L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 5 maggio 2015

Arabia Saudita si muove e cambia la geopolitica strategica


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ARABIA SAUDITA/ Ecco perché Riyadh si allontana da Washington e si avvicina a Mosca
Pubblicazione: martedì 5 maggio 2015
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Un cambiamento così radicale al vertice del regno dei Saud, l’Arabia Saudita, non lo si era davvero mai visto. Forse perché i cambiamenti nel quadrante del Golfo e non solo si fanno anch’essi sempre più radicali e necessitano dunque scelte nette e soprattutto di prospettiva ampia dal punto di vista temporale. 
Re Salman, succeduto pochi mesi fa ad Abdullah, ha deciso di mettere fine al metodo di successione tradizionale a Riyadh, quello che prevede il passaggio del potere di fratello in fratello, tutti in età assai avanzata. Salman ha nominato erede al trono il 55enne principe e ministro dell’interno Mohammed bin Nayaef ed ha addirittura nominato già il successore di quest’ultimo nel giovanissimo ministro della difesa Mohammed bin Salman, che ha solo 30 anni. 
Perché questo cambiamento così netto ma soprattutto inaspettato da parte del vertice del potere saudita? Perché proprio oggi il nuovo re ha deciso di spezzare una tradizione secolare? Il quadro delle relazioni internazionali sta rapidamente cambiando e l’avanzata degli sciiti, ormai all’80% nel quadrante, combinata con il riavvicinamento americano all’Iran impongono che anche l’Arabia Saudita rimoduli le sue traiettorie in fatto di politica estera. Con Washington, nonostante i legami rimangano saldi, i rapporti del momento registrano un raffreddamento relativo appunto alla questione iraniana che porta con sé tutti i rischi di un rafforzamento dell’influenza sciita ai confini e all’interno del Paese. 
Necessita dunque avere un responsabile al dicastero della difesa che sappia trattare con la dovuta strategia i rapporti con gli Usa, che da sempre sono alleato imprescindibile di Riyadh e viceversa. La questione yemenita, peraltro, altro non ha fatto se non acuire la necessità di un rimpasto nell’oggi e nel domani dell’élite governativa saudita che rischiava, mantenendo il passaggio di consegne tradizionale, di non seguire più una realtà geopolitica in cambiamento praticamente quotidiano.
L’aver tentato, con alterne fortune, di spezzare la rivolta dei ribelli sciiti Houthi nello Yemen non ha posto fine ai timori sauditi di contagio anche nel proprio territorio e della crescita ormai esponenziale in tutto il quadrante che circonda Riyadh; possiamo dunque considerare questa decisione di Salman un primo accenno da parte dell’élite governativa saudita di seguire il corso dei tempi, un tentativo obbligato dalle circostanze geopolitiche che potrebbe rivoluzionare per sempre una monarchia ritenuta storicamente immune al passare del tempo. 
Questo certo non ci fa propendere per la previsione di un’Arabia Saudita diversa dal punto di vista dei diritti umani, il che presuppone un’inversione di tendenza storica al momento impossibile, ma la cosa certa è che i rapporti internazionali che siamo destinati a vedere potranno rivoluzionare il quadrante arabo e mediorientale per sempre: se Riyadh e Washington si allontanano e nel contempo crescono l’influenza dei Paesi sciiti e della Russia, di certo qualche cambiamento possiamo aspettarcelo, anche di ampio respiro. 
Del resto la resistenza ostinata degli Houthi nello Yemen, considerato fino a poco tempo fa una sorta di colonia saudita, ha reso chiaro che l’influenza di Riyadh sui partner vicini e lontani si è incrinata e per questo ha perso la tradizionale presa. Ora sta a capire se questi cambiamenti al vertice potranno arrestare la tendenza calante dell’influenza saudita a cui oggi assistiamo e se questo calo, qualora dovesse proseguire, potrà imporre all’Arabia Saudita dei passaggi riformatori ancora più profondi e tali da ribaltare i principi cardine che ne hanno caratterizzato la forza politica internazionale ma anche la contestuale conflittualità interna.

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