L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 agosto 2015

2015 crisi economica, guardiamo le considerazioni implicite, la volatilità del sacro Mercato, trascina tutto e tutti

Cina, a chi e perché fa paura il tracollo del Dragone. Rischia anche l'export italiano

Cina
Una banconota cinese da 100 yuan su cui è rappresentato Mao Zedong Reuters

Il tutto ha iniziato a manifestarsi a metà giugno 2015 quando il listino della Cina continentale, in poche sedute, ha perso quasi un terzo del valore raggiunto grazie alla corsa degli ultimi mesi. In pochi giorni il dragone cinese ha smesso di far paura per la sua crescita esponenziale, ma ha iniziato a terrorizzare mercati e investitori per il rischio di scoppio di una bolla che avrebbe portato con sè mezzo mondo.
Così, a fine giugno, il governo cinese è sceso in campo per cercare di bloccare l’emorragia e riportare la serenità sul listino orientale. Tra le misure schierate il governo ha tagliato i tassi d’interesse e dei coefficienti di riserva obbligatoria, ha sospeso le IPO per evitare che riducessero la liquidità sul mercato, ha vietato ai maggiori azionisti di vendere azioni per sei mesi, incoraggiato le banche ad acquistare azioni e continuare ad erogare credito.
Dopo qualche timido segnale di ripresa spinto dal forte intervento dello stato cinese, il 27 luglio scorso il listino ha vissuto un’altra giornata da dimenticare. Gli analisti aveva già anticipato che il lieve rialzo era legato agli interventi statali, ma che a breve la fuga degli investitori sarebbe ripresa riportando il listino cinese in rosso con effetto domino sulle altre borse asiatiche. Il 27 luglio Shanghai ha perso l’8,48%, mettendo a segno la seduta peggiore da oltre otto anni, con Hong Kong al seguito a -3,1%.
Nonostante il tentativo di bloccare l’emorraggia il problema Cina al momento c’è e si vede. I mercati internazionali temono che la crisi cinese possa farsi sentire anche sull’economia reale, facendo rallentare i consumi e mettendo a rischio una delle zone più proficue per l’export occidentale. Nessuno al momento sembra in grado di dire se i ribassi continueranno a lungo, ma non si può ignorare il fatto che la Cina è una grande consumatrice di prodotti europei. A risentire maggiormente della situazione saranno i Paesi europei che esportano maggiormente beni di consumo e lusso, come Germania e Svizzera. Ma se la crisi finanziaria diventasse presto anche crisi economica incidendo pesantemente sui consumi anche l’Italia ne risentirebbe.
Ma non sono soltanto gli scambi commerciali ad aumentare il rischio contagio. Come riporta l’agenzia internazionale di rating Fitch, il Regno Unito, nonostante gli scarsi scambi commerciali con la Cina, rischia di risentire in modo particolare della crisi del listino orientale a causa della sovraesposizione delle banche inglesi verso la Cina. Secondo Fitch le banche britanniche hanno almeno 92 miliardi di dollari di asset esposti verso la Cina continentale, un dato che, in termini di singoli territori, è secondo soltanto ad Hong kong che ha un’esposizione di 869 miliardi di dollari. E i dati di Fitch non includono l'esposizione potenziale della Gran Bretagna tramite HSBC o Standard Chartered, due banche del Paese con una forte attenzione sull'Asia. Includendo anche loro, i livelli di esposizione del Regno Unito sarebbe ancora maggiori.
Nonostante i rischi per l’Europa e non solo ci siano, è inutile negarlo, gli analisti si affrettando a precisare che la bolla cinese non darà il via ad una seconda grande recessione, dopo quella partita negli Stati Uniti e della quale paghiamo ancora le conseguenze. La capitalizzazione totale delle società quotate sul listino cinese vale circa il 66% del PIL nazionale, mentre negli Usa il rapporto vale almeno il doppio. Questo basta a tranquillizzare Andrea Goldstein, economista dell'OCSE: “Il settore borsistico cinese non è così importante come era Wall Street per gli Stati Uniti, quindi vedo più difficile che la crisi finanziaria si trasmetta con forza all'economia. Il vero rischio è che il panico da bolla porti a un aumento dell'instabilità politica, a una perdita di autorevolezza del governo di Pechino, che potrebbe non avere più la forza per approvare le riforme economiche promesse.”

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