L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 settembre 2015

Guerra del Capitalismo UltraFinanziario, la Cina non poteva permettere agli Stati Uniti di riprendersi i capitali investiti e allora ha anticipato la mossa della Fed, quella di aumentare i tassi, in questo modo gli ha spuntato l'arma, ORA in una fase di profondo cambiamento della sua economia nella creazione di un forte mercato interno

Perché rallenta l’economia della Cina

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[Carta di Laura Canali]
RUBRICA GEOPOLITICA DEL CAMBIO Le spiegazioni convenzionali delle recenti manovre valutarie cinesi non convincono. Pechino ha iniziato una trasformazione strutturale che potrebbe richiedere decenni e deve fare i conti con un classico problema dell’economia capitalista: la sovrapproduzione.
In agosto il dollaro si è deprezzato nei confronti dell’euro. Dopo avere aperto il mese attorno a 1,09€/$, il 25 agosto il biglietto verde ha sfondato quota 1,15€/$ a causa del probabile rinvio da parte della Fed dell’atteso rialzo dei tassi d’interesse visti i dati non soddisfacenti di disoccupazione – soprattutto giovanile– e pil. L’apprezzamento di fine mese (1,12€/$) ha coinciso con una parziale revisione delle stime relative alla crescita economica e con un ritorno all’ordine del giorno della stretta monetaria.

Nel contempo, mentre la Bank of England decideva di non modificare i saggi d’interesse, dopo il crollo delle Borse di Shanghai e Shenzen al termine di tre anni consecutivi di rialzi, la People’s Bank of China ha adottato le seguenti misure di politica monetaria, nonostante “le famiglie cinesi investano poco nel mercato azionario (meno del 15% dei beni in loro possesso) e quest’ultimo rappresenti a sua volta solo il 15% del pil”:
  1. Triplice svalutazione dello yuan nei confronti del dollaro;
  2. Abbassamento dei tassi di interesse dello 0,25% (al 4,6% i prestiti ad 1 anno);
  3. Abbassamento della riserva obbligatoria delle banche dello 0,5%;
  4. Immissione di liquidità a favore del sistema bancario per complessivi 300 miliardi di yuan (46.8 miliardi di dollari);
  5. Favorire il processo di aggregazione e fusione delle aziende quotate (anche quelle di Stato) in Borsa.

Quali sono le motivazioni di tali scelte?
In base a una prima interpretazione – che potremmo definire mainstream – si tratterebbe di una svalutazione competitiva finalizzata a sostenere la cosiddetta economia reale (in particolare le esportazioni) dopo una serie di dati macroeconomici deludenti. Se così fosse, premesso che lo yuan si è complessivamente rivalutato del 18,5% da metà 2014 a oggi, e tenuto conto che Pechino ha bisogno di sgonfiare mercati ipertrofici e spostarsi sulla concorrenza di prodotto, non sarebbe il caso di domandarsi chi ha dato inizio alla guerra delle valute con politiche monetarie ultraespansive?
Una seconda interpretazione invece metterebbe in luce l’obiettivo cinese di liberalizzare progressivamente la moneta verso gli standard richiesti dal Fondo monetario internazionale (Fmi) per entrare nel suo paniere dei Diritti Speciali di Prelievo (Dsp, Special Drawing Rights). Anche in questa spiegazione c’è del vero: peccato che in questo contesto di conflitto valutario Usa-Cina siano pochi gli economisti, tra cui Masala, a mettere in luce la “curiosa” proposta fatta proprio in agosto dal Fondo di rinviare a settembre 2016 l’introduzione dello yuan nel basket dei Dsp.

