L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 aprile 2015

Infrastrutture digitali, fibra ottica, ma cosa vuole questo governo, batta un colpo

Metroweb: la partita infinita con troppi “furbetti” al tavolo

di Angelo Curiosi Metroweb: la partita infinita con troppi “furbetti” al tavolo
(Il Ghirlandaio) Roma, 27 apr. - Una commedia degli equivoci, o forse – più nobilmente - una partita a scacchi tra un sistema economico misto e uno neoliberista. Sta di fatto che, nel raccontare l’assurda vicenda della banda larga italiana, che ci rende sempre più ridicoli al confronto internazionale, bisogna sempre avere presente tre cose: prima di tutto, che di soldi per gli investimenti infrastrutturali in Italia ne circolano pochi e che di conseguenza qualsiasi annuncio sbandierato in tal senso è da prendere con moltissime precauzioni. Poi, che un tema nodale come l’attuazione dell’agenda digitale viene affrontato senza avere ancora un direttore generale dell’agenzia preposta, visto che Alessandra Poggiani ha rassegnato le proprie dimissioni, ma il nome del sostituto ancora non esiste. Infine, che la cronica carenza di investimenti nel settore tlc inizia a essere non soltanto un problema di velocità di connessione, ma anche di mancate partnership commerciali, come nel caso di Netflix che si è guardata bene, finora, dallo sbarcare nel nostro Paese.
Partiamo dall’inizio: Metroweb, la società che è stata indicata dal governo come veicolo per lo sviluppo della banda larga ultra-veloce (quella a 100 Mbit/s) si è impegnata tra la fine degli anni ’90 del secolo scorso e i primi anni del 2000 a cablare interamente Milano con la fibra ottica. Il capoluogo lombardo, a differenza di tutte le altre città italiane, è l’unico a essere interamente cablato, con l’area in fibra ottica più vasta d’Europa: 7.254 km di cavi e 324.000 km di fibre ottiche in un’area di oltre 2,7 milioni di abitanti. Oggi Metroweb è controllata da F2i, fondo di investimenti infrastrutturali pubblico-privato destinato a uscire dal capitale a medio termine, e per il 46% dalla Cassa depositi e prestiti, cioè dallo Stato.
Per la realizzazione della rete in fibra, il governo Renzi ha promesso di mobilitare fino a 6 miliardi di euro di investimenti pubblici (minoritari) e privati (prevalenti, in quanto stimolati da incentivi e sgravi fiscali per coloro che decidano di puntare sulla più moderna tecnologia di trasmissione). Tra questi soggetti in prima fila c’è Telecom Italia, che – senza in verità mai essersi “chiamata fuori” - ha annunciato agli inizi di marzo di voler essere della partita in un ruolo di leadership. Ma alle sue condizioni, naturalmente. Cablare il paese è, ovviamente, un’attività che fa gola a molti, tanto che tutti gli operatori telefonici si sono detti disponibili a consorziarsi per realizzare un investimento che sarà immancabilmente fruttuoso. Tutti tranne Telecom, che ha chiesto di poter acquistare Metroweb: non tutta subito, ma comunque con l’obiettivo di assorbirla nel gruppo.
La Cassa depositi e prestiti ha risposto picche. Per la Cassa, infatti, Metroweb e la sua preziosa rete dovrebbe essere il fulcro di una grande società partecipata certamente anche da Telecom, ma non soltanto da Telecom, bensì anche dai suoi concorrenti, come Fastweb, Vodafone e Wind. A complicare la vicenda altri due avvenimenti: il primo è che Telecom ha deciso di cablare per conto suo 400 comuni, spiazzando la concorrenza. Ma suscitando l’ironia del presidente della Cassa, Franco Bassanini, che appena appresa l’entità della cifra stanziata da Telecom l’ha gelata con una battuta: “Solo 500 milioni per cablare 40 città? Con quella cifra può al massimo cablare qualche quartiere”.
In effetti, nel piano strategico di rilancio dell’azienda presentato da Marco Patuano nel dicembre 2013, si sosteneva che entro il 2016 Telecom avrebbe cablato circa il 50% del territorio italiano, con un investimento stimato intorno ai 9 miliardi di euro. Non sembrerebbe in regola con il ruolino di marcia implicito in un simile piano, ma rivendica invece il diritto di seguire il suo piano. E comunque, non vuole “mollare l’osso” e si mette di traverso di fronte a qualsiasi altra possibilità ventilata.
Servirebbe un arbitro, qualcuno che inizi ad estrarre cartellini gialli o rossi. Ma l’arbitro non c’è. O meglio, non c’è più. Alessandra Poggiani si è dimessa nelle scorse settimane da capo dell’Agenzia per il Digitale. Il suo sostituto ancora non è stato individuato e, di conseguenza, nessuno ha la forza necessaria per bacchettare i protagonisti di questa vicenda. Il ruolo di direttore generale dell’AGID non è certamente di facciata, ma serve (o servirebbe) a far rispettare quegli impegni che l’Italia si è assunta, in sede continentale, già nel 2010, quando sottoscrisse l’Agenda Digitale Europea, che prevedeva il raggiungimento di una serie di obiettivi di innovazione entro il 2014. Target spostato al 2016, ma i tempi rimangono strettissimi e i margini di manovra sempre minori.
Su tutto questo si innesta un problema ulteriore: senza la banda larga, ci si può scordare una serie di investimenti nel nostro paese. Recentemente Sky e Telecom hanno siglato un accordo per la visione in streaming e on demand di contenuti della tv satellitare via internet. Sarebbe un’ottima cosa, se non fosse che rischia di restare l’unica nel panorama informatico del nostro paese. Negli Usa e Uk, Netflix è ormai una realtà di proporzioni enormi, capace di distruggere in breve tempo Blockbuster. Ebbene, la società che produce House of Cards si è – per ora – tenuta alla larga dal nostro paese nonostante le pressanti richieste di molti utenti che sarebbero ben contenti di pagare un abbonamento mensile in cambio di una programmazione on demand di altissimo livello.
Netflix, però, non è convinta di voler venire in Italia. E come darle torto? Con l’attuale rete, la velocità media di connessione è di 5,6 Mbit/secondo, grazie alla quale l’Italia si colloca al 54° posto nella classifica mondiale delle velocità di connessione, capeggiata dalla Danimarca che viaggia a oltre 22 Mbit/secondo. Inoltre, secondo una ricerca condotta da Akamai, in Italia solo il 5,7% della popolazione è raggiunto da una connessione superiore ai 10 Mbit/secondo contro il 55% della Svizzera.
Quello che gli italiani continuano a non capire è che avere una velocità di connessione più alta non serve per andare più rapidamente su Facebook o Twitter, ma per fruire di un’esperienza integrata tv-internet che ad oggi è ancora in stadio embrionale. I contenuti on-demand, profilati sulle esigenze dell’utente, sono il futuro della televisione. Ma con una velocità di connessione così bassa, chi potrebbe mai decidere di investire nel nostro paese?

http://www.ilghirlandaio.com/copertine/129198/metroweb-la-partita-infinita-con-troppi-furbetti-al-tavolo/

1 commento:

  1. Ho letto con piacere. Posso segnalarti questa intervista a Pietro Guerrieri, direttore generale di SES Astra Italia, sul futuro della tv italiana? https://www.youtube.com/watch?t=200&v=pxZg5u7lJiw

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