potranno essere curati. Ma tocca lavorare con buon senso ed evitare lo sperpero che, peraltro, tutti denunciano. Così vogliamo combattere gli abusi che, sommati tra loro, vanno a costituire una somma di 13 miliardi di euro”. La corruzione si porta via 6,4 miliardi l’anno, ed e’ “per questo che con l’autorità” anticorruzione, sottolinea Lorenzin, “abbiamo steso un piano. Per prevenire fenomeni di corruzione su contratti, nomine, liste d’attesa, farmaci” e “il managment deve avere procedure chiare e trasparenti. Così come è importante la norma appena approvata sul piano di rientro triennale per gli ospedali in deficit finanziario o qualitativo. Tre anni per rientrare pena la decadenza dei vertici“. Infine, ricorda che “a partire da marzo le Regioni potranno indire i concorsi per l’assunzione di medici e infermieri e il 50% dei posti saranno destinati ai precari”.

Mattarella che squallore, che miseria, tutta retorica un modo di parlare così palludato, tutto cambia per non cambiare niente

QUIRINALE - Orgoglio italiano nel primo messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

L'orgoglio italiano e la fiducia nell'Italia al centro stasera del primo messaggio al Paese del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella - Sarà un discorso breve, di meno di venti minuti - Parlerà di economia, disoccupazione e risparmio, dell'importanza delle riforme e dell'etica pubblica, della lotta al terrorismo e alla criminalità.

Sarà breve il primo messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Forse meno di venti minuti. Breve ma intenso. Stasera in tv il nuovo Capo dello Stato parlerà alla mente ma anche al cuore degli italiani e cercherà di rianimarne l'orgoglio e la fiducia nel futuro.

Il Presidente parlerà in modo semplice ma toccherà i principali temi d'attualità. Segnalerà i miglioramenti dell'economia italiana ma ricorderà la piaga della disoccupazione, soprattutto tra i giovani e spacielmente nel Mezzogiorno d'Italia. Ma in materia economica non mancheranno riferimenti alla crisi delle banche e all'importanza di tutelare meglio il risparmio degli italiani.

Il Presidente non perderà l'occasione per ricordare  l'importanza di rinnovare il Paese e di proseguire sulla via delle riforme, ma sicuramente non dimenticherà la centralità dell'etica pubblica, a partire dai comportamenti dei servitori dello Stato e della classe politica e amministrativa a tutti i livelli.

Anche la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata e la necessità di assicurare sicurezza senza dimenticare la solidarietà specialmente di fronte a tragedie epocali come quella dell'immigrazione troveranno uno spazio rilevante nel primo messaggio televisivo di fine anno del Presidente Mattarella 
 

L'Euro ha fatto arrichire il Capitale tedesco. Solo degli imbecilli possono pensare che la Germania dia la possibilità all'Italia di fargli concorrenza ricreando il tessuto industriale che gli stessi imbecilli hanno concorso a distruggere


La Germania vuole commissariare l’Italia con l’Esm. Parla Sapelli

La Germania vuole commissariare l’Italia con l’Esm. Parla Sapelli
Conversazione di Formiche.net con lo storico ed economista Giulio Sapelli

Il cielo sopra Berlino è fosco in queste ore e a rabbuiarlo c’è qualcosa a cui il ceto politico e l’opinione pubblica di quel Paese non erano abituati: il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, ha esplicitato in maniera pubblica, chiara e netta tutti i dossier su cui Italia e Germania non sono d’accordo, non senza accenti polemici: dalle sanzioni alla Russia ai gasdotti che collegano il Vecchio continente a Mosca, passando per il surplus commerciale tedesco e i niet sulla Bad bank auspicata da Palazzo Chigi per alleggerire gli istituti italiani dai crediti deteriorati.
Come mai, in questo momento, il premier italiano ha deciso di affrontare a muso duro lo strapotere tedesco in Europa?
Formiche.net l’ha chiesto a Giulio Sapelli, storico ed economista, dal 1994 ricercatore emerito presso la Fondazione Eni Enrico Mattei e autore del pamphlet “Dove va il mondo” (edizione Guerini).

Professore, Renzi sta usando contro la Germania toni non uditi di recente da nessun presidente del Consiglio, come ha sottolineato Formiche.net. Si tratta di un ribaltamento dell’impostazione tenuta da due ex premier come Mario Monti ed Enrico Letta e persino da Silvio Berlusconi, forse frenato dall’appartenenza alla famiglia comune del Ppe?
Decisamente sì. Renzi ha aperto un fronte per certi versi nuovo nella breve storia dell’Unione europea. E a mio parere ha fatto bene a farlo, per smuovere le acque. Ha rivendicato il rispetto delle regole europee, un tema a cui i tedeschi sono sensibili perché ne hanno fatto un mantra. Lo ha fatto sul surplus commerciale, vietato tanto quanto sforamento del debito. Così conta di spaccare anche il fronte dei falchi filo tedeschi dell’Est Europa, tra i più danneggiati dalle politiche di export di Berlino. Ma il premier ha detto la sua anche su altri temi.

Perché ha deciso di farlo?
​Essenzialmente per una ragione. A differenza dell’ottimismo che sprizza, anche sui dati economici, si rende conto che la situazione non è buona come potrebbe apparire o come vorrebbe far credere.

Questo cosa c’entra con le tensioni con Berlino?
C’è bisogno di maggiori investimenti, ora impossibili da compiere a causa delle politiche di austerità dell’Unione volute proprio dalla Germania. Se a questo si somma l’egemonia tedesca su molte altre questioni, compresa quella energetica esplosa con la decisione di potenziare North Stream e di penalizzare il South Stream in cui era impegnata la nostra Eni, è facile capire il clima odierno. Alzando i toni Renzi spera che qualcosa cambi.

Ma South Stream non è stato accantonato a causa delle sanzioni per la crisi ucraina? Su questo tema Roma si è dimostrata molto più filo russa di Berlino.
Vero, ma la Storia ci viene in soccorso per comprendere cosa accade oggi. Negli Anni ’30, sfidando il Trattato di Versailles, la Germania ricostituì la Wehrmacht, le sue forze armate, con un accordo segreto con Stalin. Come allora, Berlino ha un atteggiamento subdolo, che è insito nel suo dna politico. Da un lato si mostra ostile nei confronti della Russia in sede europea, dall’altro negozia bilateralmente i suoi affari con Mosca. Il caso Volkswagen è paradigmatico di questo suo atteggiamento dissimulatorio, che si sta riscontrando anche nel dossier banche.

Non è l’intera Commissione di Bruxelles ad opporsi alla Bad bank per alleggerire gli istituti italiani dai crediti deteriorati?
Si sta replicando il modello tedesco già adottato nella situazione greco-cipriota. L’Europa, su spinta tedesca, dice no alla Bad bank perché vuole costringere l’Italia ad utilizzare il Fondo salva Stati, ma solo per legare il nostro Paese ai vincoli e al controllo della Troika, come si può evincere anche da una recente intervista di uno dei saggi del governo tedesco. Berlino ha compreso che questo è l’unico modo per mettere all’angolo Renzi, hanno tutto l’interesse politico ad eliminarlo, in un momento in cui anche Parigi vive una crisi terribile sia politica sia economica. Il nostro Paese, invece, tutto sommato tiene e questo dà molto fastidio, anche perché le banche tedesche sono tutt’altro che solide, come ha ricordato lo stesso presidente del Consiglio.

2016 crisi economica, bisogna ri-affermare il valore sociale del lavoro il solo che può dare dignità, certezze e progetti di vita

2015, Fusaro: "Butto Tsipras e salvo D'Attorre. Resto allievo di Marx non di Luxuria"
 
31 dicembre 2015 ore 9:56, intelligo
2015, Fusaro: 'Butto Tsipras e salvo D'Attorre. Resto allievo di Marx non di Luxuria'

Il filosofo Diego Fusaro, intervistato da IntelligoNews traccia un bilancio del 2015, bocciando le politiche messe in atto da Tsipras, Renzi, Merkel e Hollande e individuando in Papa Francesco il personaggio dell'anno "l'ultimo allievo di Marx".

Chi e cosa salva del 2015?


"Mi pare che, pur con tutte le avvertenze del caso, il 2015 sia stato un anno poco entusiasmante. Difficile dunque dire chi o cosa possa essere 'salvato'. Salverei anzitutto Bergoglio, l'ultimo allievo di Marx rimasto oggi: è il solo a condannare l'alienazione capitalistica, l'usurocrazia bancaria e la falsità della civiltà dei consumi, e a valorizzare la dignità del lavoro e dell'uomo. Tra le più belle sorprese, sul piano politico, Alfredo D'Attorre, che ha gramscianamente posto in relazione sinistra e nazione, Marx e sovranità, ricordandoci che talvolta a sinistra può ancora esservi vita".  

Chi e cosa butta del 2015?

"Troppe cose, troppe persone. Difficile elencarle tutte. Tra le massime delusioni, sicuramente Tsipras, che ha tradito il suo popolo. Tra le più tristi conferme, la Merkel, Hollande, il partito unico dell'euro, gli alfieri del bombardamento etico in nome dei diritti umani, e il riflusso neofallaciano degli integralisti anti-islamici"

Le battaglie del 2016: quelle sui valori o quelle sociali? Quali priorità?

"Essendo io allievo di Marx e di Gramsci, non ho dubbi: le battaglie sono anzitutto quelle sociali, in nome del posto fisso e del salario, del pubblico e della contestazione radicale del modo capitalistico della produzione. La lotta al terrorismo e i diritti civili, per come vengono posti oggi, servono a distrarre rispetto alla questione sociale ed economica".

Renzi ha detto che il prossimo anno sarà quello dei diritti... quali diritti andrebbero tutelati e quali no?


"Come Tsipras, Renzi intende tutelare i diritti civili e legalizzare le unioni omosessuali. Non ci vedo nulla di male, l'allargamento dei diritti è in sè positivo: non fosse che oggi la difesa dei diritti civili è l'alibi per giustificare la distruzione dei diritti sociali. Nel caso italiano, lo stesso che difende i diritti civili 'rottama' quelli sociali (si veda l'art. 18). Resto allievo di Carlo Marx e non di Vladimir Luxuria: la priorità è il lavoro, la priorità sono i diritti delle classi più deboli, i diritti sociali".

2016 crisi economica e la Teoria della Mineta Moderna



Economia di Mosler ( Teoria della moneta moderna )


Economia di Mosler (ME-MMT) o Teoria della Moneta Moderna (Modern Money Theory, MMT) è una teoria economica di stampo keynesiano sviluppata a partire dagli anni ’70 dall’economista statunitense Warren Mosler. Affonda le sue radici nel cartalismo (chartalism in lingua inglese, dal latino “charta” cioè “carta”, in attinenza alla natura della moneta cartacea prevista nel sistema della moneta a corso legale e in contrapposizione con la teoria monetaria del metallismo) e con esso si fa riferimento a una teoria economica che intende descrivere nel dettaglio le procedure e le conseguenze dell’utilizzo della moneta a corso legale rilasciata dallo stato. La teoria economica è sostenuta da alcuni economisti post-keynesiani.

