L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 26 agosto 2015

2015 crisi economica, la Cina scippa l'iniziativa agli Stati Uniti e gli toglie l'arma per destabilizzare i paesi emergenti

Lo strabismo della Fed può allontanare il rialzo dei tassi
Immagine Lo strabismo della Fed può allontanare il rialzo dei tassi
 
(Teleborsa) - Nel momento in cui l'elemento chiave di valutazione dei mercati, primo fra tutti quello valutario, è diventato il rialzo dei tassi da parte della Fed, si è manifestata una notevole discordanza tra come vede il dollaro Wall Street, che solitamente lo osserva contro l'Euro e contro lo Yen e come lo vedono, in prospettiva, i responsabili della politica monetaria americana, cioè il Board della Fed.
Il dollaro, come valuta, ha manifestato una notevole forza secondo diversi un indice ponderato messo a punto dalla Fed, creato appositamente per tener traccia del biglietto verde contro i 26 maggiori partner commerciali degli Stati Uniti. Quest'indice, in cui gli scambi bilaterali degli Usa, con Cina, Messico e Canada superano il 46% del totale, ha raggiunto i massimi degli ultimi 13 anni, lo scorso mese di marzo, costringendo la Fed a lanciare il warning che un dollaro forte avrebbe fatto male alla crescita economica degli Usa e avrebbe spinto il paese nelle sabbie mobili della deflazione. Su quest'aspetto si incardina il problema dell'aumento dei tassi da parte della Fed, previsto per il prossimo 18 settembre e che, alla luce delle svalutazioni a raffica delle valute del sud est asiatico e di altri mercati emergenti esportatori di materie prime, potrebbe alimentare un'ulteriore spirale rialzista per il dollaro, ritenuta dannosa per l'economia a stelle e strisce. ”Il dollaro continua a rafforzarsi su una base ponderata e la Fed sta assumendo questo fatto come fattore di rischio che spiazzerebbe l'economia”, ha detto Brad Bechtel, CEO di Jefferies Group. “Il risultato sarebbe che i mercati verrebbero colti in contropiede”. E poi c'è il Dollar Index, indice rappresentativo di 6 valute contrapposte commercialmente al dollaro, tra cui domina l'Euro con il 58% della ponderazione e lo Yen con il 14%, ma nel quale manca la rappresentanza valutaria dei mercati emergenti e che funge da punto di riferimento per i vari futures e opzioni. I due indicatori hanno avuto direzioni concordi fino allo scorso trimestre, ma dopo la svalutazione dello yuan e il crollo delle materie prime, il Dollar Index è sceso del 2%, mentre l'indicatore della Fed sul dollaro è salito del 3,4%, creando confusione sui metri di valutazione degli operatori. ”E' importante essere consapevoli su come valutare la variabile dollaro, soprattutto se si sta guardando attraverso gli occhi della Fed”, ha detto Ellen Zentner, capo economista di Morgan Stanley. “E' certo che la Fed è orientata ad aumentare i tassi, perché il suo indicatore ponderato sul dollaro è su valori di forza, ma per come si stanno mettendo le cose non può farlo a settembre, perché il dollaro potrebbe rafforzarsi in modo repentino, frenando crescita e inflazione”. 
 

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