L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 23 luglio 2015

TPP un accordo che vincola le Sovranità Nazionali e punisce le classi povere relegandole alla non emancipazione sociale, economica e culturale

Perché Obama si fissa col Ttp? Il commento di Alberto Forchielli

22 - 07 - 2015 Alberto Forchielli
Perché Obama si fissa col Ttp? Il commento di Alberto Forchielli
È raro vedere coalizioni di così ampio spettro nel sistema bipartitico statunitense: Democratici e Repubblicani aderiscono tipicamente ai dogmi classici del partito e alla retorica, in un clima congressuale sempre meno cooperativo. Tuttavia, giugno ha ospitato una disputa politica senza precedenti per conto del presidente Obama, che, trascendendo i confini democratici, a sua volta si è affidato al sostegno dei leader repubblicani per assicurarsi il favore della Trade Promotion Authority (TPA), un passo fondamentale per il perseguimento di un accordo multilaterale di libero scambio nella zona del Pacifico, il Partenariato Trans-Pacifico.
Forse la cosa più eccezionale di questa serie di eventi è il punto a cui è arrivato il Presidente per conquistare la TPA, talvolta alienando alcuni potenti attori nel suo partito e talvolta forgiando nuovi rapporti con repubblicani tradizionalmente in contrapposizione alla politica di Obama. Che cosa significa questo accordo per gli americani? Cosa significa per il ruolo degli USA nel mondo? In particolare, perché Obama persegue il TPP così ostinatamente?
Il TPP è un accordo multinazionale territoriale di libero scambio che comprende 12 Paesi affacciati sull’Oceano Pacifico che collettivamente compongono il 40% del PIL globale. Questi paesi sono gli Stati Uniti, Cile, Giappone, Brunei, Australia, Vietnam, Malaysia, Messico, Perù, Singapore, Nuova Zelanda e Canada.
L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) non è riuscita ad aggiornare le sue regolamentazioni negli ultimi due decenni, e non ha fornito i meccanismi necessari per garantire che le politiche per il commercio equo venissero seguite da tutti i suoi aderenti. Qua si inserisce l’impulso per una nuova serie di normative commerciali mondiali, designate per promuovere la crescita economica, approfondendo i legami politici in questo territorio delicato.
I fautori del trattato affermano che il TPP aumenterà la competitività degli Stati Uniti e genererà benefici sul reddito globale, stimati a $77 miliardi di euro all’anno nel 2025 nei soli Stati Uniti, e $123,5 miliardi di euro addizionali di esportazioni americane. Specifiche disposizioni mirano a espandere negli USA settori vitali come quello dei servizi e dell’agricoltura, offrendo al contempo maggiori protezioni nell’ambito della proprietà intellettuale. Tutto ciò sembra favoloso, chi è dunque che non sarebbe d’accordo?
La divergenza ideologica all’interno di entrambi i partiti, democratico e repubblicano, è stata talmente acuta da creare alcuni dei più anticonvenzionali riallineamenti politici. La senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren è emersa come una delle voci più critiche del TPP, e ha guidato l’opposizione al TPA. Dall’altra parte, Obama ha trovato un insolito alleato nel senatore del Kentucky Mitch McConnell, che ha raccolto i Repubblicani a sostegno del disegno di legge, un fondamentale passo in avanti verso la TPP. Nonostante le fazioni all’interno del partito Repubblicano che si oppongono categoricamente alla concessione di qualsiasi altro potere al Presidente, il partito sostiene in larga misura le iniziative che forniscono potenziali benefici per il business.
I Democratici, storicamente più legati ai sindacati, sono restii a votare una legislazione che potrebbe danneggiare i diritti dei lavoratori e avere un impatto negativo sull’occupazione. I politici su entrambi i lati sono usciti con argomentazioni abbastanza convincenti contro grandi accordi di libero scambio come il TPP. In particolare, si oppongono a disposizioni specifiche come l’Investor-State Dispute Settlement, ossia un meccanismo di risoluzione delle controversie che consente alle aziende di perseguire azioni legali contro i governi stranieri, attraverso procedure di arbitrato internazionale. Data la gravità della controversia e le legittime argomentazioni contro il TPP, forse il problema più importante diventa, perché Obama persegue questo trattato così ostinatamente?
Una veduta più cinica sostiene che Obama sia fortemente influenzato dai suoi consiglieri, che costituiscono “l’élite” americana della politica estera. In sostanza, gli Stati Uniti hanno adottato una politica al termine della Seconda Guerra Mondiale che avrebbe consentito al Giappone, e più tardi alle tigri asiatiche, l’accesso al mercato statunitense e l’inclusione nella protezione della difesa USA, in cambio di basi militari e sostegno geo-politico nella regione. Le ipotesi sottostanti erano che il mercato americano sarebbe rimasto aperto mentre i mercati asiatici sarebbero in gran parte stati chiusi o controllati, con la speranza che gli USA avrebbero trasferito tecnologie e lavori in Asia. E’ possibile che i responsabili di Washington abbiano sottovalutato la futura capacità dell’Asia di competere economicamente e tecnologicamente con gli USA, ma la prevalente dottrina della difesa ha chiesto, e continua a farlo, che i conflitti militari debbano essere mantenuti per quanto possibile lontani dal suolo americano. Questo obiettivo ha sempre dominato le questioni economiche e commerciali.