La teoria cartalista fu presentata per la prima volta dall’economista tedesco Georg Friedrich Knapp nel 1895, con l’importante contributo di Alfred Mitchell-Innes. Per alcuni autori la teoria monetaria moderna non fa altro che descrivere il sistema monetario in vigore sin dall’abolizione, avvenuta nel 1971, del sistema aureo.

La teoria ME-MMT viene formulata inizialmente dall’economista americano Warren Mosler, e affonda le sue radici nel cartalismo, del quale è considerata il corpo moderno. Il cartalismo viene elaborato alla fine del XIX secolo dall’economista tedesco Georg Friedrich Knapp, poi ripreso da John Maynard Keynes nel suo Trattato sulla moneta.

Il cartalismo nasce come teoria complementare al circuitismo in quanto in origine essa è pensata per spiegare le cosiddette “interazioni verticali”, ovverosia da settore pubblico a privato e viceversa, mentre la teoria del circuitismo nasce invece per illustrare le cosiddette “interazioni orizzontali”, ovverosia da privato a privato. Nell’ambito di queste ultime è compreso il concetto, derivante dalla scuola orizzontalista, di moneta-credito ossia di moneta sotto forma di credito.

Nello specifico il termine di modern money theory (MMT) viene successivamente coniato dall’economista australiano Bill Mitchell in riferimento a una frase contenuta nel trattato di Keynes. Per queste sue origini, la teoria monetaria moderna è anche definita con il nome di “neo-cartalismo”.

Il principale luogo da dove parte il rilancio moderno della teoria è l’Università del Missouri-Kansas City, ove insegnano Randall Wray, Stephanie Kelton, William Black, Michael Hudson, e dove ha sede il Centro per la Piena Occupazione e la Stabilità dei Prezzi di Warren Mosler.

James Kenneth Galbraith è uno dei più celebri sostenitori della teoria e nel 2010 scrive la prefazione del libro di Mosler intitolato Seven Deadly Innocent Frauds of Economic Policy (it. Le sette innocenti frodi capitali della politica economica).

In Italia
La teoria assume fama internazionale nel 2011, dopo che il giornalista italiano Paolo Barnard inizia a diffonderla sul suolo nazionale sotto il nome originale, ovvero Mosler’s Economics – Modern Money Theory. La ME-MMT diventa così un fenomeno culturale che si traduce nella creazione di diverse associazioni di divulgazione economica presenti in ogni regione, tra cui l’Ass. Naz. ME-MMT, Economia per i Cittadini (Epic), MMT – Alza il Pugno, Rete MMT e diverse altre.

Nel febbraio 2012 il giornalista organizza quello che sarà il più grande convegno di economia della storia, cioè oltre 2.180 partecipanti paganti. La conferenza è stata fatta all’interno del Palazzo dello Sport di Rimini e hanno partecipato accademici MMT dell’Università del Missouri Kansas City, ovvero Mathew Forstater, Stephanie Kelton, Michael Hudson, Marshall Auerback. Hanno partecipato anche l’italiano Nino Galloni e il francese Alain Parguez.

Dopo il lavoro iniziale di Barnard la ME-MMT inizia a diffondersi anche in altri Paesi europei, ad esempio in Bulgaria.

Negli Usa
Nel 2014 la ME-MMT ottiene un successo inaspettato con la nomina dell’economista Stephanie Kelton alla carica di Economista Capo della Commissione Bilancio del Senato Usa.

Secondo la teoria monetaria moderna, una nazione dotata di sovranità monetaria, ossia di moneta a corso legale che è in libera fluttuazione sul mercato valutario e la cui facoltà di emissione è nella pertinenza esclusiva di istituzioni nazionali controllate dallo stato in modo diretto o indiretto e di debito denominato integralmente in tale moneta, non può mai essere costretta a fallire in quanto la sua “capacità di pagamento” (“ability to pay” in inglese) è illimitata parimenti a come è illimitata la sua capacità di stampare moneta. Di conseguenza, non ci sono tetti razionali al deficit e al debito sostenibili da parte di una nazione, poiché essa ha un potere illimitato di finanziare questi disavanzi stampando moneta.

In tale sistema la tassazione non svolge pertanto il ruolo di finanziare la spesa pubblica, bensì di rendere effettivo il controllo dello stato sulla moneta, sulla quantità di massa monetaria circolante e sulla velocità di circolazione della moneta. Potendo così lo stato emettere la propria moneta a volontà, la teoria monetaria moderna sostiene che il livello di tassazione, in specie rispetto alla spesa pubblica, è primariamente non un mezzo di finanziamento delle attività della cosa pubblica bensì uno strumento politico che di fatto regola l’inflazione e la disoccupazione. Pertanto la creazione di deficit o di surplus nel bilancio pubblico è il frutto di una decisione eminentemente di natura politica e non economica da parte dello stato.

Secondo la teoria monetaria moderna, il denaro entra in circolazione attraverso la spesa pubblica. In altre parole, la moneta è prima creata e spesa dallo stato, e solo successivamente avviene l’esazione delle imposte. La tassazione viene impiegata per rendere effettiva l’adozione della moneta a corso legale, conferendole valore mediante la creazione di domanda sotto forma dell’obbligo dell’imposizione fiscale che può essere soddisfatto solo con la valuta nazionale. L’obbligo di pagamento delle imposte con la valuta nazionale, unito alla fiducia e all’accettazione della moneta da parte anzitutto dei cittadini, contribuisce in modo determinante alla conservazione del valore della divisa nel corso del tempo ovverosia al controllo sull’inflazione.

L’affermazione che la moneta è dunque “creatura dello stato” comporta sia che non esiste alcuna ragione affinché la spesa pubblica debba essere coperta da un corrispettivo prelievo fiscale sia che lo stato può spendere senza prima avere incamerato gettito fiscale e che perciò può impiegare tutte le risorse necessarie a incrementare l’attività economica e l’occupazione. Ne consegue che secondo gli economisti della teoria monetaria moderna, tra cui James Kenneth Galbraith, l’emissione di moneta veicolata all’aumento della produzione consente allo stato di fare deficit di bilancio, quasi senza limiti, senza un apprezzabile pericolo di inflazione, sin quando non si arriva al pieno impiego. Essi argomentano inoltre che, durante le fasi di contrazione economica, la sottrazione di massa monetaria circolante, causata da politiche finalizzate all’ottenimento del surplus nel bilancio statale, comporta un impoverimento del sistema produttivo, dei cittadini e delle imprese, che si vedono sottrarre moneta che altrimenti verrebbe usata per alimentare l’economia. Il surplus nel bilancio pubblico rende lo stato un risparmiatore netto e parallelamente rende il settore privato un debitore netto. L’effetto delle politiche statali atte al perseguimento del surplus di bilancio è quindi di forzare il settore privato a indebitarsi riducendo di conseguenza la ricchezza dei cittadini. Viceversa, il deficit nel bilancio statale contribuisce ad alimentare e a garantire la ricchezza del settore privato, e il debito pubblico risultante da questo deficit è pertanto l’espressione del miglioramento delle condizioni economiche dei cittadini. Il deficit e il debito pubblici sono dunque strumenti, a disposizione dello stato, finalizzati al raggiungimento della massima capacità occupazionale e produttiva di una nazione.

La teoria monetaria moderna descrive il risparmio privato come funzionale all’incremento del reddito nazionale. All’aumento del reddito nazionale corrisponde l’incremento del risparmio privato. La spesa statale in deficit ha pertanto il fine di stimolare l’attività economica incrementando così sia il prodotto interno lordo sia il reddito nazionale e perciò anche il risparmio privato. L’attività del settore creditizio nell’ambito della concessione dei prestiti varia in funzione della richiesta di credito da parte dei privati. In situazione di deficit pubblico, lo stato dotato di sovranità monetaria immette moneta nel sistema economico onde finanziare l’acquisto di beni e servizi dai privati e dalle aziende private le quali di conseguenza pagano i loro dipendenti con questo denaro creando perciò un effetto a catena che condiziona la massa monetaria circolante e la velocità di circolazione della moneta. Questo processo tende a ridurre la richiesta di prestiti nei confronti del settore del credito. Si abbassano così anche i tassi di interesse richiesti dal settore del credito per la concessione di prestiti ai privati.

La capacità di emettere moneta onde finanziare il settore pubblico comporta che non vi sia la necessità, da parte del governo, di chiedere denaro in prestito ai sottoscrittori privati di titoli di stato. Di conseguenza, non è affatto necessario che lo stato sia soggetto ad accettare i tassi di interesse imposti dal mercato sulle obbligazioni di debito pubblico. Secondo la teoria monetaria moderna è pertanto una misura facoltativa, e non obbligatoria, il mantenimento del mercato dei titoli pubblici in una nazione dotata di sovranità monetaria.
La teoria monetaria moderna definisce ogni transazione tra il settore pubblico e il settore non pubblico con il termine di “transazione verticale”. All’interno del settore pubblico sono inclusi sia il tesoro sia la banca centrale, mentre il settore non pubblico comprende tutti i soggetti privati tra cui il sistema delle banche commerciali, le aziende, i cittadini. Il settore estero comprende compratori e venditori stranieri.

In qualsiasi periodo di tempo dato, il budget statale può essere o in deficit o in surplus. Un deficit si ottiene quando lo stato spende più di quanto tassa; un surplus si ottiene quando lo stato tassa più di quanto spende. Pertanto, secondo la teoria monetaria moderna, ne consegue che il deficit del bilancio pubblico aggiunge un corrispondente attivo finanziario al settore privato in quanto la presenza di un deficit nel bilancio pubblico segnala che lo stato ha depositato più denaro all’interno dei conti correnti bancari dei privati rispetto a quello che ha sottratto in tasse. Un surplus invece significa l’opposto: in totale, lo stato ha prelevato attraverso le tasse più denaro dai conti correnti bancari dei privati rispetto a quanto ne abbia speso. Dunque, per definizione, i deficit di bilancio sono equivalenti ad aggiungere beni finanziari al netto nel settore privato, mentre i surplus di bilancio rimuovono beni finanziari dal settore privato. Questo è rappresentato dalla formula:

(G-T) = (S-I) – NX

dove G rappresenta la spesa pubblica, T sono le tasse, S sono i risparmi, I gli investimenti e NX è l’esportazione netta.

Di conseguenza, la conclusione tracciata dalla teoria monetaria moderna sulla base di questo assunto è che il risparmio netto dei privati è possibile solo se lo stato realizza deficit di bilancio; in caso contrario, il settore privato è obbligato a fare un “risparmio negativo” (dissaving), cioè a ridurre i propri risparmi, quando lo stato adotta un surplus di bilancio.

