L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 13 ottobre 2015

Mattarella una Costituzione con poteri senza contrappesi




MICHELE AINIS

E ANCHE DI UNA CAMERA E MEZZA, DEI SENATORI ELETTI MA NON ELETTI, DELLE UNIONI CIVILI, DEL PRESIDENZIALISMO MASCHERATO DA PARLAMENTARISMO –

Non c’è da stupirsi se il paese che ha digerito senza fiatare le convergenze parallele si ritrova oggi a dover assistere allo spettacolo pirotecnico delle guerre pacifiche e delle altre mille invenzioni dei nostri politici, bravissimi nel battezzare con nomi improbabili le riforme che non riformano e le rottamazioni che non rottamano. Michele Ainis ne fa oggi, nell’editoriale sul Corriere della sera che vi invitiamo a leggere on line o sul cartaceo, un inventario non completo – sarebbe impossibile, non basterebbe un’enciclopedia – ma indicativo di come vanno le cose lasciate nelle mani dei nostri rappresentanti istituzionali.

Scive Ainis: “Guerra o pace? Né l’una, né l’altra: noi siamo per la guerra pacifica. Due Camere o una sola? Lasciamole agli altri queste soluzioni rozze; in Italia avremo una Camera e mezza. E da chi verrà eletto il nostro mezzo Senato? Dal popolo o dai consiglieri regionali? Risposta: lo eleggeranno i cittadini attraverso il Consiglio regionale. E il matrimonio gay? Niente da fare, però il Parlamento sta approvando le unioni matrimoniali. Meglio il parlamentarismo oppure il presidenzialismo? Meglio il presidenzialismo mascherato dentro un parlamentarismo taroccato. È la nostra inclinazione nazionale: ogni decisione corre sempre su un piano inclinato. Anche quando si tratta di decidere fra attacco e difesa, fra resistenza e indifferenza. Anche se di mezzo c’è una guerra, ovviamente senza dichiararla”.

Basterebbe il primo capoverso dell’editoriale per far capire in che mani siamo messi, come diceva Missiroli riferendosi a Saragat. Ma Ainis perfidamente infila il coltello nella piaga ricordando nei particolari che cosa cercano di farci mandar giù. “Useremo, pare, quattro bombardieri contro l’Isis; ma c’è voluta un’anticipazione del Corriere per scoprirlo. E come potrà scoprirlo il Parlamento? Forse con un’informativa del governo, forse con un voto in commissione. Tuttavia non è questa la regola: perché la Costituzione ammette la sola guerra difensiva (articolo 11) e a condizione che venga deliberata dalle Camere (articolo 78). Magari sarà una regola sbagliata, ma allora cambiamola invece d’aggirarla. Nella primavera del 1999, durante i bombardamenti in Kosovo, fu Clemente Mastella a suggerirne la modifica; ottenne soltanto una modifica verbale, perché da lì in poi le guerre sono diventate ingerenze umanitarie”. (…)

Ainis spiega poi, a chi non lo avesse ancora capito, che con la legge elettorale chiamata Italicum l’Italia si trasformerà automaticamente, senza dirlo, senza che nessuno se ne accorga, in una anomala repubblica presidenziale, col presidente del consiglio che non dovrà contrattare col parlamento, la cui maggioranza sarà assicurata da un premio enorme che regala il controllo della camera – anzi: della camera e mezza – al partito che conquisterà un risicato vantaggio su tutti gli altri. Ainis ricorda che il presidenzialismo è stato proposto dagli anni cinquanta da monarchici, missini, socialisti, forzitaliani senza riuscire a mettere insieme una maggioranza per approvarlo. Ainis dimentica Pacciardi, che del presidenzialismo fece addirittura un partito, ottenendo alle elezioni circa novantamila voti, non proprio sufficienti per pretendere la riforma.

Aggiungo, perché è un mio pallino, Ainis non ne parla, che il problema italiano non è presidenzialismo o parlamentarismo, è separazione dei poteri. Al contrario, adesso – e sarà lo stesso con l’Italicum, o forse peggio – regna la confusione dei poteri, con il governo che dipende dal presidente della repubblica e dal parlamento, col parlamento che dipende da partiti esonerati dal rispetto di regole democratiche e dalla spada di Damocle brandita dal capo dello Stato con lo scioglimento anticipato, che mette a rischio stipendi e pensioni dei parlamentari. E col rischio, honni soit qui mal y pense, che il commissario alle crisi favorisca le crisi per esaltare il suo potere. E come la mettiamo con l’elezione senza vincolo di mandato? Avrebbe senso, giustamente, se i parlamentari fossero scelti uno per uno dagli elettori e solo a loro rispondessero della azione politica svolta. Ma i nominati sono scelti uno per uno dalla segreteria del loro partito, rappresentano il partito non gli elettori. E la chiamano democrazia

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