L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 aprile 2015

Colonialismo italiano, ci portiamo dietro un retaggio culturale inadeguato della nostra classe dirigente

Migranti dalle ex colonie, le colpe storiche dei Governi italiani
Pubblicato il 27 aprile 2015


di Salvatore Sfrecola


Su questi barconi carichi di disperati si consuma una tragedia che è anche colpa dei Governi italiani

ROMA – Salvatore Sfrecola ha pubblicato questo articolo anche sul suo blog, Un sogno italiano, col titolo “Eritrea, Somalia, Libia, gli errori dei governi italiani”.

I profughi che giungono in Italia, salvati in mare dalle unità della Guardia costiera, della Marina militare e della Guardia di Finanza provengono da terre a noi ben conosciute, l’Eritrea, colonia italiana già alla fine dell’800, la Somalia, che abbiamo avuto in amministrazione fiduciaria ancora fino al 1960, e la Libia sottratta all’Impero ottomano nel 1911, in un contesto di aspettative economiche e sociali (“La grande proletaria si è mossa” commentò Giovanni Pascoli lo sbarco del nostro contingente a Tripoli “bel suol d’amore”).
Conosciamo quelle facce. Chiunque di noi ha un po’ di cultura storica alimentata anche da letture e documentari televisivi riconosce facilmente i volti di un eritreo, le fattezze eleganti delle donne di quella regione del Corno d’Africa, come riconosce i somali e i libici che molti di noi fin da bambino hanno visto nelle nostre città, a Roma in particolare, ex ascari soprattutto, le truppe coloniali.
In quelle regioni, dalle più lontane come l’Eritrea e la Somalia, ma anche in Etiopia e in Libia ci sono situazioni di grave degrado politico e sociale. Capi tribù che lottano tra loro usando armi messe a disposizione da europei interessati a mantenere in quei paesi uno stato di anarchia, povertà e difficoltà di ogni genere che provocano l’esodo cui assistiamo, per motivi politici e di sopravvivenza rispetto a situazioni di conflitto ed a condizioni economiche difficili per le quali non si intravede un barlume di speranza.
In queste poche righe si delinea una grande responsabilità del nostro Paese. Per tutte le colonie che avevamo tenuto, non da rapinatori, come si sono comportati gli altri europei in Africa e altrove, ma con la consueta disponibilità italiana a stabilire rapporti di collaborazione culturale ed economica, noi avremmo dovuto non già andarcene da un giorno all’altro ma preparare il passaggio all’indipendenza investendo in cultura e in economia, in modo da mantenere un rapporto antico utile al nostro ed al loro futuro. La Somalia, ad esempio, una regione stupenda con una natura rigogliosa, avrebbe potuto aprire la strada a proficue collaborazioni con le popolazioni locali sotto il profilo del turismo. Invece di dare armi e denaro ai capi tribù, gli italiani avrebbero dovuto coinvolgere questi personaggi, certo non facili da trattare, in iniziative economiche turistiche, ripeto, che avrebbero assicurato ricchezza alle popolazioni e vantaggi ai nostri tour operator. Ugualmente la Libia che fu romana ed uno dei granai dell’Impero doveva rimanere legata all’Italia da interessi economici coincidenti e giovare a quelle popolazioni e al nostro Paese.
Nulla di tutto questo. Incapaci di mantenere relazioni nate da tempo, consolidate in regioni dove diffusissimo era l’uso della lingua italiana, i nostri governi non lo hanno saputo fare. Insomma una delle tante occasioni perdute che caratterizzano da un po’ d’anni a questa parte la politica italiana all’interno e all’esterno.
I nostri governanti ai quali non è sfuggito a parole il ruolo strategico dell’Italia nel Mediterraneo non hanno operato di conseguenza. Considerato che si tratta di un ruolo naturale, per essere il nostro Paese un promontorio disteso sul male e per aver avuto l’Italia una storia di rapporti culturali ed economici che datano dall’antica Roma, come dimostrano le meravigliose città che arricchiscono le coste dell’Africa mediterranea. Di più, l’Italia avrebbe dovuto far valere questa sua posizione privilegiata per far comprendere all’Europa continentale che le coste italiane sono una porta aperta all’Oriente, un luogo di confronto civile tra culture alimentato dalla storia, che avrebbe potuto assicurare la pacifica convivenza all’interno dell’area mediterranea perché siamo i naturali interlocutori di queste popolazioni. Non l’Europa senza l’Italia, non gli Stati Uniti d’America, senza l’Italia e l’Europa.
Ci ricordiamo, in modo un po’ maldestro, di essere la frontiera sud dell’Europa, oggi nel momento in cui una crisi paurosa affolla il Mar Mediterraneo e ne fa a giorni alterni un cimitero di disperati. Popolazioni che se l’Italia avesse svolto il ruolo cui innanzi si è fatto cenno sarebbero rimaste nei loro territori e lì avrebbero prosperato. Perché l’Italia, con tutti i difetti che le riconosciamo, è anche il Paese capace di realizzare in Africa, come è accaduto al tempo delle colonie, opere pubbliche e iniziative culturali e di carattere economico e industriale. Sarebbe facile immaginare come da una sinergia fra Italia, Eritrea, Somalia e Libia sarebbe potuta realizzarsi un’area economica preziosa per noi e per quei paesi.
Il tempo passato non si recupera, non si recupera mai. Ed oggi un governo che non è riuscito a battere un colpo al tempo della presidenza italiana dell’Unione va col cappello in mano a Bruxelles nella speranza che il timore di una invasione che non lascerebbe indenni i paesi dell’Europa centrale, faccia allargare i cordoni della borsa e immagini qualche operazione umanitaria, magari in divisa, per trattenere, in condizioni di civile sopravvivenza, coloro che oggi affollano le carrette del mare e sono reclutati dalla malavita che si arricchisce alle spalle di quei poveri diseredati che guardano all’Italia con speranza e fiducia.

http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/salvatore-sfrecola-opinioni/migranti-dalle-ex-colonie-le-colpe-storiche-dei-governi-italiani-2169142/

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