La teoria monetaria moderna quindi non sostiene il concetto, supportato invece da alcuni keynesiani, che i surplus di bilancio siano sempre necessari in periodi di alta domanda. In accordo con il sistema delineato sopra, i surplus di bilancio rimuovono i risparmi al netto e, durante un periodo di elevata domanda effettiva, ciò può provocare una dipendenza dal settore del credito, da parte dei privati, al fine di finanziare le proprie abitudini di consumo. 

Più precisamente, la teoria monetaria moderna suggerisce che una situazione di persistente deficit di bilancio è necessaria onde conseguire una crescita economica costante nel tempo evitando contemporaneamente il pericolo deflativo. La teoria monetaria moderna afferma altresì che solamente nel caso in cui l’economia disponesse di una eccessiva domanda aggregata e si trovasse in una situazione di effettivo rischio inflazionistico (in caso, cioè, di boom economico) sarebbe dunque indispensabile ridurre il deficit pubblico perseguendo una politica di surplus.

La teoria monetaria moderna ritiene che l’analisi e la comprensione dell’uso delle riserve contabili sia cruciale per capire le interazioni tra settore pubblico e privato. Per questo la teoria monetaria moderna presta particolare attenzione alla realtà operativa delle interazioni tra il governo, la banca centrale e il settore bancario commerciale.

In una nazione dotata di sovranità monetaria, di solito il tesoro detiene un conto corrente presso la banca centrale. Tramite questo conto corrente il tesoro spende, riceve tasse e altri afflussi. Inoltre tutte le banche commerciali hanno similarmente un conto corrente all’interno della banca centrale. Questo permette al settore bancario commerciale di gestire le proprie riserve, che sono la quantità di denaro disponibile a breve termine detenuta da ciascuna banca commerciale.

Sicché, quando lo stato spende, la banca centrale addebita il corrispettivo sul conto corrente del tesoro. A sua volta, il tesoro deposita questo denaro all’interno dei conti correnti dei privati e perciò all’interno del sistema bancario commerciale. Questo afflusso va quindi ad incrementare le riserve totali del settore bancario poiché l’emissione di questo debito pubblico corrisponde a una equivalente immissione di moneta nel sistema economico privato. La tassazione, invece, lavora esattamente al contrario: si drenano risorse e perciò i conti correnti dei privati vengono gravati di un debito verso la pubblica amministrazione, facendo di conseguenza scendere le riserve del sistema bancario commerciale.

Virtualmente tutte le banche centrali impostano un target per il tasso di interesse. Per conseguire tale obiettivo una banca centrale non ha alcun’altra scelta, secondo la teoria monetaria moderna, se non di intervenire attivamente all’interno delle operazioni bancarie commerciali.

Nella maggior parte delle nazioni le riserve delle banche commerciali depositate presso la banca centrale devono avere un bilancio positivo alla fine di ogni giorno; in altre nazioni la quota soggetta a tali requisiti è denominata in proporzione ai passivi detenuti da una banca (ad esempio i depositi dei clienti). Reserve requirement (obbligo di riserva) è il nome usato per definire questi requisiti. Alla fine di ogni giorno, una banca commerciale deve esaminare la situazione finanziaria delle riserve presenti nei propri conti correnti. Quelle banche che sono in deficit hanno l’opzione di chiedere in prestito, alla banca centrale, i fondi richiesti al mantenimento del reserve requirement, alla quale pagano un tasso di interesse attivo (talvolta chiamato anche tasso di sconto) sulla cifra prestata. D’altro canto, le banche che hanno riserve eccedenti possono semplicemente lasciare tali eccedenze all’interno della banca centrale e guadagnare un tasso di sostegno (support rate) da questo deposito. Qualche nazione, come il Giappone, ha un tasso di sostegno pari a zero.

Quando una banca ha più riserve di quelle necessarie a sostenere il reserve requirement, essa cerca di vendere queste sue riserve extra a banche che sono in deficit. Questo atto di compravendita è conosciuto come prestito sul mercato interbancario. La banca in surplus cerca di guadagnare un tasso più alto rispetto al tasso di sostegno che la banca centrale paga sulle riserve; d’altra parte le banche in deficit vogliono pagare un tasso più basso rispetto al tasso di sconto che le banche centrali richiedono per il prestito e che è notoriamente alto. Così si presteranno riserve tra di loro finché ogni banca avrà raggiunto il reserve requirement. In un sistema bilanciato, dove cioè vi sono abbastanza riserve totali disponibili per tutte le banche onde fare fronte alle richieste di prestito dei privati, il target a breve termine per il tasso di interesse è a metà tra il tasso di sostegno e il tasso di sconto.
D’altra parte la teoria monetaria moderna sottolinea che la spesa governativa ha un effetto su questo procedimento. Se, in un certo giorno, lo stato spende più di quanto tassa, gli attivi finanziari al netto sono di conseguenza inseriti all’interno del sistema bancario. Questo porta a un surplus delle riserve all’interno di tutto il sistema.

In questo caso, il tentativo di vendere le riserve eccedenti forza il tasso di interesse a breve termine verso il basso in direzione del tasso di sostegno (o a zero, nel caso in cui il tasso di sostegno non sia previsto). Ciò comporta che quando c’è un surplus nel sistema, e tutte le banche possono sostenere il proprio obbligo di riserva, non ci sarà domanda per queste riserve in surplus. Il tasso di interesse che le banche applicano sulle riserve cadrebbe quindi verso il tasso di sostegno: a questo punto le banche in surplus manterrebbero le riserve all’interno della banca centrale e ne guadagnerebbero il tasso di sostegno. La teoria monetaria moderna ritiene pertanto che la teoria tradizionale del crowding out (cosiddetto effetto spiazzamento ma più letteralmente “sfollamento”), secondo la quale la spesa governativa è considerata causa del rialzo dei tassi di interesse, è necessariamente sbagliata. La spesa governativa, secondo la teoria monetaria moderna , porta il tasso di interesse a breve termine ad abbassarsi. La teoria monetaria moderna sottolinea tuttavia che obbligazioni a lungo termine come i titoli pubblici a lunga scadenza possono influenzare la struttura temporale, cioè il termine, dei tassi di interesse. In situazioni di incertezza economica, ad esempio, il debito a lungo termine può non essere desiderato dal mercato, e ciò può comportare che per questo particolare tipo di debito vengano richiesti alti interessi influenzando di conseguenza la curva dei rendimenti. Per ovviare a questo fenomeno, gli economisti della teoria monetaria moderna argomentano dunque che è preferibile che lo stato eviti totalmente di emettere titoli pubblici a lungo termine e pertanto che lo stato possa anche limitarsi unicamente alla emissione di obbligazioni a breve termine. Oppure, in alternativa, al fine di eliminare ogni possibile rischio connesso all’utilizzo di tali strumenti finanziari, lo stato può altresì decidere di smettere del tutto di effettuare qualsiasi nuova emissione di titoli e obbligazioni.

Il caso opposto si verifica quando lo stato riceve più tasse in un particolare giorno rispetto a quanto spende. In questa circostanza l’eventualità che un deficit di riserve si manifesti in tutto il sistema diviene concreta. Come risultato, i fondi in surplus saranno richiesti sul mercato interbancario e di conseguenza il tasso di interesse a breve termine salirà verso il tasso di sconto. Quindi, se la banca centrale vuole mantenere un tasso di interesse a metà tra il tasso di sostegno e il tasso di sconto, essa deve intervenire regolando la liquidità complessiva presente nel sistema onde assicurarsi che la giusta quantità di riserve nel sistema bancario sia sempre mantenuta.

La banca centrale può fare questo tramite una transazione verticale, ad esempio comprando e vendendo titoli pubblici all’interno del mercato aperto. Il giorno in cui le riserve presenti nel sistema bancario sono in eccesso, la banca centrale può dunque intervenire emettendo moneta anche sotto forma di titoli pubblici, e quindi anche vendendo titoli di stato, rimuovendo di conseguenza riserve dal sistema bancario allorquando i singoli privati muovono i loro fondi per pagare l’acquisto di tali titoli. Il giorno in cui, viceversa, le riserve presenti nel sistema bancario sono insufficienti, la banca centrale può acquistare titoli pubblici detenuti dai singoli privati aggiungendo di conseguenza riserve al sistema bancario. È importante notare che la banca centrale può acquistare titoli semplicemente creando moneta senza ricevere in alcun modo finanziamenti. Si tratta di una iniezione di riserve direttamente all’interno del sistema bancario. Come risultato, la teoria monetaria moderna implica che la banca centrale di una nazione sia incapace di influenzare le decisioni inerenti alla spesa pubblica. Se una banca centrale vuole conseguire il proprio target nei confronti del tasso di interesse, essa può quindi comprare e vendere titoli di stato all’interno del mercato aperto per mantenere la giusta quantità di riserve nel sistema.

La teoria monetaria moderna definisce ogni transazione endogena al settore privato, incluso il sistema bancario commerciale, con il termine di “transazione orizzontale” descrivendo così il ruolo del prestito anche all’interno del sistema bancario.

Per la teoria monetaria moderna, i prestiti bancari creano sempre un debito e un deposito di uguali dimensioni. Di conseguenza, la quantità al netto dei beni finanziari (depositi e passività) non può essere modificata attraverso operazioni bancarie. Ovviamente i depositi creati attraverso l’attività bancaria del prestito aumentano la disponibilità di moneta. Successivamente questi depositi possono defluire da una banca all’altra e ciò deve essere bilanciato alla fine della giornata per soddisfare l’obbligo di riserva. Tuttavia è bene ribadire che le banche commerciali non possono creare beni finanziari senza creare una corrispondente passività in quanto solo il settore pubblico – nello specifico, la banca centrale – è capace di fare questo. (Vedasi, in proposito, le transazioni verticali)

Come conseguenza, la teoria monetaria moderna rifiuta la nozione tradizionale del moltiplicatore monetario secondo la quale la capacità creditizia bancaria è completamente vincolata sia ai depositi bancari sia ai requisiti di capitale. La teoria monetaria moderna non afferma che la disponibilità di asset monetari della singola banca sia completamente irrilevante e non influenzi le sue decisioni in merito alla concessione del credito; ovviamente ciascuna banca pondera i possibili effetti, in termini di rapporto costi – benefici, nel prestare denaro al di là delle proprie riserve creditizie anche in relazione all’onere da corrispondere per prendere a prestito tali fondi dal mercato interbancario o dalla banca centrale al fine di rispettare i necessari requisiti di capitale. In questo ambito il netto contrasto tra le teorie economiche mainstream e la teoria monetaria moderna si evidenzia nel fatto che essa afferma che la capacità creditizia di una banca è potenzialmente infinita. Le decisioni riguardanti la concessione di credito da parte delle banche commerciali si basano quindi esclusivamente sulle previsioni inerenti alla capacità pagatoria del richiedente e alla redditività – i requisiti di capitale sono solo uno dei fattori condizionanti la redditività generabile dall’operazione.

