I titoli del Tesoro americani sono abituati a far segnare record di acquisti come asset rifugio dalle intemperie economiche globali. Adesso sono invece al centro di vendite record da parte di Paesi esteri: banche centrali ai quattro angoli del mondo, nei 12 mesi a luglio, hanno effettuato cessioni nette per 123 miliardi di dollari di Treasuries con scadenza ad almeno un anno. Una ritirata internazionale senza precedenti dal 1978, quando simili dati hanno cominciato a essere riportati. L’ondata di vendite, calcolata da Deutsche Bank, non riflette sfiducia negli Stati Uniti o nel loro debito. Un fatto evidenziato anche da acquisti netti tuttora in corso da parte di investitori privati internazionali. È, piuttosto, un ulteriore barometro della gravità della bufera sui Paesi emergenti, in particolare su potenze quali la Cina e la Russia.
Numerosi emerging markets sono oggi impegnati a vendere per rastrellare le risorse necessarie a far fronte alle ripercussioni di fughe di capitali, tensioni sui mercati e prospettive di una stretta monetaria Usa mentre le loro economie soffrono o perdono entrate per il crollo delle materie prime. Pechino, ancora in agosto, ha investito forse 130 miliardi per sostenere lo yuan a fronte di rischi di eccessiva cadute dopo la sua svalutazione. Mosca in un anno ha ridotto il suo portafoglio di Treasuries di 32,8 miliardi. Non basta: Taiwan ne ha venduti per 6,8 miliardi. E anche un paese come la Norvegia, colpita dal calo del petrolio, ha ridimensionato i Treasuries di 18,3 miliardi.
Ma l’inversione di tendenza è drastica e potrebbe creare scompensi sullo stesso mercato del debito statunitense: solo nell’anno precedente i Tresuries avevano fatto segnare acquisti netti di 27 miliardi e al picco, nell’anno a gennaio 2013, il mondo aveva fatto incetta di 230 miliardi netti in titoli del Tesoro. Se Paesi come la Cina, che mantengono ingenti reserve in titoli Usa, non hanno interesse a mettere sotto pressione i Treasuries, le ondate vendite potrebbero generare crescente volatilità nei prezzi su un mercato da 12.800 miliardi tradizionalmente più stabile della Borsa.