Secondo una ricerca condotta dagli economisti A. Rothman e J. Zhu, “è importante comprendere che la Cina è un’economia continentale, trainata dagli investimenti domestici e dal consumo interno, in cui le esportazioni giocano soltanto un ruolo di supporto”. Con ciò, non si vuole affatto affermare che l’export di Pechino abbia un ruolo residuale, visto che da un suo pronunciato calo si avrebbero conseguenze certamente negative, bensì comprenderne la funzione quantitativa e qualitativa che potremmo così riassumere:
  1. Nel 2010, il rapporto bilancia commerciale/pil della Cina era del 4% mentre il corrispettivo dato della Germania era del 6,3% (fonte: Eurostat). Da allora, mentre Berlino ha incrementato tale rapporto, Pechino lo ha notevolmente ridotto fino all’1,5%, venendo incontro alle esigenze della stagnante domanda mondiale.
  2. La produzione manifatturiera cinese è principalmente rivolta alla domanda interna, visto che “la stragrande maggioranza dei beni prodotti in Cina resta in Cina“. Nel 2011, sul totale dei ricavi derivanti dalla vendita di prodotti industriali, appena il 12% proveniva da merci esportate.
  3. Un’analisi qualitativa dell’export mostra che una parte significativa del cosiddetto made in Chinaconsiste nel mero assemblaggio delle componenti di una merce. Tale quota era del 55% nel 2001 e ancora del 44% nel 2011. Le esportazioni assemblate hanno la caratteristica di contribuire in misura minore alla determinazione del prodotto interno lordo cinese rispetto a quelle esportazioni prodotte in loco.

In realtà, l’attuale calo del pil cinese riflette la trasformazione strutturale di un modello in transizione tendenzialmente sempre più incentrato sui servizi, i quali però necessitano di circa il 35% di posti di lavoro in più per unità di pil rispetto al manifatturiero e all’edilizia. Questo passaggio potrebbe durare qualche decennio e sembra avere di fronte due sfide.
La prima è la crescita smodata del debito degli enti locali (nei confronti della quale si chiuse volutamente un occhio all’inizio della crisi del 2008 per non aggravare il forte rallentamento della domanda) ma che oggi vede in parte l’applicazione, comunque tardiva, di un rigido tetto.
La seconda sfida, più difficile in prospettiva, concerne un problema classico di un’economia capitalistica: la sovrapproduzione, di cui il pur differente sistema economico e politico della Cina pare stia accusando i primi significativi sintomi, dopo le profonde riforme avviate nel 1978 sotto la guida di Deng Xiaoping.
Come commenta il Wall Street Journal in merito a uno dei settori per eccellenza della old economy, l’automobile: “Sul fronte dell’economia reale si registra un rallentamento delle fabbriche automobilistiche straniere in Cina. Case come General Motors e Volkswagen per la prima volta hanno infatti ridotto la produzione dalla massima capacità mantenuta finora”. […..]. “Ma il raffreddamento dell’economia e delle vendite ha spinto a una frenata della produzione. Nei primi sei mesi dell’anno il tasso di utilizzazione dei 23 maggiori impianti stranieri è sceso per la prima volta sotto il 100% al 94,3% dal 107,4% dello stesso periodo dello scorso anno”.

Suggeriamo al lettore di confrontare queste ultime parole con quelle con cui l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, nel lontano 2009, descriveva l’origine dell’attuale crisi: “La sovraccapacità produttiva - eccesso di investimenti con conseguente calo dei profitti – è un problema generale. […] La capacità produttiva, a livello mondiale, è di oltre 90 milioni di vetture l’anno, almeno 30 milioni in più rispetto a quanto il mercato sia in grado di assorbire in condizioni normali. Circa un terzo di questa capacità produttiva è installata in Europa, dove il basso grado di utilizzo degli impianti è destinato, a causa del calo della domanda, a scendere a circa il 65% nel 2009″ .

E l’Italia? Quale ruolo potrebbe ritagliarsi nei tumulti delle principali Borse mondiali? Secondo l’economistaCicalese“da mesi intercorre una connessione finanziaria Shanghai-Milano. Non finisce qui: a questo gioco a un certo punto partecipano attivamente gli americani, si stabilisce quindi la connessione Shanghai-Milano-Wall Street tramite la ‘dottrina Kissinger’, che vuole la pace in vista di affari colossali tra Wall Street e i paesi Brics, Cina e Russia in testa. Chiave di volta sono gli accordi sul nucleare iraniano e la visita in Israele del premier Renzi. […] Si costruiscono cioè le basi di una sorta di G4 con al centro l’Italia con il suo ruolo centrale nel Mediterraneo. […] Il G4 è in gestazione, mancano i tasselli di Siria e Ucraina, ma la connessione finanziaria Shanghai-Milano-Wall Street è già operativa, con delle contraddizioni e degli stop and go. Il G4 in gestazione presuppone un forte contrasto economico finanziario con l’asse franco-tedesco e una contrapposizione diplomatica e militare con Polonia e paesi baltici”.

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