L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 luglio 2015

la Nato con la Turchia contro il popolo curdo

La comandante curda Rangin: «Coalizione internazionale contro l’Isis solo a parole»
Intervista. Da Kobane parla la comandante kurda Rangin, mentre sono in corso i combattimenti
 
Una combattente Ypj a Kobane
  25.6.2015

«È il momento che fini­sca l’isolamento», ha denun­ciato la coman­dante delle Unità di pro­te­zione popo­lare delle donne (Ypj), Nasrin Abdalla in una con­fe­renza stampa alla Camera a Roma subito dopo il nuovo attacco dell’Is a Kobane.

Per discu­tere della nuova crisi che atta­na­glia la città abbiamo rag­giunto al tele­fono nel quar­tier gene­rale Ypj della città di Kobane la coman­dante Rangin.

Che suc­cede adesso a Kobane?

I com­bat­ti­menti con­ti­nuano. Ci sono un cen­ti­naio di mili­ziani di Daesh asser­ra­gliati in città e che pro­ce­dono con attac­chi som­mari con­tro la popolazione.

Come giu­dica l’operato della coa­li­zione internazionale?

Non fanno del loro meglio. Ci sono spesso civili kurdi uccisi nei bom­bar­da­menti. Suc­cede per errore, secondo loro, ma noi invece cre­diamo che vogliano man­te­nere una forma di equi­li­brio tra jiha­di­sti e com­bat­tenti kurdi. Se la coa­li­zione vuole bom­bar­dare una siga­retta lo fa. A volte chie­diamo attac­chi mirati e dicono di non poter pro­ce­dere. Troppi com­bat­tenti jiha­di­sti hanno armi degli Stati uniti o tur­che. Invece noi per mesi non abbiamo avuto arma­menti suf­fi­cienti. Dopo la libe­ra­zione delle aree con­trol­late dal regime siriano abbiamo raf­for­zato la lotta armata ma siamo sem­pre stati dipen­denti più dal soste­gno del popolo che dalle armi.

Lei si è unita ai Ypj nell’aprile del 2013 ed è subito entrata tra i ran­ghi pro­fes­sio­nali. Come è orga­niz­zato l’esercito Ypj?

Ci sono prima di tutto unità di auto­di­fesa locale (haremi), poi com­bat­tenti pro­fes­sio­ni­ste e infine unità di resi­stenza. Soprat­tutto gli uomini par­tono dall’autodifesa per entrare in Ypg; le donne, più sco­la­riz­zate, spesso entrano diret­ta­mente tra i com­bat­tenti pro­fes­sio­nali. Noi siamo come ogni altro eser­cito, dipen­diamo dall’ideologia di Oca­lan. Ma non siamo solo un eser­cito. Nei nostri mee­ting pas­siamo tempo a discu­tere e cri­ti­carci. Siamo un eser­cito di difesa. Le donne per com­bat­tere devono sapere per­ché e per cosa com­bat­tere. Per que­sto ini­ziamo con una pre­pa­ra­zione ideo­lo­gica e acca­de­mica per­ché ogni com­bat­tente Ypj deve cono­scere sé stessa.

Quindi Ypj è un eser­cito di femministe?

Non siamo per un fem­mi­ni­smo radi­cale. Dipen­diamo da noi stesse e bene­fi­ciamo dell’esperienza di tutti. Le donne in casa pro­teg­gono l’essenzialità della donna. La nostra bat­ta­glia è come donne (non importa se kurde, siriane o euro­pee) e per la nazio­na­lità che si iden­ti­fica con l’autonomia demo­cra­tica ed è con­tra­ria al con­cetto di Stato. Nei com­bat­ti­menti di Shen­gal le donne sono andate a sal­vare altre donne. A Til­te­mer le com­bat­tenti Ypj sono andate a sal­vare le donne arabe. Siamo andate a libe­rare decine di donne pri­gio­niere nei vil­laggi occu­pati da Isis.

Uno dei temi che trat­tate nei trai­ning delle Ypj è «amore e morte»?

L’amore è essen­ziale, parte dell’istinto di ognuno. La filo­so­fia della morte è un modo di vivere. Nel pas­sato tutti sape­vano che a breve sareb­bero morti ora non è così e que­sto ci discon­nette dalla natura e non ci fa accet­tare l’idea di morte. La reli­gione sfrutta la morte: se sei mar­tire vai in para­diso. Per noi amore e morte sono in con­trad­di­zione: quando ne discu­tiamo è per cer­care una nuova vita mili­tare, comu­ni­ta­ria, quo­ti­diana. La donna non è fatta solo per avere figli. Vogliamo rifor­mare, rin­no­vare la comu­nità. E poi par­liamo molto di sessualità.

Come ven­gono accolte dai com­pa­gni uomini le Ypj?

Alcuni uomini non accet­tano che il loro coman­dante sia donna. Se in que­sto con­te­sto le donne sono mili­tari, non è invano. Dob­biamo com­bat­tere con­tro il con­cetto che molti com­pa­gni hanno della donna. Quando ne par­liamo con un Ypg, spesso accade che cambi idea e capi­sca che le Unità maschili esi­stono per­ché esi­stono le Ypj e non vice­versa. Noi non siamo un eser­cito deco­ra­tivo. Tante nostre com­bat­tenti sono sal­tate in aria su mine, sono coman­danti (la mag­gio­ranza) di unità maschili. C’è molta auto­no­mia su que­sto. Abbiamo bri­gate miste, quasi in tutte le bri­gate ci sono co-comandanti. Per esem­pio, se i com­bat­tenti kurdi non fanno puli­zia etnica dopo la con­qui­sta di una città è prin­ci­pal­mente per la nostra per­sua­sione a smet­tere di com­met­tere errori. 

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