L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 7 agosto 2015

2015 crisi econoica, Fed e Boe, espressioni del Capitalismo Ultrafinanziario, non riescono a decidere perchè hanno paura delle imprevedibili conseguenze

La strada (senza rischi) dei tassi zero



Anche la Banca centrale inglese (Boe), dopo la Banca centrale americana (Fed), ha annunciato che per il momento non innalzerà il tasso di interesse. Le banche centrali che avrebbero dovuto riportare alla normalità il ciclo monetario hanno invece iniziato un gioco al ribasso, che alla lunga potrebbe accrescere l’instabilità reale e finanziaria, invece che ridurla. Le ragioni hanno a vedere poco con l’economia, e tanto invece con la psicologia e la politica.
Il cosiddetto Super Giovedì della politica monetaria inglese ha generato una sorpresa, ma non nel senso atteso: invece di avere conferme su di un innalzamento dei tassi di interesse entro l’anno, la Boe ha ribadito un atteggiamento attendista, per cui i tassi resteranno fermi. La giornata di ieri era stata battezzata come Super Giovedì alla luce del fatto che la Boe avrebbe inaugurato una nuova strategia comunicativa, dato contemporanea comunicazione delle decisioni sui tassi, delle ragioni di tali decisioni, nonché della massa di informazioni monetarie legate allo sviluppo dell’inflazione, e in generale della congiuntura.

Una nuova era della comunicazione della politica monetaria? È meglio evitare facili entusiasmi. Aumentare le informazioni in tempo reale sulla politica monetaria non significa assolutamente aumentare automaticamente la conoscenza sui meccanismi decisionali della politica monetaria. Perché le decisioni di politica monetaria sono fatte da uomini, che si riuniscono e decidono tramite comitati, e quindi ascoltano certo le ragioni dell’economia, ma possono essere sensibili anche a quelle della politica, per non parlare dei propri interessi e sentimenti personali.
Un esempio? Proprio quello che è successo ieri: sorprendendo i mercati - la sterlina ha reagito alla notizia deprezzandosi - la Boe si è comportata “da colomba”, mentre era diffusa l’aspettativa che ci sarebbero segnali di un cambiamento verso un atteggiamento più “da falco”.
Non basta: si prevedeva, che in assenza di tali segnali, sarebbe aumentato il dissenso rispetto ad un atteggiamento prudente sui tassi, con due o tre voti contrari.
Invece non è successo nulla di tutto questo. La politica monetaria inglese rimarrà espansiva fino a nuovo ordine, cioè sarà una politica monetaria “dipendente dai dati”, senza specificare quali. Ecco che la Boe sposa la stessa strategia inaugurata negli ultimi tempi dalla Fed della presidente Yellen. Inoltre la decisione è stata presa con la quasi unanimità: solo un voto contrario.
Cosa è accaduto? L'economia inglese sta rallentando? Non sembrerebbe. Anzi: le previsioni della Boe sono migliorate: la crescita economica dovrebbe essere del 2,8%, invece del 2,5% della precedente stima. La domanda aggregata sarà trainata da una crescita dei consumi e degli investimenti. Non solo: cresceranno i salari, ma anche la produttività, con un effetto più che benefico sull’efficienza produttiva. Quindi si escludono rischi recessivi della politica fiscale di austerità che il governo inglese intende proseguire, anche dopo il successo elettorale ottenuto centrando il suo programma proprio sui successi ottenuti grazie all’austerità fiscale. Anche la disoccupazione continua a calare, ancorché senza effervescenze, come pure rimane bassa l’inflazione, la cui stima scende dallo 0,6% allo 0,3%, allontanando nel tempo il ritorno all'obiettivo del 2%.
Ma basta questo rischio disinflazione a spiegare tanta prudenza? E perché, nonostante un quadro i cui elementi di normalità di gran lunga prevalgono su quelli straordinari, la banca centrale non pensa lontanamente a tornare a una politica monetaria normale, fatta di regole, basate su obiettivi macroeconomici?
La spiegazione è che ai banchieri centrali può piacere la discrezionalità, invece delle regole. Con la discrezionalità, una potente burocrazia tecnica - come la banca centrale è - ha le mani più libere ex ante, ed è meno chiamata a rispondere ex post. Gli anni della Grande Crisi hanno visto, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il ritorno della discrezionalità del banchiere centrale. Durante le fasi più profonde della Crisi la politica monetaria ha dovuto occuparsi di ridurre i danni da instabilità e da recessione provocati dallo scoppio della bolla finanziaria, che per inciso aveva contribuito a creare con un eccesso di liquidità negli anni precedenti. Quindi le regole di politica monetaria, che legano le mani ai banchieri centrali, sono state abbandonate. La regola monetaria è stata invece sostituita dalla politica dei tassi zero, incondizionata e illimitata. La politica dei tassi zero è gradita ai mercati finanziari, è gradita ai politici, se il Paese è in recessione. Il banchiere centrale aumenta la sua popolarità, ed entra in un invidiabile status quo. Ma da uno status quo eccezionale si deve prima o poi uscire. Ma se il banchiere centrale è a suo agio, meglio poi che prima. La difficoltà ad abbandonare un (gradevole) status quo è un atteggiamento comportamentale comune; perché dovrebbero esserne immuni i banchieri centrali, soprattutto se non ci sono regole da seguire? Certo definire una strategia di uscita dalla politica dei tassi zero comporta dei rischi economici, ma soprattutto dei rischi personali: meno consenso, nei mercati come nella politica. Perché assumersi dei rischi, se il non fare è più conveniente? Allora niente politica delle regole, ma azione monetaria “dipende dai dati”. Quali dati? Vedremo. Quando? Vedremo. Finché l’inflazione è bassa, e altri squilibri finanziari, o di asset reali, non devono essere guardati, tutto va bene. Esattamente quello che si scriveva nel 2006. Perché la politica monetaria non ha la volontà, o la capacità, o la possibilità di guardare agli squilibri diversi dall’inflazione. Ma non c’è problema: lo farà quel simpatico fantasma della politica economica che si chiama supervisione macro prudenziale. Carneade, chi era costui? 

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-08-07/la-strada-senza-rischi-tassi-zero-073424.shtml?uuid=ACPljMe

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