L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 7 agosto 2015

Napolitano traditore, non ha finito di produrre danni

Napolitano in aiuto di Renzi per salvarlo dal Vietnam Pd

L'ex capo dello Stato blinda il nuovo Senato E Matteo minaccia la fronda dei 28: "Votiamo e vediamo chi ha i numeri"


RomaOrmai la guerra nel Pd è dichiarata. Il terreno di battaglia è la riforma del Senato, la posta in palio è il governo stesso.


Matteo Renzi lo sa bene, e ieri sera ha raccolto il guanto di sfida ai senatori ribelli del suo partito: «Abbiamo offerto spazi di confronto, ma è evidente che per confrontarsi bisogna essere in due. Ora si voterà, e vedremo chi ha i numeri».

A Palazzo Chigi sanno che la partita d'autunno, quando si inizierà a esaminare in terza lettura la riforma costituzionale, «sarà dura, durissima». Proprio ieri la minoranza Pd - sono 28 i senatori firmatari - ha messo sul tavolo un pacchetto di emendamenti volto a smontare l'impianto del nuovo Senato e a ripristinare i senatori eletti, puntando a dare - con i voti del centrodestra, in un Nazareno rovesciato - un colpo esiziale all'esecutivo.

Il livello di allarme è alto, tanto da far scendere in campo l'ex presidente Napolitano: attenti a non affondare anche questa ultima, decisiva occasione per riformare un sistema ormai inceppato. Annusata aria di tempesta, l'ex capo dello Stato ha deciso di prendere carta e penna e scrivere poche righe, assai chiare, pubblicate ieri dal Corriere della Sera , rivolgendo «un forte appello a quanti continuano a esprimere orientamenti così rischiosi per le sorti di una già troppo tardiva riforma costituzionale», un appello ad «evitare proposte che si traducono in fattori di paralisi» e a fermare le «contrapposizioni politiche distruttive e i puri artifizi polemici».

Il messaggio di Napolitano ha un destinatario palese - l'opposizione di centrodestra e la minoranza Pd - ma ne ha soprattutto uno non dichiarato: il presidente del Senato Pietro Grasso. Napolitano conosce bene i suoi polli, e sa che Bersani e compagni hanno ormai scelto la strada del «Vietnam» contro il premier, e che - ora che lui non sta più al Quirinale - gli ex Pci della fronda anti-Renzi non hanno alcun interesse a dargli retta. Tanto più visto che hanno ancora il dente avvelenato con un presidente che non ha mai nascosto, nel suo decennio al Colle, di tenerli in scarsa stima. L'avvertimento a non avallare operazioni che hanno il solo intento di «far saltare le basi su cui si è posta la riforma del bicameralismo» è dunque rivolto a chi ne ha il potere e - è il timore radicato a Palazzo Chigi - la tentazione. Spetta a Grasso infatti la decisione finale sull'ammissibilità degli emendamenti volti a reintrodurre l'elezione diretta dei senatori e l'ampliamento dei poteri del Senato, cancellando così i due cardini della riforma e riproponendo un bicameralismo spurio. Già Anna Finocchiaro ha detto che, da presidente della commissione Affari costituzionali, considera inammissibili modifiche che azzererebbero la riforma. Mentre il presidente del Senato ha aperto.

Lo scontro istituzionale, da sotterraneo, minaccia di farsi esplicito. E la posta in gioco è tutta politica: far saltare la riforma del Senato vuol dire affondare il governo: esattamente ciò che perseguono non solo le opposizioni (e infatti ieri Brunetta ha sparato a zero contro Napolitano) ma anche un pezzo di Pd. Tanto che, a nome della minoranza, il senatore bersaniano Corsini attacca a testa bassa Napolitano, che «ha superato il limite» e difende «l'autonomia di Grasso» che «costituisce una garanzia per tutti», e in particolare per il fronte anti-Renzi.

E infatti, contando sulla copertura di Grasso (che secondo i maligni già immagina un futuro da sostituto di Renzi a Palazzo Chigi), la minoranza Pd conferma la presentazione dei suoi emendamenti. E stavolta per Renzi - lettere ai giornali a parte - non ci sarà al Quirinale la forte sponda pro-riforme di Napolitano.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/napolitano-aiuto-renzi-salvarlo-vietnam-pd-1159056.html 

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