L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 3 agosto 2015

Il tempo inesorabile mette a nudo lo spessore culturale e politico dell'imbecille al governo

Matteo Renzi, il trapezista senza rete

Matteo Renzi, il trapezista senza rete
Politica
Direttore de Il Fatto Quotidiano e scrittore
Sarà vero, come scrive il Financial Times, che “il vento che spingeva Renzi si è già fiaccato”? A leggere i sondaggi, si direbbe di sì. E anche a giudicare dai continui errori da pugile suonato che commette il premier da quando ha perso le prime elezioni della sua vita: le Amministrative. La sua sintonia e sincronia con gli umori popolari sembrano evaporate nel giro di due mesi: mentre suonano nuove campane a morto sull’occupazione e l’annunciata ripresa (85 mila posti di lavoro persi durante il suo governo), lui si occupa di occupare la Rai; mentre persino Mattarella annusa l’aria e ripete che la priorità assoluta è la lotta alla corruzione e all’evasione, lui imbarca dieci impresentabili al seguito del plurimputato Verdini e si prodiga per salvare dall’arresto uno come Azzollini; e mentre l’Italia viene continuamente richiamata dalla Corte di Strasburgo e dalla Consulta ai suoi doveri di legiferare in materie sensibili che la vedono ultima ritardataria in Europa, lui cerca voti per una riforma del Senato che interessa solo a lui per cancellare le elezioni dei senatori e farli nominare dalle sputtanatissime Regioni.
Ma ci sono altre questioni più sostanziali che mettono a repentaglio il suo governo, sempre più precario come un trapezista senza rete: tutti ne osservano le evoluzioni aeree e si domandano se e quanto manca allo schianto. Che però, per fortuna (dei trapezisti e di Renzi) non sempre si verifica.
La squadra. L’allora amico Diego Della Valle, due anni fa, gli aveva suggerito di non avere fretta di conquistare Palazzo Chigi e di usare il plebiscito delle primarie che l’aveva issato alla guida del Pd per costruirsi un team di collaboratori validi e competenti, ma anche per girare l’Europa, accreditarsi, studiare, imparare il mestiere di premier e prepararsi per le prossime elezioni. Così Renzi avrebbe potuto presentarsi con la sua squadra e il suo programma agli elettori e, se questi – com’era prevedibile – l’avessero premiato, sarebbe salito a Palazzo Chigi con una maggioranza omogenea e compatta. Renzi invece scelse di bruciare le tappe senza passare dalle urne, portando al governo un’Armata Brancaleone di bassissimo profilo. E in Parlamento si ritrovò tre Pd: qualche decina di veri fedelissimi; altrettanti nemici giurati; e una pletora di voltagabbana bersaniani convertiti al renzismo per puro opportunismo, dunque pronti a tradirlo al primo inciampo. I quali per giunta, essendo stati eletti in base a un programma opposto al suo, se gli votano contro non possono essere accusati di tradimento. Perché a tradire il mandato è proprio Renzi con le sue politiche berlusconiane su lavoro, giustizia, scuola, Costituzione, sanità e così via.
L’Europa. Giunto al governo come un parvenu spuntato dal nulla, Renzi ha sprecato il semestre europeo in chiacchiere inconcludenti, restando a livello internazionale quello che era all’inizio: un peso piuma, un pelo superfluo delle cancellerie comunitarie. Il suo vacuo agitarsi fra la contestazione degli euroburocrati, le polemiche inconcludenti con i partner sull’immigrazione, l’oscillare frenetico tra i bacetti alla Merkel e gli ammiccamenti a Tsipras, fra i give me five a Obama e le genuflessioni a Putin, fra la tentazione di sforare il parametro del 3% e la guardia montatagli da un’occhiuta sentinella del rigore come Padoan (messo lì da Napolitano e chi per lui) hanno vieppiù peggiorato le cose, replicando – con qualche volgarità in meno – le pantomime del Cavaliere oltre la cinta daziaria.
L’economia. Puntare tutto sugli 80 euro (11 miliardi all’anno buttati dalla finestra per una mancia a pioggia che non sposta i consumi di un decimale) e sull’effetto drogante del Jobs Act (incentivi alle imprese per assumere a tempo indeterminato, ma con la libertà di licenziamento che trasforma i contratti stabili in precari) si è rivelato un tragico errore di agenda: le poche risorse disponibili potevano essere impiegate in politiche più forti sullo Stato sociale, tipo quel reddito minimo o di cittadinanza che esiste in tutta Europa fuorché – guardacaso – in Italia e in Grecia; e da una primo taglio fiscale alle piccole e medie imprese. Ora la coperta è corta, anzi è strappata e ogni annuncio sul fisco suscita l’ilarità generale perché lo sanno tutti che è già un miracolo se le tasse non saliranno ancora.
Le prospettive. Renzi sa bene che il tempo gioca a suo sfavore: più passano i mesi, più le enormi illusioni che aveva creato con le sue mirabolanti promesse diverranno disillusioni e gonfieranno il bottino di chi è da sempre fuori dai giochi (i 5Stelle e la nuova sinistra in erba di Landini e quella al Plasmon di Civati) o di chi riesce e far credere di esserlo (Salvini). Di qui l’urgenza di andare alle urne prima che il capitale di consensi, che alle Europee del 2014 toccò il record del 40.8% e ora veleggia poco sopra il 30. La mossa che ha in mente il premier è anticipare il voto alla primavera 2016 in un grande Election Day che gli consenta di caricare di significati nazionali le elezioni anticipate a Roma e in Sicilia che lui considera inevitabili con buona pace di Marino e Crocetta ma che, isolate da quelle generali, sarebbero una festa per i 5Stelle.
Una mossa da equilibrista senza rete, che ricorda il celebre autogol di Chirac: questi nel 1997 sciolse le Camere per rafforzare i gollisti e schiacciare i socialisti, che invece lo mandarono a casa. E non aveva neppure architettato l’Italicum: la legge elettorale che Renzi pensa di aver disegnato su misura per se stesso e invece potrebbe favorire al ballottaggio il M5S o l’eventuale destra unita. Cose che capitano ai leader furbi che si credono intelligenti.
Il Fatto Quotidiano, 2 agosto 2015

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/02/matteo-renzi-il-trapezista-senza-rete/1928933/

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