L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 24 agosto 2015

2015 crisi economica, la Cina svaluta il remninbi e anticipa gli Stati Uniti che volevano alzare i tassi d'interessi, questo ha spuntato le armi agli statunitensi

Mercati

Lunedì nero, la Cina travolge le Borse mondiali

24 agosto 2015
Scoppia la bolla, crescere sarà duro (Pietro Saccò, 28/7/2015)



Lunedì nero per le piazze finanziarie di tutto il mondo: dilaga la paura per la battuta d'arresto dell'economia cinese e tale 'sindrome' si ripercuote non solo sui mercati asiatici ma anche su quelli europei. La locomotiva di Pechino, infatti, rallenta e rischia seriamente di non raggiungere l'obiettivo del +7% del Pil a fine anno, dopo tre decenni di crescita stellare, a doppia cifra.

Seduta ampiamente negativa per la Borsa di Milano, che ha solo parzialmente recuperato rispetto ai pesantissimi minimi di giornata: l'indice Ftse Mib ha chiuso in perdita del 5,96% a 20.450 punti. La violenta corrente di vendite ha toccato senza particolari distinzioni tutti i settori, segno che la debolezza è strutturale del mercato, ma alcune blue chip di Piazza Affari hanno pagato pesantemente: Tenaris ha perso il 9,6%, Eni il 7,9% a 13,1 euro, Fca il 7,7% a quota 12,01, Mps il 7% a un prezzo di 1,68 euro. Molto male anche le altre banche: Unicredit -6,2%, Intesa -6,1%. Hanno tenuto per tutta la seduta Pirelli, Ansaldo e Wdf, che hanno ceduto meno di un punto percentuale.

Sprofonda anche la Borsa di Atene, che ha chiuso con l'indice Ase sceso a 568,38 punti, ovvero a -10,53%. A Londra il Ftse 100 perde il 4,6% a 5.898 punti. Giù anche Parigi dove ll Cac 40 lascia sul terreno il 5,35% a 4.383 punti. Mentre a Francoforte il Dax 30 a 9.622,70 punti scende del 4,96% e l'Eurostoxx 50 si ferma a 3.084,05 punti a -5,03%. Infine ad Amsterdam l'Aex si ferma a 418,68 punti a -5,46%.

Ripercussioni anche sul fronte monetario. L'euro chiude in forte rialzo a 1,1583 dollari, ai massimi da sette mesi, dopo aver toccato un picco di seduta di 1,1711 dollari. Il crollo della borsa di Shanghai rende ormai improbabile che la Federal Reserve alzi i tassi di interesse a settembre e il biglietto verde affonda ai minimi dall'inizio dell'anno anche rispetto alla divisa nipponica, a quota 118,42 yen. La moneta giapponese si rafforza anche sull'euro a quota 137,17.

La Borsa di Shanghai ha chiuso in tracollo dell'8,49%, dopo essere scesa del 9% e aver praticamente azzerato i guadagni di inizio anno, trascinando giù tutti i listini asiatici. Si tratta della peggior discesa giornaliera dal febbraio 1997.

In Cina il listino è precipitato anche per il mancato intervento di contenimento da parte delle autorità di Pechino. La caduta peraltro è frenata dal limite di discesa del 10% previsto dalla Borsa di Shanghai. Di conseguenza, le borse europee sono in profondo rosso dopo il tracollo dei listini asiatici e per i timori sul rallentamento dell'economia cinese, nonchè per il calo del prezzo del petrolio.

La paura del rallentamento dell'economia cinese e il crollo delle borse asiatiche, mandano a picco anche il prezzo del petrolio, che già attraversava una congiuntura ribassista per gli eccessi di forniture sui mercati. Sul circuito elettronico i future su Light crude Wti e quelli sul Brent scendono ai minimi da sei anni e mezzo, rispettivamente a 38,69 dollari e 43,28 dollari al barile.

La sindrome cinese contagia anche Wall Street, che ha aperto in picchiata. Pesano la discesa del prezzo del petrolio e il tracollo dei listini in Asia e Europa. Il Dow Jones scende del 2,58% a 16.035 punti, lo S&P del 3,03% a 1.911 punti e il Nasdaq dell'8,37% a 4.312 punti. 
 

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