L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 21 settembre 2015

Ministra Giannini bugiarda, non si copra con una foglia di fico, il Gender esiste e la Bona Scola lo istituzionalizza

IL GENDER C’E’, AMATO AD AREZZO E’ STATO UN BALUARDO NON DI DOGMI MA DI INFORMAZIONE E DI COSCIENZA...

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IL GENDER C’E’, AMATO AD AREZZO E’ STATO UN BALUARDO NON DI DOGMI MA DI INFORMAZIONE E DI COSCIENZA...
... MA CERTE CRITICHE ALLA STAMPA LOCALE SONO DA CASTA SACERDOTALE DI CUI DIFFIDO COME DEL GENDER FLUID LIFE

Scrivo non per pontificare ma per suggerire qualcosa in positivo su di un argomento che mi sta a cuore, anche se non appartengo alla casta sacerdotale cittadina, dotata di dottorati di ricerca e lauree in giurisprudenza, dei sostenitori di idee e valori che sono pure mie e miei, anche se non le e li intingo nell’acquasantiera.
Avrei gradito leggere sulla stampa cittadina due o tre righe di  riflessione-commento- punto-bilancio  a cura degli organizzatori della conferenza dell’avv. Amato, dei Giuristi per la Vita, essendovi andato  alla serata ma avendo potuto ascoltare il relatore, invitato ad Arezzo dalla (per me) benemerita associazione “Il Baluardo”, dall’esterno della Casa delle Culture – piena come un uovo da una platea di pubblico pervenuto in gran massa – con la conseguenza di avere ascoltato a spizzichi e bocconi il discorso dell’oratore. Il quale ha documentato, anche con note di colore e  mai in termini ideologici (credetemi) che il Gender c’è, esiste e s’insinua non solamente a scuola ma nella nostra vita quotidiana, nei mass media, nel sistema giustizia e a livelli amministrativi della cosa pubblica.
Ero persuaso che esistesse anche senza andare da Amato. Non perché sono nato imparato, non perché mi informo su Wikipedia, non perché sono un anti negazionista dogmatico,  ma perché vivo ad Arezzo e  anni addietro un qualcosa di collegato ad Arezzo successe nella vita parlamentare italiana e io questo qualcosa, di cui dirò, lo collego alla principale negatività insita nel Ddl della “Buona Scuola”.
Avrei gradito leggere due o tre righe che non ho avuto modo di leggere. Per colpa della stampa? Io dico di no. A causa degli operatori dell’informazione locale servi del pensiero vincente (a mio avviso di stampo omosessualista) come i grandi media? Io dico di no. Eppure, ad un giorno di distanza dalla riuscitissima conferenza del giurista per la vita, leggo sui social network alcune valutazioni, di fonte personale di segno corrispondente alla mia opinione sul genderismo (tengo a precisare che la “Baluardo” non c’entra alcunché) , dei rilievi critici sul comportamento dei media locali. Critiche che io non condivido e dalle quali ricavo questa considerazione (umile, mi creda chi si vanta di essere un numinoso esponente anti gender in possesso di dottorati di ricerca) sul limite che grava sulla diffusione di una sempre maggiore consapevolezza che ci dovrebbe essere sulla questione anche nel ristretto ambito locale.
La principale negatività insita nel Ddl della “Buona Scuola” e, precisamente, nel comma 16, consiste tanto nel sottofondo ambiguo di questa legiferazione quanto nel definire la propria finalità un presidio contro la violenza di genere e, in particolare, contro il bullismo. Il pericolo incombente su alunno e studente, maschio o femmina che sia, è soprattutto la pedofilia, statisticamente più ricorrente delle vessazioni e prevaricazioni su soggetti deboli da parte di coetanei e più frequente della stessa violenza di genere. E più incidente della stessa omofobia.
Io sto in una città in cui nel breve volgere di due decenni ci sono state due maxi inchieste su casi significativi di abusi su minori e su sfruttamento della prostituzione minorile. Se Arezzo fosse una megalopoli non sarebbe niente. Ma è una città di media dimensione. Eppure (anche a voler credere alla perfetta buona fede di Renzi e della ministra Giannini) agli alunni e agli studenti della mia città, la scuola pubblica darà un’opportunità di formarsi una mentalità contro il bullismo e la violenza su donne e gay ma li esenterà dall’educarsi a riconoscere nel mondo che li circonda l’insidia rappresentata dalla pedofilia.
Io sto in una città che è appartenuta ad un collegio elettorale in cui anni addietro venne eletta senatrice la militante di un partito che una volta in Parlamento presentò un disegno di legge sulla soppressione dal codice penale del reato di pedofilia e di tutti i reati contro la famiglia.
Stando in una città come Arezzo gradirei che se vado ad una conferenza come la serata con l’avvocato Amato come relatore, l’associazione che si è incaricata di promuoverla, nei giorni successivi desse seguito al suo impegno, informando di quanto è avvenuto, in una circostanza peraltro segnata da un grosso successo di pubblico, mettendo in grado la stampa locale di tradurre nella realtà locale un fenomeno che è più generale. Altrimenti il rischio che corre l’opinione pubblica è di rimanere schiacciata in un confronto saltuario tra due opposte verità di fede, da una parte ArciGay e dall’altra Il Baluardo (semplifico nominando queste due).
Non condivido le critiche mosse alla sterile informazione che in effetti ha caratterizzato sui media aretini la conferenza di Amato, non potendo condividere l’atteggiamento di taluni militanti degli opposti fronti, convinti che tutto si giochi sulla conversione di chi ha in cuore le famiglie rainbow alla famiglia che è il modello tradizionale-naturale-costituzionale e di chi ha in cuore la famiglia costituita da una mamma e da un papà alla ideologia del gender fluid. Se le fonti locali alle quali anche io mi rivolgo preferibilmente, non si affrancano dagli stessi luoghi comuni che taluni di loro condividono con gli omosessualisti, la causa a cui tengo io la considero persa in partenza. I luoghi comuni cui alludo sono dogmi e principi generali. Bisogna saper scendere sul terreno della realtà concreta anche a livello locale per arrivare a quanta più gente è possibile. Cosa che sono bravissimi a fare i sostenitori dell’omosessualismo.
Io  vivo questa questione  come battaglia per la libertà da un pensiero unico. Ma se anche nel fronte in cui mi colloco, mi imbatto a livello locale in santoni che si vantano di essere dei profeti numinosi di dogmi, io li metto sullo stesso piano della lobby gay che mi vuole imporre dall’alto il proprio stile di vita, di famiglia e di società.
Ciò significa, a mio modesto avviso, avere anche l’umiltà di scrivere per i media due righe di resoconto su una conferenza. Non vuol dire alimentare il pregiudizio secondo cui la stampa locale  è ostile e prona come i grandi media.
Concludo, precisando in chiusura, che le opinioni da me lette sui social network a proposito del comportamento della stampa locale, non sono attribuibili agli organizzatori della conferenza, né io ho inteso attribuirle. Sia chiarito a scanso di equivoci. 

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