L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 5 ottobre 2015

2015 crisi economica, riprenderci la Sovranità Monetaria e applicare politiche governative ispirate alla scuola economica ME-MMT

Ecco i rischi per l’Italia del dollaro bucato

05 - 10 - 2015Giuseppe Pennisi
Ecco i rischi per l'Italia del dollaro bucato
The Economist in edicola dal 3 ottobre contiene un inserto speciale di 14 pagine sul dollaro, sui suoi problemi e su quelli che può arrecare al resto del mondo. L’analisi è tarata a quella che Richard N. Garden, ambasciatore USA in Italia nella seconda metà degli Anni Settanta, chiamòThe Sterling Dollar Diplomacy in un memorabile libro del 1956, aggiornato nel 1969 e ripensato in un saggio pubblicato nel 1986 su International Affairs il trimestrale del britannico Royal Institute of International Affairs.
“Tarato” non vuol dire rimasto nell’ottica degli anni che dalla fine della seconda guerra mondiale giungono quasi ai prolegomeni della nascita dell’euro. Significa che l’inserto guarda ai temi ed ai problemi del dollari essenzialmente da una prospettiva anglosassone.
L’analisi, per sintetizzare l’essenziale, porta a questi punti salienti:
- Nonostante il deprezzamento degli ultimi tempi, il dollaro resta la valuta dominante dell’economia mondiale ma è diventato “pericoloso”. Quindi, attenzione a ripetere la politica delbenign neglect che ha caratterizzato alcune fasi della politica economica estera americana dalla fine, nel 1971-73, del regime di Bretton Woods.
- I ‘pericoli’ provengono da una seconda linea di difesa se il dollaro (specialmente quello detenuto da stranieri) entra in crisi. Nel 2008-09, le autorità monetarie americane operarono come banchiere di ultima istanza rispetto al resto del mondo (segnatamente all’Europa). Ma non si vede chi possa farlo nei confronti del Vecchio Continente, dell’Asia e dell’America Latina.
- Non certo l’euro della cui sopravvivenza nel medio o lungo periodo numerosi economisti americani (e non solo) dubitano. Ed i dubbi saranno sempre maggiori se non viene creata una vera unione bancaria ed un effettivo mercato unico dei capitali. Men che meno lo yuan, diventato l’equivalente di un autostrada ad almeno otto corsie, ciascuna caratterizzata dagli swaps monetari tra Pechino ed altri Paesi.
- Il vero pericolo è gli Stati Uniti utilizzano il dollaro ‘dominante’ come arma di politica estera come si è visto (e The Economist lo documenta) nei recenti negoziati con la Russia e con l’Iran.
Questo il succo dello studio, in cui si sottolinea (saggio di Gardner del 1986) che quando finì laSterling Dollar Diplomacy con la svalutazione della moneta britannica nel novembre 1967, il dollaro assunse un ruolo dominante ma Usa e Regno Unito restarono stretti alleati, mentre ora la politica monetaria estera americana ha a che fare con potenziali concorrenti ed avversari.
Se si condivide l’analisi di The Economist, occorre chiedersi cosa implica per un’Italia alle prese con la formulazione della legge di bilancio. The Economist non avrebbe dedicato tanti sforzi se non avvertisse l’olezzo (buono o cattivo che sia) di una tempesta monetaria tale da coinvolgere il dollaro. In effetti, i timori ed i tremori che hanno attraversato pochi mesi fa l’Asia potrebbero essere letti dagli storici economici di domani come l’anteprima di un temporale molto più forte. Il prossimo potrebbe di nuovo venire dall’Asia, dove l’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico), vista l’esperienza europea ha accantonato il progetto di andare verso un’unione monetaria. Ma potrebbe venire anche dall’Europa, come previsto un quarto di secolo fa da economisti come Martin Feldstein e Alberto Alesina, e come dimostra il crescere di movimenti anti-euro nei Paesi della moneta unica.
In una di queste ipotesi, cosa ne sarebbe dell’Italia che ha il debito pubblico più elevato in Europa, la metà del quale detenuto da investitori stranieri? E’ la domanda che dovrebbe porsi chi sta predisponendo la legge di bilancio nella consapevolezza che la Banca centrale europea non ha la funzione di ‘prestatore di ultima istanza’ e che non c’è un Amico Americano pronto a soccorrerci.

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