La teoria monetaria moderna considera le importazioni e l’esportazioni all’interno dell’ambito delle transazioni orizzontali, sostenendo che una esportazione rappresenta la volontà della nazione esportatrice di acquistare valuta della nazione importatrice. Il seguente esempio ipotetico è coerente con ciò che accade nel mercato valutario FX e può essere utilizzato, per illustrare le basi della teoria, sull’import-export:

“Un importatore australiano (A) deve pagare per alcuni beni giapponesi. L’importatore andrà in banca e chiederà di trasferire 1000 yen sul conto corrente giapponese della azienda giapponese (B) dell’importatore rivolgendosi al mercato valutario FX. Troverà un individuo (C) che vuole scambiare 1000 yen per 100 dollari australiani. Così trasferisce i 100 dollari australiani a C. Poi prende i 1000 yen e li trasferisce sul conto corrente bancario dell’azienda giapponese esportatrice.”

In questa maniera, la transazione è completa. Chi ha reso la transazione possibile (ossia con un prezzo accettabile per l’importatore) è stato C in qualità di mediatore per lo scambio valutario. Quindi la teoria monetaria moderna deduce che l’importazione sia stata resa possibile dalla richiesta di valuta straniera ossia dal desiderio del possesso di tale valuta, e ne conclude che le importazioni sono un beneficio economico per la nazione importatrice poiché le vengono consegnati beni reali consumabili che in altra maniera non sarebbe stato possibile ottenere.

Le esportazioni sono, d’altro canto, un costo economico per la nazione esportatrice in quanto essa cede beni reali che, viceversa, avrebbe potuto consumare. La teoria monetaria moderna non trascura, comunque, il fatto che la nazione importatrice ha dato parte della sua moneta in mano straniera, e il possesso di questa moneta rappresenta un futuro diritto sui beni della nazione importatrice. Questo diritto futuro è, in pratica, una opzione d’acquisto sui beni della nazione importatrice che pertanto può in avvenire ritrovarsi a cedere beni propri. Cessioni, queste, che come sottolineato più sopra sono un costo. Inoltre la teoria monetaria moderna non sottovaluta che importazioni di merci a basso prezzo possano causare il fallimento di aziende locali che realizzano beni simili ma a costi più alti generando di conseguenza disoccupazione.
Una buona parte degli economisti della teoria monetaria moderna etichettano questa considerazione come facente parte di un discorso soggettivo basato sul valore e non sull’economia: sta alla nazione, in altri termini, decidere di considerare i benefici di un import a basso costo per merci di uno specifico settore piuttosto che la conseguente perdita d’impiego nazionale in quel particolare settore. La teoria monetaria moderna non ignora, altresì, l’effetto di una sovrabbondanza di beni disponibili con una domanda estremamente poco elastica quali il petrolio ad esempio, ed è coerente con la teoria monetaria moderna che una nazione, in gran parte dipendente dalle importazioni, possa esperire uno shock causato dalla carenza di beni se il livello di interscambio commerciale diminuisce in maniera significativa. Uno dei compiti delle banche centrali può e deve quindi essere lo scambio monetario sul mercato valutario FX al fine di evitare ripercussioni eccessive sui tassi di cambio tra le divise.
Pertanto una importazione al netto crea il possesso straniero della propria moneta. Tuttavia è importante rilevare come in realtà la moneta non lasci mai effettivamente la nazione importatrice. Il possessore straniero della moneta locale può sia spenderla nell’acquisto di beni locali sia depositarla nel sistema bancario locale. In ambedue queste prospettive, il denaro finisce nel sistema bancario locale. Alla stessa maniera, e concordemente con quanto già illustrato precedentemente, anche nel caso in cui il possessore straniero della moneta locale acquisti titoli pubblici denominati in tale moneta e rilasciati dalla nazione emettente questa stessa moneta, il denaro versato alla maturazione del titolo pubblico non può che ritornare, in ultima analisi, nella nazione di emissione come se fosse ivi sempre rimasto. (Le banche possono tuttavia concorrere tra loro al fine di attrarre questo denaro emettendo strumenti finanziari, quali obbligazioni e titoli, rivolti al mercato estero. Questo fenomeno è definito con il termine di offshore funding.)
È da evidenziare come l’assunzione, da parte dello stato, di debito denominato in divise estere sia, secondo la teoria monetaria moderna, un effettivo rischio economico per la nazione così indebitata giacché essa non può creare valuta straniera. Di conseguenza, per riuscire a pagare questo debito entro la sua maturazione, è necessario assicurarsi che durante tale periodo la domanda estera della propria moneta sia sempre elevata e costante. Un collasso del tasso di cambio valutario potrebbe potenzialmente moltiplicare il debito più volte in maniera asintotica, rendendone impossibile l’estinzione.
La difficoltà nel pagamento di questo debito può portare la nazione al fallimento. Lo stato può anche tentare l’adozione di una strategia basata sull’export oppure di effettuare un aumento del tasso di interesse onde attrarre investitori stranieri verso la propria moneta. Ognuna di queste scelte comporta ripercussioni negative sull’economia.
La crisi del debito, iniziata nel 2009 nelle nazioni denominate “PIIGS”, riflette questo rischio in quanto Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna, Grecia hanno emesso debito in una moneta praticamente a loro straniera – l’euro – che sono impossibilitati a creare essi stessi.
Sulla base degli aspetti descrittivi esposti, autori e fautori della teoria monetaria moderna indicano una serie di metodologie per gestire l’economia. Queste indicazioni spaziano lungo tutto il panorama politico, dalle garanzie sul lavoro appoggiate dalla sinistra ai tagli delle tasse tradizionalmente appoggiati dalla destra.
I cartalisti sostengono che il sistema della moneta a corso legale sia preferibile al sistema della moneta merce. Nel sistema della moneta a corso legale è possibile per il governo spendere a deficit stimolando il mercato in modo altrimenti impossibile in un sistema basato sulla moneta merce. Essi affermano inoltre che i sistemi a moneta unica, come ad esempio l’euro, creano squilibri commerciali determinanti instabilità economica che alla fine sfocia in un sistema monetario impraticabile.
Per i cartalisti la garanzia occupazionale è il metodo migliore di conseguire il pieno impiego e la stabilità dei prezzi. In altri termini lo stato si fa carico di assicurare, tramite l’offerta di posti di lavoro solitamente a salario minimo nel settore pubblico, una occupazione a tutti i cittadini di modo tale che questo sistema funga da misura tampone di stabilizzazione automatica per l’economia nel suo complesso. La garanzia occupazionale difatti agirebbe in modo elastico e anticiclico, pertanto alla sua diminuzione si ridurrebbe il deficit rallentando la corsa di una economia in piena accelerazione e alla sua espansione si aumenterebbe il deficit stimolando le economie depresse.
Alcuni tra i principali sostenitori della teoria monetaria moderna, come Warren Mosler, propongono ampie riduzioni fiscali o una completa sospensione delle tasse (tax holiday) in caso di alta disoccupazione e bassa crescita economica. Secondo la teoria monetaria moderna, ridurre la pressione fiscale può favorire la ripresa sia dell’economia che dei consumi aumentando così produzione e occupazione.
La teoria ha ricevuto ampie critiche da una vasta gamma di scuole di pensiero economico. L’economista neo-keynesiano e premio Nobel Paul Krugman ritiene che la visione, propugnata dalla teoria monetaria moderna, secondo cui il deficit non sia importante fino a quando si ha una propria valuta è “semplicemente non corretta”.
Gli economisti che sostengono la teoria monetaria moderna hanno risposto sottolineando come le posizioni critiche tradiscano una incomprensione della teoria. Sebbene i critici rappresentino spesso la teoria monetaria moderna come sostenitrice dell’idea che “i deficit non contano”, gli autori cartalisti hanno espressamente affermato che questo non è un principio contenuto nella teoria.
L’economista della scuola austriaca Robert P. Murphy afferma che “l’immagine del mondo descritta dalla teoria monetaria moderna non è all’altezza delle aspettative” e che tale descrizione sembra essere “totalmente sbagliata”. Daniel Kuehn, ricercatore associato del Centro Lavoro, Servizi Umani e Popolazione presso l’Urban Institute di Washington D.C., manifesta piena sintonia con l’opinione di Murphy, affermando che “l’economia non è la contabilità” e che “confondere pareggio di bilancio e leggi comportamentali è cattiva economia”.
In specie la critica di Murphy è illustrata con un esempio ipotetico nel quale Robinson Crusoe vive in un mondo senza sistema monetario, dimostrando come sia possibile per Crusoe risparmiare tramite entrate precedenti e accertando così che, nonostante ciò che gli economisti della teoria monetaria moderna sostengono, il deficit pubblico non è necessario al risparmio. Gli economisti cartalisti hanno però sottolineato che i principii cardine della teoria monetaria moderna hanno come scopo fondamentale quello di descrivere l’economia di un stato dotato di sovranità monetaria.
Murphy inoltre contesta la teoria monetaria moderna in quanto egli ritiene che i titoli pubblici non siano patrimonio netto per il settore privato nel suo complesso dal momento che il titolo potrà essere riscattato solo alla sua maturità cioè solo dopo che il governo “avrà raccolto i fondi necessari provenienti dallo stesso gruppo di contribuenti in futuro”.
In risposta a questa osservazione i proponenti della teoria monetaria moderna evidenziano come il pagamento degli interessi sui titoli pubblici non debba necessariamente derivare dalle tasse, poiché gli acquisti di questi titoli possono avvenire attraverso la creazione di moneta piuttosto che per mezzo della tassazione.
Brad DeLong, ex membro della presidenza Clinton e professore di economia alla Berkeley, ha suggerito che la teoria monetaria moderna non sia una teoria bensì una tautologia, cioè un’affermazione vera per definizione, quindi fondamentalmente priva di valore informativo.
Alcuni critici hanno dichiarato che la teoria monetaria moderna “ignora le lezioni della storia” ed è “fatalmente imperfetta”.
Eladio Febrero Paños, professore di economia presso l’Università di Castiglia-La Mancia, sottolinea come la moneta moderna tragga il suo valore intrinseco dalla sua capacità di annullare l’indebitamento privato delle banche, in particolare in qualità di moneta a corso legale, piuttosto che nel pagamento dell’imposizione fiscale. Tuttavia non è chiaro se questa sia una critica, dal momento che le banche fanno completo affidamento sul servizio monetario offerto dallo stato e sulla moneta da esso scelta come divisa attraverso il sistema bancario centrale.
fonte wikipedia

2016 crisi economica, la Moderna Teoria Monetaria spiegata alle mamme


LA MODERNA TEORIA MONETARIA SPIEGATA ALLE MAMME
Postato il Lunedì, 20 giugno @ 08:05:00 BST di supervice
 
 

DI PAOLO ROSSI BARNARD
New Economic Perspectives

Introduzione

Il post che segue propone l'esempio di come potrebbe essere comunicata alla gente comune che sta là fuori l'enorme complessità della “modern money theory” (MMT) all'interno dei contesti politici e storici. L'abbiamo chiamata la "MMT spiegata alle mamme" proprio per questo motivo.

