L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 26 aprile 2015

Agid, un governo di nominati che nomina gli amici degli amici, non si va da nessuna parte

Torre di controllo

Si può lasciare alla Madia la nomina del direttore Agid dopo che aveva nominato una sua amica che ha dovuto dimettersi per inadeguatezza?

 di Tino Oldani 

La nomina del nuovo capo dell'Agenzia digitale (Agid), in sostituzione della dimissionaria Alessandra Poggiani, sta diventando una questione della massima urgenza per il governo di Matteo Renzi. L'ultimo rapporto dell'Open data Barometer, che misura il grado di apertura alla cittadinanza dei dati delle pubbliche amministrazioni, colloca infatti l'Italia all'ultimo posto tra i Paesi del G7, mentre nel G20 il nostro Paese viene inserito nella fascia dei Paesi emergenti, scavalcato da Australia, Corea del Sud e Brasile. Un bilancio pessimo, a cui ha contribuito la deludente gestione dell'Agid da parte della Poggiani stessa, dimessasi il 30 marzo dopo meno di un anno dalla nomina, ufficialmente per candidarsi come consigliera della Regione Veneto al fianco di Alessandra Moretti. In realtà, visti i risultati fallimentari della sua gestione, era ormai chiaro che il governo non vedeva l'ora di rimpiazzarla con un direttore competente, in possesso dei titoli di studio previsti dalla legge, oltre che di una adeguata esperienza manageriale.
Il compito di proporre al Consiglio dei ministri il nome del nuovo capo dell'Agid spetta al ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, che però è anche la principale responsabile della nomina della Poggiani, di cui è grande amica. Grazie a questa amicizia, un anno fa, la Poggiani era riuscita a scavalcare la concorrenza di 154 professionisti, che avevano inviato il loro curriculum al governo per la nomina alla guida dell'Agid. Ora il numero dei candidati è salito a 189, tale essendo il numero dei professionisti che, alla data del 13 aprile, scadenza del termine, hanno inviato il loro curriculum alla Madia.
Pare però difficile che questa volta la ministra possa fare di nuovo di testa sua. I nomi al vaglio del governo, secondo il sito CorCom di Gildo Campesato, sarebbero al momento non più di tre. Il primo è quello di Raffaele Tiscar, vicesegretario generale di Palazzo Chigi, su cui punterebbe Renzi per un forte rilancio dell'Agid sotto il diretto controllo del premier. In alternativa, gira il nome di Luca Attias, un funzionario della Corte dei conti che conosce bene sia la macchina burocratica che il web. Terzo e ultimo nome, Mauro Nicastri, che ha lavorato all'Agid con la Poggiani, conosce i dossier già aperti e, guarda caso, è appoggiato dalla Madia.
Il numero dei pretendenti sarebbe tuttavia più ampio, alcuni con forti appoggi politici. Tra questi, Roberto Moriondo, sostenuto dalle Regioni, in particolare dal Piemonte di Piero Fassino, dove è dirigente; Benedetta Arese, general manager di Uber Italia, il cui nome è suggerito dal digital champion Riccardo Luna, molto ascoltato a Palazzo Chigi; Alessandro Musumeci, presidente di Demet & Company, ex direttore dei sistemi informativi delle Ferrovie dello Stato; infine Antonio Samaritani, direttore dei sistemi informativi della Lombardia.
La scelta finale potrebbe arrivare entro il 30 aprile, e Renzi sa che questa volta non può sbagliare. Il terreno da recuperare sul terreno dell'economia digitale è tantissimo, come lo stesso governo ha ammesso implicitamente nel Def (Documento di economia e finanza), approvato il 13 aprile, dove per la prima volta si indica come necessaria l'adozione di un Freedom of information act (Foia), vale a dire una legge vincolante sulla trasparenza della pubblica amministrazione. Trasparenza che oggi semplicemente non c'è, visto che l'ultimo rapporto dell'Open data barometer dice chiaro e tondo che in Italia i dati della pubblica amministrazione non sono «aperti» alla cittadinanza, ma restano «opachi», ostaggio degli enti burocratici, che si ostinano a negarne la conoscenza, fino a sconfinare nell'illegalità.
Già, l'illegalità. Da metà febbraio, ricorda il sito agendadigitale.eu, sono infatti scaduti i termini, previsti da una legge recente, entro i quali le pubbliche amministrazioni erano obbligate a fornire i dati in formato aperto, a partire da 180 giorni dopo l'approvazione della stessa legge (n.114 dell'11 agosto 2014), con tanto di sanzioni per gli inadempienti. L'ennesima legge scritta sull'acqua: il governo Renzi se n'è disinteressato, l'Agid della Poggiani non ha fatto ciò che doveva, e le pubbliche amministrazioni hanno continuato a comportarsi come sette segrete, ostacolando in ogni modo la conoscenza dei dati in loro possesso, dati che in altri Paesi sono accessibili a chiunque via web.
Per esempio, nei Paesi «open data» vi è totale trasparenza sui dati relativi ai rimborsi spese di ministri, sottosegretari, presidenti di Regione, sindaci e assessori. Idem vale per l'Unione europea, dove qualche giorno fa è emerso lo scandalo dei rimborsi ai commissari, considerati in missione anche quando si recano a casa propria. In Italia, invece, nonostante una legge abbia introdotto l'obbligo degli «open data», nulla si sa delle spese dei politici, se non quando arrivano le inchieste giudiziarie. Come nulla si è saputo, per mesi, delle slide di Carlo Cottarelli sulla spending review e di altri documenti legislativi, rimpiazzati spesso con qualche slide. Uno scenario avvilente, da rovesciare come un calzino: una sfida che ora metterà alla prova non solo il nuovo capo dell'Agid, ma anche lo stesso governo Renzi.

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1981697&codiciTestate=1 

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