L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 8 settembre 2015

Il Pd è il problema, è in tutte le istituzioni e mangia a quattro ganasce, corromre e crea ingiustizie e se ne frega della scuola

8/09/2015
Diseguale, ingiusta, corrotta: il report che fa a pezzi l’Italia
Per il World Economic Forum siamo tra i paesi con la crescita meno inclusiva del mondo sviluppato. Nel mirino scuola, tasse, infrastrutture e welfare
Francesco Cancellato



Jeff J Mitchell/Getty Images

C'è storytelling e storytelling. Quello governativo, ad esempio, racconta un’Italia che «dice sì», con imprese eccellenti, cervelli che tutto il mondo ci invidia e ci porta via, città meravigliose e via narrando, di slide in slide. Tutto vero? Forse. Però c'è anche l'altra metà della Luna, sovente rubricata al bubolare dei “gufi” e al ruminare dei rosiconi. 

Il World Economic Forum, ahinoi, non può essere tacciato di appartenere ad alcuna delle due categorie. Organizzazione nata nel 1971 in Svizzera su iniziativa dell'economista e accademico Klaus Schwab, è quella, per intenderci, che ha coniato il termine “globalizzazione” e che organizza ogni anno il forum invernale di Davos, cui partecipano tutti o quasi i potenti del pianeta.

Lo scorso 7 settembre, il World Economic Forum ha dato alle stampe un rapporto - “The inclusive growth and development” - che, in estrema sintesi, prova a tirare le fila a livello globale sulla capacità che hanno le economie di crescere diminuendo le disuguaglianze e le ingiustizie sociali.

«Broad based development», lo chiamano loro. Sviluppo ad ampia base. Che coinvolge l'accesso, la qualità e l'equità dell'educazione, un’equa retribuzione del lavoro, la promozione della piccola imprenditoria e della piccola proprietà, l'inclusività del sistema finanziario, la corruzione, l'etica politica e degli affari, la concentrazioni delle rendite, la diffusione delle infrastrutture fisiche, digitali e legate alla salute, la legislazione fiscale e la protezione sociale. Per farlo, hanno usato per lo più i dati relativi al triennio 2012-2014.

Ecco: su questi temi il giudizio che danno dell'Italia non è esattamente positivo. In sintesi, si legge che «l’Italia ha di fronte enormi problemi (…) relativi al suo alto livello di corruzione e alla scarsa etica negli affari e nella politica - tra i peggiori fra tutte le economie avanzate». Non solo: «La disoccupazione è alta - si legge - e accompagnata da un gran numero lavoratori part-time involontari e di persone in situazioni occupazionali informali e vulnerabili». 

«L’Italia ha di fronte enormi problemi relativi al suo alto livello di corruzione e alla scarsa etica negli affari e nella politica, tra i peggiori fra tutte le economie avanzate»

Finita? No: «La partecipazione delle donne alla forza lavoro è estremamente bassa, rinforzata da un divario retributivo di genere che è uno dei più grandi tra le economie avanzate». È limitata, infine, «la creazione di imprese per favorire nuovi opportunità di lavoro, così come sono scarse le fonti di finanziamento disponibili per farlo». E, come se non bastasse, c'è anche «un sistema di protezione sociale né particolarmente generoso né particolarmente efficiente», che «aggrava il senso di precarietà ed esclusione nel paese». Risultato? Solo la Grecia e lo Slovacchia, tra i paesi sviluppati, hanno un indice complessivo di sviluppo e crescita sostenibile peggiore del nostro.

Vediamoli, allora, i dati a corredo di una disamina tanto brutale. Relativamente all'educazione, l'Italia è nella media per quanto riguarda le condizioni di equità e di accesso all'educazione, ma è tra i peggiori paesi sviluppati al mondo per quanto riguarda la qualità della medesima. Un sonoro 4 in pagella - per un indicatore costruito sui test Pisa dell'Ocse - laddove solo la Grecia, con 3,7 fa peggio. In vetta, Finlandia, Singapore, Svizzera, Olanda, Corea del Sud. A metà classifica, la Germania. Basse, ma non troppo, Francia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti d'America (con questi ultimi che pagano un prezzo salatissimo per la disuguaglianza del loro sistema educativo).

Relativamente all'educazione, l'Italia è nella media per quanto riguarda le condizioni di equità e di accesso all'educazione, ma è tra i peggiori paesi sviluppati al mondo per quanto riguarda la qualità della medesima

Le cose vanno pure peggio se si parla di occupazione, soprattutto in relazione alla tanto discussa produttività del lavoro, che in Italia e Spagna è la più bassa del mondo industrializzato e completamente slegata dalle retribuzioni e dalle compensazioni non salariali. Qui il nostro numero indice è quasi uguale a quello tedesco (4,7 contro 4,8) laddove tuttavia sulla produttività la Germania ci sopravanza di molto (4,1 contro 5,8). Siamo la peggior economia industrializzata - magrissima soddisfazione: a pari merito con la Grecia - anche nella promozione e nella tutela della piccola imprenditoria e della piccola proprietà privata, anche se in quest'ultimo caso anche la Corea del Sud fa peggio di noi. 

Siamo tra le economie ad alto reddito più escludenti al mondo, per quanto concerne il sistema finanziario e gli investimenti. E ancora, siamo tra i paesi con i numeri indice più bassi per quanto concerne la corruzione - peggio di noi, solo la Grecia, la Repubblica Ceca, Israele e la Corea del Sud - e l'infrastrutturazione fisica e digitale, dove ancora una volta c'è solo la Grecia, negli specchietti retrovisori. Lo stesso si può dire della nostra legislazione fiscale e, soprattutto, dei nostri trasferimenti fiscali, in cui paghiamo soprattutto l'iniquità intergenerazionale del nostro sistema pensionistico e il rapporto costi-benefici del nostro sistema di welfare.

Risultato? Sei semafori rossi - anzi sei foglie rosse, in questo caso - su sei, mentre la Francia, perlomeno, è arancione, mentre Germania e Stati Uniti d'America sono giallo-verde

Risultato? Sei semafori rossi - anzi sei foglie rosse, in questo caso - su sei, mentre la Francia, perlomeno, è arancione. Germania e Stati Uniti d'America sono giallo-verdi. Che cresciamo poco lo sapevamo, insomma. Ora sappiamo anche che cresciamo male, producendo disuguaglianza e iniquità. Lo dicesse l'internazionale trotzkista alzeremmo le spalle. Ma se lo dicono gli ordoliberisti di Davos, forse dovremmo cominciare a preoccuparci.

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