Questo sforzo non è di poca importanza, dal momento che senza una nuova visione economica e senza il sostegno popolare per la nostra visione dell'economia, non potremo mai avere forza sufficiente per spingere la MMT oltre le barriere del potere politico.

L'autore di questo post è un giornalista italiano e sostenitore della MMT, Paolo Rossi Barnard. Naturalmente non si tratta di un’analisi definitiva e invitiamo i nostri blogger e lettori a esprimere commenti e contributi a questo essenziale sforzo comunicativo.


Sappiamo tutti che milioni di persone e di famiglie stanno in questo momento soffrendo inutilmente per le follie dell'attuale dogma economico. Gli deve essere detto che c'è un'alternativa al sistema attuale che può salvare la vita, i risparmi e anche la nazione: si chiama MMT ed è una cosa autorevole, ma questo è stato negato da una ristretta élite di intermediari del potere. La gente comune questo lo deve sapere, perché una volta evidenziò Noam Chomsky, "quando la gente è a conoscenza delle ingiustizie, prima o poi si organizza per impedirle. Lo ha sempre fatto."

 L’MMT spiegato alle mamme
Questo potrebbe cambiare lo stato del vostro benessere e di quello dei vostri figli come mai è avvenuto fino ad ora e riguarda quello che il governo avrebbe dovuto fare per voi, per il lavoro, la casa, il reddito, l’istruzione e la salute. Vi dico perché non lo ha fatto e come si potrebbero cambiare le cose. Oggi è estremamente importante per tutti noi, per la gente comune. Non stiamo sprecando il vostro tempo con delle teorie ridicole. Quello che segue è autorevole, nasce da una ricerca accademica di alto livello. L'abbiamo semplificata per voi.

Ancora una cosa: non siamo politici, non siamo né la sinistra né la destra. Crediamo solo che alla gente dovrebbe essere raccontato che cosa c'è veramente di sbagliato nell'economia, che dovrebbe essere il loro sostentamento. Con il popolo americano la verità funziona.

Chiedetevi: Qual è lo scopo del governo?

La risposta ovvia è quella di governare il paese, d’accordo. C'è altro? Sì, il governo dovrebbe prima di tutto prendersi cura del suo popolo, giovani, lavoratori e anziani, fornendo una buona istruzione, buoni posti di lavoro e delle garanzie quando le persone ne sono prive per una qualsiasi ragione. Questo è quello che veramente dovrebbe fare il governo.

Il governo lo fa?

No. Abbiamo ancora una disoccupazione dilagante, la sottoccupazione, la mancanza dell'assistenza sanitaria per milioni di poveri e di una buona formazione per tantissimi bambini, oltre a tanti altri mali. Lo potrebbe fare il governo fare? Se lo potrebbe permettere?

Sì, facilmente, e noi vi spiegheremo perché.

Quindi, perché il governo non l'ha mai fatto?

Perché le aziende private, le grandi banche e i super-ricchi sapevano che, se il governo avesse utilizzato i suoi poteri monetari (il dollaro USA) per prendersi cura di noi - il popolo -, avrebbero perso. Perso cosa? La fetta più grande della ricchezza nazionale con i suoi privilegi, e anche milioni di lavoratori precari, da utilizzare come manodopera a basso costo per i loro profitti. Infine, avrebbero perso il controllo sulla politica.

Così hanno organizzato una rete di lobby, i grandi media, e soprattutto una miriade di teorie economiche che il governo ha fatto proprie e che lo hanno distolto dalla spesa da destinare a noi tutti. In questo modo i poteri hanno aumentato la fetta della torta a loro disposizione, ma hanno anche impedito alla stessa torta di crescere: è come se avessero ucciso la gallina dalle uova d'oro e per questo la torta del benessere patrimoniale degli Stati Uniti, alla fine, è semplicemente più ridotta. Sta succedendo questo negli ultimi quarant’anni.

Non si tratta di un complotto, è semplicemente la realtà del potere politico negli Stati Uniti e anche altrove. Vi stiamo dicendo che la disoccupazione e la mancanza del benessere non dovrebbero esserci nell'America moderna. Sono stati usati come strumento politico per impedire ai cittadini di controllare una quota troppo consistente della ricchezza nazionale e del potere politico, con l'aiuto del loro governi.

Basti pensare: se la maggior parte di noi fosse bloccata per tutta la vita nella lotta per la sopravvivenza, non potremmo nemmeno cominciare a pensare di gestire o controllare proprio nulla. Diventeremmo cittadini di serie B, noi non conteremmo niente. E noi non contiamo affatto. Capite ora perché i potenti ci hanno sempre detto che un grande Governo è il male? Certo, è male per loro. Ecco invece ciò che il governo avrebbe potuto fare, quello che potrebbe ancora fare.

In primo luogo, il governo americano potrebbe retribuire ogni disoccupato con uno stipendio che gli rende possibile vivere, anche a quelli che attualmente hanno un salario bassissimo. Ha tutti i soldi del mondo per farlo, perché il nostro governo possiede il dollaro USA e può pagare qualsiasi salario voglia (sotto vi darò una semplice spiegazione). Voi chiederete: non questo non provocherebbe un aumento del già enorme debito pubblico? No, per niente, semplicemente perché una classe lavoratrice americana ben pagata può creare tanta nuova produzione, nuove infrastrutture, nuovi investimenti e nuovi servizi che forniranno più ricchezza nelle tasche degli americani e nelle casse del suo governo. Si tratta di una spesa pubblica che finirebbe per pagare in gran parte sé stessa, a beneficio di tutti. Non c'è bisogno d'aver paura di un debito ingente. In secondo luogo, il governo potrebbe pagare adeguati servizi per tutti gli americani, vale a dire una copertura sanitaria universale, una buona istruzione, l’assistenza sociale per i bisognosi e gli anziani e un buon sistema pensionistico. Di nuovo, non provocherebbe ulteriore debito a Washington, perché ci renderebbe di nuovo migliori lavoratori, migliori studenti e anziani meno bisognosi.

In sintesi: saremmo una nazione ancora più competitiva che crea valore invece di sprecarlo per problemi sociali gravissimi. E una società dove il senso di sicurezza sostituisce il dolore e la paura porta a meno mali sociali, a meno disintegrazione della famiglia, a meno criminalità. Suona bene, vero? Ma il governo ha davvero tutti questi dollari da spendere per noi? Una risposta molto semplice. Chiedetevi: chi dà al governo degli Stati Uniti i suoi dollari? Siamo noi? Possiamo noi cittadini stampare i dollari? No. Possono le aziende stampare i dollari? No. Possono le banche stampare i dollari? No. I cittadini, le aziende e le banche possono utilizzare solo i dollari già esistenti. Non fatevi ingannare: quando leggete di aziende che hanno fatto fortuna, tutto quello che è successo in realtà è che una massa di dollari già esistenti si è semplicemente spostata da tanti luoghi o depositi nelle casse di quelle aziende. In alcuni casi, nuova moneta è creata da enti privati, ma viene sempre compensata dallo stesso ammontare di debito privato da qualche altra parte; quindi, non è stato creato nessun aumento di moneta.

E quando il nostro governo vende i propri titoli e qualcuno li compra avviene la stessa cosa: i dollari già esistenti si spostano da un luogo all'altro. Quindi, chi è colui che crea una nuova emissione di dollari, allora? Solo il nostro governo può farlo. Lo fa presso la Tesoreria e alla Federal Reserve.
Pensate in questo modo: il governo crea dollari mettendo la sua firma su pezzi di carta (banconote e obbligazioni), oppure sui trasferimenti di moneta elettronica. Può mai essere a corto della propria firma?
Ha bisogno di prenderli in prestito da qualcun altro? Ha bisogno di tassare la gente per riavere quelle firme che lui ha creato? No, certo che no.

Quindi, per ricapitolare: il governo crea nuovi dollari, non deve mai prenderli a prestito, non può mai finirli, non ha bisogno di tassare nessuno per questo. E così può usare i suoi dollari per fare qualsiasi cosa voglia, come creare occupazione per tutti noi, educare tutti noi, prendersi cura di tutti noi. E non dimenticate: questa forma di spesa del governo finisce per pagarsi in gran parte da sola, a causa del circolo virtuoso della nuova ricchezza nazionale netta che crea.

E questo non richiede super-tasse per nessuno. In realtà, tutto funziona proprio come se il governo ci desse più dollari di quanti ne preleva con la tassazione.

Si combatte anche l'inflazione grazie a tutte le cose nuove che saranno prodotte e così il governo riuscirà a smettere di aumentare la sua spesa (oppure ulteriori emissioni di dollari) quando tutti noi avremo più posti di lavoro.

Quindi, si può chiedere: cosa è tutta questa frenesia sul debito pubblico e sul deficit?

Debito e deficit sono il modo normale per mandare avanti un'economia, nella storia americana sono sempre esistiti e non ci ha fatto mai fallire. Il panico è in gran parte una manovra architettata dalle élite corporative, dai loro economisti e dai loro grandi media. Ricorda: dovevano impedire al governo e ai suoi cittadini di acquisire una fetta troppo grande della ricchezza nazionale.

Così, fra le altre cose, hanno elaborato un brillante slogan: il bilancio del governo funziona proprio come il bilancio delle vostre famiglie, per essere a posto il governo deve guadagnare più di quello che spende e non deve spendere più di quanto guadagna. Hanno detto che, così come il debito familiare è una cosa cattiva, anche quello del governo lo è. Hanno condizionato tutto questo da un’economia mainstream con le loro persone, i professori, posizionati in tutte le migliori università e che spesso sono anche consiglieri del governo. Vi sembra ragionevole, giusto? Sì, così tanto che ci siamo cascati e il governo ha cominciato a preoccuparsi del debito e del deficit e ha così tagliato le spese che avrebbero fatto vivere meglio tutti noi.

E le conseguenze sono state disastrose. Ma aspettate: vi ricordate che il governo crea i dollari a propria volontà? Lo può fare una famiglia americana? Certo che no, punto. Ma il governo e una famiglia possono avere le stesse regole di bilancio? Il debito della famiglia deve essere pareggiato da dollari che sono guadagnati da qualche altra parte, di solito con duro lavoro. Voi non coltivate biglietti verdi nel vostro giardino. E se non si riesce a guadagnarli, allora siete in guai grossi. Quindi sì, si dovrebbe essere molto attenti ai debiti. Niente di tutto questo si applica al governo perché, come abbiamo detto, per ottenere i dollari si deve affidare sempre e solo su sé stesso e li crea dal nulla, dalla Tesoreria e dalla Federal Reserve. Pensate: se si potessero creare i dollari per ripagare i debiti, vi preoccupereste mai dei debiti e del deficit? Ok, avete capito bene.

