L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 aprile 2015

Quatitative Easing, la bufala fa aumentare i tassi d'interesse dei titoli di stato italiani

Finanza e Mercati In primo piano

Il paradosso del Qe: tassi sui titoli di Stato italiani in rialzo da quando sono scattati gli acquisti Bce

Siamo al primo quantitative easing della storia dell’Eurozona. E, dopo poco più di un mese dal suo lancio il 9 marzo scorso, non mancano i paradossi. Come quello che vede ad oggi l’impossibilità per la Bce di acquistare i titoli di alcuni Paesi su certe scadenze. Le regole del “Qe” prevedono infatti che l’istituto di Francoforte compri sul mercato secondario titoli di Stato dei 19 Paesi dell’Eurozona (al momento sono esclusi i titoli della Grecia) su scadenze comprese fra 2 anni (quindi non vanno bene i titoli biennali emessi in asta che dal giorno dopo sul secondario hanno scadenza inferiore ai 2 anni) e 30 anni, a condizione che i tassi di mercato non siano inferiori al tasso sui depositi fissato dalla Bce stessa a -0,2%.
Bene, i massicci acquisti della Bce hanno contribuito a ridurre i tassi sotto questa soglia di Germania (su scadenze fino a 3 anni), Austria (2 anni), Finlandia (2 anni), Olanda (2 anni). In questo club si è unito da questa mattina il Belgio con i tassi dei titoli a due anni scivolati a -0,21% e quindi tecnicamente fuori dall’orbita dal “Qe”. Ed è ormai vicinissima a unirsi anche la Francia con i biennali che viaggiano allo 0,197%.
Ma questo non è l’unico paradosso dell’azione espansiva della Bce. Sfogliando le tabelline dei tassi ne emerge allegramente anche un secondo, e riguarda l’Italia. Da quando è iniziato il “Qe” gli unici tassi che sono diminuiti sono quelli relativi a titoli con durate inferiori ai due anni, quelli cioè non coperti dal “Qe”. Al contrario, sono aumentati i tassi dei titoli con scadenza da 2 a 30 anni, proprio quelli che rientrano nella sfera di competenza degli acquisti eseguibili dalla Bce nell’esercizio della manovra.
Questa tabella evidenzia le variazioni. Dall’avvio del “Qe” i tassi dei BoT a 3 mesi hanno perso 1,4 punti base, i titoli semestrali quasi 5 punti, come i titoli a 1 anno, mentre quelli a 2 anni sono arretrati di 3 punti base. Siamo così vicini allo 0 che le variazioni non fanno effetto. Da ricordare poi che nei giorni scorsi nel corso degli scambi intraday i BoT con scadenza 30 giugno sono scivolati sottozero, in scia ai movimenti intensi sul mercato monetario che hanno portato anche l’Euribor a 3 mesi, il tasso caro a coloro che stipulano un mutuo a tasso variabile, con il segno meno.
Si entra nel paradosso quando invece si scopre che dai 3 anni in sù i tassi dei governativi italiani sono aumentati con picchi di 15 punti base per la durata a 7 anni e di 12 sui 10 anni. Come è andato lo spread, ovvero il differenziale di rendimento tra BTp e Bund a 10 anni? È aumentato di quasi 40 punti, da 92 a 129. Questo perché nel frattempo il rendimento dei BTp a 10 anni è aumentato dall'1,32% all'1,44% e allo stesso tempo quello del Bund a 10 anni si è ridotto dallo 0,41% allo 0,16%.
Certo, non va dimenticato che i mercati hanno giocato in parte d'anticipo e che se il conteggio parte da fine gennaio (quando la Bce ha difatti annunciato il “Qe”) il rendimento dei BTp decennali è calato (era all'1,6%). Ma si può anche dire che al momento per l'Italia, così come per la periferia, gli acquisti effettivi della Bce partiti il 9 marzo non hanno dispiegato il loro massimo potenziale, e che la manovra ha fatto aumentare le divergenze tra Paesi “core” e “periferia” dell’Eurozona, più che assottigliarle.
A questo punto resta da capire se la stima del governo - che grazie al “Qe” e alla riduzione dei tassi che dovrebbe comportare ha messo in preventivo di ridurre a fine anno da 85 a 75 miliardi la spesa per interessi nominali sul debito pubblico - potrà essere confermata. Lo scopriremo presto, al più tardi a dicembre.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-04-27/il-paradosso-qe-i-tassi-titoli-italiani-sono-aumentati-quando-sono-iniziati-acquisti-bce-104433.shtml?uuid=ABjMWOWD

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