L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 27 agosto 2015

il diritto alla salute è inalienabile ma per Renzi e il corrotto Pd non è così

Governo
Sanità, ‘nuovi tagli disorganici’

Alberto Filisio, dirigente di una Asl di Roma, commenta il nuovo provvedimento



Dopo l’ok del Senato, il 4 agosto scorso è toccato alla Camera approvare quel pacchetto di riforma della pubblica amministrazione al cui interno, come molti avevano paventato, c’è la conversione in legge del decreto Enti Locali con dentro i minacciati tagli alla sanità. Quelli che vorrebbero certamente razionalizzare, parola d’ordine da tempo scandita ma mai attuata, quelle spese così diverse da regione a regione, e soprattutto, mettere un limite alla prescrizione degli esami medici con criteri non ben precisati. Parola d’ordine che mette paura soprattutto a chi non può permettersi di curarsi di tasca propria, e che aprirebbe ancor più le porte ad una sanità privata. Le cose stanno proprio così? Abbiamo cercato di capirne qualcosa di più parlando con il dottor Alberto Filisio. Già militante del PCI, del PDS, dei DS e poi del PD, anche se ammette di non averla rinnovata ancora la tessera, Filisio è un dirigente della Asl RM E, collocata nella zona nord della capitale.

Dottore, questi tagli alla sanità, oltre a far paura a tanti cittadini, hanno suscitato la protesta in particolare delle Regioni, le quali rischiano di non poter fare più fronte alle esigenze delle persone. Ma non era stato già preso un accordo in tal senso tra enti locali e governo?

C’era stato un patto, firmato dalla ministra Lorenzin, che si chiama appunto ‘Patto Stato-Regioni’ sulla sanità. Era stato preso insomma un provvedimento tale per cui, senza dover attuare ulteriori tagli a un settore già penalizzato precedentemente: lo Stato da un lato si impegnava a non diminuire i fondi per il servizio sanitario nazionale mentre le Regioni, dall’altro avrebbero dovuto attuare una serie di provvedimenti per razionalizzare la spesa sanitaria. Tra questi c’erano le centrali per gli acquisti, tenendo conto che non solo ogni Regione ma ogni Asl organizzava degli appalti a riguardo, in maniera del tutto disorganica e con notevoli differenze tra Nord e Sud. C’erano stati dei provvedimenti perché si potesse ridurre la spesa farmaceutica. Con la logica conseguenza che le risorse risparmiate poi potessero essere appunto reinvestite nel campo della sanità e non sottratte a quel settore. Le Regioni così hanno accettato questo accordo che tuttora è in vigore.

E ora con questo nuovo provvedimento che cosa cambia?

Sono stati inseriti due articoli in un altro provvedimento, che è quello sugli enti locali, in cui ci sono queste nuove misure. Anche se la direzione è quella giusta, quella del risparmio, si è proceduto in modo disorganico, non c’è insomma un vero e proprio disegno. In quel ‘Patto della salute’ che citavo invece c’era stato un approfondimento, una condivisione tra i vari soggetti in campo.

Quello che preoccupa di più è questo tetto alle prescrizioni mediche e alle indagini finalizzate ad una diagnosi. Perché, si dice, ci sarebbe un eccesso in questo senso anche a causa della cosiddetta ‘medicina difensiva’ che porterebbe i medici ad indicare troppe indagini per evitare problemi legali. Le cose stanno così? Oppure c’è solo la volontà di avvilire la sanità pubblica?
Si tratta di una materia complessa. Non si può dire se si dà un tetto alle prescrizioni, ‘è giusto o non è giusto’. Innanzitutto va tenuto conto delle diverse organizzazioni sanitarie. E dunque delle, purtroppo, venti sanità diverse che abbiamo, una per ogni regione. Persistono dunque disuguaglianze notevoli tra chi è assistito in Trentino e chi in Molise, senza prendere in considerazione il Sud dove pure ci sono situazioni di eccellenza. Il risultato è che nel territorio nazionale ci sono pazienti di serie A e pazienti di serie B. Con più o meno garanzie rispetto le tutele della salute. Alcune regioni, per entrare nel merito, hanno individuato dei percorsi per esempio a fronte di situazioni oggettive come l’invecchiamento della popolazione e la contrazione delle nascite. Con il 25% degli italiani che ha più di 65 anni. E questo cambia il modello sanitario. Perché tendono a prevalere le malattie croniche e degenerative. Come le cardiopatie, l’ipertensione, il diabete, l’artrosi. Insomma patologie tipiche delle terza età.