È proprio per questo motivo che tutta questa frenesia per il debito pubblico degli Stati Uniti è solo una semplice bugia, architettata dalle élite delle grandi compagnie per raggiungere i propri obiettivi.

E guardate: l'America più ricca che noi abbiamo mai conosciuto, cioè il sogno americano che è affiorato dopo la II Guerra Mondiale, aveva un passivo enorme, eppure siamo diventati una super-potenza mondiale che ha diffuso la sua ricchezza dappertutto, Europa inclusa.

Questo per quanto riguarda l'isteria da deficit, in realtà è stato creato per consentire ai conservatori di eliminare quei programmi sociali che beneficiano l’americano medio. Dovete capire che questo non è una questione di Repubblicani o Democratici; entrambe le parti hanno unito le forze per tagliare i programmi in modo da favorire i loro amici di Wall Street, che pensano sia meglio se si è poveri e disoccupati.

In conclusione.

Vi rendete conto di quello che avete appena letto? Sì, la disoccupazione e la sottoccupazione universale non dovrebbe. Sì, il benessere per tutti è possibile. Sì, tutto questo sarebbe potuto provenire dalla spesa pubblica a deficit senza alcun tipo problema. In realtà, a lungo andare potrebbe perfino rendere l'America più ricca. Pensate a tutte le sofferenze che il sistema attuale invece genera, il trasferimento di milioni di famiglie dignitose in tutto il paese. E a quale scopo? Solo per garantire che alcune piccole élite super-ricche siano in grado di controllare la maggior parte della nostra ricchezza comune. È scandaloso.

Ecco cosa si può fare per reclamare ciò che dovrebbe essere nostro. Chiunque lo può fare.

In primo luogo, possiamo cercare di farvi capire quello che provoca tutto questo per spiegarvi perché quanto detto prima è davvero possibile e vi daremo le fonti autorevoli accademiche nel caso in cui lo voleste. Poi la cosa immediata che dovreste fare è quella di sfidare il vostro rappresentante nel Congresso con una semplice lettera o e-mail per dirgli/le: "Io e la mia famiglia siamo per la piena occupazione, per la stabilità dei prezzi, per un deficit utile alla gente, come qui proposto dall’economista (l’url del NEP). Aprite una discussione al Congresso, è vitale per noi, cittadini comuni americani. Altrimenti si potrà scordare del nostro voto." Quindi, per ricapitolare: gli americani e le famiglie americane hanno sofferto inutilmente per decenni per l’avidità di pochi e per l’ignoranza dei politici, e le cose stanno peggiorando di giorno in giorno. È ora di fermarli. Costringiamo il governo a fare correttamente il proprio lavoro. 

2016 crisi economica, uscire dal cretinismo degli euroimbecilli si può basta applicare la Nuova Teoria Economica

EUSTOPIA / Elido Fazi

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Laurea in Economia e poi Master in Economics dell’Università di Manchester. Dal 1977 al 1979 lavora presso Ford a Londra. Nel 1979 è giornalista per Business International. Nel 1987 diventa Vice Presidente for Southern Europe dell’Economist Intelligence Unit. Nel 1993 fonda Business Italy. Nel 1994 fonda la Fazi Editore. Tra i suoi autori John Fante, Gore Vidal, il Premio Pulitzer Elizabeth Strout, gli economisti Jacques Attali, Robert Reich, George Soros. E' blogger dal 2012.


Si può lasciare l’euro e adottare la teoria monetaria moderna?


