L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 7 agosto 2015

Sahel, gli occidentali sono preoccupati, non possono rapinare le popolazioni e i territori tranquillamente, hanno bisogno dei militari, sono questi furti il lievito del terrorismo


Guerra, terrorismo
Mali: un pantano insidioso

Continuano in Mali i problemi relativi al terrorismo sudsahariano

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Dakar – Il 19 luglio è stata completata la ricostruzione di otto mausolei di Timbuctù andati distrutti nella ribellione dei Tuareg del 2012. Numerose reliquie della locale tradizione sufi, le tombe stesse dei marabutti, l’antico mausoleo dedicato ad Alpha Moya e le sepolture di Sidi Mahmud, Sidi el-Mukhtar, Sidi Elmety, Mahamane Elmety e Shaykh Sidi Amar sono andati distrutti. Sono mausolei che risalgono al tredicesimo secolo e sono il simbolo dell’Islam tollerante, molto diverso da quello professato dai jihadisti che li hanno demoliti.

Il Mali è improvvisamente assurto all’onore delle cronache l’11 gennaio 2012, quando la Francia ha deciso di lanciarvi una campagna militare (Operazione Serval) a sostegno del Governo di Bamako contro i ribelli islamisti del nord. Oltre a essere la più grande ricaduta nell’anarchia generata dalla fine del regime libico, questa crisi ha portato alla luce una crescente instabilità che negli ultimi anni sta caratterizzando il Sahel. Mauritania, Niger, Costa d’Avorio, Mali e Guinea dal 2008 a ora sono stati teatri di una serie di colpi di Stato. Inoltre il prosperare delle cellule qaediste preoccupa la Comunità Internazionale che vede nell’instabilità del Sahel, al centro della ridistribuzione delle sfere d’influenza tra gli attori internazionali per il possesso delle ricchezze minerarie presenti, il rischio che questi Paesi, sopratutto il Mali, si trasformino in un nuovo hub per le rotte dei traffici illeciti utili al mantenimento delle cellule jihadiste.
L’Azawad è un’area di 80mila km quadrati che si estende tra il deserto del Sahara e la regione del Sahel abitata, e l’interesse geostrategico di questa regione deriva dalla presenza nel sottosuolo di riserve di gas, oro, uranio e petrolio; inoltre è il passaggio delle rotte del traffico illecito di armi, droga (la cocaina parte dalla Colombia e passa dal Mali prima di essere imbarcata nel Golfo di Guinea per poi essere venduta in Europa).
Dall’indipendenza a oggi, la politica del Paese è sempre stata appannaggio degli esponenti dei gruppi subsahariani del sud del Paese. La parte settentrionale è formata in maggioranza dai Tuareg che nei decenni hanno dovuto trovare il modo di far sentire la propria voce. Con l’indipendenza del Mali nel 1960 è iniziato il risentimento dei territori del nord (Azawad), e diversi movimenti autonomisti tuareg hanno dato vita a rivolte contro il Governo di Bamako (1963; 1990 – 1995; 2006-2008; 2012) lamentando la marginalizzazione delle regioni settentrionali e un’amministrazione decentrata. Con la scoperta del petrolio nel 2006 nella regione e un intensificarsi della guerra al terrorismo con la presenza di Forze Speciali statunitensi nell’ambito della Trans-Sahara Counter Terrorism Partnership (Operation Flintlock) a causa della presenza del movimento chiamato al-Qāʿida nel Maghreb islamico (AQMI, ex Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento), i rapporti sono peggiorati e hanno aperto una crisi tra il Governo del Mali e i ribelli tuareg.

L’ultima ribellione, quella del 2012 (la quarta) è esplosa a causa del mancato rispetto degli Accordi di Algeri del 2006, che avevano momentaneamente posto fine alla terza ribellione. Questa ribellione ha dato i natali al Movimento Nazionale di liberazione dell’Azawad (MNLA) che, il 6 aprile 2012, ha proclamato l‘indipendenza dello Stato dell’Azawad, non riconosciuto dalla Comunità Internazionale. La sua struttura politica comprendeva un Comitato Esecutivo, un Consiglio Rivoluzionario e un Consiglio Consultivo; gli obiettivi militari erano demandati all’Esercito di Liberazione e al suo Quartier Generale; mentre il vasto consenso riconosciutogli dalla popolazione deriva anche dall’attività di diversi Uffici regionali.

