L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 20 settembre 2015

L'Euro è una moneta straniera, chi vuole l'Euro vuole l'austerità

Bagnai: "La menzogna genera violenza"

di Raffaella Vitulano
La menzogna genera violenza. Due chiacchiere con Alberto Bagnai, Professore associato di Politica economica, Facoltà di Economia, Uni. G.D'Annunzio, Pescara.
Per la prima volta Mario Draghi entra nei meccanismi contrattuali con un deciso endorsement alla contrattazione aziendale, preferibile a quella nazionale. Uno sgambetto ai sindacati, che pure rafforzerebbero quella aziendale assegnandole comunque un ruolo complementare?
È inevitabile, anche se non educato, rispondere a una domanda con un’altra domanda: lei, o qualcuno dei nostri lettori, si è posto il problema del perché il presidente della Banca centrale europea venga a mettere bocca nei meccanismi contrattuali di un paese membro dell’Eurozona? Dove, attenzione, al “perché” vorrei che venisse dato un duplice significato. Primo: esiste, nei Trattati o nello Statuto della Bce, qualcosa che la legittimi a emettere valutazioni sulle politiche dei redditi degli Stati membri? Risposta: no. L’art. 4 dello Statuto della Bce le attribuisce il potere di emettere pareri (non vincolanti) su “questioni che rientrano nelle sue competenze”, e l’art. 3 chiarisce che queste competenze vertono sulla politica monetaria e valutaria ma non sulla politica dei redditi. Quindi o il dr. Draghi sta parlando a titolo personale (con scarso senso del proprio ruolo istituzionale), o, se parla a titolo ufficiale, lo sta facendo in aperta violazione dei Trattati. Secondo: a quale fine tendono queste esternazioni? Qui la risposta è così ovvia che mi vergogno quasi a darla. La controriforma liberista, della quale la Bce è il braccio armato in Europa, mira ovunque a smantellare la contrattazione nazionale, e più in generale a frantumare il sindacato, a toglierselo di mezzo. L’euro ovviamente è al tempo stesso mezzo e fine di questo disegno. Con cambi rigidi gli aggiustamenti macroeconomici devono avvenire flessibilizzando (verso il basso) i salari. Sta scritto nei libri di testo: la politica del cambio forte (e poi della moneta forte) qui in Italia è stata adottata come strumento di disciplina dei sindacati. La vera domanda è un’altra: perché i sindacati si son lasciati fare, da trent’anni, questo sgambetto?

Da dove dovrebbe ripartire allora il quadro delle relazioni industriali per restituire al sindacato un ruolo ridotto negli ultimi anni?
Il sindacato è diventato subalterno quando ha accettato la favoletta secondo la quale “l’inflazione è la tassa più iniqua” perché erode il potere d’acquisto del lavoratore, per cui il principale presidio dei lavoratori è una banca centrale indipendente in grado di contrastare l’inflazione non “stampando moneta”. Non vi faccio la lezioncina sul perché questo ragionamento è fasullo: se “stampare moneta” determinasse inflazione, dopo 1000 miliardi prestati dalla Bce (il famoso LTRO) non saremmo finiti in deflazione. Fornisco due elementi politici. Primo, accettando questa impostazione il sindacato accetta di scomparire: a tutelare i lavoratori basta la Bce! Secondo, non vi sembra un po’ ingenuo pensare che istituzioni colluse col mondo della grande finanza come la banche centrali (Draghi viene da Goldman Sachs) vogliano fare l’interesse dei lavoratori?
Dal lato della domanda, comprimendo il reddito distribuito ai lavoratori, le “riforme” tanto auspicate da Francoforte e considerate “interessi legittimi dell’Europa” distruggono il mercato interno, esito previsto con lucidità da Mario Monti in un suo celebre video su YouTube. Professore, quando l’Europa ce lo chiede, chi deve dire di no in Italia?
Gli italiani, nelle forme che il regime prevalente consente loro. Se glielo consente.

