L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 7 maggio 2015

Derivati una mina vagante accesa dal Pd con il consociativismo di Berlusconi

Derivati, una mina da 800 milioni

Pubblicato Mercoledì 06 Maggio 2015, ore 17,51

E' l'entità del "buco" preventivato al 2036 del bond di un miliardo e 800milioni a suo tempo sottoscritto dalla Regione. La Corte dei Conti lancia l'allarme a livello nazionale: "Strumenti finanziari che incidono in modo preoccupante sul debito"

“Fossimo nel 2036 con le condizioni odierne, la Regione si troverebbe un buco all’incirca di 800milioni di euro”. Lo scenario prefigurato dall’ex assessore al bilancio della giunta regionale di centrodestra Gilberto Pichetto non fa che confermare, anche per il Piemonte, l’allarme lanciato in queste ore dalla Corte dei Conti sul ricorso ai derivati da parte degli enti locali, contenuto in un documento presentato alla commissione Finanze della Camera. “Secondo le stime ufficiali – ha spiegato Angelo Buscema, presidente delle sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei Conti - a fine 2014 il valore degli strumenti derivati sul debito ammontava in Italia a circa 160 miliardi, quasi il 9 per cento sul totale dei titoli di Stato in circolazione, mentre il valore di mercato segnava una perdita potenziale di circa 42 miliardi”. Questo “valore negativo rappresenta l’onere che lo Stato italiano avrebbe sostenuto nell’ipotesi teorica, che i contratti su derivati in essere fossero stati estinti anticipatamente alla fine dello scorso anno”. Ce n’è a sufficienza per far dire alla magistratura contabile che i derivati delle autonomie territoriali “hanno evidenziato profili di criticità piuttosto elevati, considerata sia l’incidenza di tali strumenti sullo stock complessivo del debito sia l’inadeguatezza degli apparati preposti alla loro gestione”.

Il Piemonte, inteso come ente Regione e quindi al netto di quel che riguarda Comuni più o meno grandi che hanno utilizzato questi sistemi finanziari, ha in pancia l’ormai noto contratto trentennale sottoscritto nel 2006 dalla giunta Bresso, assessore Paolo Peveraro e prima di lui Gianluca Susta, da un miliardo e 800 milioni che ha portato all’emissione di obbligazioni, i Bor, collocate sul mercato e acquistate da privati, ma soprattutto da banche nazionali e straniere. Dexia Crediop, Banca Opi Sanpaolo e Merrill Lynch, le banche coinvolte nell’operazione derivati che, da tempo, è tra i nodi che l’ente vorrebbe sciogliere, trovandosi tuttavia in difficoltà come già avvenne proprio con la giunta di Roberto Cota quando, nel 2012, decise di non pagare più le rate del prestito andando così incontro a una condanna da parte dell’Alta Corte di giustizia di Londra che impose il pagamento del dovuto e pure le spese di giudizio.

La soluzione prospettata recentemente è stata quella di proporre il riacquisto dei “bond”, pagandoli con un mutuo messo a disposizione dal ministero dell’Economia. Ma questa via d’uscita sarebbe tale solo parzialmente, visto che gran parte dei titoli sono in pancia a istituti di credito che ben si guarderebbero dal venderli a un prezzo oggi pari a circa il 65% di quel 100% che potrebbero incassare nel 2036. Quella che Pichetto qualifica sarcasticamente come “una furbata”, ovvero il prestito sottoscritto con il pool di banche nel 2006, rischia insomma di rappresentare un tegola per le future generazioni piemontesi che tra poco più di vent’anni potrebbero ritrovarsi un ente gravato da un buco che supererebbe il mezzo miliardo di oggi.

Anche quella che è stata presentata come una ciambella di salvataggio per le Regioni, ovvero il decreto 66 del 2014 con il quale il ministro Pier Carlo Padoan ha offerto la possibilità di ristrutturare il debito collegato ai derivati, è stata richiesta dal Piemonte insieme alle altre Regioni. Ma questo non ha certamente portato a quella soluzione definitiva che sembra essere ancora lontana, per le ragioni che si sono accennate poc’anzi, in primis la volontà di vendere i bond da parte di chi ne ha la quantità maggiore, ovvero le banche stesse.

Che quello del Piemonte non sia un caso isolato lo conferma, ancora, il documento della Corte dei Conti in cui si legge che “a fronte dei circa 160 miliardi del portafoglio degli strumenti derivati dello Stato, all’inizio del 2015, il valore nozionale dei contratti su derivati degli enti territoriali sarebbe di poco inferiore ai 25 miliardi. Di questi 25 miliardi, il 60 per cento è imputabile ai contratti sottoscritti da Regioni e Province autonome, ma l’incidenza sullo stock di debito è più elevata: circa il 28% nelle Regioni e il 20% negli enti locali, a fronte di un debito complessivo, rispettivamente, di 52,77 e 54,49 miliardi di euro nel 2013”. Sempre secondo i magistrati contabili “il ricorso agli strumenti di finanza derivata da parte degli enti territoriali ha subito negli ultimi anni una flessione per effetto della normativa sempre più stringente susseguitasi in tale materia. Le Sezioni regionali di controllo hanno richiamato l’attenzione degli enti sull’aleatorietà di operazioni finanziarie strutturate con contratti derivati che potevano presentare rischi a carico di esercizi futuri e la cui struttura e complessità poteva non essere in linea con le esigenze finanziarie dell’ente”. Anche se ci fu chi, per difendersi contro quella “furbata” provò a dire che tutto era scritto in inglese e ci si capiva poco.

http://www.lospiffero.com/marciapiede/derivati-una-mina-da-milioni-21723.html

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