L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 29 luglio 2015

L'Europa non è uno spazio monetario ottimale, gli euroimbecilli lo sanno e se non lo sapessero gli asini volano

Un dramma in cinque atti

Come la crisi all’interno dell’Unione Monetaria Europea si sta sviluppando da anni

L’estate è il periodo dei festival. Nelle ultime settimane sul palcoscenico mondiale è stato portato anche il dramma della politica monetaria europea – il cui apice è rappresentato dalla crisi in Grecia. Resta da sperare che l’Europa continui a crescere tramite la risoluzione dei problemi, come ha detto una volta Jean Monet, uno dei padri fondatori dell’idea europea.

Atto primo: preistoria

Immagine: Fotolia, Glisic Albina
Immagine: © Fotolia, Glisic Albina
Già prima dell’inizio della costituzione dell’unione monetaria europea nel 1992 vi è stata un’importante controversia tra gli stati membri: una lotta tra «monetaristi» e «economisti». I primi (Francia, Belgio, Lussemburgo) vedevano in una coordinazione e in una collaborazione reciproca in materia di politica monetaria un motore per l’approfondimento dell’integrazione economica. I secondi (Germania, Paesi Bassi, Italia) al contrario puntavano soprattutto su una convergenza economica e politico-economica, in cui l’unione monetaria sarebbe stata per così dire la coronazione dell’integrazione economica. Alla fine hanno trionfato i monetaristi.

Atto secondo: la politica prima dell’economia

Dopo il fallimento del serpente monetario europeo si sono susseguite diverse tappe: il sistema monetario europeo nel 1979, il Trattato di Maastricht nel 1993, l’Unione economica e monetaria (UEM) nel 1999, e infine l’introduzione dell’euro come unica moneta legale nel 2002. Già allora la maggior parte degli economisti ha messo in guardia da questo passo, non considerando l’Europa come uno spazio monetario ottimale. I politici credevano però che seguendo lo stesso percorso si sarebbe instaurato da sé uno sviluppo convergente dell’economia e uno spazio monetario omogeneo. Da una parte sono stati sopravvalutati i vantaggi dell’Unione monetaria prodotti a livello microeconomico attraverso la soppressione dei costi dovuti al cambio delle valute. Dall’altra sono stati ignorati i costi derivanti dall’obbligo di coordinare le politiche economiche, come in particolare il tasso di cambio. Tutto ciò avrà ripercussioni spiacevoli in futuro.

Atto terzo: Maastricht, un trattato per il bel tempo

Già l’entrata del Belgio e dell’Italia nella zona euro ha violato i criteri di Maastricht, poiché entrambi i paesi non soddisfavano le condizioni in merito alla politica fiscale. Per ragioni politiche però si sono chiusi due occhi. Il secondo colpo al Trattato di Maastricht è stato inflitto da Germania e Francia, quando nel 2003 arbitrariamente ne hanno indebolito in modo decisivo la credibilità. Le conseguenze di questo sviluppo avrebbero dovuto mostrarsi innanzitutto nei debiti statali e nella crisi greca, quando la zona dell’euro per così dire è stata trasformata in un’unione monetaria senza regole. Il vero problema è che la Grecia è stata accettata nella zona euro nel 2001 grazie a statistiche falsificate. Le aspettative della politica secondo cui la zona dell’euro sarebbe diventata una Comunità fondata sulla stabilità grazie alla responsabilità individuale degli stati membri ancorata nel trattato di Maastricht si è dimostrata essere un errore di valutazione.