Nonostante le evidenti e palesi violazioni del diritto (vedi le posizioni chiare in materia del prof. Guarino), al momento non si parla di riscrittura dei trattati europei né di revisione di alcune norme. Anzi. La moral suasion del presidente della Bce ha avuto piuttosto forza propulsiva del Fiscal Compact e del Mes. Come usciamo da questa ingabbiatura di bilancio?
Se volete l’euro volete l’austerità, che serve a svalutare il lavoro. Ormai lo dice perfino Fassina. La revisione delle norme non è necessaria e non servirebbe. Nella versione attuale i Trattati europei offrono già tutti gli strumenti per gestire situazioni di crisi adattando le regole. Non lo si fa perché manca la volontà politica, ma se le regole cambiassero, la volontà politica comunque mancherebbe. Questo dibattito quindi è futile: collaborazionisti che comprano tempo. Secondo, perché in un regime di cambi fissi una politica fiscale espansiva non coordinata a livello europeo danneggia il paese che la fa, aggravando i suoi squilibri di bilancia dei pagamenti. Più reddito uguale più importazioni. D’altra parte, Monti l’austerità l’ha fatta per rimettere in pari i conti degli italiani coi creditori esteri (la bilancia dei pagamenti), e non i conti pubblici, e l’ha anche detto.

C’è invece chi, come gli economisti Alesina, Barbiero, Favero, Giavazzi e Paradisi, sostiene che l’austerità può anche essere “buona” per la crescita: dipende da come è attuata. Nel loro studio “Austerity in 2009-2013” sostengono che i tagli alla spesa sono una misura più efficace per contrastare la crisi rispetto all’aumento delle tasse. Lei cosa ne pensa?
Mi limito ad osservare che la loro posizione è smentita dall’evidenza e da una sfilza di premi Nobel. Un loro collega non meno brillante, ma decisamente più scaltro, Roberto Perotti, dopo aver predicato anche lui la teoria della cosiddetta “austerità espansiva”, nel 2011 ha scritto per il National Bureau of Economic Research un articolo intitolato “Il mito dell’austerità” nel quale sconfessava i risultati di tutti gli studi a supporto di questa teoria (compresi i suoi)! In questo modo si è messo al sicuro, lasciando i pasdaran come Alesina a prendere schiaffi da Krugman sul New York Times.

L’infatuazione di un altro economista, Franco Modigliani, per la moneta unica non durò a lungo. Bastarono tre anni, al Nobel, per capire che qualcosa non quadrava. Il 10 aprile del 2000 Modigliani disse senza girarci intorno che “la Bce è un obbrobrio, perché crea erroneamente un alto tasso di disoccupazione… è un mostro che ha solo una funzione: la stabilità dei prezzi, e messa in mano ai tedeschi della Bundesbank”. Quanti anni occorreranno per capire che l’integrazione fiscale significa affidare somme di denaro sempre più ingenti ad organismi politici ancora più remoti da qualsiasi possibilità di effettivo controllo democratico? 
Molto dipende dal sindacato. Se si arroccherà su posizioni ideologiche, proseguendo sulla strada delirante del “più Europa” e dell’idolatria dell’euro, ritarderà la maturazione della coscienza politica necessaria per giungere a una soluzione democratica della crisi. La manovra espansiva monetaria non è stata supportata da adeguate politiche fiscali espansive per il vincolo del 3% di deficit che non permette agli Stati di investire e spendere. E’ solo una totale assenza di lungimiranza politica e anche tanta ignoranza a spiegare tutto questo o c’è stata malafede da parte di qualcuno? La categoria della “buona fede” non mi interessa: in economia contano i risultati. Ripeto: quello del 3% è un falso problema per due motivi uguali e contrari. Primo, perché il “partito unico dell’euro”, ha inserito in Costituzione il principio del pareggio di bilancio, stravolgendo e affossando definitivamente il Titolo III della nostra Costituzione. Quindi il 3% è un falso obiettivo, visto che l’obiettivo iscritto in Costituzione è lo 0%. Secondo, perché in Europa questo obiettivo non lo rispetta praticamente nessuno. Ribadisco: il problema non sono le regole. Dobbiamo prendere atto della mancanza di una volontà politica di cooperare a livello europeo, e regolarci di conseguenza, sganciandoci il prima possibile.

