L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 settembre 2015

L'Islam è laicità, tolleranza, apertura al confronto con la modernità, lotta contro il fanatismo

La moschea che divide la Milano dei “lumi”

di Paolo Pillitteri
26 settembre 2015
 

C’è qualcosa di nuovo oggi a Milano, anzi di antico. Ritorna nella discussione il ruolo che fu di una città che nell’Illuminismo pre e post Rivoluzione Francese improntò il pensiero moderno che, con i fratelli Verri e Beccaria posero le basi di una cultura laica, di un approccio libero e razionale, di una divisione fra politica e religione in nome di un principio di tolleranza e di aperura che rivela oggi tutta la sua attualità.

La questione delle nuove moschee decise dal Comune irrompe nel dibattito di una città che la scossa partecipativa dell’Expo dovrebbe avviare su orizzonti ampi ma che, invece, rischia di afflosciarsi senza captare il senso dei mutamenti e, soprattutto, senza ascoltare le lucide proposte della dottoressa Maryan Ismail, oltre che di politici e di esperti del mondo musulmano, in primis il professor Paolo Branca, docente della “Cattolica”. La vicenda è nota ai milanesi, ma non agli italiani. Maryan è una nota antropologa italo-somala, da anni a Milano e con un fratello ucciso in Somalia dai terroristi jihadisti di Al-Shabaab quando, nel marzo scorso, vi si trovava come ambasciatore dell’Onu; insieme a lui, in quell’albergo di Mogadiscio, furono massacrate una ventina di persone. Maryan è, almeno era fino a ieri, una dirigente del Partito democratico, il partito che col sindaco sta gestendo l’attribuzione della gestione delle nuove moschee alle diverse realtà, dopo gli anni della Moschea di via Jenner, con i fedeli curvi lungo i marciapiedi e dopo l’impressionante Piazza Duomo nereggiante di musulmani in preghiera su concessione del Cardinale.

Mancavano spazi, mancavano luoghi di culto. Per dire che era ed è più che necessaria una concreta concessione comunale per un’ampia frequentazione del culto dei musulmani che a Milano sono oltre duecentomila, di cui la metà marocchini e africani. Solo che le aree per le moschee nuove, dopo un bando pubblico, sono state assegnate ad Iman di altre zone, nettamente mediorientali e non africane, del complesso mosaico dei seguaci di Allah, ma, soprattutto, e qui insiste l’antropologa italo-somala, ciò che appare evidente è che manca a queste gestioni la neutralità, la trasparenza, ovvero quel senso di laicità che invece è sempre più invocato dalla stragrande maggioranza dei musulmani, che sono moderati e laici e che vorrebbero nelle nuove moschee precise garanzie, che purtroppo il Comune di Milano non ha tenuto in nessun conto, sbagliando, come “La parità di genere, la separazione fra politica e religione, il “no” ad una lettura ortodossa che mortifica la ricchezza del mondo musulmano”. Queste le priorità suggerite da Maryan anche in una lettera al sindaco nella quale, peraltro, la dottoressa italo-somala non intende polemizzare col Caim (Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano) - un’associazione ufficiale che coordina quel culto nell’area milanese e su alcuni suoi aderenti lo stesso onorevole Dambruoso, che di terrorismo se ne intende, ha sollevato qualche seria obiezione - che pure riconosce il loro diritto a rappresentarsi, ma “io non faccio parte di quella parrocchia e dunque non entrerò in moschea fino a quando non ci sarà una scelta chiara e inequivocabile per la laicità”. Parole chiare, limpide, coraggiose.

L’aspetto inquietante della vicenda riguarda l’atteggiamento del Pd locale, si spera non tutto, che dapprima voleva cacciare la Maryan e poi ha fatto marcia indietro dicendo che, comunque, non rappresenta più il Partito democratico. Capirai. Un altro sbaglio, dopo quello del Comune. Uno sbaglio compiuto da un partito che sbandiera giustamente le libertà di culto ma si ferma lì, allo slogan, senza recepire, maturare e attuare ciò di cui ha massimamente bisogno l’odierno Islam (avete riflettuto sull’orrore dei 700 morti nei pressi della Mecca in un momento di preghiera?), che è anche e soprattutto la laicità, la tolleranza, l’apertura al confronto con la modernità, la caduta di ogni fanatismo. Pur nel rispetto profondo di ogni religione. Ciò che vediamo oggi nell’Islam è invece una pervicace, inossidabile, mistica e fatale commistione fra politica e religione, la stessa che secoli e secoli fa devastò il mondo occidentale. Ma sono passati secoli, se non millenni. E intanto erano nati a Milano i grandi pensatori dell’Illuminismo, i Beccaria, i fratelli Verri. La Milano dei “lumi”. Come venne chiamata dal grande Manzoni, nipote dell’autore dell’insuperabile e modernissimo “Dei delitti e delle pene”. Milano dei lumi, se ci sei batti un colpo! Ascolta Maryan!

http://www.opinione.it/editoriali/2015/09/26/pillitteri_editoriale-26-09.aspx 

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