L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 aprile 2015

Derivati, Monti, Letta Renzi, traditori della patria

Lo scellerato patto tra il Tesoro e le banche. Un maxi debito lasciato in eredità agli italiani


Economia ·
(Teleborsa) - Caduto Berlusconi, perché lo Spread con il Bund tedesco aveva superato i 500 punti e messo l’Italia sull’incudine della speculazione internazionale, si sono succeduti tre governi. Monti, Letta e Renzi. Lo Spread si è sgonfiato fino a 100 punti e ha permesso all’Italia di navigare nelle acque pericolose della crisi del debito.

Tra il 2011 e il 2014, quindi, i tre governi, ma specialmente quello di Monti e di Renzi, avrebbero sventolato come un loro successo personale il rientro dello Spread con il Bund tedesco.

In realtà il calo del famigerato Spread, come riporta stamattina la pagina economica di Libero, sarebbe costata ai contribuenti italiani poco meno di 17 miliardi di euro che sarebbe il costo di un’operazione in derivati, accordata alle banche per incoraggiarle a sottoscrivere debito pubblico italiano, sterilizzato del rischio di default.

Le operazioni sarebbero ancora in essere e porterebbero in dote altre perdite per complessivi 42 miliardi, che andranno a gravare sul debito pubblico della Nazione.

La fonte ufficiale della notizia è il rapporto di Eurostat sul debito pubblico degli Stati dell’Unione, dove in una nota è stato evidenziato l’ingente costo dei contratti derivati che il Tesoro italiano ha sottoscritto con 19 giganti internazionali del credito, per superare la diffidenza verso le aste dei titoli italiani e convincerle a partecipare per contrastare la salita dello Spread.

Contratti che ex post si sono rivelati rovinosi, cumulando costi e perdite superiori al totale di tutti quelli sottoscritti dagli altri 18 Paesi della zona euro.

Ovviamente, tutte le controparti bancarie tra cui l’onnipotente Goldman Sachs, JP Morgan, HSBC, UBS, per finire alla nipponica Nomura, tutte realtà di massimo livello della finanza internazionale, hanno concluso ottimi affari.

Per spiegarla a chiare lettere, le suddette banche, per partecipare alle aste dei titoli di debito italiani hanno ricevuto dal Tesoro una commissione. Insomma si sono fatte pagare il prezzo per il disturbo, senza il quale non avrebbero partecipato alle aste e lo Spread sarebbe finito chissà dove.

Oltre al danno la beffa, in quanto le perdite sono maturate proprio perché i tassi sono scesi e i contratti sottoscritti, derivati di tipo IRS, Interest Rate Swap, servono a coprire il differenziale negativo dei tassi di interesse attualmente in capo alle banche sottoscrittrici.

Ma se errare è umano, perseverare è diabolico. La perdita sui derivati è stata maggiore del risparmio che si sarebbe ottenuto sul pagamento degli interessi del debito pubblico, stretto in una trappola impossibile da disinnescare e vittima delle nefaste conseguenze finanziarie nel peggior momento della sua storia. Ecco spiegato perché il debito pubblico non scende mai.

“Alla fine del 2014 gli strumenti derivati per la gestione del debito emesso dalla Repubblica italiana, ammontano a circa 159,6 miliardi di valore nazionale”, ha dichiarato Maria Cannata, direttore del dipartimento del debito pubblico, al Ministero del Tesoro, aggiungendo che "il valore di mercato, aggiornato al terzo trimestre 2014 è negativo per 36,870 miliardi di euro”. Cifra, questa, salita a 42 miliardi alla fine del 2014.

Padoan all’inizio di aprile è stato chiamato a riferire in Parlamento sulle cifre e sui numeri relativi ai contratti in derivati e alle perdite potenziali. Il Ministro, tuttavia, non ritenuto di dover fornire spiegazioni. “Il livello di disclosure - ha detto il ministro - è già ampio, in linea con gli emittenti sovrani. Il livello di dettaglio richiesto non è accoglibile”.

Insomma, sul debito pubblico nazionale è calato il segreto di Stato. 
 

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