L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 21 settembre 2015

Fed si aumentano i tassi per limitare l'inflazione MA c'è eccesso di denaro ma non carenza di prodotti e allora aumentare i tassi vuol dire far rientrare i capitali dai paesi emergenti per farli rimanere in mutande, ma la Cina con la piccola svalutazione fatta ad agosto 2015 eseguita in tre giorni e con la vendita dei 300 miliardi di treasurries in tre mesi ha tolto l'iniziativa agli statunitensi e li ha lasciati basiti

Sorpresa, la Fed è immersa nel mondo

E così, alla fine, la Fed di Janet Yellen ha deciso di non procedere al primo, “storico” rialzo dei tassi ufficiali d’interesse dopo la Grande Recessione, ponendo fine a settimane se non mesi di purissima paranoia di mercato ed aprendo la strada ad altrettante settimane e mesi di purissima paranoia di mercato. Qualcosa di rilevante, anche senza spingersi a definirlo “storico”, è invece contenuto nel comunicato finale del FOMC, al passaggio in cui si citano “recenti sviluppi globali economici e finanziari”, in grado di “frenare in qualche modo l’attività economica e di mettere ulteriore pressione al ribasso all’inflazione nel breve termine”, motivo per cui serve proseguire nel cosiddetto “accomodamento monetario”. La Fed (e gli Stati Uniti) sono parte del mondo, ora è proprio ufficiale.
Sono parte del mondo nel senso che non si limitano a condizionarne gli sviluppi economici ma possono a loro volta esserne condizionati, anche pesantemente. Sono remoti i tempi in cui Ben Bernanke abbatteva i tassi, introducendo misure non convenzionali di politica monetaria, e mandava un compitissimo ma altrettanto netto “me ne frego” al ministro delle Finanze brasiliano, Guido Mantega, che lamentava il diluvio di capitali globali nel suo paese indotto dalla politica monetaria lasca degli americani, condito con la solita denuncia di “guerra valutaria” che è il segno distintivo del terzomondismo vittimista. Siamo ragionevolmente certi che i brasiliani e non solo loro sentono oggi un’acuta nostalgia per quell’era di “imperialismo monetario” che consentiva loro di scialare alla grande, pur ponendo le basi per il successivo disastro.

La situazione è questa: l’inflazione americana non esiste, anche grazie alla forza del dollaro ed al crollo delle materie prime; la disoccupazione a stelle e strisce continua a scendere senza pressioni salariali apparenti. Qualche immaginifico economista ha già parlato di “morte della curva di Phillips” ma sono boutade, al momento. Altri economisti se la prendono con Yellen, accusandola di essere caduta prigioniera dei mercati. Può essere. Noi sospettiamo che avremmo avuto accuse anche in caso di aumento dei tassi. Il presidente della Fed non è dio, quindi non possiede il “perfect foresight” di cui invece sono pieni i testi di economia.

Le poche cose che oggi sappiamo sono all’incirca le seguenti: non abbiamo ancora il polso del danno che la Cina andrà ad infliggere all’economia globale, né conosciamo la profondità della recessione che sta colpendo i paesi emergenti, conseguenza sia degli spasmi cinesi che della forza del dollaro, con annesso crollo dei prezzi delle materie prime che rappresenta uno shock alle ragioni di scambio che andrà fatalmente a retroagire sul commercio mondiale. Se Yellen avesse alzato i tassi, magari accompagnando la mossa con un comunicato molto conciliante, del tipo “one and done“, cioè facciamo un solo rialzo ed abbiamo finito, si sarebbe resa responsabile di aver violato la data dependency del proprio corso d’azione: in parole povere, le avrebbero chiesto: “perché diavolo pensi di riuscire a divinare che non serviranno altri rialzi?”
Quanto ai mercati, l’esito è di nervosismo, tanto per cambiare. Il mood è tutto, nella vita. Se la Fed avesse alzato, senza ipotecare il futuro, i mercati avrebbero colto l’occasione per scendere, al grido “moriremo tutti!”. Così non è accaduto, Wall Street ha rifiatato per qualche minuto poi si è detta “ma allora arriva la crisi, vendi!”. La verità è che siamo in un momento “storico”: la crescita globale resta asfittica, investimento e commercio globale sono molto deboli, gli squilibri si accumulano, il mondo affoga nel debito, pubblico e privato, la politica monetaria sembra essere arrivata al capolinea, quella fiscale ha le mani legate a causa del debito. Il ciclo economico pare morto ma non per effetto della Grande Moderazione. Il sospetto è che, più che morto, si sia appostato dietro l’angolo, con un randello nodoso.
Poiché la vita è fatta di attese, siamo in attesa dei dati macro delle prossime settimane e mesi, e delle trimestrali del terzo trimestre, per capire dove stiamo andando. Con una profonda invidia per quanti nella vita hanno solo certezze.

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