L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 3 agosto 2015

di austerità si muore e Monti, Letta, Renzi ci hanno preso in giro


Riccardo Sanna (Cgil): i dati Istat sull’occupazione confermano che le ricette di Renzi non funzionano

Riccardo Sanna (Cgil): i dati Istat sull’occupazione confermano che le ricette di Renzi non funzionano

Gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione e sull’inflazione confermano la profondità della crisi italiana nella più ampia crisi europea. Non bastano le azioni europee (Quantitative easing e “flessibilizzazione” dell’austerità) per uscire dalla crisi. Così come è profondamente sbagliato deregolare il lavoro (Jobs Act) ed erogare cospicui incentivi a pioggia alle imprese (decontribuzione per i neoassunti e riduzione dell’Irap) ad attenuare la maggiore intensità recessiva dell’economia italiana. La crisi “di domanda” insiste nell’Eurozona – secondo i dati Eurostat – mantenendo alta la disoccupazione (a giugno, 11,1%), soprattutto giovanile (22,5%), e al contempo bassissima l’inflazione tendenziale (0,2% a luglio, stesso ritmo di giugno).
Ma in Italia le irrisolte debolezze strutturali, della domanda come dell’offerta, portano il tasso di disoccupazione di giugno più in alto della media europea, ma anche del mese precedente, nonché rispetto a un anno fa, contando il 12,7% della forza lavoro in cerca di lavoro, senza sommare quella “potenziale” e scoraggiata (che è altrettanta). In 12 mesi sono 85 mila i disoccupati in più e 40 mila gli occupati in meno. Anche contando una maggiore partecipazione al mercato del lavoro e una riduzione dell’inattività, appare evidente che le misure del governo Renzi non hanno funzionato.
La Cgil di quelle misure aveva immediatamente sottolineato la debolezza; misure peraltro molto costose in rapporto ai risultati, allertando sulla prevalenza di un effetto di “trasformazione” di molti contratti precari in nuovi contratti “a tutele crescenti”, senza un vero aumento dei posti di lavoro. Dai dati Istat sul primo semestre 2015 sembra sia andata anche peggio. Si conta persino un nuovo record della disoccupazione giovanile dal 1977 (44,2%), pur non focalizzando le rilevazioni sul Mezzogiorno (ancora non disponibili), che già il Rapporto Svimez ha drammaticamente evidenziato, analizzando il trend del periodo precedente. Idem per l’inflazione, che a luglio l’Istat dice essere negativa rispetto al mese precedente (-0,1%) e “strisciante” in termini tendenziali (0,2%), anche se l’Indice dei prezzi al consumo armonizzato con il paniere europeo (Ipca) segna addirittura una variazione deflattiva del meno 1,9%.
Insomma, non si sfugge alla crisi senza un cambiamento della politica economica, europea e nazionale. Risolvendo la crisi dell’economia italiana, a partire dalle regioni del Sud dimenticate dal governo, si può uscire dall’intera crisi europea, data l’importanza – per ora – della nostra economia per l’area euro. Occorre sollevare la domanda e qualificare l’offerta. Così, con il Piano del Lavoro, la Cgil propone una politica di creazione diretta di occupazione, una nuova politica di investimenti (pubblici e privati), una nuova politica industriale, una nuova politica fiscale e sociale per aumentare i redditi “fissi”, i consumi collettivi, incrementando innovazione e sviluppo locale.
Dei ben 9 punti percentuali di caduta del Pil degli ultimi 7 anni, oltre 6,5 sono da attribuire alla flessione degli investimenti fissi (in assoluto pari al 30%). La lieve ripresa della produzione industriale (0,9%) di sicuro non è sufficiente a recuperare il 25% di perdita cumulata in 7 anni. Anche il Fmi ha ribadito che l’Italia ha ridotto strutturalmente la crescita potenziale e che occorrono 20 anni da ora per recuperare l’occupazione perduta, ovvero 27 dall’inizio della crisi. Basta perciò con l’austerità, “espansiva” o “flessibile”. Non fuzionano tagli della spesa e riforme inique delle tasse. Nessuno può più credere che funzionino a questo punto. Occorrono ricette nuove per sospingere nuovi investimenti, nuove infrastrutture, nuovi settori e nuovi “mercati guida”, quindi nuova occupazione, nuovi redditi e nuovi consumi.

http://www.jobsnews.it/2015/08/riccardo-sanna-cgil-i-dati-istat-sulloccupazione-confermano-che-le-ricette-di-renzi-non-funzionano/

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