L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 13 febbraio 2015

Ipocrisia Onu, dov'era quando si faceva la caccia all'uomo, Gheddafi, che il popolo comunque rispettava e una parte amava?


L’Onu alla ricerca di una soluzione per pacificare la Libia, dove la crisi rischia di degenerare

Per l’Italia l’urgenza del continuo sbarco di migranti, ma un paese “fuori controllo” è per tutti una “questione nazionale”
Militari al porto di Bengasi
12/02/2015
Mercoledì, al massimo giovedì prossimo. A Ginevra. Attorno a uno stesso tavolo, Bernardino Leon, commissario Onu, riunirà le forze politiche e personalità indipendenti della Libia del dopo Gheddafi. Potrebbe essere un incontro decisivo per capire se ci potrà essere una prospettiva diversa per la Libia, se il Paese non sarà più «fuori controllo». L’incontro di ieri a Ghadames, l’oasi della Libia occidentale, al confine con l’Algeria e Tunisia, aveva solo un valore simbolico, sostanzialmente un segnale per i libici della Tripolitania. Nulla di più. Un breve incontro, un paio d’ore in tutto, e poi i negoziatori delle Nazioni Unite sono rientrati a Ginevra.

Si continua a navigare a vista, le trattative per la pacificazione portate avanti dal commissario delle Nazioni Unite Bernardino Leon, hanno conosciuto in queste settimane momenti di ottimismo ma anche di pessimismo. Nella comunità internazionale sta crescendo la consapevolezza che non c’è più molto tempo ancora a disposizione e, e che si sta avvicinando il momento in cui si dovrà prendere una iniziativa, insomma si dovrà intervenire. Per l’Italia, poi, l’urgenza delle decisioni è ancora più stringente. Per il problema del traffico di migranti, delle partenze di decine di migliaia di disperati che attraversano il Canale di Sicilia. Ma anche perchè una «Libia fuori controllo» può diventare un problema di sicurezza nazionale, per i rischi di possibili infiltrazioni di jihadisti dell’Is che dalla Libia potrebbero infiltrarsi in Europa, in Italia.

Ieri a Ghadames si sono incontrate due delegazioni dell’Assemblea nazionale filo islamista e del Parlamento che si è ritirato a Tobruk. Una fotografia dello stallo istituzionale di una Libia governata soltanto dalle milizie armate. E forse gli stessi “ottimisti” di queste ore sono consapevoli che il delegato Onu Leon potrà sciogliere positivamente il suo mandato, battezzando un governo di riconciliazione nazionale, soltanto dopo essere riuscito a mettere attorno allo stesso tavolo le milizie. Fino a quando questo non avverrà, infatti, qualsiasi ragionamento, ipotesi, negoziato è destinato a fallire, a essere ininfluente. Perchè è come se si facessero i conti senza l’oste.

Mentre nella agenda della comunità internazionale (Nato e Ue) al primo posto c’è la crisi della Ucraina, la crisi libica rischia di degenerare per la presenza di milizie del Daesh, degli integralisti che si richiamano ad Abu Bakr al Baghdadi. Se il commissario Leon riuscirà a «pacificare» le milizie che hanno determinato, hanno contribuito ad abbattere il regime di Muammar Gheddafi, e che oggi sono in guerra tra loro (Misurata contro Zintan, in particolare), allora si aprirà una fase nuova. Un segnale importante è quello che è accaduto in questi giorni in Cirenaica. Si è combattuto al terminal petrolifero di Sidra tra le truppe lealiste del generale Khalifa Haftar e le milizie di Misurata. Cinque miliziani fermati a un posto di blocco sono stati trucidati dagli integralisti del Daesh. E ora Misurata potrebbe aprire uno scontro armato contro i jihadisti.

Questa è la prospettiva, se a Ginevra si troverà una soluzione con il consenso delle milizie, che dovranno neutralizzare le truppe fedeli al Califfato, al Daesh. Uno scenario ottimistici? Probabilmente sì. Non è un caso che la nostra ambasciata a Tripoli - l’unica rappresentanza diplomatica occidentale aperta - è pronta all’eventualità di dover evacuare il personale e chiudere.

http://www.lastampa.it/2015/02/12/esteri/lonu-alla-ricerca-di-una-soluzione-per-pacificare-la-libia-dove-la-crisi-rischia-di-degenerare-i7Q8zkNgaWcGiir2688xPM/pagina.html

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