L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 9 ottobre 2015

i nanerottoli politici attuali e la statura politica di Craxi, imparagonabili

7 OTT 2015 10:56
DOPO SIGONELLA, QUANDO CRAXI SFIDÒ GLI STATI UNITI SULLA CATTURA DI ABU ABBAS, FU CHIARO CHE L’ITALIA PER WASHINGTON FACEVA IL DOPPIO GIOCO CON I PALESTINESI DI ARAFAT - GLI USA REGOLARONO I CONTI CON “L’AMICO BETTINO” E ANDREOTTI STRONCANDOGLI LE CARRIERE 
Ceccarelli: “In politica estera, ha scritto Sergio Romano, si possono dare i calci, ma si rischia di rimanere con la gamba alzata per un tempo più lungo di quel che si crede. Così, dopo tanti anni, Ugo Intini scrisse che i socialisti non compresero ‘la pericolosità dei fili toccati’. I presidenti infatti cambiano, mentre gli apparati restano”… 
Filippo Ceccarelli per “La Repubblica”

Forse trent' anni bastano a capire un po' meglio, per cui non è retorica dire che dopo Sigonella la politica italiana non fu più la stessa. Per una volta senza le tradizionali ambiguità, vennero al pettine i nodi delle relazioni in Medio oriente e apparve chiaro che una coraggiosa linea di indipendenza nazionale non solo era possibile, ma anche opportuna, seppure non priva di rischi.


CRAXI REAGAN 1

Su quella complicatissima vicenda il ministro della Difesa Spadolini aprì la crisi di governo; però si rimescolarono anche gli equilibri fra i partiti lasciando intravedere una specie di unità nazionale che sia pure per poco sembrò allentare i vincoli della guerra fredda.

Su entrambi i fronti, interno e internazionale, Bettino Craxi stravinse la partita: mortificò quindi l'atlantismo dei repubblicani, mise la Dc dinanzi a un bivio, si prese gli applausi del Pci, ma soprattutto dimostrò che essere alleati non significava essere servi, ma regolarsi in politica estera con un'aggiunta di dignità.

CRAXI REAGAN

E tuttavia, a distanza ormai di un trentennio, per dirla brutale: gliela giurarono gli americani a lui e al ministro degli Esteri Giulio Andreotti? Questo è ancora difficile a dirsi. E per quanto una potenza imperiale abbia di solito reazioni più complesse di quelle che manifestano gli individui, il fatto che tutti e due gli statisti ebbero poi nello stesso periodo la loro carriera stroncata raddoppia in qualche modo i sospetti.

Ora, sia a Washington che a Roma, Bettino era infatti l'uomo degli euromissili, «più americano degli americani» si disse; ma era vero fino a un certo punto - e non solo perché aveva enormi ambizioni e un carattere per niente arrendevole. Per cui attaccava spesso e volentieri l'Urss, ma non condivideva la formula reaganiana dell'«impero del male»

ACHILLE LAURO CRAXI REAGAN SIGONELLA

Soprattutto - come del resto Andreotti, un altro a lungo considerato un super-campione atlantico - riteneva che l'Italia avesse il sacrosanto diritto di considerare il ruolo dei palestinesi, dell'Olp e del suo amico Yasser Arafat, che spesso andava a trovare a Tunisi e che proprio nell'agosto di quel 1985 ospitò a cena nella sua casa di Hammamet insieme con quell'Abu Abbas che nemmeno due mesi dopo il colonnello North cercò di catturare, e 25 guerriglieri di scorta armati fino ai denti che si appostarono in giardino (scolandosi tutte le Coca cole della dispensa).
CRAXI LA NOTTE DI SIGONELLA

Questo genere di rapporti senz'altro aiutarono Craxi a risolvere con rapidità e determinazione la crisi dell'Achille Lauro. Così come trattare con Reagan da pari a pari, anzi a brutto muso, gli assegnò a una statura che per un paese trattato sempre un po' come una repubblica delle banane non aveva molti precedenti. Ma da quel momento si ritrovò anche in casa qualche orecchio indiscreto.

Con gli americani «dear Bettino» chiuse allora l' incidente pronunciando una battuta - «Amici come prima » - che tuttavia l' anno seguente non gli impedì di salvare la vita a Gheddafi avvisandolo di nascosto dell' imminente bombardamento della flotta Usa sul suo quartier generale a Tripoli.

Anche tale mossa non dovette aiutare le relazioni con Washington. In politica estera, ha scritto Sergio Romano, si possono dare i calci, ma si rischia di rimanere con la gamba alzata per un tempo più lungo di quel che si crede. Così, dopo tanti anni, Ugo Intini scrisse che i socialisti non compresero «la pericolosità dei fili toccati». I presidenti infatti cambiano, mentre gli apparati restano, con le loro necessità, con le loro diffidenze.

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/dopo-sigonella-quando-craxi-sfid-stati-uniti-cattura-abu-110052.htm

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