E rispetto alla medicina difensiva? È un fenomeno così diffuso come si dice?

Penso che non ci sia un comportamento generalizzato, ma che vari da professionista a professionista e dall’efficienza dei vari sistemi regionali. Certo un medico che si trova da solo ad affrontare pazienti complessi adotterà un comportamento diverso da un altro medico inserito in una struttura territoriale più organizzata. Inoltre è presente anche il problema della coperture assicurative che sono diventate molto più onerose e che hanno costretto tanti medici a rinunciarvi.

Di fronte a questo quadro come si è riorganizzato il sistema sanitario nazionale?

C’è bisogno di un modello specifico di sanità e assistenza. Consideriamo che prima avevamo un modello sanitario ospedalocentrico in cui i nosocomi erano al centro del sistema sanitario e ne rappresentavano la parte più importante, mettendo dunque in secondo piano l’assistenza territoriale. Un modello che ora, per le cose che dicevamo prima, va ripensato rimettendo al centro il territorio con le varie strutture. E l’ospedale dovrebbe essere riservato agli eventi più acuti. Con la presa in carica dei pazienti cronici da parte delle strutture territoriali, anche con una dotazione sanitaria importante.

Come hanno reagito le varie regioni a questa esigenza di riorganizzazione?

Alcune hanno iniziato ad applicare il PDTA (Percorsi diagnostici terapeutici) in cui alcune patologia croniche come appunto il diabete o l’ipertensione sono verificate insieme alle Asl locali, alle strutture territoriali perché avviassero un percorso in cui ci fosse un controllo di questi pazienti con delle direttive precise derivate appunto dall’applicazione del percorso senza, e qui entriamo nel merito del problema, spreco di risorse. Faccio un esempio eclatante: i centri diabetici della regione Lazio erano luoghi dove al paziente diabetico facevano fare, per esempio, dieci elettrocardiogrammi l’anno e una serie di doppler, sprecando risorse per delle cose che non erano utili.

Invece con questi piani ad hoc si riesce già a razionalizzare?

Certo, ci sono delle linee guida presenti appunto in alcune regioni. Già nella nostra Asl per esempio si sta sperimentando questo Pdta. Anche per altre patologie, come la bronco pneumopatia cronica, l’ipertensione, lo scompenso cardiaco e via dicendo. E quindi anche i medici di famiglia inseriti in questi percorsi sono più tutelati.

Questa può essere una strada alternativa a questo taglio delle prescrizioni del quale si parla?

Da una parte c’è una esigenza di razionalizzazione. Per esempio nel Lazio si fa abuso di risonanze magnetiche per problemi ortopedici, anche di ecografie. Però se questo provvedimento viene visto solo come approccio culturale e anche come limitazione delle capacità diagnostica dei medici non credo che sia la strada giusta o comunque non è sufficiente. Ci deve invece essere un coinvolgimento della medicina generale, grazie anche all’impegno e alla competenza di parecchi colleghi.

