L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 1 maggio 2015

Capitalismo, l'Alternativa c'è, come, cosa e quanto produrre nel rispetto dell'ambiente


Un nuovo modello di sviluppo per non morire
 
Un nuovo modello di sviluppo per non morire
Imola. Non è possibile uscire dalla sala del centro sociale La Stalla dopo aver assistito, martedì 21 aprile, all'incontro avente per tema “L'osservatorio sull'economia ed il lavoro nel circondario di Imola” e restare indifferenti: i dati negativi sull'andamento dell'occupazione, quelli quasi peggiori circa le imprese industriali, commerciali ed artigiane e, non da ultime, le note dolenti che deve registrare anche il movimento cooperativo lasciano un segno profondo. La domanda che viene spontanea è come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto, come potremo uscirne, riusciremo davvero ad uscirne e se si, come!

A queste domande, e a tante altre, ha dato risposta il professor Francesco Gesualdi, invitato dall'associazione San Cassiano per il commercio equo e solidale, in un incontro con la cittadinanza tenuto nell'aula magna del Seminario di Imola venerdì 24 aprile. L'analisi del professore parte da non molto lontano e ci conduce nella patria del capitalismo più sfrenato e non molto tempo fa: gli Stati Uniti d'America. Da anni, in tale Stato, tutti i cittadini erano sospinti da incalzante pubblicità e indicazione di metodo di vita verso un sistema consumistico spinto all'eccesso.

Nella gran massa della popolazione trovava ampio spazio il desiderio di "consumo" e di "possesso" di ogni tipologia di bene prodotto fino a trovarsi costretti ad indebitarsi pur di possedere anche l'ultimo oggetto presentato sul mercato. La massa delle posizioni debitorie riempiva le banche oltre ogni limite fino ad indurle a disfarsi di una consistente parte di tali posizioni debitorie.
A questo punto il professore afferma di essere stato colto impreparato nell'apprendere che i "debiti" potessero essere venduti, ma così è stato. Le banche americane, infatti, hanno finito per cedere, scontate anche se non di molto, parte delle posizioni scoperte che negli anni avevano accumulato ad altre banche di altre nazioni: Islanda, Irlanda, Germania e così via.

I problemi sono iniziati quando un certo numero di cittadini americani ha affermato di non essere più in grado di ripagare le rate di rientro dei loro debiti, provocando in tal modo una catena di scoperti destinata a definirsi in diverse centinaia di miliardi di dollari. Gli Stati sono dovuti intervenire per salvare le banche nazionali e ciò a provocato un'impennata dei debiti pubblici degli stati. Anche nelle nazioni dove questo fenomeno finanziario non risulta essere stato particolarmente violento, la situazione fatto si che si incominciasse a valutare con maggiore attenzione l'indebitamento complessivo degli stati. Il nostro paese, per esempio, vede il nostro debito pubblico composto per circa un 5% dal debito originario, poco meno del 20% da voci di spesa diverse e per oltre il 75% da accumulo di interessi sul debito stesso: non vi è nulla di peggio del debito acquisito per far fronte al pagamento di interessi sul debito stesso. Si chiama "capitalizzazione composta" e costa molto.

L'accrescere del debito pubblico ha determinato la necessità di cercare di ridurlo o, almeno, di contenerlo e da qui, all'unisono, le tre strade che sono state intraprese: aumento della produzione per poter vendere di più, risparmiare tutto quello che si può (taglio della spesa) e privatizzare tutto il possibile, cioè vendere (l'esempio della cessione di parte delle azioni Hera è un esempio tipico). Il taglio della spesa ha però ridotto la capacità di acquisto delle masse che hanno dovuto far fronte a bisogni primari irrinunciabili riducendo quindi la loro potenzialità di acquisto. Acquistando meno si è venuta a determinare una contrazione nella vendita del prodotto industriale e le aziende si sono trovate in difficoltà: alcune hanno cessato l'attività, altre hanno proposto soluzioni di diminuzione del personale o di salari, altre hanno cercato di andar a produrre altrove determinando la perdita di posti di lavoro e così via. Riportando le esatte parole usate dal professor Gesualdi, non c'è via di uscita ed il sistema "andrà a sbattere".

I dati della nazione Italia che fornisce il Gesualdi non sono molto dissimili da quelli della nostra città (in percentuale): il 13,6% cerca il lavoro (3.500.000), un 12% circa si dice scoraggiato perché cerca da tempo il lavoro e non lo trova. Circa 7.000.000 di persone in totale, fra i quali 700.000 giovani (46%). Si possono contare circa 2.250.000 giovani che non fanno nulla: non studiano, non lavorano. Per far fronte a questa situazione (ritornando ad un esame della complessità mondiale) si trova di fronte ad uno sfruttamento del sud del mondo e ad una disoccupazione crescente nel nord.
Come se ne esce? Non sarà né facile né rapido uscire da questa situazione anche perché ci si troverà di fronte ad un sistema che non si risparmierà nel contrastare un'inversione di tendenza. Occorrerà fare un profondo esame di coscienza e rendersi conto che il sistema capital/consumistico non ci ha portato la vera felicità, ma unicamente il piacere effimero del possesso di tanti oggetti molti dei quali assolutamente inutili e riprenderci il possesso delle nostre scelte nella nostra quotidianità. Dovremo ri-imparare a produrre quello che ci serve attorno a noi e consumarlo in loco. Dovremo imparare a distinguere tra i valori che oggi ci sono di guida nel vivere la nostra giornata, dovremo chiederci quale "tipo" di felicità ci interessa davvero e rivalutare il nostro senso di "sazietà" individuando con attenzione e discernimento i valori fondanti di un sano equilibrio dentro di noi.

Una ricetta non facile da assimilare, una "cura" che richiede tempo, equilibrio e scelte anche dolorose, ma, secondo il professore, inevitabili. Chi desiderasse approfondire l'argomento può contattare il sito www.cnms.it.
Il Centro nuovo modello di sviluppo, coordinato da Francesco Gesualdi, è sorto a Vecchiano (Pisa) nel 1985. Affronta i temi del disagio economico, psichico e ambientale sia a livello locale che internazionale, con particolare attenzione al sud del mondo. Siamo pronti?
(Mauro Magnani)

http://www.leggilanotizia.it/moduli/notizia.aspx?ID=8831

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