L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 6 ottobre 2015

Non è responsabilità di Obama se la Consorteria Guerrafondaia Statunitense uno ne pensa e cento ne fa, ne è uscita fuori una politica estera contraddittoria e inconcludente

La Russia in Siria. E gli Usa in un “cul de sac”

ott 5th, 2015 | By  | 
di Dario Rivolta * –
obama serioSe George W Bush è passato alla storia come un presidente americano fallimentare e controproducente in politica internazionale, Barack Obama, eletto dopo aver suscitato grandi speranze di rinnovamento e di pace, vi entrerà come autore di una politica estera incoerente, debole e contraddittoria.
Si deve ammettere che ha tante giustificazioni dalla sua: l’eredità amara lasciatagli dal predecessore, maggioranze avverse al Senato e al Congresso, litigiosità dei vari alleati nel mondo e un Medio Oriente in cui è sempre più difficile distinguere tra amici e nemici.
Partito con dichiarazioni concilianti con il mondo arabo musulmano (il suo discorso all’Università al-Azhar al Cairo ne fu l’emblema) e con la Russia (ricordate l’ormai famoso “reset”?) si è trovato ad avere rapporti tesi con i maggiori paesi sunniti, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto e, parallelamente, a raggiungere un accordo con l’Iran sciita contestato pesantemente da tutti i suoi nemici, interni ed esterni, e da Israele. Con la Russia, poi, Obama ha giocato in modo così confuso le sue carte da essere diventato, anziché il “rappacificatore”, l’iniziatore di una “guerra fredda” che sembrava soltanto appartenere al passato. Gli esempi più evidenti sono l’incerta condotta nei confronti della Georgia e il “disastro” ucraino.
Lo scenario in cui, però, ha avuto la condotta più incomprensibile è quello siriano. Sull’entusiasmo di voler pilotare un’ennesima “primavera araba” e spinto da turchi e sauditi, ha armato e finanziato tutti i gruppi anti al-Assad, fino a trovarsi davanti alla nascita di quello che oggi viene definito il più pericoloso gruppo terrorista nel mondo: l’Isis. Se l’obiettivo fu, inizialmente, quello di eliminare il regime di Bashar al-Assad per tagliare i collegamenti tra l’Iran e il Mediterraneo, quattro anni e mezzo di guerra civile non hanno saputo raggiungere lo scopo e, anche a Washington come nel resto del mondo, si pensa oramai che se al-Assad se ne andasse, anche in Siria si creerebbe una situazione peggiore di quella attuale. Nonostante le dichiarazioni contrarie enunciate ad alta voce in ogni circostanza, l’eliminazione del regime alawita a Damasco darebbe solo spazio a fazioni integraliste o, addirittura, al predominio del sedicente Stato Islamico. Sarà per questa paura, o forse per un’inspiegabile prudenza, che gli aerei statunitensi impegnati teoricamente a bombardare le roccaforti dei jihadisti, tra Iraq e Siria hanno effettuato in un anno e mezzo un numero di azioni belliche pari a quello che nel 1991, in occasione dell’operazione Desert Storm, facevano in quarantotto ore.
Oggi, l’intervento della Russia in Siria obbliga finalmente a fare i conti con la realtà. Anche se, apparentemente, il motivo del contendere tra Russia e Usa resta la sorte e il ruolo futuro di Bashar al-Assad, il vero motivo di un’intesa che sembra non esserci è un altro. Obama sa che sia Russia sia Iran (e lo stesso Bashar al-Assad) potrebbero accettare una sostituzione di vertice perché chi ha il vero potere in Siria è una oligarchia di cui il presidente è solo la faccia. E’ questa oligarchia, a maggioranza alawita ma non solo, ad assicurare gli interessi dei due paesi ed è lo stesso gruppo che ha garantito fino a poco fa la coesistenza di laici e religiosi di varie confessioni. Purtroppo il presidente americano sa anche che gli altri combattenti (non ufficiali) sul campo, cioè turchi, sauditi e stati arabi del Golfo, hanno