Atto quarto: l’euro, elemento di frattura

La discussione Grexit in realtà è iniziata già nella primavera del 2010 quando la Grecia, sotto la pressione del governo americano, della Francia, dell’FMI e della BCE, è stata sostenuta con un vasto pacchetto di aiuti. Le parole della Cancelliera tedesca che il 5 maggio 2010 aveva nuovamente insistito sull’osservanza della clausola «no-bail-out» (clausola di non-salvataggio) del Trattato di Maastricht rifiutandosi di impiegare un fondo di salvataggio, sono state rapidamente ignorate. Successivamente si è agito per mantenere la Grecia nella zona euro, poiché nel frattempo la dichiarazione di Angela Merkel «Se fallisce l’euro, fallisce l’Europa» era diventata una sorta di credo. Secondo l’opinione del precedente economista capo della BCE, Jürgen Stark, l’Europa si è cacciata in una posizione assurda per quanto concerne le tattiche di negoziazione, vulnerabile alle pressioni. Inoltre l’euro è diventato un elemento di divisone.

Atto quinto: la BCE, esperta nella gestione della crisi

Mentre la politica europea è passata in fretta da una riunione d’emergenza all’altra, la BCE è passata all’azione cercando di stabilizzare la zona euro in generale, e i paesi periferici in particolare. Così nel 2010 ha avviato il Securities Market Program (SMP), costringendo le banche centrali del sistema dell’euro a comprare titoli di Stato dei paesi in crisi. In seguito, nel 2012 è stato attuato il controverso OMT (Outright Monetary Transactions), un programma di acquisto di obbligazioni per i titoli statali che non è stato applicato, ma che tuttavia ha mostrato alcuni effetti. Nel frattempo sono stati azionati nuovamente prestiti d’emergenza per il sistema bancario greco (come i crediti ELA «Emergency Liquidity Assistance»). Così la BCE si è ritrovata in una scomoda posizione «sandwich». Da un lato deve approvare questi crediti. Dall’altro però essa controlla la solvibilità delle quattro grandi banche greche nel quadro della vigilanza bancaria. Infine, all’inizio del 2015 la BCE ha lanciato un programma di «Quantitative Easing», gravandosi così di numerosi compiti fiscali, che in realtà sarebbero riservati alla politica. Ciò non ha cambiato nulla al fatto che in un recente verdetto politico la CGUE ha approvato il corso di salvataggio della BCE per l’euro.

Epilogo

L’Europa si è costruita anche attraverso il processo di risoluzione di conflitti. Anche in questo modo i paesi hanno sviluppato legami stretti, faceva osservare Jean Monet. Si può immaginare che egli abbia previsto uno sviluppo diverso rispetto agli avvenimenti degli ultimi cinque anni. Dopo il referendum greco nessuno sa cosa succederà. Una cosa però è certa, come ha mostrato Avenir Suisse nel suo documento di discussione «Più sussidiarietà, meno falsa solidarietà – Un appello alla necessità di riforme nell’Unione Europea»: l’Europa non ha bisogno di nuove visioni armoniose e obiettivi utopici, bensì in primo luogo dell’uso corretto delle regole stabilite negli ultimi anni e di un ritorno alle sue funzioni essenziali. Solo così si potranno riguadagnare fiducia e credibilità, elementi di importanza primaria per il progetto dell’Unione Europea.
Le nostre tematiche: politica monetaria europea, trattato di Maastricht, unione monetaria europea
Dopo un apprendistato nel settore bancario e un’esperienza pratica presso lo Schweizer Kreditanstalt, Rudolf Walser ha studiato economia politica presso l‘Università di San Gallo. Tra il 1973 e il 1979 è stato aggiunto scientifico presso la Divisione del commercio (oggi SECO), dove per quattro anni è stato Primo Segretario d’Ambasciata per la delegazione svizzera dell’OCSE a Parigi. In seguito, fino al 1982 è stato capo dello stato maggiore dell’economia di F. Hoffmann-La Roche SA a Basilea. Dal 1982 al 2007 è stato membro di direzione e capo economista dell’Unione svizzera del commercio e dell’industria (oggi economiesuisse). Da allora lavora a tempo parziale presso Avenir Suisse come Senior Consultant. Le sue tematiche prioritarie sono la politica monetaria, la ricerca e la formazione, così come la politica economica in generale.
 

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