L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 15 ottobre 2015

Napolitano il golpista non è mai stato comunista

Tutti gli strappi di Napolitano sul Colle da "premier occulto"

Il costituzionalista Scaccia esamina le troppe anomalie della presidenza di Re Giorgio: "Ha perso via via imparzialità e prudenza schierandosi senza riserve al fianco dell'esecutivo"

Giorgio Napolitano kingmaker, che prepara la caduta del governo Berlusconi, fa scrivere ai suoi Saggi il nuovo programma di riforme e crea due governi «a tutela quirinalizia», Monti e Letta, tenendoli in vita senza il voto degli elettori.
Giorgio Napolitano Monsieur veto , che con il suo rifiuto interviene nel processo legislativo e controlla i decreti legge limitando le prerogative dell'esecutivo e del parlamento.
Giorgio Napolitano «Re della Repubblica» , che da presidente del Csm pilota delicate nomine di procuratori della Repubblica e da capo del Consiglio supremo di difesa respinge il potere di veto delle Camere sull'acquisto degli F35 e avalla l'intervento militare in Libia.
I costituzionalisti studiano la lunga presidenza del predecessore di Sergio Mattarella, individuando anomalie e strappi costituzionali, interventi irrituali, discutibili invasioni di campo e singolari imposizioni che, in nome della realpolitik, hanno dilatato il ruolo del presidente della Repubblica. E lo hanno forse cambiato per sempre, accentuandone il peso politico. Sulle manovre di Napolitano nella caduta dell'ultimo governo Berlusconi e sulle consultazioni segrete per cercare il successore quando ancora il premier era a Palazzo Chigi ci sono le rivelazioni del giornalista Alan Friedman nei libri Ammazziamo il Gattopardo e ora My way, ma sotto il profilo più strettamente giuridico l'intera stagione del doppio mandato al Quirinale viene esaminata dal costituzionalista Gino Scaccia in Il Re della Repubblica. Cronaca costituzionale della presidenza di Giorgio Napolitano (Mucchi ed.).
Ne emerge la figura del primo inquilino del Quirinale ex comunista che, con il passare degli anni, esce dal ruolo di notaio e garante disegnato dalla Carta per orientare le sorti politiche del Paese, addirittura diventare un «premier occulto». Per l'autore, dopo il rifiuto di sciogliere le Camere per la caduta di Berlusconi, si passa «da un “governo del presidente” a un Presidente “di governo”». Se Napolitano era garante esterno di Monti, con il successore perde «imparzialità di giudizio e prudenza di azione, schierandosi senza riserve al fianco dell'esecutivo». E arriva a «legare impropriamente» la sua stessa permanenza sul Colle al programma di riforme concordato per la rielezione.
Ordinario di diritto pubblico all'università di Teramo e docente di diritto costituzionale alla Luiss di Roma, Scaccia studia «l'anomala designazione di una “commissione di saggi”» nel 2013 per «mettere all'angolo i partiti», che svolge i compiti del premier elaborando il programma e individuando possibili ministri. Ricorda il «veto politico» sulla sfiducia al ministro Alfano, travolto dallo scandalo Shalabayeva e l'intervento in difesa del ministro Annamaria Cancellieri, per il caso Ligresti. Esamina le anomalie nelle consultazioni per il governo Renzi, il suo no alla nomina del pm Gratteri al ministero della Giustizia. Indica nelle posizioni per l'acquisto degli F35 e sulla necessità della guerra in Libia due chiari strappi di politica estera. Sottolinea quanto è stato pesante lo scontro con il governo per impedire l'annunciato decreto legge sul caso Englaro. E così l'«improvvida lettera» al Csm del 2014, che bloccò la nomina di Guido Lo Forte a procuratore di Palermo, raccomandando di procedere per ordine cronologico alla copertura dei posti vacanti e suggerendo al plenum in scadenza di lasciare la scelta ai successori, in omaggio ai nuovi equilibri politici e correntizi.
Tutti passi che hanno inaugurato un nuovo corso al Quirinale. «Lo sconfinamento dei poteri presidenziali - scrive il professor Scaccia - di influenza e consiglio nella diretta funzione decidente al quale abbiamo assistito specialmente nell'ultimo triennio del mandato di Napolitano è il segno di una tensione più profonda, che non pare destinata a riassorbirsi con il mutare delle condizioni politiche eccezionali che hanno caratterizzato questa presidenza».

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