James K. Galbraith
James K. Galbraith

Ringrazio Ricky che mi ha segnalato il manifesto “Non Eravamo i PIIGS. Torneremo Italia”. Il documento, preparato dagli economisti Warren Mosler (uno dei più conosciuti fautori della Moderna Teoria Monetaria), Mathew Forstater, Alain Parguez e il giornalista eretico italiano Paolo Barnard, propone un ritorno unilaterale dell’Italia alla lira e una messa in pratica nel nostro paese delle tesi della scuola economica che si rifà alla Modern Monetary Theory (MMT). Dirigo, insieme al teologo Vito Mancuso, una collana di teologia che si chiama “Campo dei Fiori” in onore di Giordano Bruno. Ho simpatia per gli eretici come Barnard, anche se su molti punti, alcuni cruciali, non sono d’accordo con lui. Ma devo riconoscergli che, al contrario di molti altri, lui cerca di andare oltre i soliti conformistici articoli sulla crisi che leggiamo troppo spesso sui giornali italiani (e anche su quelli stranieri).
Poiché la tesi dell’uscita della lira dall’Euro è legata alle teorie della Moderna Teoria Monetaria, bisogna cercare di capire che cos’è quest’ultima, portata avanti soprattutto dalla sinistra del Partito Democratico americano (tra i suoi più accesi sostenitori c’è l’economista James K. Galbraith, docente di Scienza delle Finanze all’università del Texas, figlio del celebre economista John Kenneth Galbraith, il più grande studioso della crisi del ’29, consigliere, non si sa se ascoltato o meno, di Barack Obama).
Essendo una teoria propugnata da quella parte della sinistra americana che si è battuta affinché fosse eletta Janet Yellen alla guida della Federal Reserve (a proposito, c’è qualcuno che ha capito il sacro mistero del perché Obama preferisse Lawrence Summers, noto trafficante di Wall Street, consulente di hedge fund, ispiratore della nefasta politica di deregulation sotto la presidenza Clinton, alla Yellen, che ha sempre lavorato nel pubblico e a Wall Street non ha mai messo piede?), solo per questo andrebbe presa molto sul serio anche dalla sinistra nostrana, sia quella renziana che quella cuperliana o lettiana, che sulle questioni economiche è ancora danneggiata pesantemente dalla disastrosa decisione di sposare le teorie neoliberiste, proprio nel periodo in cui la MMT cominciava ad affermarsi, all’inizio degli anni Novanta.
Mi sembra che sia una teoria che dovrebbe essere senz’altro sposata dalla sinistra, poiché mette al primo posto come suo obiettivo la creazione di posti di lavoro. Mi sembra di aver sentito Renzi argomentare da Fabio Fazio – giustamente, aggiungo – che il problema principale dell’Italia, e su questo penso nessuno possa contraddirlo, sia la disoccupazione. Io aggiungerei che tutte le risorse intellettuali residue nel Partito Democratico dovrebbero essere concentrate sullo studio di come trovare soluzioni a questo problema. Non basta dire in un talk show che la disoccupazione è il problema principale dell’Italia. Bisogna provare ad azzardare anche qualche terapia o medicina che possa avere qualche effetto sul paziente malato. Non so se il consulente economico di Renzi, Yoram Gutgeld, ex consulente di una società, la McKinsey, che ha sempre sostenuto le teorie della shareholder value, e cioé che la creazione di valore per gli azionisti debba essere l’unico e principale  obiettivo di un azienda, sia la persona giusta per dare consigli a Renzi.
Purtroppo, il problema della Modern Monetary Theory (MMT) è che finora nessuno è riuscito a fare una narrazione plausibile e convincente della teoria fuori dal mondo accademico (se non fosse così, avrei piacere che me lo segnalaste). Provo a raccontarla con parole mie, nel modo più semplice possibile, sperando di averla capita per bene.
Il punto di partenza per capire una teoria monetaria sulla moneta è quello di porsi una domanda che può in apparenza sembrare banale ma di fatto non lo è: che cos’è la moneta? Se facessimo questa domanda a Mario Draghi o al prossimo governatore della Federal Reserve, Janet Yellen, forse neanche loro riuscirebbero a dare una risposta precisa, o almeno la stessa risposta. I teorici della MMT partono da un fatto fondamentale, e cioè dal fatto che a partire dal 15 agosto 1971, cioè da quando il presidente statunitense Richard Nixon sospese unilateralmente la conversione in oro del dollaro, la moneta appartiene a un genere mai prima visto nella storia, quello della moneta fiat.
Basta un soffio, un fischio o una magia, come fa Mefistofele nel Faust di Goethe, e la moneta si crea dal nulla. Questo cambiamento, secondo i teorici della MMT – ma già Keynes, quando nel 1930 pubblicò il suo Trattato sulla Moneta (Treatise on Money), aveva anticipato alcune delle loro conclusioni –, rimette totalmente in discussione le assunzioni fatte nei vecchi manuali di macroeconomia. Fino al 1971 vivevamo in un sistema economico delineato a Bretton Woods nel 1944, cioè quello di una moneta convertibile in oro e un sistema di cambi fissi (che potevano essere modificati solo secondo le procedure previste). Oggi viviamo in un mondo in cui in cui i cambi sono flessibili e non c’è nulla dietro la moneta. Se portate 35 vecchi dollari alla Federal Reserve americana non vi danno più un’oncia d’oro, ma vi daranno altrettante banconote, magari meno sgualcite.
Il Gold Exchange era stato introdotto in Inghilterra all’inizio dell’Ottocento e aveva resistito fino alla prima guerra mondiale. C’era stato un tentativo di reintrodurlo dopo la fine della guerra ma nel 1931 il Regno Unito era stato costretto ad abbandonarlo. L’oro era il principale strumento per poter fare i pagamenti internazionali. Se l’Italia aveva un disavanzo della parte corrente della bilancia dei pagamenti con l’Inghilterra, l’oro veniva caricato in una nave e spedito in Inghilterra (semplifico al massimo, naturalmente). L’arrivo di quest’oro avrebbe consentito all’Inghilterra di aumentare l’offerta di moneta, poiché avevano più oro per supportare la sterlina. Per l’Italia, la fuoriuscita di oro avrebbe avuto un effetto deflazionistico, cioè avrebbe diminuito l’offerta di moneta. La disoccupazione sarebbe salita e i prezzi delle merci e dei salari sarebbero scesi, e automaticamente ci sarebbe stato un riequilibrio. Oppure la lira avrebbe dovuto svalutare.
Nel 1944 a Bretton Woods il sistema fu reintrodotto con una piccola, si fa per dire, variante: solo il dollaro era convertibile in oro (44 dollari per un’oncia d’oro). Il 15 agosto 1971, Nixon affossò definitivamente il sistema dichiarando unilateralmente che gli Stati Uniti non avrebbero più convertito il dollaro in oro.
In questo sistema, l’idea che uno Stato potesse fare una politica monetaria espansiva come quella che fanno oggi gli Stati Uniti (quantitative easing) per stimolare l’economia non sarebbe stata possibile. Un governo avrebbe potuto estendere la sua offerta di moneta solo se avesse avuto un forte surplus della bilancia dei pagamenti. Con questo sistema, non c’è dubbio che i governi avevano dei limiti invalicabili per fare politiche monetarie espansive. La politica monetaria non poteva essere usata come strumento per far crescere l’occupazione, ma solo come strumento di stabilizzazione del cambio. La Banca Centrale di un paese non poteva espandere la base monetaria con un click di computer come può essere fatto oggi. L’offerta di moneta doveva per forza essere legata all’oro (o ai dollari che in quanto convertibili in oro erano l’equivalente) tenuto come riserva.
Per approfondire perché si è arrivati alla fiat money vi consiglio il libro La terza guerra mondiale? in ebook a solo 0.99€ . Dal 1971 viviamo tutti in regime di fiat money e la decisione di Nixon ha certamente accelerato l’idea di far nascere una moneta fiat, l’euro, anche in Europa (ventisette fiat money non sarebbero state né auspicabili né praticabili, perché sarebbero rimaste in balia del primo speculatore à la George Soros che fosse passato). Secondo la MMT, quindi, fino al 1971 gli Stati avevano limiti alla spesa pubblica poiché la creazione di moneta non poteva essere infinita, ma legata alle riserve in oro.
Oggi viviamo in un sistema totalmente diverso. Le monete, il dollaro, l’euro, ma anche le altre, non hanno nessun valore specifico. Il governo ha (per ora, almeno) il monopolio sulla stampa di moneta fiat e pertanto la spesa pubblica diventa indipendente dalle entrate fiscali. Se non ci fosse un pericolo di inflazione uno Stato potrebbe paradossalmente stampare tutta la moneta di cui ha bisogno e portare le tasse a zero. L’idea che un governo possa restare a corto di soldi non esiste. Quando si è parlato di recente di default americano si è usato un termine improprio. Gli Stati Uniti non potranno mai fare default.
Per capire la teoria, bisogna fare una semplificazione estrema che però non inficia l’argomento. Secondo la MMT, oggi, nella condizione attuale, bisogna dividere l’economia in due sfere separate, il settore governativo Nixon(government sector), che comprende sia il Tesoro che la Banca Centrale, e il non-government sector, che comprende i singoli individui, le imprese, le banche, gli esportatori e gli importatori.
Supponiamo uno Stato come quello americano (o come quello inglese o giapponese) che ha un suo Tesoro e una sua Banca Centrale (la situazione in Europa, come tutti sappiamo, è diversa). Supponiamo poi che il Tesoro abbia un unico conto corrente presso la Banca Centrale. Quando lo Stato deve fare un pagamento, diciamo il pagamento degli stipendi dei professori, stacca un assegno che viene pagato dalla Banca Centrale, anche se il conto dello Stato fosse a zero. Naturalmente la Banca Centrale ha a questo punto un credito nei confronti del Tesoro. In teoria, lo Stato non avrebbe limiti, poiché qualunque spesa faccia viene pagata dalla Banca Centrale, che non deve avere riserve di moneta poiché è essa stessa che la crea. Quando un professore versa il suo stipendio in banca, la banca avrà al suo attivo una somma equivalente allo stipendio e un debito, una passività verso il professore che ha versato l’assegno.
Naturalmente poi lo Stato incassa dai cittadini le tasse, che vanno a ridurre l’esposizione bancaria del Tesoro verso la Banca Centrale. Il pagamento di tasse significa anche che diminuisce l’attivo delle banche che pagano le tasse per conto dei cittadini.
Ogni anno il bilancio dello Stato può essere in deficit (lo Stato spende più di quanto tassa) oppure in surplus (lo Stato tassa più di quello che spende). Quando c’è un deficit, aumentano i net financial asset (da ora in poi “moneta”, per semplificare) poiché lo Stato ha depositato nei conti correnti delle banche più di quello che ha ritirato come tasse. Naturalmente, un surplus di bilancio significa il contrario, cioè che il governo ha preso dai conti corrente più di quello che ha ridato come spese in istruzione, sanità, difesa e così via. Fin qui non c’è nessuna novità. Si tratta di una semplice identità contabile e così viene riportata in tutti i manuali di macroeconomia.
Supponiamo, per portare avanti il discorso, che la spesa statale in un determinato anno sia superiore alle entrate fiscali. A questo punto il Tesoro ha un debito nei confronti della Banca Centrale. Il tasso di interesse applicato dalla Banca Centrale potrebbe essere zero poiché il costo del finanziamento per la Banca Centrale è zero. È lei che crea la moneta. La Banca Centrale potrebbe poi prestare alle banche a un tasso di interesse che potrebbe controllare attraverso vari strumenti. Naturalmente, in questo modello la Banca Centrale non potrebbe essere indipendente ma dovrebbe fornire tutti i fondi necessari al Tesoro.
Insomma, secondo i teorici della MMT l’idea à la Merkel che uno Stato si debba comportare come un buon padre di famiglia è una stronzata colossale. Uno Stato in qualche modo s’indebita solo su se stesso, o nei confronti di un’altra istituzione dello Stato. Una famiglia, invece, ahinoi!, non può stamparsi il proprio denaro, deve guadagnarselo.
Ma se il Tesoro potesse spendere ad libitum non ci sarebbe un rischio di iperinflazione? No, secondo i teorici della MMT, perché se l’offerta di moneta dovesse portare a pressioni inflazionistiche, il Tesoro avrebbe tutti gli strumenti – aumento delle imposte, vendita di bond sul mercato, innalzamento delle riserve obbligatorie delle banche – per ridurre la liquidità nel sistema. Un altro punto fondamentale della MMT è che la Banca Centrale non ha mai il controllo dell’offerta di moneta. Può aumentare di molto la base monetaria, ma se le banche si tengono i soldi che gli presta a tassi vicini allo zero la BCE, l’offerta di moneta non aumenta.
Secondo questa teoria il governo di uno Stato che è in grado di emettere monopolisticamente fiat money non è costretto a finanziarsi con le tasse. Prima emette la propria moneta e solo dopo la ritira tassandola o prendendo moneta a prestito. È chiaro che uno Stato che può emettere fiat money non potrà mai fallire. L’obiettivo principale in uno Stato dovrebbe a questo punto diventare la piena occupazione, l’unica vera ricchezza di un Paese.
Solo fantascienza economica? Mi sembra di no, perché anche se nessuno dei banchieri centrali si definisce un seguace della MMT, in America, almeno, sembra che il Tesoro e le Fed abbiano cominciato a operare come se seguissero le teorie della MMT, ponendo l’occupazione al primo posto come obiettivo di politica economica. La Banca Centrale americana, a partire dal 200,8 ha complessivamente comprato 3400 miliardi di bond, quasi due volte l’intero debito pubblico italiano, stampando come controparte moneta (tecnicamente aumentando la base monetaria). In questo modo ha schiacciato i tassi di interesse pagati sul debito pubblico americano a valori vicini allo zero. Insomma, si è trattato di un regalo che la Fed (ma anche la Banca Centrale del Giappone e la Banca Centrale inglese) ha fatto al suo Tesoro abbassando drasticamente il costo di finanziamento del debito pubblico. In Europa, solo la Germania ha potuto beneficiare di tassi bassissimi, non certo l’Italia, la Spagna o la Grecia.
