L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 10 febbraio 2015

la guerra delle valute si scarica sui cambi fissi cioè l'eurozona

Economia & finanza: due indici consigliano prudenza. In arrivo un’altra crisi? Forse sì, forse no

— 09 febbraio 2015 di Lorenzo Raffo
Per un analista tecnico la coincidenza di tanti indicatori negativi porta a prevedere tempesta per lo strumento finanziario sotto osservazione. Nel caso del Baltic Dry Index la situazione appare davvero difficile, con ben 11 sedute settimanali negative da novembre in poi, interrotte solo da una con una piccola candela verde, e inoltre con le medie mobili lunghe che indicano forte ribasso e tanti altri segnali sfavorevoli. Che cos’è il Baltic Dry? Un indice di andamento dei noli marittimi delle navi “dry bulk” (rinfuse secche) sulle principali rotte mondiali. In altre parole è il barometro dei commerci internazionali. Se scende vuol dire che c’è meno “freight” in viaggio sui mari e se sale significa logicamente l’opposto. Gli economisti lo interpretano come un indicatore della congiuntura internazionale. Oggi il Baltic Dry si muove ai minimi degli ultimi cinque anni e sui livelli più bassi di tutta la sua storia. E’ pur vero che la correlazione con il Pil mondiale risulterebbe ora meno stretta rispetto al passato, a causa dell’eccesso di offerta di navi, ma è altrettanto sicuro che il legame fra i due valori ha una minore connessione di solo un 20-25%.
C’è da preoccuparsi? Opinioni abbastanza divergenti. Chi vive nel mondo marittimo tende a valutare il crollo come effetto di una coincidenza di fattori, dei quali alcuni di natura prettamente tecnica. Chi opera in campo economico accentua ormai il valore di questo indicatore, mettendolo in relazione con le tensioni valutarie e soprattutto con la rilevante corsa del dollaro. E se fosse così un anticipatore di crisi? Che qualcosa non funzioni lo dimostra un grafico osservato con attenzione dagli economisti. E’ quello dell’incidenza delle esportazioni e delle importazioni sul Pil mondiale: le prime dal 2008 stanno scendendo e le seconde subiscono pure un calo, per quanto i dati siano in forte ritardo. C’è chi mette in relazione tutto questo con la guerra valutaria in atto da anni, sebbene esplosa negli ultimi tempi, accentuata dalla rincorsa alle svalutazioni pilotate di molte divise. La discesa a rotta di collo del Baltic Dry può essere in parte dovuta al fattore tecnico dell’incremento delle flotte, ma trova senz’altro origine nel rallentamento degli scambi a livello mondiale, conseguenza delle incertezze e della volatilità dei cambi.
Esageratamente gonfiato – Qui interviene il secondo indice. E’ il Dollar Index, calcolato come media ponderata del valore del dollaro rispetto a euro, yen giapponese, sterlina britannica, dollaro canadese, corona svedese e franco svizzero. Ai massimi degli ultimi cinque anni, si avvicina alla barriera dei 95 e, superasse i 100, confermerebbe uno squilibrio preoccupante fra la valuta Usa e quelle delle aree più ricche dell’Occidente. C’è chi sostiene che il Dollar Index ormai vale poco, perché non tiene conto di divise quali yuan cinese e rupia indiana in forte ripresa. Altri invece ritengono che si stia gonfiando troppo, segnale negativo e preoccupante. Il contrasto di evoluzione fra Baltic Dry e Dollari Index anticiperebbe una nuova crisi per l’economia mondiale, con possibili effetti sulla finanza. E’ un’opinione piuttosto diffusa, ma che tale resta. Comunque vale la pena continuare a monitorare i due indici. Se restassero ancora per un certo tempo sui livelli attuali qualcosa starebbe per rompersi negli equilibri mondiali. Investitori attenzione!

http://effemagazine.finanza.com/2015/02/09/economia-finanza-due-indici-consigliano-prudenza-in-arrivo-unaltra-crisi-forse-si-forse-no/ 

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