Combinata con la dominante dottrina economica neoclassica secondo la quale il libero commercio è sempre vantaggioso, anche quando non è reciproco, queste convinzioni sono diventate una sorta di religione tra l’élite della politica estera degli Stati Uniti, e si sono fuse in un dogma. Con una ridotta esperienza internazionale, limitata a pochi anni trascorsi in Indonesia da bambino, Obama si affida a questi consulenti per delineare la politica estera e commerciale. Si potrebbe sostenere che questi temi sono al centro del TPP: uno sforzo per preservare un antiquato ordine mondiale basato sull’egemonia degli Stati Uniti nel Pacifico. Le condizioni attuali in Asia sono incompatibili con le precedenti configurazioni e richiedono una rivalutazione delle relazioni internazionali. E mentre il TPP certamente preserverà la rilevanza degli Stati Uniti in quei territori, otterrà tutto questo modificando il quadro in cui i giocatori interagiscono invece di estendere antiquati scenari. L’Asia si è sviluppata, e la politica estera degli Stati Uniti dovrebbe maturare proporzionalmente, per evitare che il paese venga sovrastato da una delle più vivaci zone economiche.
Dopo le due costose guerre in Iraq e in Afghanistan che sono durate per oltre un decennio, negli Stati Uniti gli atteggiamenti prevalenti vorrebbero rifocalizzare l’attenzione all’interno, lontano dai teatri esteri. Ma questo è un atteggiamento sbagliato: gli Stati Uniti non esistono nel vuoto, e coinvolgere i governi stranieri e le economie è essenziale per preservare la qualità della vita americana. Non si tratta di trascurare le questioni interne, riorientando le risorse verso il pacifico; non solo la logica a somma zero non si applica, ma l’intreccio delle economie nazionali in un mondo globalizzato eleva la necessità di coinvolgere i paesi esteri al fine di preservare la stabilità interna. Il TPP è l’ingresso degli Stati Uniti in Asia. Vogliono essere in prima linea per la redazione delle nuove norme non solo per gli scambi internazionali, ma anche per proiettare il loro soft power e promuovere i valori americani.
Il ruolo dell’Asia nella comunità globale non può essere sottovalutato. Fa da dimora a più di metà della popolazione mondiale, la sua grandezza da sola attira l’attenzione. Inoltre, la sua rapidissima crescita economica, azionata dalla Cina, l’ha spinta ad essere leader del mercato globale ed ha sigillato la sua posizione nella supply chain mondiale. C’è la più grande democrazia del mondo (India), nonché il paese più popoloso a maggioranza musulmana (Indonesia). Ci sono la Cina e il Giappone, che sono rispettivamente la seconda e la terza più grandi economie del mondo, ma gli analisti prevedono che l’Asia ospiterà quattro delle 10 maggiori economie entro il 2050 (Cina, India, Indonesia, Giappone), che registreranno il 50% della produzione mondiale. Inoltre, non possiamo ignorare la presenza di 7 dei 10 più grandi eserciti. In una apatica economia globale afflitta da ambiguità, le nazioni asiatiche incarnano le più promettenti opportunità di crescita. Tuttavia, vanno commisurate con l’enorme potenziale dell’Asia la sue profonde instabilità strutturali dovute a relazioni internazionali volatili, alle tendenze espansionistiche, ai disastri naturali e ad altre minacce alla sicurezza non tradizionali come la tratta di esseri umani. Essendo la destinazione numero uno per le esportazioni americane, è consigliabile per gli Stati Uniti salvaguardare il benessere sociale ed economico della regione, con uno sforzo di cui poi godranno gli americani stessi.
Lo scopo centrale del TPP è approfondire alleanze militari nel tentativo di disinnescare i conflitti, mantenere l’accesso marittimo, reprimere l’estremismo, e fornire assistenza umanitaria in caso di calamità naturali. Obama sa che il successo dell’Asia dipende dal l’influenza stabilizzante degli Stati Uniti; la presenza militare americana ha rafforzato la stabilità nella regione per decenni, e l’impegno per ampliare la sua presenza è necessaria per il benessere dell’Asia. La concentrazione di navi da guerra americane deve essere riorganizzata, ma ciò non può essere realizzato senza la buona volontà dei governi locali. Un accordo commerciale multilaterale non solo aprirà maggiormente il dialogo tra gli USA e i paesi firmatari del TPP, ma favorirà un rapporto umano di alto profilo anche tra gli altri partner. Migliorare la cooperazione tra paesi come il Giappone e la Corea del Sud è fondamentale per calmare gli allarmanti atteggiamenti nazionalistici.