Insomma da sola è una misura che non serve a risolvere il problema dei costi…

Sì se non è accompagnata da un impegno forte con un cambiamento, come dicevo prima, del modello sanitario e soprattutto della logica scientifica. Che cosa voglio dire con questo? Che serve appropriatezza. Nel senso che esistono delle linee guida scientifiche internazionali, per cui ciascun campo diagnostico stabilisce un iter da rispettare, ed è questa la strada dalla quale non ci si deve discostare, non altre. Con appunto un grosso coinvolgimento culturale dei medici, da quello di famiglia all’ospedaliero, con un sentirsi tutti facenti parte di un sistema che va messo a regime. In quel caso penso che questo tipo di provvedimento possa avere un senso. Ma serve in primo luogo una rivoluzione culturale, con un grosso sforzo di approfondimento e aggiornamento dei medici. Tra l’altro noi abbiamo già l’obbligatorietà dell’aggiornamento professionale, con l’ECM (Educazione continua in medicina). Anche qui però la strada è un po’ tortuosa con dei corsi non proprio validi scientificamente. In questo campo insomma c’è molto da fare. Ma questo da fare non deve essere visto come una punizione per i medici perché altrimenti partiremmo con un approccio sbagliato. Se invece viene accompagnato da queste altre misure potrebbe diventare la strada giusta.

Se si segue questa linea il medico non sarebbe neanche più da solo a decidere…

Non viene lasciato più da solo il medico di fronte al paziente. In un quadro condiviso, con questi percorsi diagnostici terapeutici e le linee guida internazionali si crea una garanzia professionale per il medico considerando che l’errore, al di là della buona fede, è sempre dietro l’angolo. Ma non sarà con i provvedimenti previsti che si eviterà questo.

Non c’è comunque il rischio, come tanti denunciano, di un ulteriore ingresso dei privati nella sanità?
Rispondo dicendo che prima di tutto noi dobbiamo salvare l’universalità dell’assistenza sanitaria, principio sancito dalla Costituzione. Detto questo non penso che il privato sia da demonizzare. A patto che il privato riesca ad assicurare le stesse prestazioni che garantisce il pubblico. Perché altrimenti il privato si prende la fetta più grande ma meno impegnativa della sanità lasciando al pubblico la parte più impegnativa. Per fare un esempio: si fa un intervento di appendicectomia in una struttura accreditata, poi va male qualcosa il paziente va in coma e viene portato in rianimazione. Un classico. Questo per dire che la gara, la concorrenza va bene ma senza handicap. Sia il pubblico che il privato devono fornire l’universalità del servizio e la capacità di seguire il paziente in tutto il suo iter clinico e diagnostico. Invece il grosso limite del pubblico continua ad essere, a volte, l’incapacità di dare delle risposte rapide ai pazienti. Però io penso che le garanzie che dà l’assistenza pubblica non le dia il privato. Sicuramente c’è qualcosa da razionalizzare ma il perno deve rimanere pubblico, affinché garantisca l’universalità del servizio.

Per quanto riguarda invece la razionalizzazione delle spese, cioè l’acquisto del materiale sanitario, è un tema sul piatto della bilancia da sempre senza che sia stato mai risolto. Che cosa ne pensa?

Intanto ho letto in questo provvedimento che le stazioni appaltanti passano da trentamila a trentaquattro. C’è dunque un forte ridimensionamento del problema. Abbiamo già del resto la possibilità di acquistare attraverso la Centrale per la pubblica amministrazione. Anche lì dobbiamo precisare delle cose: gli appalti non si intrecciano solo con la sanità ma c’è un problema più ampio. C’è un problema che riguarda il sistema delle gare osservato da Cantone e dall’autorità anticorruzione. Ma manca una riforma complessiva di questo sistema. Rispetto poi ai costi diversi una cosa va detta. Ci sono delle situazioni dove un imprenditore viene pagato dopo diciotto mesi. E a questo punto subentra il rischio d’impresa. Ben diversa è la cosa se uno viene pagato dopo sessanta giorni. Si tratta di un problema che riguarda tutto un comparto economico che vive intorno alla sanità. È ovvio che un imprenditore pagato con questo ritardo deve in qualche modo ricaricare. Questo nodo lo deve sciogliere lo Stato e lo devono sciogliere le regioni. Fondamentalmente si va nella giusta direzione con le gare centralizzate, con la riduzioni delle stazioni appaltanti. Però se questo non è accompagnato da una riforma degli appalti e delle gare penso che sia ancora insufficiente. Deve avere insomma un respiro più ampio. E deve essere più organico e non inserito in modo surrettizio in un altro provvedimento come quello sugli enti locali. È l’inizio di un processo che in parte condivido ma con quelle perplessità che ho espresso prima.

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