Lei sostiene che la causa del decollo del debito (prima pubblico, poi privato) stia nella necessità di sostenere l’acquisto di beni in un capitalismo che non vuole distribuire ai lavoratori un potere di acquisto proporzionato al valore aggiunto che essi hanno contribuito a creare. In questo momento storico, lei come considera le proposte di partecipazione dei lavoratori alle diverse forme di democrazia economica ed industriale?
Non lo sostengo “io”. Lo sostiene una letteratura ampia che va da autori marxisti come Rick Wolff a autori ortodossi come Robert Shiller. Il debito totale (pubblico e privato) comincia a decollare all’inizio degli anni ’80, quando si arresta l’adeguamento dei salari alla produttività del lavoro. I lavoratori producevano sempre di più, ma in termini reali, cioè di potere d’acquisto, guadagnavano sempre lo stesso. In queste condizioni come si è potuta evitare per tre decenni una classica crisi da sovrapproduzione? Semplice: col credito, cioè trasformando il dipendente da cliente a debitore. Il capitale così ci guadagna due volte: quando vende il prodotto, e quando incassa gli interessi sul prestito. Non ha particolare senso inventarsi nuove forme di “democrazia”: nella democrazia degli anni ’70 i salari reali stavano dietro alla produttività perché il sindacato faceva il suo lavoro, fra l’altro esigendo forme di tutela del potere d’acquisto come l’indicizzazione salariale (la scala mobile). La storiella secondo la quale questa avrebbe contribuito all’inflazione degli anni ’70 è un po’ usurata. Mario Nuti ha spiegato, con tanti altri, che non è l’indicizzazione a causare l’inflazione. Chi è nel sindacato dovrebbe ricordare, ad esempio, che nel secondo dopoguerra fu la Confindustria a volere l’indicizzazione proprio per disinnescare le aspettative di inflazione.

C’è poi chi, per risollevare il pil, rispolvera la necessità della guerra, moltiplicatore keynesiano del pil per antonomasia, e della vendita di armamenti. Da quando gli Usa hanno cominciato i raid anti-Califfato lo scorso 31 agosto e fino al 10 gennaio scorso, i territori finiti sotto il controllo dei tagliagole sono quasi quadruplicati. Possibile che la colpa sia sempre di bombardamenti inefficaci, piloti distratti o militari disattenti? Solo ora tra gli alleati emerge la preoccupazione dell’Isis: il timing, nella vita come nel business affari, è tutto?
Sorrido alla beata innocenza di quelli che credono che “oggi sia diverso”. Lo pensavano nel 1914, e lo pensavano nel 1939. Ho pubblicato nel mio blog pagine dal diario della madre di una mia lettrice. Descrivono l’invasione della Francia da parte delle truppe naziste. Mentre Dunkerque veniva bombardata, in Normandia pensavano di essere al sicuro, come lo pensa lei, e come lo pensano i nostri lettori, perché per loro fortuna non hanno a disposizione i dati macroeconomici di quel periodo e non possono confrontarli, come ho fatto nel mio ultimo libro, con quelli attuali. Le tensioni economiche trovano sempre via di sfogo in un conflitto. Oggi non è diverso. Credere che i conflitti riguarderanno sempre “gli altri”, oltre a essere prova di cinismo (dovremmo preoccuparci comunque dei nostri simili), è soprattutto prova di stupidità.

In un suo recente articolo lei scrive che Brüning, dopo aver posto con la sua austerità le premesse per l’ascesa di Hitler, se ne andò a insegnare a Harvard, e poi, per trent’anni, fu possibile vivere in un mondo in cui il lavoro veniva remunerato correttamente e il debito diminuiva. Evidenzia un particolare inquietante: tra l’austerità e la cattedra a Harvard ci fu una guerra mondiale, ottanta milioni di morti che suggerirono ai governanti un minimo di ragionevolezza. Ce ne sarà bisogno anche questa volta?
Il deficit culturale della sinistra italiana, totalmente appiattita su posizioni monetariste di difesa degli interessi del capitale finanziario, mi lascia temere di sì. Aderire a quello che Luciano Barca, nel 1978, definiva in modo tanto sintetico quanto lungimirante “un progetto di deflazione e recessione antioperaia”, ha generato gravissime tensioni sociali e ci ha messo in una spirale deflattiva che impedisce alla nostra economia di ripartire e ci pone in urto con gli altri poli dell’economia globale. La menzogna genera violenza. Quello che anche solo tre anni fa mi sembrava impossibile, cioè un conflitto mondiale che coinvolga anche le nostre popolazioni, mi sembra sempre meno improbabile ogni giorno che passa.



Nessun commento:

Posta un commento