Se l’Italia avesse potuto fare la stessa cosa, avremmo avuto un risparmio sugli interessi pagati sul debito di 400-500 miliardi negli ultimi 5-6 anni, che se fossero stati destinati tutti a ridurre il cuneo fiscale il nostro PIL non sarebbe certo diminuito del 10% a partire dal 2007.
Ora in America si discute se a un certo punto la Fed debba fare quello che in gergo tecnico è chiamato tapering, cioè l’abbassamento degli acquisti di bond da parte della Fed dal suo livello attuale, che è di 85 miliardi al mese. Tutto dipenderà dai prossimi dati sull’occupazione. Dai minutes dell’ultima riunione della Fed Open Market Committee – che in America, al contrario della BCE, sono pubblici – si deduce che si è discusso soprattutto di occupazione. Cioè se interrompere il quantitative easing quando la disoccupazione scenderà al 6,5% oppure se abbassare l’obiettivo del livello di disoccupazione al 5-5,5% prima di cominciare il tapering.
In conclusione, secondo i teorici della MMT tutti i discorsi che facciamo da anni sul livello troppo alto di debito pubblico e del deficit statale sono non-issues. Chiacchiere ideologiche per confondere i cittadini. All’inizio del Novecento, il deficit pubblico americano era del 10%. Era salito al 120% dopo la fine della seconda guerra mondiale e sceso nuovamente al 34% nel 1974, come ricorda Federico Rampini in un articolo su «Repubblica». Se uno mette in relazione debito pubblico e crescita o occupazione sembra non esserci nessun nesso.
Bisogna dire che è sorprendente come la MMT spieghi bene tutto quello che è successo negli ultimi vent’anni in Italia. Tutte le manovre economiche di austerity condotte a partire dagli anni Novanta, quando abbiamo deciso di voler entrare nell’euro, sono state manovre che hanno prodotto surplus primari nel deficit pubblico e quindi hanno sottratto liquidità al settore non-pubblico. Tutte le manovre di austerity per restare nell’euro ora producono lo stesso effetto. Tutti i dati indicano che questa è stata la direzione. Tra il 2000 e il 2013 il PIL dell’Unione Europea è cresciuto di circa il 16%. Quello italiano di circa il 2%. A questo punto per l’Italia non ci sono più molte scelte: o riusciamo a influenzare le politiche europee, soprattutto quelle monetarie, oppure siamo condannati a una lenta agonia.
Paolo Barnard collega la MMT con il fatto che, poiché oggi noi non possiamo più stampare moneta (solo la BCE può farlo), se noi volessimo adottare politiche monetarie espansive come quelle suggerite dalla MMT ci converrebbe uscire dall’euro e tornare alla lira.
In sintesi, per quanto riguarda l’euro, la via auspicata dal manifesto è la seguente: l’Italia annuncia unilateralmente che non rispetterà più i trattati europei sinora firmati e procede a un ritorno alla lira per quanto riguarda il pagamento delle tasse e i pagamenti interni, ma i depositi bancari e i prestiti in euro potrebbero rimanere in euro (le banche convertirebbero i depositi da euro in lire solo su richiesta dei depositanti). La Banca d’Italia concederebbe prestiti a zero interessi allo Stato. Il debito dello Stato in euro verrebbe onorato nei tempi decisi dall’Italia. L’economia sarebbe rifondata sul principio dell’esclusivo Interesse Pubblico, che mira essenzialmente alla creazione di una piena occupazione per tutti.
Premetto che:
1)     condivido l’epigrafe messa ad apertura del documento, una citazione da Paul Krugman: «Adottando l’euro, l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del terzo mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica». È una giusta conclusione nota agli esperti da anni.
2)     Sono d’accordo che, se avessimo ancora la lira, non ci sarebbe nessun pericolo di default. La Banca d’Italia potrebbe, con un semplice click di computer, stampare moneta, e il problema non si porrebbe.
3)     Anch’io credo che se l’Italia avesse potuto fare ricorso alla svalutazione competitiva, oggi le condizioni economiche sarebbero probabilmente migliori.
Detto questo, devo dire che mi sembra una forzatura credere che l’area dell’Eurozona sia il risultato di un disegno germanocentrico per rafforzarsi a spese dei paesi più deboli come Spagna e Italia. Certo, oggi siamo oggettivamente in una situazione in cui l’unico paese a essere favorito dallo status quo è la Germania, che ha tassi vicino allo zero sul suo debito (senza neanche aver dovuto fare politiche di quantitative easing) e un tasso di cambio dell’euro sottovalutato per la sua economia (se non fosse nell’euro il marco oggi varrebbe come minimo 2 dollari). E raddrizzare la situazione non è facile se i tedeschi s’incarogniscono a portare avanti le loro politiche di egoismo economico e trascurano di curarsi dei problemi dei paesi più svantaggiati. Non credo a nessun complotto perché al tempo il progetto dell’euro fu duramente ostacolato dalla Bundesbank e andò avanti solo per la volontà politica di Helmut Kohl, che non era cosciente di come si sarebbe evoluto e che non poteva certo prevedere la crisi del 2008.
Non condivido neanche le tesi contenute nello studio della Fed del 2002 “L’euro: non è possibile, è una pessima idea, non durerà” citato nel manifesto. È vero che l’euro è un esperimento mai fatto prima nella storia, cioè una moneta senza dietro uno Stato, ma chi ha seguito la gestazione dell’euro dall’inizio ha sempre avuto ben chiaro che la maggior parte delle istituzioni e degli economisti americani ha sempre cercato di delegittimare teoricamente la costruzione dell’euro.
Riporto un passo delle memorie di Guido Carli, il ministro del Tesoro italiano che mise la sua firma sul trattato di Maastricht:
Già durante il mio primo viaggio negli Stati Uniti, al seguito del presidente De Gasperi, ebbi modo di constatare insieme a Menichella che settori influenti della comunità finanziaria erano acremente ostili ai vincoli alla sovranità monetaria degli Stati Uniti che derivavano dagli statuti di Bretton Woods. [...] Venti anni più tardi quella stessa comunità finanziaria salutò con gioia lo sganciamento del dollaro dall’obbligo di convertibilità in oro, come una riconquistata libertà di emettere dollari senza contropartita alcuna. La natura di valuta di riserva internazionale del dollaro è sopravvissuta a quegli istituti che le attribuivano la dignità di uno strumento in qualche modo sottoposto a un controllo esterno, neutrale, rappresentato appunto dall’oro. Caduto quel vincolo, il potere del dollaro si è manifestato nella sua natura puramente egemonica. Gli Stati Uniti hanno esercitato lungamente un diritto di “signoraggio” monetario verso il resto del mondo. [...] Dico questo perché deve essere presente alla coscienza degli europei che cosa il Trattato di Maastricht rappresenta veramente. Io non vedo in Europa tracce di questa coscienza. La vedo invece negli Stati Uniti, dove infatti, come un sol uomo, gli economisti sono scesi in campo per difendere gli interessi della comunità finanziaria americana nel tentativo di delegittimare il progetto di Unione Europea dal punto di vista teorico.
Ma soprattutto non sono assolutamente d’accordo con la tesi principale del manifesto, e che cioè all’Italia converrebbe tornare al più presto alla lira. In Italia, nel mondo accademico, questa tesi è portata avanti da Alberto Bagnai, che dall’alto della cattedra dove insegna (Oxford?  Harvard? No, Chieti!) sta cercando, con l’aiuto del «Fatto Quotidiano», di farsi un po’ notare dopo aver scritto per un editore sconosciuto un librone di oltre trecento pagine (ne bastavano trenta) per portare avanti la tesi che l’Euro penalizza la nostra bilancia dei pagamenti. L’allievo più promettente di Bagnai è diventato l’ex picchiatore Gianni Alemanno, che forse spera con l’aiuto ideologico del professore di ripetere l’exploit dei neofascisti francesi di Le Pen.
Non solo non ci vedo grandi vantaggi (l’idea che un paese possa stimolare l’economia semplicemente lasciando l’euro e tornando alla liretta non ha nessun fondamento, secondo me), ma credo che l’uscita unilaterale sia tecnicamente impossibile per tutta una serie di motivi. Vediamoli uno per uno.
Intanto non è previsto dai Trattati Europei che un Paese possa uscire dall’Euro. Semplicemente, il Trattato di Maastricht non prevede una clausola di uscita (opt out clause). I motivi per cui non fu prevista questa causa sono noti e non è il  caso di ripeterli qui. Se qualche lettore volesse approfondire l’argomento suggerisco il documento segnalato da un lettore
euroexitIl trattato di Lisbona si pose il problema se l’assenza di una clausola di uscita non fosse una condizione troppo restrittiva. La conclusione a cui arrivarono i capi di Stato fu la seguente: l’adozione dell’euro è irrevocabile. Se si vuole uscire dall’euro bisogna uscire anche dall’Unione Europea. L’articolo 50 del trattato fa riferimento a un’opzione di ritiro (withdrawal option) dalla UE e fornisce anche scarne linee guida su come uscire. Dice soltanto che uno Stato membro deve negoziare con l’UE la sua uscita.
Insomma se l’Italia volesse uscire dall’Unione Europea senza rompere i trattati in essere, l’unico modo per farlo sarebbe quello di aprire un lungo negoziato con l’intera UE. Detto questo, però, non si può escludere che un giorno vinca le elezioni, con l’aiuto intellettuale di Bagnai, Gianni Alemanno. In quest’ultimo caso, trattato o non trattato, un paese con premier Alemanno e ministro del Tesoro Bagnai decide di non accettare più le regole del gioco e va per conto suo.
Cosa succederebbe in questo caso?
La prima questione che uno si deve porre è quella relativa al debito pubblico denominato in euro, moneta in cui il paese che esce non ha diritto di tassazione. Il manifesto propone di ritenere il debito in euro. Ma come facciamo a ripagarlo? Non ci sono molte scelte: bisognerebbe ripagare gli interessi e il capitale con la valuta guadagnata con le esportazioni. L’alternativa potrebbe essere quella di fare una conversione forzata del debito dall’euro alla lira (per molti investitori, sia italiani che stranieri, sarebbe però l’equivalente di un default poiché la lira si svaluterebbe di un ammontare che non credo sia il 10 o 15%, ma una percentuale più vicina al 50%). Per le imprese italiane che hanno bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali sarebbe un disastro. Infatti il rating delle imprese difficilmente potrebbe essere superiore a quello dello Stato. E le imprese che hanno già debiti in euro farebbero molta fatica a rimborsarli in valuta.
Il secondo grande problema è la conversione (che dovrebbe per forza di cose essere obbligatoria) dei conti correnti dei cittadini italiani dall’euro alla lira. Ma chi vorrebbe mai ritenere i suoi euro in banca se si cominciasse a parlare di uscita dall’euro? Tutti, io per primo, trasferiremmo i nostri risparmi in Francia o Germania, fino a quando questo restasse possibile. Naturalmente, il governo potrebbe imporre da un giorno all’altro stringenti controlli sui movimenti di capitale (che sarebbe di per sé una rottura dei trattati vigenti). In questo caso, chi non fosse già riuscito a spostare i propri risparmi potrebbe optare per la classica soluzione della valigetta. Si recherebbe in banca, ritirerebbe i soldi in banconote da 500 euro, li metterebbe in una valigetta e li porterebbe da qualche parte fuori dall’Italia. Naturalmente, un governo autoritario a guida Alemanno-Bagnai potrebbe addirittura cercare di chiudere le frontiere e le banche.
Naturalmente, una volta compiuto, in un modo o nell’altro, il coup di tornare forzosamente alla lira, si porrebbe il problema di come restare nell’Unione Europea. Uscendo dall’euro, l’Italia commetterebbe una violazione unilaterale del trattato di Maastricht e del trattato di Lisbona.  Naturalmente, si potrebbe pensare di uscire dall’euro e rinegoziare l’adesione alla UE. Ma chi vorrebbe negoziare con un governo che ha deciso, in barba a tutti i trattati, di uscire dall’euro?
Bene, nonostante tutti i pericoli a cui abbiamo accennato, l’Italia potrebbe però finalmente stampare moneta a go go e riguadagnare la competitività perduta. Ma siamo sicuri che ci guadagneremmo? Uscendo dalla UE, l’Italia dovrebbe rinegoziare tutti i suoi trattati commerciali con la UE. Supponiamo che la lira si svaluti del 50%. A quel punto chi può impedire che l’Eurozona imponga un dazio del 50% annullando tutti i vantaggi della svalutazione?
Ma il pericolo maggiore non è solo economico. Quasi sicuramente una gran parte dei cittadini, o addirittura alcune intere regioni, potrebbero non essere d’accordo con una decisione presa dal governo Alemanno-Bagnai, che, anche avesse la maggioranza nel Parlamento, incontrerebbe la strenua difesa di tutti i cittadini che sono contrari a questa mossa da cui si sentono particolarmente danneggiati. Non si può escludere il rischio di una vera e propria guerra civile.
Secondo me non c’è altra soluzione che andare avanti con l’Europa e puntare a un’unione politica con una gestione più democratica del potere europeo (oggi il Bundestag prende decisioni che hanno un peso anche sull’Italia, mentre il Parlamento italiano non può certo prendere decisioni che hanno un impatto sulla Germania) e alla nascita di un Tesoro europeo la cui guida sia politicamente contendibile (e dove, se i cittadini votassero in maggioranza per un partito politico che sostiene le Modern Monetary Theory, questa verrebbe applicata a livello europeo). Poiché quest’ultima mi sembra per il momento un’ipotesi remota, bisognerebbe procedere a una soluzione che possa essere attuata in tempi più brevi, e cioè una monetizzazione parziale dei debiti pubblici.
Concludo la questione dell’uscita dall’euro con una citazione dell’economista di Harvard Martin Feldstein, che nel 1997 ha scritto: «Le politiche monetarie uniformi e i tassi di cambio non flessibili creeranno conflitti tutte le volte che le condizioni cicliche differiranno tra i paesi membri… Anche se uno stato sovrano può in linea di principio ritirarsi dall’Unione Monetaria, le potenziali sanzioni commerciali e altre pressioni su tale paese sono tali da rendere l’appartenenza all’Unione Monetaria irreversibile a meno che non ci sia uno sconvolgimento economico molto esteso in Europa o, più in generale, un collasso della coesistenza pacifica all’interno dell’Europa».
Elido Fazi