L’offensiva tuareg si è avvantaggiata della confusione istituzionale e politica causata dal golpe militare guidato dal Capitano Sanogo, che ha destituito il Presidente in carica: Amadou Toumani Tourè. Inoltre il ritorno dei combattenti che avevano servito Gheddafi e il flusso di armi in uscita dalla Libia hanno dato modo all’MNLA di intensificare la sua azione e di prendere progressivamente il controllo dei principali centri della regione. Parallelamente si sono inseriti i gruppi integralisti che hanno affiancato i Tuareg nel combattere l’Esercito maliano. Essi sono: il gruppo salafita Ansar al–Din guidato da Iyad Ag Ghaly, ex capo della rivolta tuareg degli anni ’90 ed ex console maliano a Gedda (Arabia Saudita); il Movimento per l’Unicità della Jihad in Africa Occidentale (Mujao), gruppo islamico d’ispirazione qaedista del mauritano Mohammed Al Kery, responsabile dei diversi sequestri tra cui quello del console di Algeri e di altri sei diplomatici nella città di Gao; e il AQIM di Mokhtar Belmokhtar e degli emiri Abu Zeid e Abdel Karim Targui.

Questi gruppi hanno l’obiettivo di applicare la shar’ia nelle città liberate e controllare le rotte dei traffici illeciti nell’area e il business dei sequestri di occidentali e a un certo punto hanno preso il sopravvento militare sul MNLA. A Gao fu segnalata anche la presenza di un centinaio di combattenti del movimento integralista islamico nigeriano Boko Haram. I tuareg sono stati incolpati di questa guerra, ma la situazione è ben più complessa perché il mondo tuareg è composto da numerose tribù e famiglie, e si è ulteriormente spaccato con l’infiltrarsi di gruppi terroristici che ne hanno cavalcato le rivendicazioni e la spinta per l’indipendenza.

Il sogno di un Azawad indipendente, però, è durato meno di due mesi perché i combattenti dell’MNLA sono stati esclusi dal potere dai tre gruppi islamisti che hanno introdotto una rigorosa interpretazione della shar’ia e hanno distrutto moltissimi monumenti e biblioteche, sopratutto a Timbuktù. Nel gennaio 2013, con l’avanzare dell’Operazione Serval dell’Esercito francese, l’MNLA ha lavorato con la Francia per sradicare i gruppi terroristici. L’MNLA ora controlla solo le aree rurali e quelle desertiche dell’Azawad e sta intavolando degli accordi con il governo di Bamako sulla base della concessione di un’ampia autonomia, per affrontare la comune minaccia islamista.

Il conflitto non è ancora terminato, il Paese è ancora in guerra, anche se l’Esercito francese ha aiutato il Governo maliano a riprendere il controllo dalla maggior parte della regione settentrionale, militarizzandola. Ci sono, però, ancora delle eccezioni inquietanti, come per esempio la città di Kidal, dalla quale proveniva parte della famiglia di Gheddafi, dove sono ancora presenti i pick-up armati con le bandiere dei diversi gruppi terroristici, e dove i militari francesi hanno delle difficoltà a stabilizzare la città. La situazione della sicurezza delle regioni settentrionali e dell’intera fascia saheliana si sta deteriorando sempre più a causa della crescente volontà di rivalsa dei gruppi jihadisti che si stanno riorganizzando e riarmando, e che nel Paese hanno intrapreso la strada degli attentati.

Che la guerra continua lo dimostra l’eclatante attentato nella notte tra il 6 e il 7 marzo nella capitale Bamakò, al ristorante ‘La Terrasse‘, dove sono rimasti uccisi da un commando di tre persone cinque maliani, un francese e un belga. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo jihadista algerino Al-Murabitun, capeggiato da Mokhtar Belmokhtar.

La situzione è difficilissima e, a sottolineare il malcontento della popolazione locale, soprattutto nella regione settentrionale, è il gruppo di pressione ‘Negocies Pas En Mon Nom!‘ che negli ultimi mesi sta riscuotendo grande successo su Facebook, Twitter e Instagram, grazie a una campagna virale per manifestare la frustrazione nei confronti dei gruppi che, sedendo al tavolo dei negoziati, si ostinano a parlare in nome di tutta la gente del Nord. Il gruppo ha invaso la rete di fotografie di gente comune ritratta con il cartello  #NegociesPasEnMonNom.

Un altro fattore di destabilizzazione sono i legami pericolosi che intercorrono fra alcune componenti dei gruppi presenti ai negoziati di pace e i gruppi jihadisti, soprattutto fra l’Alto Consiglio per l’Unità dell’Azawad (Hcua) e Ansar Addin, la dissidenza jihadista dell’indipendentismo tuareg guidata dal temibile Iyad Ag Ghali, ricercato dai servizi segreti di mezzo mondo. Secondo molti attori presenti ai negoziati di Algeri, infatti, i rapporti personali fra i vari leader dei gruppi armati renderebbe impossibile quanto necessario distinguere fra ribelli e terroristi. Ultimamente sulla fronteira con la Costa d’Avorio e la Guinea sono state fermate diverse persone che cercavano di introdurre armi per allargare lo scenario della guerra. I due Paesi, che stanno affrontando diversi problemi interni – la Costa d’Avorio arriva da una lunga guerra civile e in Guinea a ottobre ci saranno le elezioni politiche – stanno militarizzando la frontiera con il Mali e intensificando i controlli. E il problema non è da poco, in Mali come altrove.


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