ciascuno il proprio obiettivo, con però in comune l’eliminazione dell’attuale classe dirigente. I turchi puntano a una futura Siria da loro controllata, i sauditi, che non accetteranno comunque un’egemonia turca, vogliono ridimensionare l’influenza iraniana. Washington, già sotto accusa per l’accordo sul nucleare iraniano, non può permettersi di sconfessare apertamente i propri alleati nell’area e, poiché la permanenza di al-Assad (o chi per lui) al potere anche solo per un periodo transitorio rappresenterebbe la fine dei sogni di entrambi, ciò significherebbe anche il venir meno della loro vicinanza all’amico di oltre oceano. Senza contare che, anche per gli Usa e soprattutto dopo i bombardamenti russi in Siria, accettare la soluzione oggi proposta da Mosca significherebbe riconoscere decisivo ruolo di questa nella questione e obbligherebbe a ripensare le reciproche relazioni anche sulla questione ucraina.
A questo proposito c’e’ pure un terzo motivo di preoccupazione per l’amministrazione statunitense, seppur meno evidente: i rapporti tra l’Europa e la Russia.
Mettiamo, per il momento, da parte l’intervento degli aerei francesi in Siria. Ufficialmente è stato giustificato come una difesa/ritorsione contro l’Isis, ma il vero scopo di Hollande, a parte i motivi di politica interna, è quello di ricordare a tutti che un eventuale futuro della Siria non può prescindere dal ruolo di Parigi, soprattutto per la paura che americani e russi debbano trovare tra loro una soluzione. Dal punto di vista militare quei bombardamenti sono del tutto insignificanti perché mandare, una tantum, qualche Rafale a sganciare piccole bombe da 250 libre (le più piccole) non significa certo contribuire alla disfatta dei terroristi.
Torniamo piuttosto alla questione Russia/Europa. In concomitanza con i bombardamenti russi in Siria si è tenuto a Parigi il vertice Normandy 4 con l’obiettivo (apparentemente riuscito) di trovare una soluzione politica alla crisi di Kiev. Gli europei, con l’esclusione dei soliti polacchi e baltici, ne hanno fin troppo delle sanzioni e dei relativi rapporti conflittuali con Mosca e vogliono tornare a normalizzare la situazione. Sia il presidente ucraino Petro Poroshenko che i ribelli hanno dato segnale di essere pronti a una soluzione definitiva del conflitto: il primo ha ribadito la volontà di arrivare a una riforma costituzionale come pattuito a Minsk 2 e i secondi, dopo averle annunciate, hanno dichiarato di accettare di rinviare le loro locali elezioni di almeno quattro mesi. Entrambi hanno già cominciato a ritirare le rispettive armi dalla linea di demarcazione.
Ciò che spaventa gli americani e che li spinge a ri-affermare la loro ostilità contro il “dittatore sanguinario”al-Assad, così come le accuse in merito a bombardamenti su gruppi pseudo – moderati, è proprio la paura che gli europei “aprano” nei confronti di Mosca, lasciando gli americani isolati sul fronte ucraino. D’altra parte le sanzioni europee sono destinate a scadere il 31 Gennaio del 2016 e, per deciderne il rinnovo secondo le regole europee, è necessaria l’unanimità. I segnali di buona volontà dimostrati dalle due parti in conflitto potrebbero consentire di considerare superata la fase critica e spingere gli europei a non prolungarle.
Per impedire questa possibilità è necessario agli Usa continuare a dimostrare che la contrapposizione con il presidente russo Vladimir Putin è strategica e come il comportamento russo sia, su tutti i fronti, alternativo a quello occidentale.
Salvo, naturalmente, che siano gli stessi americani, resisi conto di essere in un cul de sac, a negoziare direttamente con Mosca e dettare anche all’Europa le condizioni del loro nuovo accordo.
* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.

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