L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 5 ottobre 2015

Il canone Rai lo paghi il clan Renzi&Verdini&Lotti&Alfano insieme alla Maggioni

Pubblicato il 04/10/2015, 16:01 | Scritto da La Redazione
Rassegna Stampa: Una Maggioni è per sempre Rai a tempo indeterminato
336.000 all’anno, lo stipendio sommato al gettone da consigliere. Così su Il Fatto Quotidiano.








Rassegna Stampa: Il Fatto Quotidiano,  di Stefano Feltri e Carlo Tecce

Una Maggioni è per sempre Rai a tempo indeterminato
336.000 all’anno
Lo stipendio sommato al gettone da consigliere



















Viale Mazzini ha smontato il tetto agli stipendi con un espediente, l’emissione di un titolo di debito quotato. Come vi abbiamo raccontato la settimana scorsa sul Fatto, nonostante una delibera approvata nel Consiglio di amministrazione di giugno da Luigi Gubitosi che fissava il limite di 240.000 euro agli ingaggi dei vertici, il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto e la presidente Monica Maggioni sono tornati agli antichi fasti e dunque agli antichi importi.
Il direttore generale ha una retribuzione di 650.000 senza ulteriori premi legati ai risultati e un accordo di tre anni, meno di un omologo in una società quotata controllata dal Tesoro, circa la stessa somma che percepiva l’u lt imo dg Luigi Gubitosi a inizio mandato nel 2012.
MA IL VERO COLPO di genio è la soluzione trovata dalla Maggioni: non soltanto ha mantenuto la busta paga da direttore (era a Rainews fino a due mesi fa) da 270.000 euro e vi ha aggiunto il gettone da consigliere da 66.000, ma è riuscita a conservare anche il contratto a tempo indeterminato. La soluzione è relativamente economica, avrebbe potuto chiedere molto di più, visto che con l’emissione di un bond quotato sono saltati tutti i tetti. Scegliendo questa formula, la Maggioni, però, ha protetto il suo futuro. Quando finirà la sua esperienza in Cda, potrà sempre rimanere in azienda. Non è una novità in Rai che i top manager, che hanno un mandato a termine, si facciano anche assumere come dipendenti, così da avere anche un paracadute e una liquidazione se i successori li vogliono congedare. Anche Lorenza Lei, dipendente da oltre dieci anni, diventò direttore generale senza rinunciare al contratto protetto. Ma appena la Lei ha perso l’incarico a Rai Pubblicità, proprio Gubitosi ha cercato di licenziarla. Perché, secondo l’ex dg, i top manager non possono restare a vita.
La posizione della Maggioni di oggi ricorda quella di Lorenza Lei di qualche anno fa. Ma da Viale Mazzini fanno sapere che sarebbe assurdo pretendere che la Maggioni si dimetta da dipendente. Però così già mugugnano i nemici interni all’azienda. Il presidente di un Cda, sostengono, è una figura di garanzia fra la minoranza e la maggioranza e di equilibrio e imparzialità per l’azienda che l’ha nominato: s’insedia con gli altri consiglieri e decade assieme dopo tre anni. Nel caso specifico, la Maggioni è stata selezionata e promossa in Rai grazie al patto del cavallo morente fra le truppe di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, mediatori il ministro Maria Elena Boschi e l’eterno sensale Gianni Letta.
La Maggioni, poi, non è una dipendente qualsiasi, è l’ex direttrice di una testata giornalistica che sta per essere accorpata al Tg3 e che sopravvive con il lauto sostegno dell’azienda, nonostante gli ascolti minimi: le decisioni di oggi del presidente Maggioni possono influenzare il suo lavoro di domani. Il cortocircuito è talmente evidente che gli uffici Rai già sono in allarme e tentano di trovare qualche strategemma legale per mettersi al riparo dalle critiche. Chissà se l’azionista, il ministero del Tesoro, si è accorto del problema. La spiegazione difensiva che circola da viale Mazzini, cioè che la Maggioni vive dello stipendio della Rai a differenza di altri consiglieri che continuano a lavorare in proprio, può giustificare l’entità della retribuzione ma non il tempo indeterminato del contratto.
DI CERTO, così blindata, la Maggioni risulta ancora più forte. Anche per questo Campo Dall’Orto indugia sul fronte nomine e non provoca strappi. Aspetta, sornione, che la Camera ratifichi la riforma che gli consente di assumere i poteri di un amministratore delegato. Adesso sugli appalti o sugli ingaggi fino a 10 milioni di euro senza passare per le forche caudine del Cda, il direttore generale non delibera, ma propone al presidente che deve avallare.


Nessun commento:

Posta un commento