La più grande omissione del TPP è la Cina. Chiaro è l’obiettivo di limitare l’influenza della Cina nel Pacifico e contrastare il suo predominio economico. Nessun singolo giocatore può plausibilmente sfidare la Cina, ma uniti da condizioni favorevoli e stimolanti sugli scambi commerciali e sugli investimenti allora la partita cambia e l’interesse generale è di gran lunga superiore a quello dei singoli stati presi singolarmente. Pechino negli ultimi tempi ha avuto un notevole successo diplomatico, e sta instancabilmente diffondendo iniziative regionali e globali per sostenere il continuo sviluppo di economie emergenti, in modo indipendente rispetto alle istituzioni occidentali come la Banca Mondiale.
Per Stati Uniti restare inattivi vorrebbe dire accettare che il proprio ruolo venga emarginato; il TPP offre la soluzione ideale per raccogliere sostegno sotto le insegne degli ideali democratici in una zona vulnerabile in quanto a diritti umani e abusi ambientali. L’obiettivo finale non è dunque escludere Cina dal sistema internazionale, ma creare un insieme di circostanze che incoraggia il gigante ad adottare pratiche e politiche commerciali migliori in linea con gli standard internazionali. In particolare, le gravi violazioni dei diritti di proprietà intellettuale in Cina hanno bisogno di essere sanate, e anche la gestione dei brevetti sono un importante punto focale del TPP. Nonostante siano necessarie azioni di una certa portata per correggere i gravi squilibri che tormentano la relazione economica tra USA e Cina, il TPP è un passo importante per accrescere il sostegno regionale di cui gli Stati Uniti necessitano per sfidare legittimamente la Cina.
In fin dei conti, tutti gli Stati cercano di trarre beneficio dalla stabilità e dai rinvigoriti scambi economici: la Cina, così come tutti gli altri stati,hanno molto da guadagnare dal TPP. Un prospero Pacifico farà di più per contribuire alla prosperità in tutto il mondo, soprattutto visto il maggiore ruolo a livello internazionale che stanno assumendo le nazioni asiatiche. La dipendenza dalle risorse naturali estere aumenterà proporzionalmente ai guadagni e al miglioramento degli standard di vita; una maggiore base di consumatori domestici accrescerà la domanda di energia.
Gli USA devono allentare la loro presenza militare in Medio Oriente, al fine di dedicare risorse all’Asia, ma questo non deve essere visto come un abbandono per sconfitta, ma piuttosto come un’occasione per mobilitare l’aiuto di nuovi alleati per prendere decisioni comuni volte a stabilizzare il territorio, a vantaggio di tutti. I paesi asiatici possono impegnare più risorse nella regione ed esercitare un’influenza positiva, come il sostegno del Giappone per lo sviluppo della società civile in Afghanistan.
In aggiunta, una zona Asia-pacifica coesa può costituire una leva diplomatica per i negoziati critici, come ad esempio il nucleare iraniano. Gli USA possono agire efficacemente su due diversi fronti per perseguire un’armonia internazionale che abbraccia l’intero territorio eurasiatico.
Un elemento chiave che non può essere ignorato è la centralità del TPP per il”perno sull’Asia” dell’Amministrazione Obama. E’ diventato un’eredità della presidenza Obama. La segretezza che avvolge i negoziati del TPP non ha rafforzato la sua popolarità tra gli elettori o i leader del congresso. Il fuggevole sostegno che ha ottenuto dai repubblicani è superficiale, e non è probabile che vada a costituire delle relazioni genuine e produttive, per il resto del mandato. Quindi, Obama, subirà una significativa perdita di potere qualora non riesca a forgiare il TPP. La più funesta conseguenza sarebbe la sensazione che il fallimento sia uno degli indicatori che la potenza americana è in traiettoria discendente. Tale credenza, in Cina, è contemporaneamente fonte e nutrimento per un’allarmante recrudescenza nazionalista che possa guidare la Cina oltre il “Secolo di umiliazioni.” La prospettiva di perdere il potere così drammaticamente dentro e fuori il suo paese è senz’altro una motivazione sufficiente per Obama per concentrare l’attenzione nella salvaguardia di questo importante aspetto della sua eredità.
Conclusione
I critici non hanno torto: alcuni settori soffriranno degli effetti del TPP, ma sarà un sacrificio necessario per beneficiare di una continua presenza americana nella regione economica più attiva del mondo. Questa è la scelta fatta da Obama. Ben consapevole che una politica di isolazionismo non è un’opzione fattibile nel mondo moderno, ha preso la difficile decisione di salvaguardare il futuro dell’America, investendo nell’accesso a un quadro vitale che continuerà a crescere di importanza. Gli Stati Uniti avrebbero troppo da perdere se abdicassero l’influenza sulla paternità di un nuovo ordine mondiale, e così molti dei suoi alleati. Se tutto andrà per il verso giusto Obama riuscirà a mettere in pratica un ribilanciamento del potere che riconosce nuovi ruoli dei paesi asiatici nell’area internazionale. Il significato del TPP deriva dal suo valore strategico e dal potenziale per rilanciare l’influenza statunitense nel Pacifico.
Alberto Forchielli
Mandarin Capital Partners, Osservatorio Asia

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